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Antologia del Premio Letterario Internazionale "Napoli Cultural Classic"2011

pubblicato il 12/09/2011


                            NAPOLI CULTURAL CLASSIC

 


                                   Premio Internazionale
                                              di
                                     Poesia e Narrativa


                              VI edizione

 

 

 

 


                                     Napoli Cultural Classic

                                2011

 

 

La Napoli Cultural Classic un’Associazione  volta   alla  diffusione dell’Arte  e  della  Cultura, che persegue, senza alcuno scopo di lucro, il  fine di aiutare artisti e  studiosi a realizzarsi   favorendone   la conoscenza   da   parte   del pubblico .
Nata  nel  2000  per  volontà e   impegno    dell’  avvocato Carmine  Ardolino,  la Napoli Cultural   Classic    promuove  concerti,  concorsi, spettacoli  musicali e   teatrali,    mostre, manifestazioni   e    convegni      miranti,  in  primo luogo,  alla valorizzazione del territorio. Il  momento conclusivo delle attività  promosse  nel  corso dell’anno è  rappresentato da  un  Evento  che   prevede  la consegna del   Premio Napoli Cultural  Classic a  quanti   si sono distinti  nel campo delle attività  sociali ,   nel  mondo    culturale  e  dello spettacolo.

 


                                                                           

                 Associazione Napoli Cultural Classic
                  Premio Internazionale di Poesia e Narrativa

La Giuria del concorso letterario promosso per l’anno 2011dall’Associazione Napoli Cultural Classic, con la direzione organizzativa del consigliere per la scrittura Anna Bruno, risulta composta da:
Presidente  prof.re Don Lino D’Onofrio, prof.ssa Regina Pereira da Silva, dott.ssa Raffaela Romano,
e dai seguenti operatori culturali -poeti- scrittori: Anna Bruno, Emanuela Esposito, Giuseppe Bianco,
Claudio Perillo, Giuseppe Vetromile .
Dopo attento ed approfondito esame delle  opere presentate dagli oltre 350 partecipanti, sono state stilate  le classifiche finali:

• SEZIONE POESIA  a tema libero (ADULTI)                                                                  
Poesia I classificata :“La vita in un solco” di Paola Trimarco – Giugliano (NA)
           II classificata : “ Compagna di viaggio” di Lorenzo Cerciello – Marigliano (NA)
           III classificata : “ Il tuo tempo bambino” di Rosa Spera - Barletta

                MENZIONI D’ONORE
“Ti parlerò di me” di Giovanni Caso – Siano (SA)
“La rosa dei venti” di  Barbara Cannetti – Corlo (Ferrara)
“I poeti lo sanno”di Stefano Peressini” – Carrara
“Clarissa e il mondo di cartone” di Giancarlo Napolitano – Rivoli (TO)

• SEZIONE POESIA  a tema libero  (GIOVANI)
Poesia  I classificata : “  Siryca”  di Luigi Tarantino - Palermo
           II classificata : “Poeta” di Raffaele Liguoro – Sant’Anastasia (NA)
           III classificata : “Orizzonti” di  Francesco Bartoli –Reggio Emilia
                 MENZIONE D’ONORE
“Fuori dall’ombra” di Luigino Proxima – Brescia 
• SEZIONE POESIA a valore religioso
Poesia I classificata : “I volti delle rocce di Lucania” di Patrizia Cozzolino - Napoli
          II classificata : “ Smarrita è l’anima” di Enrico Danna - Torino
         III classificata : “ Uomini” di Carla Baroni – Ferrara

                 MENZIONI D’ONORE
“ Vagabondi” di Sante Valentino – Roma
“I confini del mistero” di Aminah De Angelis Corsini - Perugia

• SEZIONE POESIA in lingua straniera
Poesia I classificata : “Nen bluzen time” di Irma Kurti - Bergamo
          II classificata : “Africa’s child” di Giorgia Spurio – Caselle di Maltignano (AP)
         III classificata : “Leave” di Rocco Giuseppe Tassone – Gioia Tauro
               
               MENZIONI D’ONORE
“Crepùsculo” di Ruth Pérez Aguirre Villahermosa, Tabasco México.
“Beasts of burden” di Salvatore d’Aprano – Marquette Montreal Canada
• SEZIONE  SILLOGE
    Silloge Vincitrice : “L’Aquila, 6 Aprile” di Marilena Ferrone – S.Eusanio Forconese L’Aquila
  
• SEZIONE  NARRATIVA   (ADULTI)
Racconto I classificato : “L’occhiolino del portinaio” di Marco Bertoncelli – Sona (VR)
               II classificato : “Il roseto” di  Manuela Caracciolo - Asti
              III classificato : “L’ergastolano” di Arturo Bernava - Chieti

                 MENZIONI D’ONORE
• “La metropolitana” di Eugenia Grimani – Roma
• “Cuore di pietra” di Bianca Matrisciano – Napoli

• SEZIONE NARRATIVA  (GIOVANI)

Racconto Vincitore : “La cattiva strada” di Alessandro Bruno - Avellino


• SEZIONE POESIA (STUDENTI)
Poesia I classificata : “Kajal nero” di Valeria Pini
                                   classe II Liceo Scientifico “E. Torricelli” Somma Vesuviana  (NA)
          II classificata : “Quale futuro” di Alessio Leonardi
                                    classe V Liceo Scientifico “ G. Seguenza” Messina
         III classificata : “Istanti perduti alla finestra” di Vito Ricchiuto
                                     classe I Liceo Classico “Socrate”  Bari    

• SEZIONE NARRATIVA  (STUDENTI)
 Racconto I classificato: “Sui tuoi passi ” di Erika Muro
                                        classe III Liceo Scientifico “E. Majorana” Pesche (IS)
              II classificato : “ La solitudine della lucciola” di Alessandra Iannetta
                                         classe III Liceo Scientifico “ E. Majorana” Rocchetta a Volturno (IS)
            III classificato : “ Passeggiata” di Tobia La Marca
                                          classe III Liceo Scientifico “E: Torricelli” Somma Vesuviana (NA)


• PREMIO SPECIALE  offerto dal Circolo Letterario Anastasiano –
                                                                Presidente Giuseppe Vetromile
           
Poesia ““Da una chiacchierata con Giuseppe Rosato” di Nicoletta Fazio – Lanciano (CH)

 

Le opere premiate, insieme a quelle selezionate *, faranno parte di un’Antologia Premio e ogni Autore, la cui opera sia stata inserita,  riceverà una copia omaggio.
Tutti i Premiati presenti alla cerimonia  riceveranno premio personalizzato, diploma e antologia.
Gli Autori premiati , ma assenti, avranno diritto solo all’attestato e a una copia dell’Antologia.
Nel corso della Cerimonia e con obbligo di presenza:
• l’Autore vincitore nella sezione Silloge inedita di poesie riceverà venti copie dell’Antologia;
• l’Autore selezionato tra i  vincitori del 1° premio nelle diverse sezioni, sulla base del punteggio assegnato dalla Giuria, sarà designato  Vincitore Assoluto e sarà insignito di un ulteriore premio nel corso della Manifestazione conclusiva dell’Associazione del  28  maggio 2011, con obbligo di presenza, pena decadenza .
Oltre alle opere vincitrici e menzionate, sono state inserite in Antologia :
Sezione Poesia - Adulti
“I sandali grigi di Auschwitz” di Tiziana Monari - Prato
“Se d’altri cieli m’accendo” di Carmelo Consoli – Firenze
“Tre carezze dentro un’emozione” di Floredana De Felicibus – Atri (TE)
“Lasciatemi ormeggiare ad una riva” di Maria Ebe Argenti – Varese
“Luci a San Gregorio” di Mario Fiorillo – Massafra (TA)
“Non sono le parole schegge d’infinito?” di Rosalia D’Ambrosio – Quartu Sant’Elena (CA)
Sezione Poesia a valore religioso
“Quest’anima ” di Francesca Ricchetti - Asti
Sezione Poesia in lingua straniera
“The enlighted window”  di Natalia Giberti – Imola (BO)
 “Se necesita otra actitud” di Teresa N. Marzialetti Mariani – Libertad  . San Josè (Uruguay)
“Lua de prata” di Adao Wons- Brasile
“Jerusalem” di Giuseppe Giulio - Fiuggi
Sezione Silloge inedita di poesie
“Giulietta in boccio”  da “Biancolatte” di Monica Fiorentino -Sorrento
“ Alto dai carruggi”   da “Il 900 in calzamaglia” di Vanina Zaccaria - Napoli
“ Mi hai fatto carne”  da “Alchimie dell’anima” di Donato Ladik - Torino
“ Desiderio”   da “Al passaggio delle rondini” di Rita Minniti – Cava de’ Tirreni (SA)
“E’ il gioco del finto amore” da “Un giocatore di boccino” di Andrea Tomasin – Terzo d’Aquileia
Sezione Narrativa – Adulti
“ Una culla nell’immenso” di Gloria Venturini - Rovigo
“E’ questione di un attimo” di Alessandro Cuppini - Bergamo
“Il drappo” di Giovanni Maria Pedrani -Saronno
La cerimonia di premiazione avrà luogo in Nola (NA) il 20 maggio  presso il Museo Diocesano, sala dei Medaglioni, in via San Felice, 30 alla presenza di autorità, stampa e personalità della cultura e dell’arte.
Consigliere   organizzatore                                                 Il   Presidente                       
   Anna Bruno                                                                avv. Carmine Ardolino

Prefazione

Per la Giuria del Premio Napoli Cultural Classic , di nuovo un viaggio tra le parole, intrapreso con la curiosità del turista che tanto ha visto, ma che tanto sa di  non conoscere ancora.
I paesaggi dell’anima si distendono e le parole ritraggono realtà disseminate e sogni arroccati , attese defraudate e conferme inattese, ed emozioni che come spezie danno sapore alla vita.
Adagiate da una mano stanca sullo sfondo bianco del non detto ancora  o abbandonate dalla solitudine, impugnate dalla rabbia o sciorinate dallo stupore, le parole hanno incontrato l’ascolto emozionale che  le eleva  dallo stato di semplice contenitore di significato razionale e le riconosce quali preziose stille dello spirito.
Son giunte anche dai banchi di scuola, quale acerba espressione del nostro tempo, ma che come frutto si predispone a maturare;  hanno oltrepassato l’oceano, straniere e accattivanti nel loro incedere , e lasciato le scene, arricchendo la VI edizione di  partecipazioni straordinarie. 
I versi degli attori Yurj Buzzi ,  Terry Paternoster e Paolo Seganti e il monologo teatrale “Oriana”di Carmine Ardolino sono presenti nell’Antologia a testimoniare il legame  che l’amore per la cultura instaura tra quanti la vivono, anche  se con espressioni artistiche diverse.
Dalla prossima edizione del Premio, un’apposita sezione consentirà anche la partecipazione dei poeti che prediligono il vernacolo, radice preziosa e tenace che da sempre alimenta la comunicazione e mantiene viva un’attività poetica di innegabile valore.
Quest’anno si è inteso dare maggiore visibilità alla silloge poetica vincitrice inserendola interamente nell’Antologia per  rendere unico ed esaustivo il prodotto finale del concorso.
L’operato della Giuria è stato impeccabile e i ringraziamenti sono d’obbligo.
Se la qualità delle opere valutate troverà  nei lettori ulteriore riscontro , l’organizzazione del Premio potrà dirsi soddisfatta anche quest’anno del lavoro svolto.
Un invito alla lettura, dunque, e all’ascolto.
Grande è il potere della parola che parla all’uomo ancor prima che egli l’abbia pronunciata e chiede ascolto perché il conoscersi e il riconoscere siano facce di un’unica medaglia.
Buona lettura e … splendide emozioni
                                                                               Anna Bruno

 

 

 

 

 

 

 

 


Partecipazione  Straordinaria
 

Mezz'aria
di Yurj Buzzi

 

Camminando immerso
negli alberi perso
accartocciato verso
sul viso terso,
cadenti foglie in unico verso.
Una soltanto fu d'improvviso
da terra nel vento sospinta al mio viso,
ove non solo non si fermò
quasi di slancio l'adoperò.
Vedendola sola in quell'ascesa
ferma a mezz'aria nella pretesa,
chiusi i miei occhi tentando la presa.
Nella magia volò ancor più su,
or quella foglia, puoi essere tu.

 

 

 

 

 


 
                                                                                                           


                                                                                                                           Sezione Poesia Adulti

 

 

 

 

 

 

                                                                                           

 


                                                                                        I classificata
La vita in un solco
di Paola Trimarco  - Giugliano  (NA)
Un solco, una ruga.
Impronta d’aratro,
di  vita.

La scorgi
e t’investe improvvisa un’onda dal mare
cancellando l’impronta di bimbo
che da uomo non sai più trovare.

Un’impronta lasciata correndo, inciampando, cadendo.
Un’impronta di sogni ceduta al cuscino,
di schiaffi, di baci, carezze,
di chi ti è sempre stato vicino.

E come l’inchiostro racconta sul foglio
ogni piega al risveglio racconta di un giorno,
di un anno.

Cornice agli sguardi,
alla tela dei volti per strada.

Di artisti incoscienti, di attori.
Sul palco a raccogliere fiori,
sul  campo a raccogliere spighe,
sul greto a raccogliere sfide.

Un solco, una ruga,
traccia di un tempo implorante futuro.

Percorso d’aratro che accoglie fremente ogni seme,
ogni goccia.
Che racconta la gioia dei raccolti
tra le zolle grondanti di pioggia.

Chi ha riempito i suoi anni
non aspetta quell’onda domani.
Ma in quei solchi ogni giorno
con fiducia riaffonda le mani.

 

II classificata
Compagna di viaggio
di Lorenzo Cerciello  - Marigliano  (NA)

In certe sere quando il cuore è colmo
di memorie di vino e una canzone
trascorre, lenta e triste, nel silenzio,
io vorrei che ci fossero parole
celesti come il cielo,
per descrivere il cielo che hai negli occhi.
Ed al mattino quando nella stanza,
piccola e francescana, io mi risveglio
nella serenità del tuo respiro,
io vorrei che ci fossero parole
profonde come il mare,
per parlare del mare che hai negli occhi.
Ma il pudore degli anni e il tempo amaro
di un autunno che già s’annunzia aspro
di nebbie e d’ombre,
chiudono nel sigillo delle labbra
queste povere frasi consumate
come pietre dal moto del frangente.
Saranno, allora, gli occhi a ricordarti
che ti porto, da sempre, nella carne
come una febbre, come vecchia fiamma
che ancora brucia al vento e che sarai,
per quest’ultimo tratto del cammino
che ci resta da compiere,
fuoco ai miei inverni, acqua alla mia sete,
luce e frescura d’alba al mio tramonto.

 

 

 


III classificata
Il tuo tempo bambino
(per Yasser, bambino soldato)
di Rosa Spera  -Barletta

Rossi i giorni,
come il colore acceso dei melograni
che dipingono il tuo tempo bambino
di frastagliate attese.
Rosso lo sguardo,
come sangue arenato sui muri
divenuti  vermigli
da squarci di sfere con lingue di fuoco.
Litanie d’inganni,
nel canto morente di terre minate
che hanno occhi di brina
e piedi rivolti a croci in tormento
tra sterpi correlati al cammino.
Di sogni senz’ali,
e lune legate a barbagli di utopie,
si nutre la tua verde stagione
impaludata in nenie di respiri
sovente smosse da pensieri erranti.
È il tuo tempo bambino,
fautore di primavere rutilanti,
a proiettarti come esile fuscello
tra venti avversi che ti plasmano guerriero.
È un tempo bambino,
che immola rondini al filo spinato
inducendoti all’approdo degli  esuli
oltre mari dilatati dal fluire di una lacrima.

 

 

 

 

 

 


Menzione d’onore
Ti parlerò di me
di Giovanni Caso  -Siano ( SA)

Ti parlerò di me forse una sera
che si fa culla d’aria ai miei pensieri,
un ruscello di voci, un’officina
di suoni, quello scorrere del tempo
che come sabbia rumoreggia in pugno.
Parole senza senso ascolterai,
vestite di magnolie, modellate
col bisturi del cuore, artificiosi
enigmi, cavalcate verso il nulla,
verso il silenzio.

                    Ti dirò dei sogni
nella profondità del primo sonno,
quando l’anima un poco s’assopisce
eppure resta vigile e immortale
nella sua luce. Ti travolgeranno
i versi in tentazione, la memoria
di tutti i pentimenti dell’esistere,
quella parte di storia che sprofonda
nell’ombra della stanza e si disperde
pulviscolo di niente.

                                E forse avrai
una risacca di parole, un seme
di sillabe boschive, l’assordante
sirena che stordisce il primo vento
dell’aurora. Sarò come il gabbiano
sorpreso dal libeccio, risucchiato
dal vortice dell’acqua, o come il lupo
che fiuta i cani, e fugge, e nella carne
già sente i morsi, eppure ha ancora forza
d’azzannare la polpa della vita.

 

 

 

 

Menzione d’onore
La rosa dei venti
          di Barbara Cannetti –   Corlo   (Ferrara)

Da quando, madre, hai posato lacrime
sui quattro punti cardinali
alla Rosa dei Venti, lungo i sentieri d’aria
non restano che spine d’orizzonte.
In te s’involano nuvole, scene di terra,
la polvere che s’alza dal fango
e si mescola a semi e soffioni
per poi aprirsi in nuove, silenti  migrazioni.
Ma tu, madre, come un geranio radicato ai cocci
resti chiusa in questo perimetro di pietra,
una panchina in ombra, dura di destino
e più non sai che dire dell’anima tua;
la scruti mentre si veste d’aria nuova
ed allo stesso tempo cuce vecchie corazze al cuore.
Nel buio della sera provi a rievocar memoria,
nutri la polla del tuo stesso sentire,
la immergi in acqua affinché sappia radice nuova
e possa così ritrovare lo strappo del tempo.
Ti rivedi sull’uscio di casa a rammendar stagioni
quelle dei primi baci divenuti ventre ai figli
e poi imbastite con la fatica, cucite alle apprensioni.
Si rinnova or ora lo smarrimento, la rassegnazione
nell’ora buia della solitudine
in cui l’ombra lunga della sera non ha colore.
Da quando anche l’ultimo fiore è caduto nel vento
in te non resta che scoramento  a scalzar ore
mentre dell’ultima preghiera si sgrava la sera
amara di quel ritorno che via non trova.

 

 

 

 

 

 

Menzione d’onore
I poeti lo sanno
di Stefano Peressini - Carrara


I poeti
sono strani saltimbanchi,
acrobati del sogno,
giocolieri un po’ sbadati
con i pezzi della vita;
si nutrono di stelle
e viaggi su strade mai battute,
di brividi e raffiche di vento
se non piove.

Nel caos dei pensieri
che tengono al guinzaglio
si lasciano guardare
dalle finestre aperte,
a maggio quando il sole
s’adagia lento sui crinali.
E nascono ogni volta
con la luce di un tramonto
nella stagione stanca dei ricordi.

                  I poeti
                 non hanno carte truccate

né primavere di scorta:
sbucano dal fondo
di un palcoscenico smontato
con l’aria di chi sa
che quell’applauso
è solo un altro tempo
ormai sprecato.

I poeti lo sanno
quando è il momento giusto
per andare.

