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“CARO OBAMA, NON SEI nero COME ME”

pubblicato il 26/07/2010


“CARO OBAMA, NON SEI nero COME ME” – EL FINTO NEGRITO NELLA TRAPPOLA DEL RAZZISMO ALLA ROVESCIA – IL FUNZIONARIO DELL’AGRICOLTURA SHIRLEY SHERROD ACCUSATA DI SFAVORIRE UN BIANCO VIENE LICENZIATA SENZA TANTI COMPLIMENTI, MA IL VIDEO CHE LA ACCUSAVA ERA STATO MANIPOLATO – DOPO IL SILENZIO DEL PRESIDENTE SEGUONO TANTE SCUSE, MA IL DANNO È FATTO E I LIBERAL ACCUSANO: PER ACCATTIVARSI I BIANCHI BARACK SE NE FREGA DEI NERI…

Maurizio Molinari per "La Stampa"

La Casa Bianca scivola su un episodio di falso razzismo evidenziando le perduranti difficoltà di Barack Obama nell'affrontare le tensioni fra bianchi e neri. La vicenda ha al centro l'afroamericana Shirley Sherrod, un alto funzionario del Dipartimento dell'Agricoltura nello Stato della Georgia, che lunedì scorso è stata accusata di «razzismo contro i bianchi» da Andrew Breitbart, blogger ultraconservatore sostenitore del movimento dei Tea Party.Breitbart ha messo online alcuni stralci di un discorso fatto lo scorso 27 marzo da Sherrod a un banchetto della Naacp - la più rappresentativa organizzazione degli afroamericani - nel quale lei ammetteva di non aver aiutato un agricoltore bianco «come avrei dovuto», visto che «sta tentando di dimostrarmi che è superiore a me». Fra le frasi più incriminate c'era quella in cui Sherrod confessava imbarazzo perché «mentre tanti neri avevano perso la loro terra io mi trovavo ad aiutare un bianco a salvare la sua».

Ne è scaturita una tempesta di polemiche che ha visto la Naacp fare il vuoto attorno a Sherrod e il ministro dell'Agricoltura Tom Vilsack affrettarsi a licenziarla. Martedì mattina Sherrod era per l'America il volto del razzismo anti-bianchi, la tv Fox cavalcava il caso mandando a ripetizione le immagini del video e i blog conservatori rincaravano la dose ricordando come durante la campagna elettorale del 2008 i militanti delle Pantere Nere avessero intimorito i votanti in alcuni seggi in Pennsylvania. Il tutto nel silenzio totale della Casa Bianca guidata dal primo presidente afroamericano.
Ma Sherrod è andata al contrattacco, recuperando testo e video completi dell'intervento, che martedì sera sono stati trasmessi da Cnn e Msnbc. La versione integrale scagiona Sherrod perché si evince che le frasi sotto accusa altro non erano che una drammatica confessione dei sentimenti con cui si trovò a combattere arrivando alla conclusione che «non si tratta di aiutare bianchi o neri ma solo gente che ha bisogno».

E ancora: «Lavorare con l'agricoltore bianco mi ha fatto comprendere come stanno le cose, che siano bianchi, neri o ispanici ho realizzato l'importanza di tendere la mano a tutti i poveri».
A questo punto è iniziata una generale marcia indietro da parte della Naacp e soprattutto dell'Amministrazione Obama. Prima con Vilsak, che le ha chiesto «perdono» reintegrandola nei ranghi con l'offerta di un nuovo lavoro «all'altezza delle sue capacità» e poi con Robert Gibbs, portavoce della Casa Bianca, che tradendo emozione durante il briefing di mercoledì ha detto: «Senza dubbio la signora Sherrod merita le scuse, gliele porgo a nome del governo».

Il mea culpa di Gibbs è stato di tale portata da innescare il sospetto che Obama possa aver avuto un ruolo nella decisione di licenziarla. Da qui l'accusa, lanciata alla Casa Bianca dalla popolare conduttrice ultraliberal della Msnbc, Rachel Maddow, di aver dimostrato di essere «succube di Fox», rilanciando il sospetto che per accattivarsi gli elettori bianchi Obama tenda ad assumere posizioni pubbliche non troppo favorevoli agli afroamericani.
Tali sospetti hanno tenuto banco ieri mattina nelle interviste che Sherrod ha dato a tutti i maggiori talk show, esprimendo con insistenza il desiderio di «parlare con il presidente»: «Lui non ha provato nella vita quello che ho provato io, quello che prova una persona di colore».

Obama le ha telefonato e durante una conversazione «durata sette minuti» - come ha puntualizzato la Casa Bianca - le ha espresso il proprio «rincrescimento per i fatti avvenuti negli ultimi giorni», definendo «sincere» le scuse di Vilsack e chiedendole di accettare l'offerta di tornare al Ministero dell'Agricoltura.