 

In memoria del poeta Dino Carlesi (1919- 2010)


Menzione d’onore
Clarissa e il mondo di cartone
di Giancarlo Napolitano –Rivoli ( TO)

 

Clarissa fruga il mondo nelle tasche di cartone,
tra mille gocce di zucchero filato,
cercando invano il volto di suo padre,
le labbra rosse di madri affascinanti.
Clarissa non conosce i nemici della vita
e le sue mani di semplice bambina
sono carezze su bombe talebane,
dimenticate nei semplici Natali.
I suoi respiri hanno il colore dei mirtilli
e i suoi  capelli, rugiada del mattino,
sono un cuscino di stelle sfolgoranti,
un aquilone di sogni vellutati.
Rincorre rondini dal cuore di limone,
ricorda gigli dagli occhi cioccolata,
si sente amata dai semplici minuti,
che sono giostre di nuvole sottili.
Incontra Dio nei compleanni dei più grandi
e come pegno ad una lacrima di vetro
gli chiede in cambio il sorriso di suo padre,
una sorella per cullarla a ninna nanna.
Clarissa fruga il mondo nelle tasche di cartone,
tra mille gocce di zucchero filato …
e dentro stanze strofinate per il freddo,
rivede il viso sconosciuto di suo padre.

 

 

 

 

 

 

PREMIO SPECIALE


“Quanta e quanta
ne avresti di luce e quanto sole
se il cervello non ti si offuscasse
di ombra e di pazzia, e quanto cielo
che ti si spalancherebbe ogni mattina”.
G. Rosato


Da una chiacchierata con Giuseppe Rosato
di Nicoletta Fazio  -Lanciano  (CH )


Ci sono mattini che non svelano
il volto alla luce
ma castigano il giorno
nella rètina sottile
del dolore,
dietro indefinibili
immoti incastri
di anime e segni.
Chè l’amore, quello sì, basterebbe
a spalancare le persiane
e a dire che è vero, si colma la distanza
e togliersi dall’impaccio
sempre uguale dei giorni.
Certi mattini non si aprono
-dici- ma restano chiusi,
serrati in chissà quali
luoghi o tempi.
Altri, non questi. E ti accorgi
che si è fatta già sera
ed è ora di aspettare
tra le mura di casa
l’inverno.

 

 

 

I sandali grigi di Auschwitz
di Tiziana Monari  -Prato

Mi fissano e sembra quasi che sorridano
accanto ad una rosa rossa di cera
ad una sciarpa sfilacciata
i sandali grigi di Auschwitz
immobili su un piedistallo fatto di tenebre e dolore

camminarono ai piedi di un bambino divenuto vento
bucando il ghiaccio dell’inverno
la lussuria di mostri con le bocche pallide

scivolarono in silenzio tra l’aria e la battigia
in una caduta e un volo
sognando abissi verdi
mani farfalle
pagliuzze bionde d’oro
anelarono a un mondo incantato
alle melodie d’amore
a foglie col soffio di primavera
prima di finire nell’apice del buio
in un triste mattino di gennaio
mentre la follia umana disegnava morti con i pastelli a cera.

E in cielo vibravano stelle scelte e spudorate
perpetuando l’illusione di un temporale

prima del nulla.

 

 

 

 

 

 

 


Se d’altri cieli m’accendo
di Carmelo Consoli  -Firenze


Vivo questa mia città di albe grigie, fumose,
tramonti a luci artificiali, nel colore dei semafori,
tra stelle furtive, lune sbiadite con il cuore duro della sfida,
smarrito dentro la follia delle strade.
Sono ombra di metropolitane, scale mobili, lamiera di svincoli,
tangenziali, faccia sempre uguale di computer e telegiornali.
Ma se d’altri cieli m’accendo è come se morissi di colpo
per rinascere dove c’erano tre case, viottoli al profumo della menta,
cieli rosa vermigli, notti diamantate, quando nella bocca saliva
il salmastro fino, l’odore buono della terra e si vedeva chiara
per leghe e sentieri la vita a interi firmamenti.

Vivo questa mia età di uomo qualunque esibendo codici fiscali,
numeri essenziali, fila continua di sportelli, caselli, supermercati,
uno tra gli altri massa, dato statistico, folla senza sorriso,
pensione o cassa integrazione tra periferie, palazzi uguali.
Solo tra milioni di persone, senso e controsenso di amori, urbane disperazioni.
Ma se d’altri cieli m’accendo è come se la vita fosse tutta là
tra quattro amici, due botteghe, un soldo in tasca, una pacca
per saluto e alla sera vino e parole buone, giorni azzurri a perdere, lune ruffiane.

Vivo e muoio nel frastuono generale, nelle orecchie le trombe della guerra,
negli occhi la conta di poveri, immigrati, il mondo che scolora.
Mi spengo piano, piano e a nessuno importa come mai
perso tra grigie mura, strade solitarie ultimo di anonime storie.
Ma se d’altri cieli mi accendo è come se tornassero forte
i silenzi di fumide piane, gli echi di noi sazi di fragranze,
bagliori e comete, i ricordi di quando vivere voleva dire
respirare l’infinito e gli uomini stavano a contarsi sulle porte,
a darsi fiato, quando ognuno era amore  e Dio negli occhi e dentro il cuore.

 

 

 

 

 

Tre carezze, dentro un’emozione!
di Floredana De Felicibus – Atri (TE)


So del varco che delinea l’anima alla fronte,
del segno indelebile, indiscutibile
dove cadono le voci ed i silenzi
e le parole scrivono fantasmi
rannicchiati ai piedi della notte.
So dell’inizio che oltrepassa l’illusione
e dei falsi fondali, dove mille colori
inseguono rotte abituali.
So del salto oltre il cespuglio e dell’attesa!
Scruta l’anima la stanza del suo tempo
l’angolo dove dimorano i pensieri
lo spiraglio dove s’involano le emozioni:
occhi che si schiudono nell’ombra
tra spazi di verità e cerchi di speranza.
È qui che dovremmo giungere
e da qui ogni volta ripartire,
nell’attimo in cui la luna
mostra il suo volto cupo all’imbrunire.
Qui di nuovo attendere e contemplare
la vita stesa sul palmo di una mano,
la brevità dell’attimo in un barbaglio
la fiamma che consuma in un istante.
Quando stanchi, tacciono le voci ed i rumori
basta specchiarsi dentro un’emozione:
tre carezze, tre, vermiglie dei papaveri,
e mille e mille baci di refoli di vento,
infiniti, infiniti sguardi di albe e di tramonti:
caroselli variopinti di incartate ansie.
Ricusando i pensieri bui, basta specchiarsi
nell’altra metà, chiara, del volto della luna!

 

 

 

 

 

 

Lasciatemi ormeggiare ad una riva
di Maria Ebe Argenti  -Varese


  E venne il sole ad asciugare i fiori,
il sagrato riprese a popolarsi
di bimbi che correvano felici
e il vecchierello, uscendo dalla chiesa
dove si riparò dal temporale,
continuò a biascicare una preghiera.

Ma tu, cuore mio
che alle tempeste sei sopravvissuto,
dove ti riparasti e che facesti
mentre il falco afferrava una colomba
lasciando a terra solo le sue piume?
Ti saresti squarciato nel pulsare
se fosse apparso qualche arcobaleno
a dirti che la quiete era tornata;
ma dopo giorni vili e malinconici
affrontasti la prova del coraggio
e allora comprendesti che la vita
è come l’acqua fresca di ruscello:
vale sempre la pena berne un sorso
anche se al fondo scorre il mal sottile.

O notti insonni ricamate d’attimi
di poesia rubata al mio dolore,
o luna tonda straziata dalle lacrime
senza che ti si possa consolare,
lasciatemi ormeggiare ad una riva,
a trasparenze di gioiosi sguardi
in un crescendo di viole e d’arpe eolie
che il vento innalza verso il paradiso.


            

 

 

 


Luci a San Gregorio
di Mario Fiorillo- Massafra ( TA)

 

Adesso a San Gregorio è un via vai
di sughero, di muschio e di pastori.
La città greca si è vestita a sogno
con gli occhi, incontenibili bambini;
fuori le mura dormono gli esclusi:
periferie e abissi,
discariche di gelo a cielo aperto
di precarie dimore
e ombre clandestine.
Fioriscono d’inverno le canine,
di fratta in fratta
in terra di nessuno
non qui dove non passano comete,
né angeli annunziatori,
nemmeno nei pensieri o fuori rotta
e dei Magi s’è perso ogni passaggio
dalla notte dei tempi.
Adesso a San Gregorio è un via vai
di luci, suoni e teneri cantori;
il mondo è quasi un’isola remota
di naufraghi e randagi
in altro spazio;
mentre qui ancora una speranza antica
si accende sui presepi con la luna.

 

 

 

 

 

 


Non son le parole schegge d’infinito?
di Rosalia D’Ambrosio – Quartu Sant’Elena (CA)

musica colori sogni, senza mistero,
si tuffano si rincorrono si scontrano
nell’affascinante oceano delle parole.

Nel bozzolo della mia camera
mentre raccolgo le briciole del mio tempo
e lascio mulinar le fantasie
catturo quel mondo di suoni e segni
capace di penetrare i segreti
dissipar le nuvole sbriciolare l’anima.
Ed è così che, palpitante e libera
come farfalla in volo,
le parole esploro le adagio
le coloro le accantono le nobilito
ne traggo emozioni in un percorso
or fluido e mutevole, or discreto
semplice o astruso, or sonoro e musicale.

Vaporo di gioia allorchè, vibrante
di commozione, padroneggio sequenze
di immagini e ricordi
riscaldo il più piccolo germoglio
di pensiero che, lieve,qual respiro di vento,
si aggira nelle geometrie della mente
perché ogni segno ritrovi il suo spazio
il suo fascino il suo affresco la sua natura;
ogni suono il suo colore la sua luce
il suo tempo il suo senso.

Non son le parole schegge d’infinito?

 

 

 

Partecipazione Speciale
Rifiuti ai margini degli abitati
(Murgia)
di Terry Paternoster

Piedi a tempo di passi, fra sassi
che sassi non sono;
mani che muovono aria, toccata
da odori di fumo;
battiti e salti di pietra, coperta
di scarico e avanzi
e scarti e rottami e rifiuti, disposti
da bestie feroci.

No! Non bestie,
ma uomini fummo e ancor siamo!
Viviamo nel nome di chi
quel dì la chiamò “civiltà”.
Fra plastica e vetro e carta e tessuti
piantati ai margini degli abitati,
campeggiano disconoscenti
parole e luoghi comuni:

-Compri da me, signora
le svendo la ruota!-
-Compri da me regalo un divano!-
-No! Compri da me!-
Signora in pelliccia non compra,
ci lascia il pallone
del figlio, bucato, non buono.
 -Qui in mezzo ai sassi, vallà spazzatura!- Pluff

Parliamo di immonda
immondizia, additiamo
i vizi e i reati, ma dove smaltire?
Dove le antenne, dove le armi e le scorie?
In luoghi dimenticati
o mai conosciuti
o in vergini terre e campi
ignorati, isolati, sperduti.

É nostra la terra.
È qui che viviamo,
fra aria e cemento
orlato di mondo e colori
e profumi e sapori.
Il nostro veleno non certo
è il veleno di tutti,
ma è qui che viviamo:

fra tufi di teste
quadrate,
che chiedono
ciò che non danno.
L’acqua che scorre
ci ama,
ma soffre
e ci chiede pietà.

 

                                                  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                Sezione Poesia Giovani

 


                                                                                        

 

 

 

                            
                          I Classificata
  Siryca
di Luigi Tarantino -Palermo

 Siryca, quanta tenerezza nei miei occhi,
nel guardarti salutare questo nuovo giorno e
ringraziare la vita di non averti ancora lasciato,
qui dove nulla è certo e la sofferenza ci fa da maestra.
Siryca quanta tenerezza.

Siryca, quanta eleganza in ogni tua movenza,
che furtivamente mi incanta insieme all’alba,
quando il sole ti fa da specchio ed
hai una spazzola per scettro,
una parrucca per ritrovare la tua immagine e
nascondere la sofferenza, qui dove fa da maestra.
Siryca quanta tenerezza.

Siryca, che t’ami e ami tutto intorno a te,
anche quando soffri, anche quando pensi alla fragilità del tempo e dello spazio,
insegnami il segreto di un amore così grande.
Insegnalo a questo uomo che ha la vita ancora amica,
ma la fugge, la disprezza, la maltratta,
perché non ne scopra troppo tardi la bellezza, la dolcezza, lo stupore.
Il tuo segreto.
Tutto ciò che vedo nei tuoi occhi,
profondamente enigmatico, timidamente incantevole.
Perché sia Siryca il mio nuovo vivere,
perché sia Siryca il mio nuovo sguardo, ogni verso dopo questo.
Siryca che t’ami, Siryca che ami, insegnami il segreto di un amore così immenso.

 

 

 

II classificata
Poeta
di Raffaele Liguoro - Sant’Anastasia  (NA )

 

 

Io
non so
            cantare
so solo
            albeggiare
di notte.

 

 

 

 

 

 

 

III classificata
Orizzonti
di Francesco Bartoli  - Reggio Emilia

 

La sottile linea d’ombra
che sembra congiungere cielo e terra,
là dove il nostro occhio stenta ad arrivare,
rappresenta l’illusione che  noi stessi
abbiamo forgiato del creato.
Nel mondo non vi è confine,
poiché esso è concetto esistente
solo nella mente umana.
Plasmare la vita significa,
prima di ogni altra cosa,
dare forma a noi stessi.
Il breve e tortuoso viaggio sulla terra
è il limite che diamo alla nostra anima.
Mentre l’ultima onda si frammenta sugli scogli,
e  il mare mi appare rivestito
della sua eternità,
l’orizzonte si mischia fra goccia e cielo,
disperdendo il suo volto
in un flebile filo di luce.

 

 

 

 

 

 

Menzione d’onore
Fuori dall’ombra
(Il giorno dell’indipendenza)
di Luigino Proxima  -Brescia


In ogni momento lei c’è,
anche se tu non l’hai vista mai.
Lei che è nata eppure mai nessuno l’ha accudita,
lei che impara la vita da sola,
che timida,curiosa, si guarda intorno.

In ogni istante lei c’è,
anche se tu non l’hai sentita mai.
Lei che ama nel silenzio,che t’abbraccia impaurita,
lei che canta ma mai nessuno l’ha sentita.
Lei che scrive queste righe, lei libera poesia.
Lei è bellissima, bellissima, bellissima.
E spero che tu capirai e anche se non l’hai vista mai
spero tu l’accetterai
perché lei c’è ed è bellissima.

In ogni istante lei c’è,
lei ti sorride anche se tu non le parli mai.
Lei, la prigioniera senza colpa,
la scomoda presenza, la meravigliosa differenza.
Lei, l’amore azzardato, un pianto immotivato,
lei che scrive queste righe, lei libera poesia.
Lei è bellissima, bellissima, bellissima.
E spero che tu comprenderai, che paura non avrai,
perché lei ama ed è bellissima.
E  spero che l’accoglierai
perché lei c’è e non voglio più nasconderla.
Perché lei è l’altra parte di me.
Qui, adesso, fuori dall’ombra.
Ed è bellissima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sezione Poesia a valore religioso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


I classificata

I volti delle rocce di Lucania
di Patrizia Cozzolino - Napoli

 

Terra di Lucania
presepi abbarbicati alla montagna
illuminano il deserto brullo
dello spazio dove s’è fermato il tempo.
Ataviche le chiese, minuscole
punteggiano di sacro la terra
di poveri e briganti, vestiti di sassi.
Sull’orlo dei burroni
dove precipita la terra nuda
transfigurato è nella roccia
il volto di chi è andato, doloroso distacco
risuona nella valle l’eco straziante
delle preghiere urlate al vento
e i tratti del volto si fanno tesi,
come corde di violino che da lontano,
piano piano, in un andante un po’ forzato
liberano nell’aria l’alfabeto scardinato
delle religioni, prodromi di certezze
da sempre sepolte dentro al cuore
si ricompongono mentre il volto
si distende, si ritrova
in rinnovata luce che leviga le rocce
dolcemente, effluvio di pensieri
che profumano d’eterno si spande, inconsueto,
sui tratti umani delle rocce di Lucania.

 

 

 

 

 

 

II classificata
Smarrita è l’anima
di Enrico Danna - Torino


Smarrita è l’anima.
Tra vertigini di solitudini
e desideri acerbi.

Di equilibri labili
si nutre l’inquieto.

Dov’è quel Dio che sconfisse la morte?
Chi addolcirà le mie piaghe
quando tra i giorni
si farà largo la notte?
Chi lenirà i miei supplizi d’amore?

Forse che le mie lacrime
saran fresca rugiada?

Forse che un cuore strappato al sogno
sarà l’antidoto alla sofferenza?

È così difficile tacitare il respiro
anche solo per un attimo.

Quando tutto attorno muore.

Le mie preghiere sono suppliche
anonime
tra le pagine dell’universo.

Forse il cielo è la risposta.

Ma la mia anima ancor non è pronta
per l’eterno riposo.

 

 

 


III classificata
Uomini
di Carla Baroni  -Ferrara

Fragili andiamo dentro il buio spazio
alla ricerca di qual luce un giorno
abbia per prima illuminato il cosmo
o di qual suono
abbia violato le nascenti stelle.
È questo immenso intorno che ci opprime
coi suoi misteri ancora non svelati.
Parabole di sogni ora si scontrano
con la perfetta sincronia dei cieli.
Eppure siamo noi piccoli esseri
quasi assemblati con gli stessi atomi
che ruotano nel corpo dei pianeti,
la stessa argilla che ci ottunde il passo
lo stesso tempo che dà inizio e fine.
Ma c’è una cosa che ci fa diversi:
l’anima, il cuore, il raziocinio o come
voglia chiamarsi quello che sta in noi
e che ci fa capire il Bene e il Male,
ci dà l’ansia, il perdono e la follia
d’amare o di piangere di dolore,
minimo cosmo senz’astri a luccicare
ma misterioso più dell’universo.

 

 

 

 

 

 

 

 


Menzione d’onore
Vagabondi
di Sante Valentino - Roma


Forse sarà questo innato bisogno
o forse questa irrefrenabile voglia
di andare oltre e altrove
che ci fa essere figli del tempo:
- vagabondi senza tregua , senza risposte,
senza più uno sguardo verso il cielo-.
Forse sarà
questo quotidiano che ringhia
e non allenta la morsa
che ci spinge tra i clangori della vita
dove duro si fa l’agone
a rompere gli indugi,
a rischiarare verità nascoste
dentro occhi che allungano distanze.
Sarà pure che non ci siamo incontrati
o che non ci siamo mai cercati
nelle nostre fughe a finibusterrae,
e chissà se mai riusciremo
a scagliare lontano i nostri sguardi
e a ricucire orli sui confini,
di certo ci accompagneremo ancora
sulle stesse strade,
uomo del mio tempo,
anche se oggi
è stato un altro giorno inutile
dove non ti ho trovato!

 

 

 

 

 

 


                                                                                                                             Menzione d’onore

I confini del mistero
di  Aminah De Angelis Corsini – Perugia

Ci siamo accorti mai
di quanto siamo piccoli
e quanto invece siamo grandi?
A volte un fremito ci stringe
e ci avvolge nel mistero –
il “nostro” mistero.
A volte ci sentiamo come volare
nei vortici dei mondi segreti
ma veri – sconosciuti e vivi
dentro la nostra povertà.

Un alito di polvere
ci fa volare come piccoli semi
a tutti sconosciuti e preziosi.
A volte l’ansia segreta del vento
ci conduce a sfiorare i confini del mistero
nelle voci dell’infinito.

Eccolo questo piccolo uomo
così grande che nessuno lo sa:
le sue povere mani hanno frugato
la polvere delle stelle
e il suo debole cuore ha risposto
alle forze dell’universo
misterioso e presente-
in ascolto in attesa:

a domande risposte certezze
che avvolgono la nostra miseria
e la sollevano nei vortici
di un tempo mai nato e mai finito,
sempre ad accogliere
la nostra preziosa povertà.

 

 

Quest’anima
di Francesca Ricchetti – Asti


E  prendila quest’anima
senza aspettare spine santificanti
giorni che riscattano miserie
prendila com’è …
guardala com’è …
è solo cencio strappato dalla rabbia
animale ferito senza voce.
Cosa vuoi farne, Signore?
Elevarla ai tuoi cieli
o ripensarla tra le mani
come un bozzolo d’argilla,
un impasto da rifare?

Eppure vaga nel tuo universo
alla ricerca dell’amore
questo ceppo scampato alla vita
piegato al fuoco delle stelle
alla cenere dei sogni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                              Sezione Poesia in lingua straniera

 

 

 

 

 

 

 

 


I classificata
Nën bluzën time
di Irma Kurti  -Bergamo

Fëmija që tani po mbaj në  krahë,
nuk  është imi e nuk do të jetë kurrë
Kokën ka mbështetur  në gjoksin tim,
merr  frimë ngadalë, po bie në  gjumë.

Dora e saj e vockël më ka prekur  flokët,
gishtërinjtë i  ka mpleksur me të mitë.
Më parë nën ritmin e shiut ne Kërcenim,
buzëqeshja e saj më mbushte me gëzim.

Minutat kalojnë, kur befas ajo cel sytë,
e nën bluzën  time dicka kërkon.
Do qumësht, unë përpiqem të mbledh
trishtimin tim vetëm  në një pikë lot.

Heshtja në cast më pushton të tërën:
“S’ mundem t’I jap atë që dëshiron!”
Nuk jam e nuk do të jem kurrë nënë,
ndonëse brenda meje kam dashuri plot.

Dalëngadalë ajo po mbyll sytë, po fle,
rrëshket  në ëndrra të bardha si pambuk.
Gishtërinjtë e saj harruar nën bluzën time,
kënga përgjysëm më ka mbetur në buzë.

 

 

 

 

 

 

 


Traduzione

Sotto la mia maglia

La bimba che sto tenendo in braccio,
non è mia e non lo sarà mai.
Il mio petto  per lei  è un appoggio,
è stanca, presto si addormenterà.

La sua mano ha toccato i miei capelli,
le dita sono intrecciate con le mie ora.
Un minuto fa, noi ridevamo insieme,
ballavamo sotto il ritmo della pioggia.

I minuti passano, e in un istante,
lei cerca qualcosa sotto la mia maglia.
Vuole latte, io tento di raccogliere
la mia tristezza in una sola lacrima.

Il silenzio si siede sulle mie labbra:
“Non posso darle quello che vuole!”.
scivolando nei sogni, come nella favola.
Non sono e non sarò mai una mamma,
questa gioia , estranea al mio cuore.

Piano piano sta chiudendo gli occhi,
scivolando nei sogni, come nella favola.
La canzone che cantavamo si è spenta,
le sue dita ancora sotto la mia maglia.

 

 

 

 

 

 


II classificata
Africa’s child
di Giorgia Spurio - Caselle di Malpignano (AP)

Black and white
the heart on the shadows
of the stars…
It’s careful to fly over them.

I don’t know your name
I don’t know your fears

But every morning I search
the Sun’s hand from the sky of West
which takes me the tears of Rain
to the thorns that choke the roses
so they will can bloom from your feet
of your mother Africa.

And I will hear
every cheetah’s wail
and every steppe’s smell
to my city’s fog.

I will cuddle you
I will hold you
near my chest while I will sing
singsongs between the lullabies
and I will tell you fairy-tales
from the desert whose sand
will do flower petals between your small fingers.

And beyond every distance
the milk will be sweet from the bosom
and it will suggest some words,
and the echo will gnaw the thought
there, where the wind writes on the sea
an only name:
Africa.

 


Traduzione
Il bambino e la sua Africa

Bianco e nero
il cuore sulle ombre
delle stelle …
sorvola cauto.

Io non so il tuo nome
Io non conosco le tue paure

Ma ogni mattino al cielo dell’ovest
cerco la mano del sole
a  portarmi le lacrime delle piogge
per spine che soffocano le rose
da poter far sbocciare dai piedi nudi
della tua madre Africa.

E sentirò ogni gemito di ghepardo
ed ogni odore dalla steppa
fin alla nebbia
della mia città.

Ti stringerò al mio petto
cantando nenie
fra le ninne nanne
e ti racconterò fiabe
dal deserto la cui sabbia
porterà a fiorire petali
fra le tue piccole dita.

Ed oltre ogni lontananza
Il latte dolce  è dal seno
che suggerirà parole,
ed è eco che morde il pensiero
lì, fin dove il vento scrive sul mare
il suo nome:
Africa

 

 

III classificata
Leave
di Rocco Giuseppe Tassone - Gioia Tauro

A last handshake
to greet the sun that will continue
to rise and set.
A last handshake
to greet the hawthorn flourishing
the emigrating of the swallows,
the dancing of a dragon-fly,
my Sour Mountains
and my rugged bluffs.
A last handshake
to greet my rivers,
from the Mesima to the Petrace,
by now deprived of life.
A last handshake
to greet my world
of paper and of ink
that has bent my back
and made my eyes tired.
A last handshake
to greet the country,
between the olives there on the hill,
to which I due
some ashes that today
pay back homage to them.

 

 

 

 

 

 

 

 

Traduzione
Commiato
Un’ultima stretta di mano
per salutare il sole che continuerà
a nascere e a tramontare.
Un’ultima stretta di mano
per salutare il fiorire del biancospino
l’emigrare delle rondini,
la danza di una libellula,
i miei Aspri Monti
e le mie irte scogliere.
Un’ultima stretta di mano
per salutare le mie fiumare,
dal Mesima al Petrace,
ormai orbe di vita.
Un’ultima stretta di mano
per salutare il mio mondo
di carta e d’inchiostro
che ha curvato la mia schiena
e reso stanchi i miei occhi.
Un’ultima stretta di mano
per salutare il mio Paese,
tra gli ulivi lassù in collina,
a cui sono debitore
delle ceneri che oggi di ritorno
gli rendono omaggio.

 

 

 

 

 

 

 


Menzione d’onore
Crepùsculo
                  di Ruth Perez  Aguirre  -Villahermosa, Tabasco (México)

Los fulgores rojizos y violetas
del crepúsculo se han desvanecido
como suelen desvanecerse
las esperanzas cuando estás lejos de mí

Cae la tarde
llega la oscuridad
las sombras hacen presa de mí
se arremolinan a mi paso
me aprisionan con sus fuertes manos
para retenerme y no dejarme ir
a tu encuentro
Dulce mía aguarda a que la luna
nos regale un halo de luz
 plata y mortecina
y disipe las nubes que la ocultan
tras gruesos cortinajes de nostalgia
aguarda que saldrá para nosotros dos
puntual como cada vigilia
entonces me soltaré de la prisión
de las sombras para retar el vacío
que nos separa
ese vacío lleno de fantasmas
seres extraños
de hipogrifos que no me permiten
sortearlo con sus cambiantes metamorfosis

Dulce mía espera que la luna
nos brinde su calor y pase
esta catalepsia mía.

 

 

 

 


Traduzione
                                                                     
                                                                      Crepuscolo
traduzione di Paola Bradamante


I fulgori rossicci e violetti
del crepuscolo sono svaniti
come sogliono svanire
le speranze quando sei lontano da me.

Cade il pomeriggio arriva l’oscurità
le ombre si appropriano di me
si affollano al mio passo
mi imprigionano con le loro forti mani
per trattenermi e non lasciarmi andare incontro a te.

Dolce mia aspetta che la luna
ci regali un alone di luce
argentea e smorta
e dissipi le nuvole che l’occultano
dietro spessi velami di nostalgia
aspetta che esca per noi due
puntuale come ogni vigilia
allora mi libererò dalla prigione
delle ombre per sfidare il vuoto che ci separa
quel vuoto pieno di fantasmi
esseri strani
di ippogrifi che non mi permettono evitarlo
con la loro cangiante metamorfosi

Dolce mia aspetta che la luna
ci offra il suo calore e passi
questa mia catalessi.

 

 

 

 

 

 

Menzione d’onore
Beasts of burden
di Salvatore D’Aprano  - Marquette Montreal (Canada)

 

We drag our heavy bundle
in the tortuous path of live
as the humble ox who,
intends to harrow the fields
bears the onerous yoke
and the painful whip
whit servility.
We are beasts of burden.
We are the eternal victims
in this society of vultures,
unarmed little fish
who try to survive
in an ocean infested by sharks.
Only when we become larvae,
no more able to serve
our despot – Masters,-
maybe then we’ll find
the just reward
and the coveted rest
under an endurable, impartial
and burdenless cross.

 

 

 

 

 

 


Traduzione

 

Bestie da soma


Trasciniamo
il nostro pesante fardello
nel sinuoso dedalo della vita
come l’umile bue che,
intento a dissodare i campi
sopporta l’oneroso giogo
e la schioccante frusta
con servilità.
Siamo bestie da soma.
Siamo le eterne vittime
in questa società di avvoltoi,
fragili e inermi pesciolini
che cercano di sopravvivere
in un oceano infestato da squali.
Solamente
quando saremo divenuti larve,
non più atti a servire
i nostri despoti – Padroni, -
forse soltanto allora
avremo diritto
alla giusta ricompensa
e al meritato riposo
sotto una più sopportabile,
equa e lieve croce.

 

 

 

 

 

The enlightened window
di  Natalia Giberti – Imola (BO)

When I pretend to be a dancer
and I move uncertain steps for an eager and judging audience,
my heart knows that an enlightened window is waiting for him.
And I can dance.

When the path raises impervious in front of me
and the wind becomes wall and the mud turns into chains,
my heart knows that an enlightened window is there to wait.
And I can walk.

When the night falls and the darkness surrounds me
and the sight fades and the unknown haunts me,
my heart is aware that an enlightened window belongs to me.
And I can see.


And until that window is there
with its light of love for me
I’ll dance
I’ll walk
I’ll see.
Beyond any world frailty.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La finestra illuminata

Quando mi improvviso ballerina
e muovo passi di danza per un pubblico avido e giudice,
il mio cuore sa che c’è una finestra illuminata ad attendermi.
E danzo.

 Quando davanti a me il sentiero si erge impervio
e il vento si fa muro e il fango catene,
il mio cuore sa che la finestra illuminata attende.
E cammino.

Quando scende la notte e le tenebre mi avvolgono
e la vista si offusca e l’ignoto mi attanaglia,
il mio cuore sa che una finestra illuminata mi appartiene.
E vedo.

E fino a quando quella finestra sarà là
Con la sua luce d’amore accesa per me,
io danzerò, camminerò e vedrò.
Al di là delle fragilità del mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Lua de prata
di Adao Wons- Brasile

 


Lua de prata nos céus da boca quente
Quente como meu desejo
Illunimada como sua presenca
Intensa como brilho de seus olhos
Imensa como meu amor por ti
Eterna como a essência da vida mansa
Lua de prata nos campos da boca florida
Florida como estão minhas almas perto de você
Caminhada de longa jornada
Infinita, reluzente, ofegante
Desastrosa como eus
Em probabilidades e estatísticas
Talvez a lua companheira de solidões
Ou de amores ardentes
Somente a lua única
Testemunha de segredos humanos.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


LUNA D’ARGENTO
Adão Wons / Brasil

 

Luna d'argento nei cieli di bocca calda.
Caldo come il mio desiderio
Illuminata presenza
Intensa come il bagliore   dei suoi occhi
Immensa come il mio amore per te
Eterna come l'essenza della vita calma
luna d'argento nei campi della bocca fiorita 
Fiorita, come la mia anima è vicina a te
Passeggiata, di lungo viaggio
Infinita, luccicante, ansimando
Disastrosa com’ io
In probabilità e statistiche
Forse la luna compagna di solitudine
o  di amori ardenti.
Solo la luna unica
É  testimonia dei segreti umani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Se necesita otra actitud
di Teresa N. Marzialetti Mariani – Libertad  San Josè (Uruguay)

 

Se  necesita otra actitud
    más  acentuada
       en  la  significación
moral      y      legitima
     para  respetar  
c  o  t  i  d  i  a  n  a  m  e  n  t  e
a  todos   los “DERECHOS DEL HOMBRE”
    en  una  atmósfera
rica   de  oxigeno  puro.
De  emociones y sueños.
De  compromiso y sensibilidad.
Seamos más abiertos
    más  leales y más generosos
         con palabras, gestos
            visiones y símbolos
en profunda   resonancia
al  eco  positivo    de   la  vida
preservando a la  propia   identidad.
El  itinerario  de  la   esperanza
    refleja  a    una    voz
      clara, ética y pacifica
con preguntas sin respuestas sociales.
Los “DERECHOS” son
     como “ tesoros    exclusivos”
            de  cada  persona
en  su  diversidad de trabajos
y en  las   exigencias y   costumbres
   que en   cada latido  del   corazón
forman  los  valores  auténticos
de  toda  la   humanidad .

 

 

 

 

Traduzione
E’ necessario altro atteggiamento

 

E’ necessario altro atteggiamento
più accentuato
nella significazione
morale e legittima
per rispettare
quotidianamente
tutti i “DIRITTI UMANI”
in un’atmosfera
 ricca di ossigeno puro .
Di emozioni e sogni.
Di compromesso e sensibilità.
Siamo più aperti
Più leali e più generosi
Con parole, gesti,
visioni e simboli
in profonda risonanza
all’eco positiva della vita
preservando la propria identità.
L’itinerario della speranza
Riflette una voce
Chiara,etica e pacifica
Con domande senza risposte sociali.
I “DIRITTI” sono
Come “tesori esclusivi”
D’ogni persona
Nella sua diversità di lavori
E nell’esigenze e costumi
Che in ogni battito del cuore
Formano i valori autentici
Di tutta l’umanità

 

 

 

 

 

                                                                       Jerusalem
di Giuseppe Giulio - Fiuggi


A gold dome
 the pillars of live
stones like the legend

a wooden cross
hard like the faith
dirty like sin

The blood of a man
The salvation of mankind
The immortality of the hope

Pain and love
Next to the sun god
Streets like the fate

Jerusalem like the life

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Traduzione
                                                                  Gerusalemme

 

 

Una cupola d'oro
I pilastri della vita
Pietre come una legenda

Una croce di legno
Forte come la fede
Sporca come il peccato

Il sangue di un uomo
La salvezza dell'umanità
L'immortalità della speranza

Dolore e Amore
Accanto alla luce di Dio
Strade come il Destino

Gerusalemme come la Vita! 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Partecipazione Straordinaria

 di  Paolo Seganti               

L'odiosa spada
sogna le sue battaglie
altro è il mio sogno

E' un impero
quella luce che muore
o una lucciola nella notte?

Lontano un trillo
l’ usignolo non sa
che ti consola

Non so per quanto la mano
scriverà ancora cose
per l'oblio

L'uomo va molto lontano
la barba non lo sa
le unghie crescono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                             Selezione Sillogi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Da “Biancolatte”
Di Monica Fiorentino  - Sorrento

 

Giulietta in boccio.
Pelle di luna il tuo Romeo.
Biancolatte stanotte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Da “Il 900 in calzamaglia”

Alto dai carruggi
di Vanina Zaccaria – Napoli

Genova senza gloria, per le strade degli ulivi,
sollevavi i piedi fino al cielo per toccare quello che cresce in alto
Ho le mani legate, ho giurato e mentito
ho giurato che non sarei più tornato, che ti avrei lasciata sopra i ponti,
consacrata alla memoria delle Venezie
per le tue bambole di stoffa senza il segno del sorriso.

Avrei preferito i viali che corrono dietro le case basse
e  le vittorie in sordina,
non sei arrivata in tempo primavera che già ero tradito nei pensieri
e nelle confessioni,
se ti chiedo di parlare è per quel poco che mi resta.
Com’è lontana la girandola di fumo sui comignoli della campagna
com’è lontana la vallata ventilata dove svisceravi le tue lente previsioni,
se piove accenderemo i fuochi
e porteremo dentro i tuoi gerani,
se viene il sole a prenderci nel sonno
saranno barche smorte all’orizzonte
e il collo delle isole per una caccia di balene
e postiglioni di mare a chiederci il pedaggio,
sempre maggiore di quello che speravi
per la tua attesa e la mia attesa, per questa forma angusta di riconoscenza.

 

 

 

 

 

 

 

 


Da “Alchimie dell’anima
di Donato Ladik

Mi hai fatto carne

Mi hai fatto carne
per conoscere il dolore,
il piacere terreno
che deriva dall’amore;
la purezza di aneliti immortali
mortificati poi col tempo
dalla bolgia d’istinti innaturali.
Dentro le sembianze umane
c’è lo stupore del chiaro dell’aurora
che scolora lungo il giorno
nell’oscuro regno della sera.
Tutto questo ed altro
mi hai dato, o mio Signore,
simbolo d’ amore e di conforto,
e quando scenderà la notte estrema,
avrò sicuramente il cuore assorto
nell’annullare la mia carne,
riconsegnandoti lo spirito ormai risorto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da “Al passaggio delle rondini”

Desiderio
di Rita Minniti – Cava de’ Tirreni

E’ nella verità
dell’essersi amati
che il silenzio
diventa voce.

Analisi
d’un sentire
che non tace.

E urla forte
un nome,
quando
s’insinua il pensiero
 di quell’esserci stati,
in una presenza
spogliata
dall’assenza.

Quando
il desiderio
torna alla riva
da un posto lontano
che si chiama
nostalgia.

 

 

 

 

 

 

 


  Da “Un giocatore di boccino”
di  Andrea Tomasin – Terzo d’Aquileia


È il gioco del finto amore
che si consuma acerbo nel piazzale.

È la domenica
che cambia la sua pelle di serpente

finta nel cadere del rossetto
quasi nuda.

Acacie dappertutto fioriscono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                      Sezione Narrativa Adulti

 

 

 

 

                                                                                                                                   

 

 

 


                                                                                      

 

 

 

 

 

 

 

 

       I classificato
                                                        
 L’occhiolino del Portinaio
di  Marco Bertoncelli – Sona (VR)

 

Già, oggi deve essere uno di quei giorni in cui gli adulti se ne stanno buoni buoni accanto al camino e fanno finta di niente. Uno di quei giorni in cui tutti recitano la loro particina; alcuni se la sono ripassata dall’anno scorso, altri, invece, inventano lì per lì, senza uno schema fisso, altri ancora l’hanno pianificata benissimo!

Noi ce ne accorgiamo quando capita uno di quei giorni perché, anche se siamo piccini piccini, abbiamo un cuore che vede e un’anima che sente.

Quelle rare volte che usciamo vediamo sempre tutti vestiti allo stesso modo.
Possibile che nel terzo millennio la moda si sia così uniformata al punto da nascondere anche il volto delle persone!? Sempre con quella mascherina appiccicata al naso che non si riesce mai a vedere se portano un sorriso o un grugnito. O forse, quella sorta di smorfia che si intravvede ogni tanto, è sia l’uno che l’altro.
E poi quelle tuniche tutte uguali, perfino i calzoni, sembra che si siano rivolti tutti al medesimo sarto! noi odiamo l’unisex!
È così bella la differenza!
Qualche volta riusciamo a vedere i capelli, sì, quelli sì, a volte bruni, a volte biondi a volte castani, è l’unica cosa che si riesce a vedere oltre agli occhi, quando non si mettono gli occhiali scuri.

Noi, almeno, sappiamo perfettamente di che colore sono i nostri capelli! Pensate, a volte li usiamo anche per scherzarci su, come quella volta che il “biondo”, per scommessa, cercò di intrufolarsi in un frigo che non era il suo.
Che guaio che ci fecero passare quando se ne accorsero! Quasi avessimo fatto scoppiare la terza guerra mondiale!
Che diamine, siamo piccoli ma non siamo morti; se non siamo vivi noi! A me pare che siano altre le mummie che girano per le nostre stanze!

Quella volta finimmo sui giornali, si mosse perfino l’amministratore delegato, che venne a farci visita: si capiva che era lui perché non avevano trovato un vestito moderno della sua misura.
Secondo noi indossava ancora gli abiti del secolo scorso, quelli con la cravatta, la camicia e i calzoni tenuti su con la cintura, perché se ne vedevano dei pezzi sbucare dal vestito nuovo che gli era stato fatto indossare per l’occasione.

Tutti tremiamo ancora alle sue parole: “Controllarli tutti! Uno per uno! E se necessario ripetere gli esperimenti!”
Che!? Ripetere che!? Oh bimbo, mica siamo esperimenti noi!
È stato allora che ci hanno dato un nome nuovo; a tutti! Io, per esempio, da quel giorno, per gli adulti sono diventato X5S2, che più che un nome pare essere l’indirizzo di un cassetto.
Però non è un problema perché per noi, il “biondo” è sempre il “biondo”, il “tombola” è sempre il “tombola” e la Sissi è sempre la Sissi!
Mica ci fa impressione come ci chiamano gli adulti.

A vederli girare così indaffarati e compresi bene bene nel proprio lavoro, sembra davvero che nessuno abbia colpa di niente.

E quella volta che una signora piangeva perché era convinta di aver perso il suo balocco!?
Mamma mia! Era tenuta in piedi a stento da un signore alto e magro che sembrava la fotocopia della morte.
Quella volta non tremammo dal freddo, tremammo per la paura. Se avessimo potuto avere anche una, una sola, possibilità di scelta, saremmo fuggiti all’impazzata, per ogni dove, pur di non vederla più! Figli siamo, pure noi, non giocattoli!

Già, perché a noi, a volte, capita di tremare dal freddo, anche se ormai siamo abituati e resistiamo a temperature impossibili. A dire il vero soffriamo di più il caldo, non perché ci faccia male, no! Anzi, tutt’altro! Perché anche noi sappiamo cos’è il calore, sì, il calore di Dio.
Vi dirò di più, tutti noi speriamo, un giorno, di sentirlo sulla nostra pelle il calore dell’utero e la carezza del padre che finora ci è stata negata.

Ma sto divagando.

Deve essere Natale, sì! Oggi deve essere Natale.
Deve essere Natale perché ci pare di sentire in lontananza i suoni di un party, una di quelle festicciole che gli adulti usano organizzare quando vi è una ricorrenza importante.
Siccome son tutti appena tornati dalle ferie, deve essere Natale, dal nostro punto di osservazione non riusciamo a vedere se c’è la neve e quindi, scandiamo il tempo sugli usi degli umani.

Come sempre, però, da noi non è passato nessuno a farci gli auguri. Al massimo sono passati a controllare che fossimo tutti in ordine, ben allineati e compatti!

Giusto il portinaio. Lui passa sempre, anche se non è di turno, e si preoccupa che stiamo tutti bene. È buffo vederlo quando si avvicina con quei suoi occhioni neri che se ce li vedessimo apparire davanti all’improvviso, di notte, ci piglierebbe un colpo a tutti quanti, e che invece, sono gli occhi dell’uomo più buono di tutti.
Anche oggi è venuto.
Ha appoggiato il suo faccione al vetro, e ci ha pure strizzato un occhiolino; poi, bisbigliando per non farsi vedere dalle telecamere di sicurezza, ci ha sussurrato “Buon Natale”, ha spento la luce e si è seduto, come sempre, nel suo stanzino.

Forse non ci sarà dato di vivere una vita di onori, forse non sapremo mai cosa vuol dire fare delle scelte e decidere del proprio destino, almeno secondo gli schemi che si sono dati gli adulti, forse, finiti gli esperimenti, non ci piangeranno nemmeno, ma è sicuro che avremo sempre con noi il Suo amore.

 

 

 

 

 

II classificato
                                                                        

 Il roseto
di Manuela  Caracciolo –Asti

I tacchi a stiletto di Belle sprofondavano nel terreno morbido di rugiada, in quel pomeriggio tiepido di inizio maggio. Era ritardo come al solito all’appuntamento fisso settimanale con la nonna, che cercava di rispettare faticosamente, saltando tra un pranzo di lavoro ad una riunione di redazione, passando per un briefing, un cocktail di inaugurazione ed una manicure al volo.
Nonostante il tempo fosse scarsissimo e la stanchezza incurvasse le sue spalle coperte dal blazer di shantung, sapeva di non poter mai mancare  a quell’impegno così importante, che la distaccava dalla metropoli urlante, dall’isteria del traffico, per condurla in quel luogo ameno, fiorito di silenzio, dove era solo la natura ad avere la parola. Il verde delle aiuole ed le prime infiorescenze facevano impallidire il mazzo di tulipani acquistato ad un prezzo vergognoso nel negozio del fioraio sotto l’ufficio. In mezzo alle campanule screziate di arancio e scarlatto, spiccava una rosellina un po’smunta, ancora in embrione, che timidamente mostrava i piccoli petali bianchi.
Lei era lì, al solito posto, pacifica e calma, con la solita camicetta inamidata di pizzo un po’ingiallito, la crocchia d’argento posta sulla nuca e gli occhi grinzosi e buoni, fissi davanti a se in un espressione trasognata. Non era sola. Nell’area lussureggiante, tra cipressi e panchine, tante persone anziane (chi più, chi meno) attendevano visite, rassegnati all’attesa ma curiosi di variare anche solo per qualche minuto quella routine del tempo avanzato.
 “Ciao,  perdonami se non sono puntuale, al lavoro oggi è stato un delirio!” disse Belle cercando di nascondere il fiato grosso per la corsa.”Non ci crederai, ci hanno mandato i costumi da bagno sbagliati per il servizio del prossimo mese sulla moda estate!Eravamo già in ritardo così…” la sua voce aveva ancora gli strascichi del nervosismo accumulato nella mattinata. Se ne accorse e fece un respiro profondo, cogliendo l’odore di terra umida che da sempre le donava tranquillità.
“Tu stai bene, nonna?”le disse. L’anziana la osservava quasi divertita e impaziente di sentire la nipote raccontare ciò che succedeva in città.
“Io insomma sono a pezzi, dormo poco e non sono concentrato sul lavoro…e non ho uno straccio di fidanzato”anticipò la giovane, sapendo che la nonna ogni volta tentava di interrogarla sull’argomento con la solita frase: “Hai qualche simpatia?”.
Quel modo antico di esprimersi le piaceva, la trasformava per un attimo nella ragazzina timida che si nascondeva dentro jeans sformati e che provava vergogna ad ammettere quanto avesse ancora bisogno delle coccole e le attenzioni della sua nonna.
“Sai, giovedì sono proprio crollata” ammise sistemando i tulipani già un po’stanchi in un vaso di vetro.
“Mi è venuta voglia di mollare tutto, di uscire dal tailleur e buttar via i sonniferi, scappare nella casa di campagna, indossare gli stivaloni di gomma verde oliva  e dedicarmi all’orto ed al roseto, proprio come mi hai insegnato tu quando vivevi ancora lì …”.
La villa della sua infanzia, il luogo delle estati passate nel giardino a curare le piante, a rubare gli odori forti della campagna che accoglievano l’alba fresca, ad assaggiare le fragoline che occhieggiavano tra le foglie, a giocare alla “bottega”, a farsi raccontare le strane storie che aleggiavano tra i muri freschi e la cucina di legno, a bere caffè latte nel tazzone beige, ad ascoltare il ticchettìo sonnolento della macchina da cucire in ferro..conservava nella scatoletta dei ricordi tutto quell’universo di  sapori genuini, profumi antichi  e quel senso di pace e protezione, denso, rassicurante.
“So che qui ora stai bene, forse meglio di prima, ma mi mancano tutte queste cose”disse la ragazza un po’stupita ed un po’commossa dal ricordo della nonna che si muoveva con il passo leggermente zoppicante che faceva ondeggiare il grembiule di cotone grezzo a fiori ricamati, in quella cornice conosciuta, nel suo mondo semplice scandito dal susseguirsi delle stagioni, seguendo le regole dettate dalla tradizione contadina.
Belle si era impegnata, tra le altre cose, a mantenere in buono stato quel luogo prezioso, soprattutto la aiuola di rose alla quale la nonna dedicava tanta pazienza, in una forma d’amore senza condizioni, nutrita dalla voglia di vedere quei germogli crescere nel primo sole.
“Guarda qui- disse Belle tentando di scacciare la malinconia- l’ho colta sabato mattina, mentre cercavo di potare i rami secchi”. Mostrò il bocciolo delicato all’anziana che rispose con un sorriso incorniciato dai solchi che il tempo aveva tracciato sul viso aperto.
Lagiovane posò delicatamente la rosa sul marmo grigio e, finalmente, la calma che l’accoglieva in momenti così intimi e preziosi, rubati ai pochi spazi bianchi di un’agenda troppo fitta di vita frenetica non tardò ad invaderla, mentre uno sguardo benevolo e famigliare la accarezzava come quando era bambina.
Belle lo ricambiò con occhi umidi di ricordi e tenerezza. Con il fazzoletto di stoffa lucidò il volto color seppia che la benediva dalla fotografia.
“Ciao nonna, ci vediamo martedì prossimo. Ti voglio bene”.
Rasserenata, la ragazza si avviò lungo il vialetto del campo santo con la solita sensazione di avvertire, al suo fianco, lo strascicare di un passo un po’sbilenco ed il fruscìo di un grembiule di cotone grezzo.     

 

 

 


                                                                

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 III classificato

  L’ergastolano
 di Arturo Bernava - Chieti

Inutile nasconderlo, tanto verreste a saperlo lo stesso: sono un ergastolano.
Sulla mia scheda, laggiù in carcere, c’è scritto “Fine pena: mai”. Ed infatti …
Non serve dire che la pena che mi hanno inflitta è ingiusta perché sono innocente. Lo dicono tutti e non ci crede mai nessuno. Quindi meglio tacere.
Oggi sono fuori, ma è un’eccezione. Dicono che mi hanno inserito in un progetto di riabilitazione. Cosa devo riabilitarmi  non saprei. Mica mi sono rotto un osso!
Ma non importa: ogni scusa è buona per uscire da quel posto.
Mi hanno portato in un ospizio, pieno di vecchi. Ci sto male con i vecchi io, non li capisco e mi fanno anche un po’ schifo.
«Ecco, questa è nonna Nice» mi fa l’operatore, come se mi stesse presentando una soubrette della televisione.
Nonna Nice, al contrario, non è una soubrette, ma una vecchia di novant’anni e passa.  Mi guarda e ride. Cosa avrà da ridere?
«Il tuo compito è accompagnare Nice a fare una passeggiata. Con questa bella giornata farà bene ad entrambi».
Sì, come no? A me farà bene di certo. Appena avrò l’opportunità lascio ‘sta vecchia da qualche parte e me la batto. Altro che passeggiata!
Libero! Ma ci pensate? E quando mi ricapita …
Nice si aggrappa al mio braccio come fosse una liana e lei fosse Tarzan. Mi tocca i bicipiti e ride. Ma ride sempre questa?
Appena siamo in strada comincio a guardarmi intorno, alla ricerca di una panchina dove lasciare la vecchia. Non voglio lasciarla in mezzo alla via, con il rischio che cominci a strillare attirando l’attenzione.
«Signora, guardi che bella panchina al sole, si vuol sedere, non è stanca?» faccio io con la voce più mielosa che posso.
Nice mi guarda e ride. Evidentemente sono molto simpatico … o lei è rimbambita. Poi finalmente mi parla: «Davvero hai tutta questa fretta di scappare?»
Resto di stucco. «Chi le ha detto che voglio scappare?»
«Ti si legge in faccia, amico mio, così come ho visto nei tuoi occhi che la tua anima è pulita. Perché sei in prigione?»
«Lasci perdere, è una strana storia e nessuno ha voglia di ascoltarla, soprattutto quando dico che sono innocente».
«Io ho voglia», mi risponde Nice «e soprattutto io so che sei innocente».
«Come lo sa?»
«L’ho letto nei tuoi occhi. Te l’ho detto: hai gli occhi puliti. E poi non sei falso. Ho visto come mi hai guardata e non ti sei preoccupato di celare le tue impressioni. Io ti ho fatto schifo e me l’hai fatto capire senza mezzi termini».
Stavolta mi sento in colpa. Non credevo si capissero così bene i miei pensieri. E se anche così fosse, perché le guardie, gli psicologi, il direttore… insomma, perché nessuno mi ha impedito di uscire, se era così evidente che volevo solo fuggire?
Nice si stringe con ancora maggior forza al mio braccio prima di continuare a parlare: «So cosa stai pensando, ma vedi, non tutti possono capire certe cose semplicemente guardando gli altri negli occhi. Devi aver sofferto molto nella vita per avere questo dono. E soprattutto devi avere un’affinità con l’altra persona che solo il condividere qualcosa di importante può dare. Tu ed io, amico mio, siamo molto simili»
Io simile a lei? Ma siamo pazzi?
Nonostante tutto sono incuriosito: «In cosa siamo simili, signora?»
«Chiamami Nice. Tu ed io siamo simili nella diversità. Noi siamo diversi, siamo emarginati, facciamo paura agli altri perché gli altri non ci conoscono, non ci capiscono. Tra noi e il resto mondo, quello cosiddetto “normale, ci sono infinite barriere create ad arte dai pregiudizi della gente. Ma tra noi sì, tra noi riusciamo a capirci solo guardandoci negli occhi».
Per la prima volta da quando l’ho conosciuta cerco di guardare anche io negli occhi la donna. Ed è vero, ha proprio ragione. Nei suoi occhi appannati dall’età percepisco una forza che la sensibilità sviluppata dai soprusi subiti è riuscita a rendere ancora più risoluta. Nice, come me, è stata “rinchiusa”, ma a differenza mia lei ha l’unica colpa di non essere più “utile”. È diventata un peso per i figli distratti, per i nipoti assenti, per una famiglia che ha accudito per tutta la vita e che poi l’ha accantonata come fosse un vestito vecchio.
Nice mi stringe ancora il braccio e mi indica la panchina di prima. «Dai, fammi sedere e vai» mi dice risoluta.
E d’improvviso mi accorgo che non ho più voglia di scappare, ma solo di passare una giornata con lei.
Lei se ne accorge e ride. Ride sempre la piccola Nice.
E quando alla sera l’accompagno di nuovo alla casa di riposo mi accorgo che finalmente, dopo tanti anni,  mi sento  legato ad una persona. Non so se questa è amicizia, ma se non lo è ci va molto vicino. La saluto con prudenza, quasi avessi paura di farle male, e mentre lo faccio si concretizza in me l’impressione di aver accudito per quel giorno una cosa delicata e preziosa. Improvvisamente mi accorgo che la barriera che mi impediva la mattina di avvicinarmi alla donna non esisteva più, frantumata da un sorriso sdentato e dalla capacità di guardare dentro le persone semplicemente usando gli occhi del cuore.
Appena esco dalla casa di riposo non vedo l’ora che torni il giorno dopo e che Nice stringa ancora una volta il mio braccio da ergastolano. 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                                                         Menzione d’onore
 La metropolitana
di Eugenia Grimani - Roma

Metro, boulot, dodo, (non perché ami i termini francesi, ma perché questa cantilena non può rendersi nella nostra lingua.), con un’ironia sottile rappresentano il simbolo dell’alienazione moderna. Metropolitana, lavoro, nanna. Me li ripeteva come un ritornello mio padre quando voleva prendere in giro la società contemporanea che con il suo “il tempo è denaro “ ci porta verso una corsa inarrestabile ma allo stesso tempo sempre più ripetitiva.
Ma forse in fondo la sua era l’amara constatazione di una  vita che ormai stava per giungere alla fine ed anche un po’ il dispiacere di non potere usufruire delle nuove tecnologie che ci avrebbe offerto il futuro. E la metropolitana, in verità, era la sua passione, il suo tempo libero. Allora era soltanto agli albori, oggi ha già fatto molti passi avanti, domani ne farà ancora altri.
Io non amo la metropolitana alla sua stessa maniera ma ritengo che sia un buon teatro di vita.
In stazione in attesa del suo arrivo, a volte mi trovo a dare un’occhiata alla mappa che indica il punto in cui sono e in quell’intreccio di  percorsi multicolori ritrovo  le linee delle mie mani che a volte si sfiorano, si incrociano o fingono di ignorarsi. E’ come riscoprire  i meandri della  vita, i rischi di una professione, le pene del cuore e le congiunture politiche, le sventure del tempo e il piacere di vivere.
Tutto questo si percepisce anche dando uno sguardo all’interno di un vagone dove schiacciati uomini e donne, giovani e vecchi, di razze diverse, hanno dei movimenti apparentemente uguali ma rappresentano invece un’infinita molteplicità. Salgono, scendono, leggono, ascoltano musiche ma sono un insieme di solitudini che evitano gli sguardi  e se, per puro caso, quelli si incontrano, li distolgono subito con aria imbarazzata. Mi viene da pensare che anche questo disconoscersi gli uni con gli altri, può essere uno dei paradossi della globalizzazione che anziché accrescerli, diminuisce i flussi della comunicazione mentre tutti, ancora di più oggi, avrebbero bisogno di parlarsi.
Lungo il marciapiede un mendicante: non è cieco ne’ zoppo ma i suoi occhi non hanno nulla da dire e nulla da fare, appaiono come passività pura. Non parla, ha sostituito alla richiesta orale di qualche spicciolo un pezzo di cartone che fornisce qualche informazione sulla sua sorte. “Appena uscito di prigione, senza lavoro.” Ha la testa affondata sulle braccia piegate, un po’ afflosciato. Fa freddo, tutti hanno fretta e si fermano in pochi, qualcuno lancia qualche monetina, ma neppure il suo tintinnio gli fa alzare gli occhi.
Verso la fine della banchina, in un angolo un po’ rientrato qualcuno ha composto un giaciglio con dei cartoni. Non c’è ancora nessuno,  ma il posto deve essere già stato adoperato altre volte perché emana un sordido fetore. Proprio sopra un manifesto di un soggetto femminile dalla bocca “polposa” invita ad apprezzare il gusto di una nota marca di cioccolatini.
Una voce senza alcuna inflessione, anonima, segnala che mancano due minuti all’arrivo del convoglio. Parla senza coniugare nessun verbo, con il tono della generalità impersonale. “  Per recarsi a XXX attendere la coincidenza della metro B” destinato ad individui anonimi.     
Salgo sul vagone, la metro riparte. Vago con lo sguardo in cerca di qualche distrazione che faccia trascorrere il mio tempo in questo palcoscenico di vita.  Il signore che mi è seduto accanto tenta di leggere il giornale mentre quello in piedi davanti a lui, allunga la testa nel tentativo di sbirciare la pagina della cronaca che quelle due mani gli tengono aperta. In piedi, leggermente più avanti, un signore elegantemente vestito, di corporatura robusta che di tanto in tanto si asciuga il sudore con un fazzoletto che tira fuori dalla tasca della giacca.
Poco discosto da lui un giovane vestito piuttosto modestamente, dai tratti di un extracomunitario.
Ad un tratto in un anonimo brulichio di voci si sente una voce stridula, come in falsetto; “Non ho più il portafoglio, mi hanno rubato il portafoglio.”
Tutti si voltano verso il punto da cui è sopraggiunta la voce. E’ stato l’omone robusto a pronunciare la frase con quella strana tonalità. Poi improvvisamente il silenzio.
Mi trovo a dare un’occhiata in giro e i miei occhi si fermano sul giovane, ma il mio sguardo non è il solo. Ce ne è una concentrazione che puntano su di lui. Lo vedo a disagio sembra scostarsi dall’uomo che ha gridato.
Distolgo lo sguardo ma involontariamente incrocio quello del mio vicino. A mezza voce sento che mormora: " Dovrebbero starsene al paese loro invece di venire a far danno nel nostro.”
Non sono soltanto io ad averlo udito, alcuni astanti annuiscono e sembrano essere lieti, come se si fossero levato un peso dalla coscienza attribuendo quello che sta accadendo ad un essere diverso per il colore della pelle.
Proprio come se una pelle nera divenisse già un’accusa.
Come sono razzisti!
Una vocina dentro mi fa notare che anche io sono proprio come loro anche se non ho proferito parola. E continua: “Tu e l’extracomunitario. Due culture diverse soltanto in apparenza. Cosa significa essere diversi o essere uguali se non le facce di una medaglia coniata dall’uomo stesso, un uomo terribilmente insicuro per aver concepito una tale antitesi. Se si riuscisse soltanto a comunicare si scoprirebbe, nella diversità, la profonda primordiale uguaglianza che vi lega.
Sento che la vocina ha ragione e mi vergogno di me stessa.
L’omone derubato continua come in una cantilena: " Non ho più il portafoglio, mi hanno derubato, non ho più il portafoglio, mi hanno derubato.” Nessuno ha il coraggio di farlo star zitto.
Un uomo in borghese dice: “Sono un vigilante, alla prossima fermata non scenda nessuno, verrà su la polizia.” Vedo che chiama aiuto con il cellulare e si piazza dinanzi la porta continuando nella sua conversazione. Non capisco perché faccia la descrizione del derubato, proprio non capisco. Insiste, poi si avvicina alla vittima e lo prende gentilmente sotto il braccio.
Alla fermata successiva salgono su due individui con la divisa da infermieri della crocerossa.
“E’ lei il derubato, venga con noi a fare la denuncia.” E lo portano via mentre quello continua la sua cantilena. Il vigilante si sente in dovere di  spiegare: “ Quest’anno è già la terza volta che devono ricoverarlo.”      
Metropolitana, teatro di vita.

 

 

 

 

 

  Menzione d’onore

  Cuore di pietra
di Bianca Matrisciano - Napoli

Davanti a me c’è un podio di una dozzina di scalini di marmo e la chiesa sembra appoggiata sopra.
Forse era il podio di un tempio romano sul quale fu impostata la cristianità, scacciato il paganesimo.
Sono posteggiata a forchetta e mi trovo in una specie di piazza, a V. in provincia di Napoli. Vi ho portato mio padre che aveva un appuntamento di lavoro.
Rifletto sulle mie cose: non ho un lavoro mio pur essendo  un po’avanti  con gli anni …
Cosa sta facendo?
È un bimbetto, vestito male. Si avvolge i piedi con qualcosa … è un giornale … i piedi sono nudi!
Sta seduto sul terzo scalino e cerca inutilmente di crearsi una sorta di calzatura con un involucro tanto effimero.
Siamo a novembre, il tempo è chiuso anche se non fa molto freddo.
Guardo intorno per capire se il bimbo è in compagnia di qualcuno. È solo. La presenza umana è lontana, tranne me che lo sto osservando. A destra, molto discosta, c’è la fila di case ancora di tipo campagnolo con, però, la sua fila di negozi. Vedo che c’è proprio un negozio di scarpe!
Che contrasto! Un negozio pieno e un bambino scalzo!
Ha le piante dei piedini nere e l’abito è misero.
Nel borsellino ho abbastanza soldi per comprargli un paio di scarpe. Non sto spendendo per me per non gravare sull’economia di famiglia che non è delle più consistenti.
Scrivo in fretta un biglietto per mio padre e lo lascio sul cruscotto. Scendo dall’auto.
- Sei solo? -.
Mi guarda con diffidenza. Teme che gli dica di andarsene di là, infatti dà uno sguardo dietro di sé pensando che io stia dando la spalla a qualcuno della chiesa.
- Non temere. Non voglio cacciarti. Vorresti che ti comprassi le scarpe? Vedi? C’è un negozio proprio là. Ci andiamo e ti compro le scarpe che ti piacciono-.
Gli tendo la mano e lui mette la sua nella mia.
Capisco che non può attraversare la strada con quei piedini tutti nudi. Lo prendo in braccio, è abbastanza leggero, credo sia molto magro.
All’ingresso del negozio due paia di occhi mi guardano cercando di identificarmi. I piedi neri sono in bella vista e questo provoca nell’espressione delle due commesse una sorta di barriera. So bene quanta preferenza si ha in giro per la pulizia!
- Vorrei un paio di scarpe per questo bambino-.
-  E’  suo figlio?-
- No, ma voglio comprargli le scarpe-.
Ancora non si muovono. Capisco cosa le ferma. Con un sorriso, più ironico che compiacente, dico:
- Vorrei lavargli i piedi, prima. Dov’è la toilette?-.
Mi guardano ancora tutte chiuse e imbambolate, poi mi indicano il posto, mi chiudo dentro e penso con attenzione cosa fare. Abbasso il coperchio del water e vi faccio sedere sopra il bimbo. Controlla che dal rubinetto esca l’acqua calda … c’è. Per fortuna c’è anche un rotolo di carta. Mi tolgo il maglione e lo metto sopra i rubinetti, vi faccio sedere il bimbo.
-Afferrami al collo e non cadere-.
Alzo il misero cappottino e vedo che le gambe non sono eccessivamente sporche. Posso concentrarmi sui piedi e li appoggio ai lati del lavabo mentre l’acqua raggiunge la quantità e il calore necessari. Comincio a pulire.
Scherzo col bimbo, mentre completo la pulizia. Lo asciugo con la carta. Avvolgo le sue gambe nel mio maglione e con decisione chiedo alle commesse che mi mostrino modelli adatti per l’inverno. Scelgo un paio di stivaletti foderati di morbido pelo. Non ha calzini quindi deve stare protetto e comodo. Usciamo dal negozio e lui non stacca lo sguardo dalle scarpe.
-Stai comodo?-. ho scelto un paio di una taglia in più dato che …
Un rumore mi fa sobbalzare.
È mio padre che bussa sul vetro per segnalare il suo arrivo e farmi aprire lo sportello dell’auto.
Guardo sui gradini della chiesa … il bimbo non c’è più.
Scendo dall’auto e mi guardo attorno. Non lo vedo.
- Cosa c’è?- chiede mio padre.
- Niente … ero curiosa-.
Come un automa mi infilo in macchina e apro lo sportello del passeggero.
Dio mio, perché non ho agito invece di fantasticare? Sarebbe stato così semplice soccorrere quell’animuccia!
Mi al rallentatore. Dentro di me grava un peso. Faccio le manovre con tanta lentezza, forse con la speranza di rivedere il piccolo … niente.
Ho sempre pensato che nel mondo ci sono tanti che hanno il cuore di pietra. L’inferno, si dice, è lastricato di buone intenzioni. Vero.
Sì, tanti cuori di pietra … come il mio!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   La culla nell’immenso
  di Gloria Venturini - Rovigo


Il mare è agitato oggi, infrange le onde rabbiose sulla spiaggia bianca, accarezzata dal vento, creando colline d’acqua. La luce della sera oltrepassa le nuvole e s’allunga fino a toccare la battigia, così da far risplendere di riflessi d’oro l’oceano.
Mia figlia gioca vicino alla riva, scava nel punto d’incontro fra acqua e terra, coccolata dalla brezza del cielo. La sua minuta figura si scontra con la luce amaranto del sole. Scrive con un bastoncino appuntito il suo nome sulla sabbia, ma la corrente se lo porta via, mentre lenta avanza la marea con le ombre della sera.
Plasma un castello, un po’ storto a sinistra. Nell’aria si leva il suo dolce sorriso in un canto quasi di malinconia. E’ sola, come sempre, sola con tutto l’oceano, il sole e la spiaggia.
Un’onda si stacca dalle altre e colpisce con forza la sua casa di sogni e di sabbia, tutta la sua immaginazione dissolta in piccolissimi frammenti.
Una smorfia di dispiacere le spunta sul viso, poi un sorriso.
Danza col vento.
La mia bambina ha iniziato da piccola a reagire alle avversità della vita.

Sono seduta con un bicchiere ormai vuoto in mano, un enorme cappello bianco in testa e grandi occhiali scuri, per nascondere il dolore che mi punge l’iride ogni qualvolta lo sguardo si connette al mio cuore, ogni volta che vedo la mia creatura sorridere alla vita, quella vita dura che le ha voltato le spalle in tenera età.
Ad Angelica è stata diagnosticata da poco la leucemia cronica.

Sta sola di fronte al mare, le braccia protese, intenta ad osservare le onde che le corrono tra i piedi. Mio marito è appena arrivato, le va incontro e solleva verso il cielo la sua piccola principessa, la innalza verso il sole, facendole toccare un  lembo d’ infinito.
Lui è un uomo silenzioso, taciturno, con gli occhi adombrati da una sottile disperazione, è come logorato, vinto dalla vita. 
Mi piace pensare a quanto era placido e solare, con un azzurro negli occhi che non aveva bisogno di parole. Lui aveva grandi aspettative, era un uomo dalle calme valutazioni, con un’ampia visuale per cercare il bene più alto.  
Quando venimmo ad abitare qui, in questa virgola di mare, sapevamo già dell’arrivo di Angelica, pensavamo che oltre alla culla del grembo materno, avrebbe avuto vicino il cavalluccio a dondolo dell’oceano.

Nella grande entrata della nostra casa bianca, c’è un acquario enorme, con piante ondeggianti, un fondale sabbioso, ricci di mare, alghe, pesci di varie forme e colori, con squame luminose e occhi vacui e confusi.
Gli sono grata per questo acquario, è un conforto alla mia solitudine, al mio stato di incertezza e paura costante. Il silenzio sommesso dei pesci assomiglia al mio dolore.

Angelica ha un’espressione così dolce ed estasiata da spezzarmi il cuore, da far scivolare ancora una lacrima sul viso. La purezza, la semplice ingenuità e la gioia vera che le incorniciano il volto, si scontrano di fronte alla realtà.
Mio marito si è preso la bambina in braccio e la coccola, come l’onda e il suo mare, come la luna e la sua stella. Sembrano una cosa sola, un’anima sola che si culla nell’immensità dell’oceano, al cospetto dell’eternità.
Ora si sta abbandonando completamente al momento, quasi a voler fissare l’attimo per sempre, come quando ci siamo conosciuti.

Ero in piedi davanti a un vigneto, con il pennello e una tela fra le mani. Il vento mi scompigliava i capelli, sollevava di poco la mia gonna, scoprendo le lunghe gambe bianche come madreperla. Rimasi immobile a guardare che mi guardava, con un intreccio di sguardi, un’azzurrità che si fondeva col verdazzurro dei miei occhi, un po’ di cielo e di mare a confronto per conoscersi.
Fui stregata da quello sguardo, era come se il mio soffitto si fosse improvvisamente  riempito di stelle.

Abitavo in collina e lui in città.
La sua assenza era dolorosa, ed io, poco più che bambina, lo seguii. 

La marea sta salendo, le onde battono più forte.
Mi vengono incontro mano nella mano.
Una gioia profonda invade la mia anima quando mi sorridono, mi abbracciano e mi baciano.

Facciamo il nostro gioco, apriamo le braccia e planiamo, prendiamo quota e ci libriamo alti nel cielo e cantiamo, cantiamo alla vita e al sorriso che la piccola Angelica ci regala.

I giorni passano così, fino alla prossima chemio, assaporiamo una fetta di felicità, abbracciati alla vita, in questa nostra culla nell’immenso. 
                                                  
 

 

 

 

 

 

 È questione di un attimo
di Alessandro Cuppini – Bergamo


Con ghiaccio? Sì ? Vado a prenderlo.
Mi alzo e in due salti sono in cucina. Devo far presto, il whisky le darà la spallata finale. Devo anche prendere un’altra bottiglia perché questa è quasi finita. Sento che mi dice qualcosa.
Figurati! È questione di un attimo! Anch’io lo prendo così.
E il ghiaccio diventa la parola magica che ci unisce nei gusti e ci unirà a breve in tutto, fatato ponte fatto di cubetti che congiunge le due metà del cielo. Presto!
Se c’è una cosa che non posso soffrire è preparare il ghiaccio. Non è vero che il whisky lo preferisco così, o meglio: è vero, ma la sera da solo davanti alla TV preferisco berlo liscio piuttosto che alzarmi e prepararmi i cubetti. Perché non ho di quei frigoriferi americani che spingi un bottone e i cubetti calano belli e fatti nel bicchiere da un buco sullo sportello. No, io devo aprire i  freezer ed estrarre la vaschetta, al modo antico.
Apro il freezer, no, lo richiudo, perché prima devo prendere una scodella. Trovo la scodella e apro il freezer.
Metti su un po’ di musica, intanto che preparo,urlo con la faccia rivolta alla porta di cucina.
Non sento la risposta perché lo scampanellio di un tram dalla finestra aperta del soggiorno copre la sua risposta. Ma dopo un po’ sento la voce flautata e un po’ roca della Vanoni, Senza fine. Bene! Musica adatta, un segnale. Presto!
Il freezer è una caverna polare di ghiaccioli, la bacinella saldata da un crostone di gelo alla base. La scardino con uno sforzo e la mano colpisce la parete. C’è un taglio, piccolo, ma butta sangue. Lo succhio in fretta, poi aziono la leva della vaschetta: con una leggera pressione dovrebbe liberare i cubetti dalle pareti dei loro scompartimenti. Invece no, è un blocco unico, anche se rovescio la bacinella, le restano attaccati come cuccioli alla tetta della cagna: hanno capito la loro sorte e cercano di ritardarla il più possibile abbrancandosi alla sicurezza della bacinella.
Apro l’acqua calda del lavandino e sfrigola sul blocco di ghiaccio e sulla bacinella incrostata di brina. Per fortuna il taglio sulla mano a contatto col ghiaccio ha smesso di sanguinare.
Batto la bacinella sul bordo del lavandino, si stacca un cubetto e cade a terra.
Farà una pozza d’acqua, meglio raccoglierlo. È finito sotto il tavolo, mi inginocchio, mi scivola tra le dita, ma infine lo afferro e lo raccolgo. Lo getto nel lavandino e ripiglio la scodella, che sotto il getto dell’acqua calda finalmente ha deciso di mollare i suoi cuccioli. Tre o quattro all’inizio, ma prima che riesca a rigirarla a faccia insù, tutti cadono tambureggiando nel lavandino. Assieme a quello da buttare. Ora non lo riconosco più. Meglio che li sciacqui tutti, non vorrei fare la solita figura del cubetto con pelo incorporato raccattato sotto la tavola. Li inizio a lavare con l’acqua calda. No, stupido, con la fredda. Il taglio ha ripreso a sanguinare, ma l’acqua fredda stagna il flusso. Metto i cubetti nella tazza. Forse sarebbe meglio il secchiello da ghiaccio. Dov’è finito? Apro uno o due sportelli, poi decido che la tazza può andare benissimo.
Chissà che cosa starà facendo di là?! Dice qualcosa, ma non capisco, la sua voce smorzata dal rumore della strada, il mio orecchio ingannato dalle grida dei bambini che giocano nel cortile di dietro.
Arrivo, eh? È questione di un attimo …
Poteva anche venire ad aiutarmi! E invece nemmeno le è venuto in mente di dirmi: Vuoi una mano?
Ora devo aprire la bottiglia nuova di whisky e preparare i salatini.
Prendo il Johnny Walker e nell’aprire in fretta la capsula il collo della bottiglia si rompe di netto. Come se fosse stato segato. Dio che sfiga! Un miracolo che non mi sono  tagliato. Cosa fare adesso? Decido di riempire la bottiglia vecchia col liquore della nuova. Ma se ci fosse qualche scheggia di vetro? Meglio filtrare il tutto. Prendo il colino più fitto e inizio a filtrare in un imbuto, riempendo la vecchia bottiglia.
Operazione lentissima che mi innervosisce. A metà bottiglia smetto, altrimenti finisco domani.
Prendo la confezione dei salatini misti, la squarcio con un unico colpo di coltello e butto giù alla rinfusa un pugno di patatine, palline, minibrezeln salati, bastoncini, cazzilli vari.
Sono pronto. Metto su un vassoio, i cubetti sono mezzo sciolti e il liquido che han perso mi è finito tutto sulla fronte e sotto le ascelle. La bottiglia è mezzo piena e chiaramente non nuova. I salatini nel loro piatto sono tutti mescolati anziché ciascuno nel suo scomparto. Ma fa niente, son pronto e vado in soggiorno.
Eccomi!
È tutta nuda sulla dormeuse, nella posa di Paolina Borghese del Canova. Ci assomiglia anche un po’, tra l’altro.
Per la sorpresa, o l’emozione, inciampo sul tappeto e all’istante il parquet diventa un cocktail scivoloso di salatini sbriciolati, schegge di vetro, cubetti di ghiaccio e whisky. Lei non si scompone, non si muove dalla dormeuse:
Non così avrei voluto il whisky,dice. Ma pazienza! Vieni qui, ora.
Mi tiro su.
Il taglio continua a sanguinare.
La Vanoni sta ancora cantando Senza fine.

 

 

 

 

 

 


    Il drappo
di Giovanni Maria Pedrani –Saronno

-Ancora più in alto!- urlò impetuoso, sperando che l’invocazione tagliasse il cuore della tempesta.
Una parte della frase fu coperta dallo squarcio di un tuono, che illuminò la notte e fece tremare la torre.
Il ragazzo vacillò sull’impalcatura scivolosa per la pioggia battente.
-Va bene così, messere?- domandò supplichevole il giovane, con voce ancora immatura.
L’uomo osservò dal basso la feritoia, da cui scorgeva il traliccio, e socchiuse gli occhi per calcolare la direzione.
-Più in alto!- ordinò poi –verso il cielo!-.
Il praticante si arrampicò sulla sommità. Aggiunse l’ultimo ponteggio e finalmente tese l’asta. Il cavo oscillò nel vuoto scambiando con le travi dell’armatura un suono secco e nervoso, come la coda imbizzarrita di un drago.
- È il momento, maestro?- fece timido l’assistente, affacciandosi alla balaustra.
Il vecchio si accostò al tavolo e contemplò il capolavoro pronto a vedere la luce. Anni di studio, di prove, di insuccessi, stavano per trovare il degno coronamento.
- È il momento … - sussurrò con solennità.
Sollevò lo sguardo. La pioggia fitta sferzava la lunga barba ormai bianca.
Guardò verso il ragazzo di bottega. Gli ricordava tanto sé stesso, quando, da giovane, praticava presso l’officina del Verrocchio. Gli regalò un cenno di consenso, che racchiudeva anche la gratitudine per essergli stato accanto in quel disegno così misterioso.
Le carrucole mulinarono irrequiete.
Le corde si tesero!
I legni scricchiolarono per la trazione.
Un lamento risuonò nella torre, come quello di un gigante ferito destato dal sonn.
Ora bisognava solo attendere.
Un lampo accecò la notte!
Non era ancora quello giusto.
Nel  bagliore che si era formato, il lenzuolo gli sembrò persino più candido.
La pioggia tamburellava regolare e scandiva nella sua mente il tempo in cui sarebbe stato il momento appropriato.
5,4,3,2,1 … contò.
Un altro lampo. Come previsto!
Il ragazzo fremeva e attendeva solo l’ordine del maestro.
Gli occhi del vecchio, confusi fra le rughe, fra i capelli e fra i pensieri, vedevano l’istante in cui tutto avrebbe avuto di nuovo inizio.
3,2,1 …
Era il momento!
Sgranò gli occhi e fissò la sua opera.
Su un basamento di legnodi quercia aveva adagiato una statua in rame. Raffigurava un uomo alto, smagrito, con la barba.era senza vesti, con gli occhi chiusi, una corona di spine sul capo, le mani conserte sul ventre, con sui polsi e i piedi il segno dei fori di chiodi romani. Un drappo di lino avvolgeva sopra e sotto la scultura.
-Ora!- gridò.
Il ragazzo fece saltere il perno. L’asta di metallo si proiettò nel vuoto fendendo le nuvole.in quel momento il fulmine più potente di quella notte raccolse il dardo!
La scarica corse lungo il filo, fino alla cuspide della torre, fino all’impalcatura che crepitò con un boato, fino alla statua di rame che si irraggiò.
Il drappo si illuminò dell’energia del cielo!
Fu un istante.
Un atto in cui Leonardo vide la luce di Dio!
Seguì un silenzio irreale.
Il più grande genio di tutti i tempi aprì le palpebre.le fiamme avevano avvolto la torre. I disegni sul tavolo,frutto di anni di studi, ardevano insieme alle travi. Alzò lo sguardo verso l’impalcatura. Stava bruciando. Il ragazzo invocava aiuto fra le fiamme. I suoi occhi guardavano con orrore la morte e il risultato del lavoro del suo maestro. Solo ora capiva! Solo ora, osservando dall’altol’immagine impressa su quel lenzuolo, conosceva il prezzo della beffa di aver voluto violare le leggi di Dio.
Leonardo seguì il volto del giovane e intuì i suoi pensieri. Ma ormai le fiamme avrebbero cancellato anche loro.Poteva solo raccogliere il drappo dal basamento e fuggire, prima che l’incendio lo inghiottisse per sempre.
Tornò sfinito al suo laboratorio.
Incubi e pensieri lo tormentarono per il resto della notte.
La primo mattino scrisse la lettera.


Allo Santissimo Sommo Pontefice,

lo compito affidato da la Vostra Illustrissima Somma Santità venne alfine adempiuto da lo Vostro umile servo.
Fra li lenzuoli novi, giunti per grazia Vostra da la Terra Santa, per mano di nobili cavalieri, scelsi lo più antico. Lo tipo di trama par tessuto due secoli addietro da mano dolente qual telo funereo.
Di polveri de la Galilea, di polline de la Giudea, di sangue e umori di morente d’omo fu cosparso, e con l’ausilio della folgore divina fu impresso il Segno de lo Altissimo, sì che un drappo di siffatta foggia paresse simile a lo Santissimo, corrotto da le fiamme de lo Maligno uno lustro addietro.
Niuna carta, niuna voce d’omo, durò di tal disegno, ordito con profondo istudio, in nome de lo nostro Signore.
Il dì lo quale la Vostra Somma Santità commise a messer Michelangelo la fabbrica di San Pietro, qual onta avvidi. Sol ora è manifesto lo grande privilegio di codesto più nobile disegno, l’aver tratto a nova vita allo popolo di Cristo tutto, il Segno del la Fede, se pur con la impostura, sicchè niuno abbia a indugiare.
Per mano d’umile servo, allo termine di sua vita, potei compire lo miracolo di risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo.
Con Fede e devozione

Umile servo di Cristo, Leonardo

 

 

 

 

 

Sezione Narrativa Giovani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La cattiva strada
di Alessandro Bruno - Avellino

La famiglia Balestra viveva all’ultimo piano di un palazzo vicino Milano.
Maria e Paolo, i genitori di Emanuele, erano due liberi professionisti molto impegnati.
Emanuele rimaneva solo per la maggior parte del pomeriggio e la sera, dopo aver studiato, scendeva a gettare l’immondizia.
Frequentava l’ultimo anno del liceo scientifico, era ormai maggiorenne, ma non ancora patentato. Diceva che la macchina non gli sarebbe servita a nulla, amava la musica e passava ore ad ascoltare vecchi dischi dei Pink Floyd. I compagni di scuola lo ritenevano strano, non seguiva alcuna moda e si appassionava alle cose del passato.
Sotto il suo palazzo, da ormai alcuni anni, si riuniva ogni sera una comitiva di ragazzi stranamente silenziosi. Un giorno ci passò davanti facendo finta di non averli visti. Tornando si sentì chiamare:
-Ragazzo … hey ragazzo dico a te, vieni qui!-.
Lui si girò e rispose: -Chi è?!-, e quello: -Siamo qui, dietro al pilastro, vieni un attimo … -
Emanuele si avvicinò e tentò di focalizzare quei volti neri. Sembravano ragazzi per bene, ben vestiti, forse solo un po’ stanchi …
Era novembre e faceva freddo, qualcuno fumava mentre gli altri si aiutavano a preparare qualcosa. Fece per focalizzare la scena, ma uno di loro se ne accorse e si girò sentendosi osservato.
Gli altri si presentarono. -Ciao, mi chiamo Serena-  disse una di loro con una voce dolcissima.
Si presentarono anche gli altri ma lui comprese solo il nome di Serena. Era bellissima e per Emanuele in quel momento esisteva solo lei. Lasciò perdere le cartine che avevano gli amici tra le dita e iniziò a conoscere la comitiva. Non parlò molto, era timido e quella ragazza lo metteva in un tale imbarazzo... -Ti vediamo tutte le sere, ma casa tua è un’industria di immondizia per caso?!- disse uno di loro scherzando. E lui, un po’ infastidito: -Già, sembra proprio così!-
Dopo quest' affermazione si sentì così ridicolo che cercò un pretesto per tornare a casa.
-Hey ragazzi, si è fatto tardi, devo proprio andare-.
-Vabè, allora a domani- rispose Andrea facendogli l’occhiolino.
Salì sopra e la madre gli chiese come mai si fosse trattenuto così a lungo. E lui mentendo le disse che si era trattenuto a guardare come caricavano l’immondizia nel camion.
La madre, un po’ scettica lo fece andare.
Il giorno seguente, riscese per gettare l’immondizia. Andava a gettarla sempre con un po’ di noia, ma quella sera era particolarmente allegro, era come se non vedesse l’ora di farlo.
La madre stupita gli diede il sacchetto e lui scese. I ragazzi erano lì al solito posto. Si avvicinò e fu accolto dalla comitiva. Quella sera l’immondizia la gettò li per terra.
Andarono a bere in un bar, trovarono una panchina tranquilla e si misero all’opera.
Serena si sedette accanto a lui, gli prese la mano e iniziò a massaggiarla.
-Hey, sei sempre così silenzioso... cosa c’è che non va? Sei timido?- gli chiese con quei grandi occhi blu. -No no, tutto ok sì, sono un po’ timido-.
Emanuele era su di giri, la situazione non lo metteva per niente a suo agio. Serena se ne rese conto. Gli altri iniziarono a passarsi uno spinello. Era il suo turno .
-Dai fatti un tiro-. Emanuele non voleva , ma come poteva dirle di no? Poi gli altri lo incitavano, gli dicevano che era uno sballo e che poi non era così pericoloso come dicevano.
Emanuele, dopo un po’ di esitazione, lanciò uno sguardo a Serena e poi chiudendo gli occhi fece un tiro. Tossì. Un altro giro, tossì di nuovo. Il terzo andò meglio. Gli girava la testa, ma la cosa si faceva mano mano più  bella ed emozionante.
D’un tratto si trovarono a ridere tutti, Emanuele aveva davvero una faccia da idiota, ma rise anche lui. Si stesero un po’ l’uno sull’altra e passate le due, decise di tornare a casa.
Tornando pensava a lei e rideva come uno stupido.
Non riusciva a togliersi dalla testa l’immagine di lei, bassina e con quegli strani occhi di ghiaccio che spiccavano sotto i suoi lunghi capelli castani. Arrivato a casa, trovò la madre seduta sul divano che osservava il televisore spento. -Cosa diamine ti sei messo a guardare oggi?! Non dirmi che sei andato con la nettezza alla discarica- chiese la madre sarcastica.
E lui con quella faccia da idiota : -Wow mamma, hai proprio indovinato!-.  La madre emise uno strano verso. Il mattino seguente la madre scese per andare a lavoro e notò la busta dell’immondizia sotto il portico. Rimase a fissarla per un po’. Si rese conto che era la stessa che aveva dato a Emanuele la sera precedente. Andò al lavoro e pensò tutto il giorno a quella maledetta busta.
A casa,  Emanuele, pur dicendo di  non sentirsi bene, dopo cena  insistette comunque per scendere, ma a farlo fu la madre. Aprì il portone e sentì un sussurro: - Emanuele! Finalmente!-.
Serena si accorse che non era lui e si girò. La madre guardò la strana comitiva da cui proveniva la voce femminile e notò che era riunita proprio dove al mattino aveva trovato la busta abbandonata.
La signora Maria gettò l’immondizia e risalendo decise di parlarne a suo marito.
Raccontò a Paolo della busta ed espose le sue ipotesi che per lei erano ormai certezze.
 -Hai capito, timido timido… mmm. Vabè ormai è grande, lasciamolo andare- le disse Paolo sorridendo.  -Ma come?! E se quella comitiva lo portasse sulla cattiva strada? Paolo, la maggior parte di quei ragazzi stava fumando…-.
-Ma dai, Maria! È da quando è nato che lo tieni sotto una campana di vetro, dobbiamo lasciarlo andare, fargli fare le sue esperienze, dammi retta-. La madre un po’ nervosa si addormentò.
A colazione, se così si poteva chiamare, Paolo, mezzo addormentato, guardava il figlio e sorrideva. -Cosa c’è?! Cosa avete tutti e due?!-  chiese Emanuele infastidito. -Niente niente ….- fu la risposta evasiva. Quella mattina a scuola aveva la testa tra le nuvole, pensava ancora a lei.
La professoressa di filosofia lo sorprese incantato: -Balestra, Balestra, Balestra!-.
 -Sì, professoressa!- esclamò lui.  -Prima che t'incantassi stavamo parlando di Jacobi: cosa sai dirmi a proposito delle lettere su Spinoza?-.
 La classe era scoppiata in una risata generale. -Ahm, ehm.. Potete ripetere la domanda?-.
 Passò novembre, le cose con Serena andavano meglio, ed Emanuele le chiese di uscire; lei accettò.
Quella sera c’era una meravigliosa luna piena. Dopo aver girato un po’ per il corso andarono nella villa comunale. La panchina era gelata e umida, tra gli alberi la luna piena illuminava il viale come una grande macchia luminosa. Era tardi e il guardiano stava per farsi l’ultimo giro per controllare che dentro non ci fosse nessuno. -Sta arrivando il guardiano, vieni!- disse Serena nascondendosi dietro un grosso platano. Emanuele la seguì.
Il rumore del cancello li fece rilassare. -Serena, ma siamo chiusi dentro, adesso come facciamo?-  Non preoccuparti - disse lei prendendolo per i lembi della giacca.
Si misero l’uno sull’altra, sopra quella gelida panchina, era tutto così fantastico.
Si era fatto proprio tardi: -Mi accompagni a casa?-. -Certo, ammesso che riusciamo a uscire di qui … -. -Dai vieni, c’è un buco nella recinzione - disse lei prendendolo per mano e  mordendosi il labbro. La casa di Serena era proprio lontana, ma la cosa a Emanuele non dispiacque affatto.
-Allora a domani...-. -A domani..- .Si lanciarono un ultimo sguardo dolce, poi un bacio e Serena salì di fretta le scale. Emanuele tornò a casa molto allegro, ma soprattutto lucido.
 “Cavolo, Quella ragazza mi fa proprio impazzire…” pensava , steso supino sul letto.
Era quasi Natale e in vista delle festività natalizie la comitiva stava organizzando un weekend sulla neve. -Ma come, non hai la macchina?! Emanuele, hai quasi diciannove anni e non hai la macchina?!-. -No che non ce l’ho, non me ne sono mai interessato perché prima di conoscere voi non avevo nessuno, e di conseguenza piuttosto che andare a trovare la nonna ogni settimana ho preferito non comprarla … -.  -Mamma mia, certo che sei strano.. Vabbè andremo con la mia … - disse Andrea, quasi stufato. Emanuele, però, doveva  ancora avere il permesso dai genitori.
-A Bormio?! Ma dico, sei impazzito?! No no neanche morta ti ci mando!-
-Ma dai mamma, abbiamo già organizzato, perché devi rovinare sempre tutto? Sono maggiorenne ormai, non faremo nulla di male, lo prometto-. -Chiedi a tuo padre!- .
-A Bormio? Vengo anch'io!- -Ma dai papà, non fare l’idiota..-. -Perché, do fastidio?-
-Uffa! Mamma non mi vuole far andare...- . -Da quando sai sciare? Ah no, scusa, dimenticavo che c’è anche quella ragazza … - . -Quale ragazza?!-  . -Quella bassina … carina … eh?-
-Cosa ne sai tu di Serena?-. -Ah, è così che si chiama? Me l'ha detto mamma …-
- Mamma?! Io la ammazzo!-
-No,no, non ammazzare nessuno, perché se solo venisse a sapere che te l’ho detto sarebbe lei a uccidere me.. Facciamo così, tu non preoccuparti, ci parlo io..-
La macchina di Andrea era un fuoristrada di grossa cilindrata. Giuseppe aveva portato dell’erba, molta erba. Durante il tragitto Giuseppe tritava le foglie con un grosso tritatore di acciaio e, arrivati sull’autostrada, iniziò a rollare. -E dai Giusè, in macchina no, è pericoloso…-
-Zitto, pivello- disse Andrea ridendogli dallo specchietto. Iniziarono a passarsi quello spinello, fumarono tutti compreso Andrea. La musica ad alto volume e l’erba avevano creato un tale caos nella testa di Emanuele che, esausto, si distese sulle gambe di Serena.
-Andrea, Andrea, Andreaaaaa!!-.  -Dimmi Giu - . -Mi devo levare uno sfizio!!- . -Quale Giu?-
-Mi devo fare una bella canna mentre scio!-. -Wooow! Anch’io!-
-Sai che begli slalom che facciamo?!-. -Miiitico!- 
-Ammesso che ce la faremo ad arrivare per domani...-
-Cosa vorresti dire, che sto guidando troppo piano?-. -Già…-
-Ok, provvedo!- . Si era fatto sera, la località sciistica era ancora lontana e Andrea non si sentiva molto bene.  Il fuoristrada sfrecciava a 200 orari sulla corsia di accelerazione.  Ridevano tutti cantando un rock molto spinto. Andrea aveva sonno. Le luci iniziarono ad allargarsi e poi stringersi come piccole stelle… -Andrea, per favore, ho mal di testa, puoi spegnere lo stereo?-.
-Certo, Serena- le rispose lui sbadigliando. Calò il silenzio. Chiuse gli occhi. Cedette. Dormivano tutti ma l’urto li svegliò per quel secondo che bastava prima di svenire. Emanuele si trovò in una camera di ospedale, stanco e senza forze. -Serena! Dov’è Serena?!- sussurrò aprendo lentamente gli occhi.
-Oh mio Dio Emanuele! Sta bene, lei sta bene non preoccuparti. Paolo, Paolo corri!- urlò la madre piangendo per la gioia. -Emanuele! Finalmente sei sveglio!- . Maria e Paolo scoppiarono in pianto stringendo forte il braccio di Emanuele.
Il medico entrò e portò via Emanuele per dei controlli, mentre Maria chiamava Serena.
La ragazza era appena tornata a casa dall’ospedale e stava aiutando la madre a preparare il cenone della vigilia.
Alla notizia Serena prese la macchina e corse all’ospedale. Emanuele era li, si avvicinò lentamente alla sala, la madre uscì sorridendo con le lacrime agli occhi.
I due si guardarono stupefatti .-Serena ! - . –Emanuele!-.
Non si dissero nulla, a Emanuele bastava sapere che Serena era lì. Era tutto così cambiato, i genitori sembravano più vecchi, Serena era molto più adulta. -Ma, ma quanto tempo è passato? Cosa è successo?- . -Sei anni amore, sei anni.. Ricordi il weekend a Bormio?-
-No… - . -Beh, avremo tempo per parlarne-. Erano cambiate tante cose.
Dopo l’incidente e la tragica morte di Andrea per una commozione celebrale, il gruppo aveva deciso di non accostarsi mai più a uno spinello nè a qualsiasi altro tipo di stupefacente. Serena ora frequenta la facoltà di ingegneria con esiti brillanti,  ma non ha mai dimenticato Emanuele.
In quei sei anni ha pensato sempre a come fosse stata stupida nel farsi trascinare in quello sporco sballo e  a portarci anche lui. Dava il cambio a Maria in ospedale ogni settimana.
Maria odiava Serena e tutti i componenti di quella maledetta comitiva, ma la disponibilità e la voglia di  cambiare mostrate le avevano fatto modificare l’ idea sul loro conto. Aveva capito  che la cattiva strada è un luogo pieno di disgraziati che hanno tutti chiesto indicazioni a uno spirito insolente. Dopo sei lunghi anni era di nuovo Natale, c’era di nuovo Emanuele, vivo, ed era il più bel regalo che lei avesse mai potuto ricevere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sezione Poesia -Studenti

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                                  

 


                                                                                                                                     I classificata
     Kajal nero
di Valeria Pini  -   classe II Liceo Scientifico “E. Torricelli”                      Somma Vesuviana  (NA)

Anne si nasconde,
nasconde il suo viso dietro una maschera,
cela i suoi sguardi innocenti sotto eye-liner spesso.

Anne si traveste,
il suo corpo ormai le è d’ingombro,
cerca di nasconderlo sotto maglie larghe con scarsi risultati.

Anne si copre,
veste la sua anima di musica,
Chopin e Mozart le fanno da stilisti personali.

Anne si mette in mostra,
scolpisce i suoi zigomi con del semplice fard,
con una semplice matita nera sottolinea i suoi sguardi,
con del volgare rossetto rosso rimarca le sue labbra perfette
evidenziando il suo essere più di quel che si vede.

Anne vuole cambiare,
ormai stufa della sua quotidianità
cerca rifugio tra le braccia del suo Dam,
lo cerca, ma ciò che non trova la costringe a disfare i bagagli e a tornare la solita Anne.

Quella  Anne che si nasconde,
che si traveste,
che si copre,
che si mette in mostra,
che vuole cambiare e che non ci riuscirà mai.

Anne ha una matita,
un kajal nero, morbido,
a cui affida il suo travestimento.
Anne sa che senza di esso finirà tutto.

Un giorno o l’altro Anne butterà quel  kajal.
Un giorno molto lontano.


II classificata
Quale futuro
di Alessio Leonardi  - classe V Liceo Scientifico “ G. Seguenza”
  Messina

Nelle strade asfaltate, digrignando i denti,
branchi di cani corrono, come branchi di giovani
verso un sole grigio che buio dà …
Cammino per la città e camminare ormai fa male,
fa male vedere il futuro dell’umanità perdersi,
vedere ragazzi con le ginocchia al petto,
la testa china e un laccio appena slegato tra le mani.
Fa male, fa male vedere che si cercano sensazioni e
False felicità dall’estratto di un papavero incolore,
fa male vedere chi non ha più fantasia,
fa male vedere tanti ragazzi
attaccati alle bottiglie per una notte di sballo.
E piango davanti a tutto questo,
perché sono angeli anche loro, angeli con gli occhi languidi,
che gridano forte per spaventare la morte,
non accorgendosi di quanto velocemente
e tristemente le stanno andando incontro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III classificato
Istanti perduti alla finestra
di Vito Ricchiuto  - classe I  Liceo Classico “Socrate” Bari


Gocciolano raggi glaciali
misti a lacrime di sole, e precipitano attraverso inferi
personali,
e si fondono con le nostre.

Mi inganno a stento
tra questi infissi appannati e bigi,
sento
liti fantasma.

Si presentano squarci di evasioni
alla finestra smerigliata, mentre trasparenze levigate da tanti
spettri frastuoni
isolano di tutto, azioni e volti.

Nostalgico sbadiglio
mi sovviene, frutto di numerosi complessi;
un miglio
di vetri si frantuma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Sezione Narrativa Studenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


I classificato
Sui tuoi passi
di Erika Muro
classe III Liceo Scientifico “E. Majorana” Pesche (IS)

Vorrei sentire questa esistenza ora, cercare un dettaglio a cui aggrapparmi e sentire che qualcosa va bene. Muovermi nella dimensione della profondità, metterci radici e acquisire stabilità per non essere travolto dal presente. Invece, l’unica cosa che distoglie questi pensieri è un dolore logorante nella tibia: alcuni giorni è così forte che mi pare di impazzire. Cerco di sistemare al meglio l’arto: tasto il cartone sperando di gioire in un angolo asciutto, ma la pioggia discontinua non dà tregua. Sono troppo stanco per cercare un luogo riparato, non vorrei che il sonno mi cogliesse nell’andare e mi dovessi accontentare del margine del primo viale. Così svuoto la busta del cestino a fianco, la lacero e la dispongo lungo il corpo accorgendomi di ricoprirmi al meglio. Tiro un sospiro affaticato, poi aspetto che arrivi. Ritorna sempre, non mi delude mai. Quell’incolmabile senso di colpa verso lei, verso ciò che non era più nostro, ma solo mio. Caccio la fiaschetta di scotch invecchiato e faccio qualche sorso. Scappo sempre cercando rifugio in una compressa irrazionalità. Comincia con i brividi, poi la palpitazione, lo scotch fa effetto subito, già sbiadiscono i contorni; pochi secondi  hanno spazio le luci abbaglianti dei lampioni, poi prende la scena il buio. Sono stanco.
- Fabio, svegliati o farai tardi!- ricorda Elisa scocciata. Mi alzo meccanicamente dal letto, infilo di fretta le pantofole ed esco dalla stanza con una leggera tensione procurata dal  pensiero di ritirare le sue analisi. Elisa mi osserva con sguardo perso, poi mi dà un bacio. Le rispondo un soffocato ti amo. L’ultima volta che entrai in un ospedale era per il test della sterilità. Da tempo volevamo avere figli, ma non una volta il ciclo di Elisa ci aveva fatto sperare. Mi dirigevo a passo lento verso il dottore come un dannato verso l’inferno. Presi i risultati: Elisa era sterile. Fu una sensazione terribile. Non avrebbe mai riconosciuto la maternità negata dal suo stesso corpo. Con l’incombere di nuove situazioni, questo desiderio si era fatto lontano, solo alcune volte lasciava trapelare la sua incompletezza di donna.
Nell’ultimo periodo Elisa era strana, aveva forti dolori alla testa e vuoti di memoria, la sorprendevo a parlare di cose irreali e la situazione stava degenerando. Il corridoio dell’ospedale era lungo, colorato, senza finestre. Prendo fiato. Leggo i risultati: Richiesta urgente TAC. La sicurezza che avevo costruito svanì in una sola riga.
-sono a casa- sussurro sperando che Elisa non abbia sentito. Striscio in camera il più veloce possibile, lei è lì immobile sul letto che fissa la parete. Il coraggio oscilla per un istante.- Amore devi fare una TAC-. Elisa mi prende la mano si alza dal letto e va in cucina senza dire una parola.
I giorni successivi furono un inferno. Prima che me ne accorgessi, arrivò il giorno del controllo. Elisa si preparò con cura, la osservai nel silenzio di un angolo e notai quanto il tempo non avesse inciso sulla sua bellezza: le stesse snelle gambe, gli stessi occhi azzurri e la bocca sottile le gremente ingrandita dal rossetto. Si voltò ansiosa e sbuffando mi sollecitò a uscire. Passarono due settimane. Ripercorsi lo stretto corridoio, stavolta pareva meno colorato. Bussai esitando. Il medico era una donna estremamente magra. Prima di parlare mi guardò, per un attimo mi sembrò diventare più robusta, sospirò accorgendosi di ritornare in una retta postura. Le parole successive sono nebbia. Mentre muoveva insensatamente le labbra, io viaggiavo altrove. Mi sentivo assente, privo di attenzione e pieno di indifferenza. Mi ritrovai in cucina, a fianco Elisa che mi guardava in silenzio aspettando una convincente risposta. I miei occhi si spegnevano a ogni mia parola fino a diventare testimoni di terrore. Nei giorni successivi regnò il buio in casa. Rifiutavamo la luce, rifiutavamo la vita. Eravamo due anime che correvano in direzioni opposte: io verso la solitudine, lei verso il vuoto. I giorni passavano lentamente, il futuro non era più affar nostro. Avevo buttato tutti gli orologi. Volevo imbrogliare il tempo, ma quello ebbe la meglio e non risparmiò neanche la sua bellezza. Le cose diventarono scontate, già fatte, già dette. Poi quell’insano pensiero: era Dio. Aveva intralciato la nostra felicità, aveva intralciato la mia felicità. Ma  perché Elisa e non me? Voleva punirmi? Il buio logorava i volti familiari, i luoghi, le giornate, così presero sopravvento solo  le domande che diventarono giorno dopo giorno motivo di vita. Decisi di sfidare il fato. Abbandonai il lavoro, vendetti la casa: volevo punirmi. Volevo essere io a decidere del mio destino e se non avessi avuto niente, niente Dio mi avrebbe sottratto. Così partii.
- Fabio, svegliati- sussurra Elisa all’orecchio. – non mi va di far niente oggi. Ti va di andare al mare?- Apro gli occhi. Mi manca il fiato. –Certo amore-.
Mi sveglio all’improvviso, sudato, con la luce di un lampione che mi acceca le pupille. Guardo il vecchio orologio -3:15- borbotto ancora stordito. Il cielo è pulito, la pioggia ha smesso di battere. La malinconia mi devasta. Prendo la foto , Elisa sorride per sempre spensierata. Non ha più un’età nei miei ricordi. Mi accorgo del freddo pungente, prendo la fiaschetta e do altri due sorsi. Dinanzi c’è una chiesa, la noto solo adesso. Osservo il ritratto divino: Maria ha un viso dolce, guarda il bambino nelle sue braccia. Immagino Elisa. Una lacrima mi solca il viso, una sola, pesante, salata. Rivolgo di nuovo lo sguardo all’affresco. Stavolta sussurro una preghiera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                  II classificato
La solitudine di una lucciola
 di  Alessandra Iannetta
 classe III Liceo Scientifico “ E. Majorana” Rocchetta a Volturno (IS)


Sono qui, adesso, a riflettere, a cercare di capire quando si è spezzato quell’equilibrio che mi legava al vivere, all’avere una vita, al riconoscerlo.
Avevo sei anni, era il primo giorno di scuola; il giorno più importante, il giorno in cui tutti, sia piccoli che grandi, serbano delle aspettative: io mi aspettavo di incontrare degli amichetti con cui non mi sarei vergognata. Mia madre, dal canto suo, si aspettava ugualmente che facessi amicizia e che uscissi dal mio “mondo fatato”, come lo definiva lei. Arrivai a scuola, ero perfetta, nessun capello spuntava dalle trecce che mi aveva preparato con cura. Questo non servì a farmi abbandonare la mia dimensione nella solitudine. Avevo sei anni, eppure anche allora le cose erano difficili.
Provai a conoscere qualche bimbo, ma ero troppo timida e questo non riuscire a dialogare, presto mi fece rimanere sola. Non ero tagliata per i rapporti con le altre persone e cercai di creare così il rapporto con me stessa, come se il mio Io e il mio Essere fossero due entità differenti che potessero pensarla diversamente. Crescendo, i miei disagi si trasformarono: alle scuole medie cominciai a farmi degli amici, anche facendo finta di essere un’altra. Le cose si complicarono quando uno di questi amici cominciò a piacermi, quando cominciai a guardarlo con occhi diversi, a immaginare situazioni, luoghi, frasi, discorsi che avremmo affrontato solo se fossimo stati soli. Nella mia testa sempre la stessa immagine, immobile, sempre la stessa, io e lui, noi, e quel flebile bacio strappato al tempo che avrebbe voluto portarlo via con sé, strappato all’amore che avrebbe voluto serbarlo ancora un po’. Lo immaginavo sempre finché non divenne motivo di logoramento. Decisi di dover agire, mi avvicinai a lui, come una lucciola nella notte si ricava un posto nei fitti boschi, piccola, delicata , ma piena di vita, di speranza. Gli parlai con tutto il coraggio, con tutto l’amore. Mi denudai di tutta l’ipocrisia e dissi per la prima volta ciò che avevo nel cuore … non servì: il mio mondo crollò e crollai anch’io. Mi richiusi in me stessa, odiandomi: non mi guardai più, come se avessi paura della mia immagine, come se avesse potuto farmi cambiare idea, farmi capire che le scelte che stavo facendo erano sbagliate, non rappresentavano una soluzione. Ormai ero rimasta sola, sola. Questa parola mi ronzava sempre in mente come per ricordarmi di non essere stata capace, di non eserci riuscita, di avere un limite …
Odiandomi, mi isolavo dal mondo, da me. Cominciai a non accorgermi di quello che succedeva in casa: mia madre, mio padre, la loro unione, la loro, la nostra vita non esisteva, si era sgretolata in briciole che presto erano volate via.
Quando me ne accorsi, mamma già era andata via, lasciandomi un biglietto in cui diceva di volermi bene, di volergliene anch’io e di perdonarla, se ci fossi riuscita, un giorno; che riflettendoci l’avrei compresa, avrei capito il suo gesto, che non era dipeso da me, lei mi amava e io ero la cosa più preziosa che aveva … Parole profonde, ma che restano incomprensibili quando, cercando la tua mamma, vorresti che lei fosse lì ad aiutarti, a consolarti, a dirti che la vita è complicata. Allora le tue angosce sicuramente non saranno passate, ma qualcuno ti avrà aiutato ad affrontarle e a sdrammatizzare. Nel frattempo, quando questo bisogno ti viene negato dalla stessa persona che dovrebbe soddisfarlo,le parole sono tutte incomprensibili, nel frattempo conta solo che lei è andata via, abbandonandoti. Conta solo che dietro di sé lascia il vuoto, il buio, il nulla…
Mio padre ha in quegli anni ben inteso cosa significasse il nulla, tanto che io stessa sono divenuta nulla: ormai ero stata lasciata libera di gestire la mia vita. Guardandomi, mi odiavo. Più mi infliggevo dolore fisico e psicologico tanto più ero soddisfatta. Ero contenta, ormai ero libera, nella mia solitudine e nel mio dolore, ma libera.
Finalmente avevo cominciato a disabituarmi al cibo, e più mi accorgevo di essere debole, di aver bisogno di energie, tanto più mi sentivo appagata.
Nella mia pazzia, riuscivo a confrontarmi con me stessa, riuscivo a trovare un senso in quello che facevo, in ciò che dicevo: oggi, qui, ora, quel senso non lo trovo più, vorrei solo avere la forza di ricominciare. Vorrei avere la forza per alzarmi da questo letto, guardare bin faccia mia madre e dirle che l’ho perdonata, perché realmente la vita è difficile e piacerebbe anche a me fuggire da qui, dalla solitudine, dalla voragine che io stessa ho scavato  e che ogni giorno puntualmente mi opprime. Vorrei guardare in faccia mio padre, per sapere se ha ricominciato a vivere, se ha ritrovato la forza guardandosi dentro …
Invece, il mio corpo portato all’esasperazione abbandona lentamente la mia mente. Ora è tutto chiaro: una “vita” passata a immaginare di essere qualcun altro, a voler essere qualcun altro piuttosto che riuscire ad avere, costruire, inventare, desiderare una vita che lentamente scivola via, che finalmente potrà essere libera di essere vissuta … ora so di non essere stata felice, di non essere riuscita a vivere. Ora so e se potessi rinascerei, non perdendo neanche un attimo di questo mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                III classificato                                                                   
 Passeggiata
di Tobia La Marca
 classe III Liceo Scientifico “E: Torricelli” Somma Vesuviana (NA)

 

Ogni persona appartiene al proprio tempo. Ogni volto rappresenta la propria storia.
Ieri, in mattinata, sono stato per un po’ di tempo seduto su di un muretto, in piazza.
Il cielo era violaceo con qualche pagliuzza d’oro qua e là e un’unica bolla gigante al centro che scottava. Illuminava quel tanto che bastava per vedere ancora qualcosa dall’altra parte della strada.
Quando scorsi per la prima volta un volto, lo guardai intensamente. Era un ragazzino, forse dieci anni circa. Piccolino, agile e scattante. Sprizzava energia da tutti i pori. La sua pelle era bianca, non c’era il minimo segno d’imperfezione. Lo sguardo era acceso, vivo, ma nonostante tutto ancora un po’ svampito; si perdeva facilmente fra la strada. Di quel bambino apprezzai l’innocenza, esibita a mo’ di bandiera, e quello sguardo intatto, azzurro e sensibile, come di chi non ha ancora visto in faccia la vita. Di solito, alla vista di un bambino, riaffiorano tanti piccoli ricordi, spezzoni di un film ancora non terminato, che ti costringono a sorridere malinconicamente, quasi con un pizzico di invidia. Passa una macchina, il bambino non c’è più e dunque dirigo l’attenzione altrove.
Qualche metro più avanti noto il volto di un signore. Alto, capelli che tendono al bianco e volto segnato dal lavoro. Gli occhi marroni sono praticamente vuoti, come se  gli avessero negato qualcosa. Si sa che col tempo si matura eppure, spesso, maturando si perde la concezione della vita. Ci si ridimensiona, in un certo senso, probabilmente consapevoli di tutte le responsabilità che comporta avere una fede al dito e un paio di foto nel portafogli. Chissà che vita è quella.
Ancora più in là, invece, mi perdo nel volto di un anziano. Gli occhi sono azzurri e le rughe scavano solchi immensi, forse segnale di una forte esperienza.
Dopo un po’ di tempo ecco che viene il bello. Il perché di quel momento non so spiegarvelo, però mi colpisce in particolar modo il volto di un ragazzo visto di sfuggita in uno specchio. Mi sembra quasi di riconoscerlo. Quel volto è tipico della mia generazione. Innanzitutto, è un volto strano … molto strano. Ha  lo sguardo da provinciale, lo stesso delle persone di quel mondo che lui, con probabilità, tanto odia, ma di cui fa parte, anche se momentaneamente.
Ed è stanco. Sì,  è stanco di vedere sempre le stesse facce e i soliti sorrisini. È  stanco di star a credere in un Dio che non sente né suo, né vicino a sé, stanco di quel sistema di valori vecchio quanto il mondo. Ammetto che qui in provincia c’è lo strano  vizio di credere alle apparenze. Sapete, basta predicare bene quel poco che serve e vestirsi col frak per dare l’impressione della persona giusta. E così quel sentore di mediocrità si fa concreto. Ma quel ragazzo è evidentemente stanco di doversi uniformare agli altri … di rendersi praticamente schiavo del destino.
E poi quello è un volto oppresso. Può sembrare totalmente anacronistico, ma ancora oggi i ragazzi non hanno libertà e il lato peggiore della cosa è che ne sono inconsapevoli.
Da un po’ di tempo a questa parte, la moda di essere sé stessi non la segue più nessuno. Basta vedere un tizio alla TV e tutto cambia. Basta vedere un tizio alla TV e ti viene negata la possibilità di esprimere te stesso.
Ma gli occhi verdi di quel ragazzo non li può cambiare nessuno. Si dice che il verde sia il colore della speranza …
Mi ero scocciato di stare là. L’alba sembrava interminabile, così mi alzai e decisi di andare a camminare un po’. Accesi l’mp3 e partii. L’immensa bolla gigante e calda faceva da sfondo a una passeggiata infinita, proiettata quasi in uno spazio eterno. Lo scenario era proprio da film americano. Io di spalle e il sole davanti. Entrambi “soli”, ma raggianti . Entrambi con la voglia di nascere e di proiettare, in quel piccolo spaccato di tempo che ci è concesso, qualcosa di unico, puro, fresco e irripetibile,  lontano dallo scenario fosco e nuvoloso che si sta profilando per noi giovani, qualcosa di raro, insomma.
La canzone che stavo ascoltando si intitolava “Sky is falling”. E davvero il cielo cadde.
Capitò tutto in un attimo. Quelle piccole sfumature azzurrognole sparirono completamente. L’atmosfera si era riempita di qualcosa di vivo e colorato. La bolla era diventata talmente grande che stava per esplodere. Come il mio animo. Ma non era ancora il momento. Quello era il momento di riflettere. E così mi voltai, guardai dietro le mie spalle cosa c’era, scorsi nel passato tutto ciò che mi poteva servire e lo immortalai in fotografie che misi in parte in un vano del mio portafogli e altre in testa. Salutai con lo sguardo e ritornai sui miei passi con l’unico obiettivo di andarmene da lì, da quel posto. Certo, quella poteva sembrare una riflessione di pochi attimi, ma tutto sommato questa era un’idea che si era fatta col tempo. Era solo voglia di cambiare. Era solo voglia di non cedere al destino.

 

 

                                                              

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                        SILLOGE VINCITRICE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Prefazione


L’Aquila, 6 Aprile 2009 fu il giorno che perdemmo l’alba.
Aprì squarci, rovinò case e ne ingoiò il respiro la Terra tremante, la terra che uccide!
Il senso della vita persa pervade la raccolta, e i versi, modulati su note di dolore, si addensano e si contraggono nel pugno di una Natura potente  che fagocita ancor prima della fine del tempo.
Fonte  ispiratrice anche nel suo più leggero battito di ciglia , la Natura segna il passo tra le parole che si snodano alla ricerca del senso perduto; matrigna, nell’impeto imponderabile degli eventi,   diviene  madre che accoglie e consola nell’inversione di un tempo che s’avvolge su sé stesso.
L’Autrice sfoglia gli atroci ricordi dei giorni infausti e allunga lo sguardo  al tempo custode di precedenti  memorie in cui trovare  la forza d’esistere, ma il profilo della memoria ha tratti di roccia che si sgretola al passaggio delle ombre sul cuore e immagini struggenti inchiodano la storia interrotta. Esplodono bagliori repentini sulle ginestre intrepide ,ma ovunque muore il tramonto.
Con uno stile ermetico di forte impatto emotivo, la Poetessa si commisura alla sua nuova realtà   e ne concretizza l’essenza creando versi di notevole valore poetico. 


                                                                                   Anna Bruno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


L’Aquila 6 Aprile

di Marilena Ferrone –S.Eusanio Foronese L’Aquila

 

 

 

 

 

 

 


                                              

 

 

 

 

                                                                    Ricominciamo
 
Lascia che arrivi il giorno
ancora
è itinerario del cuore greve
la reliquia
nella teca del passato
Lascia che sia fredda lucerna
in ascolto dell’aria
l’ippocastano guardiano fidato
della mia casa
e un mantello di pietre affogate
la mia terra che uccide
lascia ch’io sia
l’angelo commediante
che rammenda lo sfregio
che riavvolge il messale
che raccatta la luna
nella notte incestata
La catena che stringe
queste mura mozzate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                               

  Il frammento mancato

Nell’inverno della ghiandaia leggera
e del frammento mancato
il cielo impallidisce di nuvole
e il giunco flette
per francare il vento

E’ la fine del tempo
la fermata dell’ultimo vagone
all’altezza dei sogni
l’alterezza d’amare

E’ la cantilena delle spighe falciate
l’intento di scavalcare il cuore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Profili d’alberi

Dentro midollo d’aria
ancora sconta l’alba
il giorno nuovo
E il cielo liquido
mi conta sottovento
delle  cose il destino

Vivere di questa mia terra
il sogno della vita
conquistare l’occhio legnoso
dei profili d’alberi
mollezze di stagioni
e di ogni colore
le licenze del caso

Coraggiosa terra
che degli inverni di fumo
profuma le strade
e spira d’argento
dei passeri l’ali
Terra
che a sostenerla s’ama
che attende dai ricordi
la forza d’esistere

 

 

 

 

 

 

 

 


I cancelli dell’inverno

Credemmo allora
che collezionare betulle
ai venti dell’autunno
asciugasse le ombre delle soste

Credemmo che disperdere
le ombre dei sogni
e avvitare amori
allungasse sui rami
la fuga della luce

Ma della rondine il ritorno silenzioso
delle primule gialle
dei tuoi occhi perduti
solo il graffio delle nuvole
che chiudono i cancelli dell’inverno

Ovunque muore il tramonto
sul cardo rosa
sulle storpie carovane di memorie

Ma dogmi e serrature
non insegnano a vivere

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Resistere nei versi
poesia  per Alda Merini

E’ un mattino spalancato
per distendere i sogni
il càrpino arrancato
sulle vette dell’anima
le parole sfaldate
Scuotimi il capo
se mi scopri ad affrescare
le nuvole
è follia di poeta il ranuncolo
appoggiato alla luna
vecchio cuore
dove insiste l’amore
la collana di vetro
queste labbra truccate
Tu riprendimi alla fine
di questo dolore
alla fine di questo destino
ch’è finta morte
resistere nei versi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al vento della luna

Se sei penisola
nella nervatura che unisce
l’orlo o il centro del cuore
puoi tornare o disertare
o ricominciare dove cade il vuoto

Ma l’oltremare che diventa cielo
lo squarcio eterno
sulle nostre case
il buio arreso che tracolla il sogno
è minuzia di vita

Altro dei tuoi occhi
il lucernario che affaccia
sul ramo di pioppo al vento della luna
e sul mio amore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ombre querule

sono le ombre sul cuore
a schiuderci alla morte
le stesse
che s’arrendono alla felicità
le ombre querule
che trascinano i ricordi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Aquila 6 Aprile 2009

Il giorno che perdemmo l’alba

In un momento di solo gelo
e di vita stanca
ci attese ferma l’aria della luna

Fu il giorno che perdemmo l’alba

L’inferno
visse storie e primavere
chi restò
confuse i confini
e divenne altra cosa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ Aquila 6 Aprile

L’Aquila

Vorrei salvarmi
dallo spiazzo vuoto
che è dolore di casa
dalla crepa che dilata in ricordo
e sopravvivere aria
scapezzare i giorni del dopo
erica o acero campestre
semplici alla vita

Oggi si spegne
il cielo invernale
negli occhi brezzati d’ombre
l’indaco è notte
che adesca ospiti
ombre spezzate
di una storia interrotta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                              L’Aquila 6 Aprile

Vita persa

Se ancora avessi
le tue domeniche
e potessi raccogliere papaveri

se nell’ombrello di vento
sulle case macellate
le ruspe fossero aironi
potrei spendere preghiere
in chiese senza santi

Se avessi scelto nuvola
o sciame d’api a popolare i cieli
potrei nascondere l’urlo
del demonio
e riprendermi il tempo

Se le ombre lunghe
non avessero mani ferite
chiuderei il solco delle lacrime
sulle ginestre intrepide

Ma questa primavera
fiorita dalle crepe
è vita persa

 

 

 

 

 


Partecipazione  Straordinaria

ORIANA
dal monologo teatrale di Carmine Ardolino

«Primo: detesto le interviste. Le ho sempre detestate, incominciando da quelle che facevamo ai cosiddetti potenti della Terra. Per essere buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato. E questo mi ha sempre incusso disagio. In questo ho sempre visto un atto di violenza, di crudeltà. Secondo: in maniera particolare ho sempre detestato quelle che i giornalisti facevano a me, non di rado manipolando le mie parole, alterandole fino a rovesciarne il significato, aggiungendo al testo scritto domande che non avevano avuto il coraggio di porre e quindi risposte che non avevo mai dato.»

<< Faremo un’intervista politica, amica mia. Lo sai?>>
Te ne sei andata
in una notte silenziosa di settembre,
in una quiete tanto lontana
dalla tempesta che ti ha sempre accompagnata,
dalle amare polemiche che hai scatenato,
dalle dure battaglie che hai combattuto
in vita, nella piena convinzione di essere nel giusto.
Avevo sperato, avendo tue frammentarie notizie,
benché sapessi quanto eri  malata, che non fosse
la tua ultima battaglia.
Invece, alla fine, l’altro, ha vinto sul tuo debole corpo.
Fregandosene della tua mente sana,
ti ha portato via, ci ha privato della tua forza.
I tuoi pensieri, mi hanno maturato, mi hanno fatto riflettere,
mi hanno regalato il senso critico pur non condividendo
in tutto i tuoi pensieri.
Grazie per avermi ricordato,
con dolore,
Verità storiche, rimosse o nascoste, come dici tu, dai grandi della Terra.
Grazie per aver sfidato i potenti in una società
apparentemente grande, ma in realtà
piccola, piccola, perché ipocrita, ottusa, cieca di fronte al male.
Una società rassegnata.
Posso solo dirti Grazie, per avermi accompagnato
nella mia umile crescita intellettuale.
Che il tuo Dio sia mite con te.


 

 

PRIMA RIFLESSIONE

Ancora ci si chiede perché Oriana abbia dimenticato di evidenziare la sua licenza poetica. Quel che forse Oriana non aveva previsto era che si cominciasse a parlare della sua morte  come  un caso di eutanasia.

Perché nonostante il dolore e la sofferenza, fino alla fine, non hai mai smesso di discutere sui temi a te più cari, come la difesa dell’identità dell’occidente, la determinazione con cui si devono affrontare le altre culture, l’assoluto rispetto istituzionale per la chiesa, accresciuto dopo l’incontro col Papa, che ti è sempre rimasto vivo nel cuore. Eppure, hai sempre mantenuto la posizione di laica totale che, però, in gioventù, ti faceva leggere volentieri i testi di Sant’Agostino da Pier Paolo Pasolini.

Sei stata fortemente sofferente Oriana, ma nonostante il male ti divorasse, sei riuscita a rivedere la tua bella Firenze, la città della tua infanzia, Palazzo Vecchio, i ponti sull’Arno, ascoltare i rintocchi del campanile di Giotto e, soprattutto, passeggiare sotto la Torre Mannelli sul Ponte Vecchio  dove, da giovane, durante gli anni della guerra, hai svolto con passione il tuo ruolo di staffetta del movimento di liberazione.  Poi di nuovo nella tua casa a New York, per sistemare le tue cose e preparati a partire di nuovo per Firenze, ma questa volta per sempre.


I TUOI PENSIERI
Ti amavo, perdio . Ti amavo al punto tale di non poter sopportare l’idea di ferirti, pur essendo ferita, di tradirti pur essendo tradita, e amandoti, amavo i tuoi difetti, le tue colpe, i tuoi errori, le tue bugie, le tue bruttezze, le tue miserie, le tue volgarità, le tue contraddizioni, il tuo corpo con le spalle troppo tonde, le tue braccia troppo corte, le tue mani troppo tozze, le tue unghie strappate.

Un essere umano che si adegua, che subisce, che si fa comandare, non è un essere umano. Chi ama la vita, è sempre con il fucile alla finestra per difendere la vita.
Sono qui, per spiegare, quanto è ipocrita il mondo che si esalta per un chirurgo che sostituisce un cuore con un altro, e poi accetta, che migliaia di creature giovani, con il cuore a posto, vengano mandate a morire, come vacche al macello, per la bandiera.
Quasi niente quanto una guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo.
Ho sempre amato  la vita. Chi ama la vita, non riesce mai ad adeguarsi, subire, farsi comandare. Io, te lo ripeto, non temo il dolore.
Esso nasce con noi, cresce con noi, ad esso ci si abitua come al fatto di avere due gambe e due braccia.


Essere uomo, non significa avere una coda davanti, significa: essere una persona.
E innanzitutto, a me interessa che tu sia una persona.
E’ una parola stupenda. La parola persona, perché non pone limiti ad un uomo o una donna, non traccia frontiere tra chi la coda ce l’ha e chi la coda non ce l’ha.

LA LIBERTA’ E’ UN DOVERE, PRIMA CHE UN DIRITTO E’ UN DOVERE.

Vi sono momenti nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo, un dovere civile, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.

E scoppia la rivoluzione.
Con te è pericoloso, in queste terre sei una straniera,
sei una semplice cronista,
in terra messicana,
in terra greca,
in terra iraniana,
in tutte queste maledette terre dove non esiste la democrazia.
La paura, per una notte, mi ha segnato.
Io,  se permetti, ho un po’ di dignità;
Non scapperò di fronte alle torture nel caso ti dovessi vedere morire.
Intanto il tuo coraggio aumenta e vai in piazza con il popolo…
Corri, corri, corri che se ti fermi c’ammazzano…
Lottare una volta in più, per un ideale in più.
Non seguirti, non capirti, sarebbe come non farlo, ma so già che non è finita qui.
Tu mi dai il coraggio di capire il diverso senso della vita.
“Questa donna italiana non si tocca”
Sei ancora la mia fonte del sapere…
Ci siamo guardati e, caduti a terra, ci siamo abbracciati tra la folla inferocita,
ancora sanguinanti non ci siamo staccati…
QUESTA DONNA ITALIANA NON SI TOCCA!

SECONDA RIFLESSIONE

Oriana Fallaci è stata la sola persona in grado di raccogliere un’intervista da sé  stessa. La sola persona che la scrittrice riteneva seria per trasmettere il suo pensiero storico, rivoluzionario e autentico, senza depistare, senza allusioni, querele.
Nasceva così  questa intervista, del genere  “interviste rare e preziose”, dove, con un linguaggio semplice, è l’intervistato che sceglie l’intervistatore.
 Non solo sceglieva sé  stessa, ma  sceglieva dei momenti storici unici.

Oriana diceva alla Fallaci : “appartiene al mio passato. Io appartengo al mio presente. Mischiandosi ad esso subirebbe una rivoluzione per cui non è preparata.”

Affidava con cura un’intervista, forse l’ultima, alla Oriana Fallaci dei grandi romanzi storici sulle verità dei giorni nostri, con l’obiettivo di rileggere la Storia scritta  da coloro che hanno segnato il Novecento.
Partendo dalla propria malattia, la scrittrice ripercorreva i temi affrontati nel suo passato per arrivare alla data catastrofica dell’UNDICI SETTEMBRE…UNDICI SETTEMBRE.

BOOM BOOMBOOM BOOM BOOM

Oriana Fallaci salva nella sua lunga intervista solo Khomeini, Deng Xiao Ping, Golda Meir e Indira Gandhi. Mentre i veri leader della nostra epoca sono soltanto Karol Woitila, Bin Laden e George W. Bush.

In questa intervista, vediamo la volontà di un’artista di non morire del tutto.
Oriana scrive, colpita da un male terminale nel fisico, mentre il suo pensiero rimanda a ricordi eroici a idee di rabbia e a giudizi che col tempo si sono tramutati in pregiudizi; è ammalato di un rancore sottile che proviene da un passato duro, costellato di delusioni sì, ma anche di vittorie.
Ma su tutto prevale la dignità di un’origine rivoluzionaria e colta, tipica dei grandi.


Ma chi è Oriana Fallaci?

E’ la scrittrice delle scrittrici del nuovo Novecento o la giornalista delle giornaliste del nuovo millennio?

Oriana fu inviata a Teheran nel settembre 1979 dal Times, per intervistare, subito dopo la rivoluzione islamica in Iran, l’Ayatollah Khomeini,  che si trovò a rispondere senza preavviso alle domande a tinte forti della brava Oriana sui diritti umani che tanto sono cari a tutti.

La scrittrice – giornalista, chiedeva senza imbarazzo e senza paura il pensiero di Khomeini sulla pena di morte per le adultere, le prostitute e gli omosessuali, ma soprattutto chiedeva, sul trattamento disumano riservato alle donne.

 

 


Storico questo passaggio del colloquio tra la Fallaci e Khomeini

Oriana – Perché  dopo che le donne hanno dimostrato la loro parità nella rivoluzione islamica, lei le ha obbligate a nascondersi sotto montagne di vestiti?

Khomeini risponde sprezzante – Quelle donne apprezzano gli abiti che portano. Non sono come lei, che se ne va in giro scoperta e con una scia di uomini al seguito.

Oriana insiste – Come si fa a nuotare con uno chador?

Khomeini ,arrabbiato – Le nostre tradizioni non sono affari suoi. Se non le piacciono questi vestiti, non è obbligata a indossarli.

Oriana con molto coraggio e determinazione – Molto gentile da parte sua, Imam. Visto che lo ha detto lei, mi tolgo immediatamente questo stupido straccio medievale.

Putiferio in sala, interruzione dell’interista, panico assoluto, questa è Oriana Fallaci.

Chi era Oriana Fallaci? Com’era Oriana Fallaci?

Era prima di tutto la numero uno della carta stampata.
Era una scrittrice.
Oriana Fallaci era una donna che voleva confrontarsi con il mondo attraverso i suoi pensieri, e voleva che il mondo accettasse il confronto. Non accettava l’invidia e la sordità degli ambienti giornalistici e culturali italiani, che spesso la ignoravano e la deridevano. Ambienti che snobbavano le sue opere, che per lei erano figli, i figli mai avuti.  Solo perché diceva cose opposte a quanto essi sostenevano e parliamo di grandi opere di valore storico e morale. Solo perché era una ribelle, anticonformista.
Quanti colleghi non ti hanno amato cara Oriana ? da Mariano Sabatini che nel suo libro poneva la  domanda : «Al giornalismo ha dato di più Truman Capote od Oriana Fallaci?». Ecco qualche misera risposta. Lina Sotis: «Preferisco l’ironia di Capote  al fanatismo».
Claudio Sabelli Fioretti: «Oriana Fallaci non ha dato niente al giornalismo».
Edmondo Berselli: «Aveva una psicologia selvaggia secondo cui al mondo esisteva soltanto una persona superiore a Oriana: la Fallaci».
Non condivo: io in Italia non ho trovato una sostituta degna nel bene e nel male delle tue azioni e dei tuoi scritti..


Voglio ricordarti cosi

Ultima frase storica di Oriana Fallaci : “ Ho sempre avuto l’ossessione della dignità, e pensato che la cosa più importante fosse vivere con dignità. Ora so che c’è una cosa ancora più difficile, ancora più importante che aver vissuto con dignità. E’ morire con dignità: questa è la vera prova del fuoco. Vivere.

Che bello vivere con dignità. Grazie

 

 


Albo d’oro del Premio Napoli Cultural Classic

vincitori edizione 2006
Poesia Adulti                                   Mina Antonelli
Poesia giovani                                     Laura Bossi
Narrativa Adulti                               Silvana Aurilia
Narrativa Giovani                        M.Laura Di Caprio

vincitori edizione 2007
Poesia Adulti                              Salvatore Cangiani
Poesia giovani                                    Anna Busetto          
Narrativa Adulti                                  Arrigo Filippi
Narrativa Giov.                           Annalisa Iagnemma

Vincitori edizione 2008
Poesia Adulti                                      Giovanni Caso
Poesia Giovani                                 Vanina Zaccaria
Narrativa Adulti                                  Alberto Caputi     
Narrativa Giovani                              Francesca Ceci
Poesia Lingua Straniera                  V.V. Krushynska

Vincitori edizione 2009
Poesia Adulti                                  Umberto Vicaretti
Poesia Giovani                                     Katia De Luca
Narrativa Adulti                                 Martino Sgobba
Narrativa Giovani                                  Diana Cariani
Poesia Lingua Straniera                Salvatore D'Aprano
Silloge                                             Carmen De Mola

Vincitori edizione 2010
Poesia Adulti                               Pasquale Balestriere
Poesia Giovani                                       Giulio Liguori
Poesia a valore religioso                       Elisa Dall'Aglio
Poesia Lingua Straniera         Regina C. Pereira da Silva
Silloge                                                  Marina Pratici
Narrativa Adulti                             Daniela Brancaccio
Narrativa Giovani                           Gian Maria Rainieri

Vincitori edizione 2011
Poesia Adulti                                        Paola Trimarco
Poesia Giovani                                      Luigi Tarantino
Poesia a valore religioso                  Patrizia Cozzolino
Poesia Lingua Straniera                               Irma Kurti
Silloge                                               Marilena Ferrone
Narrativa Adulti                               Marco Bertoncelli
Narrativa Giovani                            Alessandro Bruno
Poesia Studenti                                          Valeria Pini
Narrativa Studenti                                     Erika Muro


Vincitori Assoluti
2006    Silvana Aurilia
2007    Salvatore Cangiani
2008    Alberto Caputi
2009    Umberto Vicaretti
2010     Elisa Dall’Aglio

 

 

 

 

 

 

 

 

 


DOCUMENTI ALLEGATI




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