Sherrod però non scioglie ancora la riserva, limitandosi a vestire i panni di vittima del razzismo alla rovescia. L'intera vicenda conferma quanto la piaga del razzismo resti aperta in America, nuocendo in primo luogo a Obama, come dimostra il sondaggio Cnn secondo cui il sostegno al presidente è legato al colore della pelle: è al 93% fra i neri, al 57% fra gli ispanici e solo al 37% fra i bianchi.

 

MORIRE PER KABUL? CHISSENEFREGA – ANCHE SE LA GUERRA IN AFGHANISTAN È DIVENTATA LA PIÙ COSTOSA (200 MLN $ PRO CAPITE) MAI COMBATTUTA DAGLI USA, ORMAI I MORTI E I FERITI NON FANNO PIÙ NOTIZIA - PER MANDARE AL FRONTE DUE MILIONI DI UOMINI E DONNE LA NAZIONE HA SPESO 1.021 MLD $ MA È UN MISERO 1,6% DEL BUDGET CONTRO IL 36% DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE - QUEI 5 MILA E PIÙ CADUTI IN DIECI ANNI NON SONO NEPPURE UN´ANOMALIA STATISTICA NELLE TABELLE DEL CENSIMENTO…
Vittorio Zucconi per "la Repubblica"


Ogni cassa di zinco riportata a casa avvolta nella bandiera, ogni cadavere deposto nella terra di un cimitero smossa tra lacrime e salve di fucile sono costati finora all´America 200 milioni di dollari per caduto. Un lugubre record.

Quando il tassametro delle guerre senza fine, senza prospettive e, nel caso dell´invasione dell´Iraq, senza onore, volute da Bush e continuate da Obama ha superato i mille milliardi di dollari all´inizio di luglio, le operazioni "Iraqi Freedom" ed "Enduring Freedom" come furono retoricamente denominate sono divenute le spedizioni militari più costose pro capite nella lunga storia delle guerre americane.

Non le più care in assoluto, perché il record di spesa appartiene ancora ai quattro anni della Seconda Guerra Mondiale quando il tesoro nazionale dovette sborsare più di 4 mila miliardi di dollari, in valore attuale, per sconfiggere Germania, Italia e Giappone e liberare il mondo dall´infestazione nazista e fascista. Ma il risultato dello studio condotto dal servizio ricerche del Parlamento, una commissione apolitica e apartitica, non mente.
Per mandare al fronte i due milioni di uomini e donne che si sono avvicendati fra Iraq e Afghanistan negli ormai quasi dieci anni di combattimento, e per vederne tornare 5 mila e 400 nelle casse di zinco, la nazione ha speso mille e 21 miliardi di dollari. Nella Seconda Guerra, i soldati furono ben 16 milioni, con 480 mila caduti. Ogni caduto costò, oltre al sangue e alle lacrime, 9 milioni di dollari, nell´orribile rapporto "costo caduti" che ogni guerra impone.

Una delle tragedie dentro la tragedia morale e strategica di queste guerre su due fronti, e una delle ragioni per le quali sono ormai svanite dai radar delle ansie e dell´attenzione nazionale, è che Iraq e Afghanistan sono operazioni spaventosamente costose individualmente, ma ancora molto a buon mercato per l´economia americana.
Come fu osservato già nei primi mesi del conflitto, tra l´invasione dell´Afghanistan nel novembre del 2001 e i bombardamenti "shock and awe" su Bagdad per paralizzare e terrorizzare il regime di Saddam nel marzo del 2002, l´incidenza di queste azioni sulla vita quotidiana dei cittadini americani, sulle loro tasche o sui conti pubblici è marginale se non impercettibile.

Per permettere all´ultima «Grande Generazione» di liberare il mondo da Hitler, Mussolini e dal militarismo giapponese, l´America dovette impegnare più di un terzo, il 36%, del bilancio federale. Per mandare due milioni di soldati in Asia dopo l´11 settembre, quel "trilione", quei mille miliardi di dollari spesi finora sono appena l´1,6% del budget.
Non si vedono dunque attori e campioni dello sport, grandi registi come Frank Capra o eroi immaginari come Topolino, battere gli Stati Uniti mobilitando gli spiriti patriottici dei cittadini perché sottoscrivano i "War Bonds", il prestito di guerra. Nella fornace del debito nazionale e del disavanzo di bilancio, quei mille miliardi di dollari sono noccioline, come quei 5 mila e più caduti in dieci anni non sono neppure un´anomalia statistica nelle tabelle del censimento, rispetto ai 616 mila morti all´anno per malattie cardiovascolari o alle 115 vittime di incidenti stradali, ogni giorno.

Per la prima volta nella storia americana, e forse di tutte le grandi nazioni, non sono neppure state aumentate le tasse sul reddito o quelle indirette sui consumi per finanziare un conflitto, che sembra combattuto con i soldi degli altri e con i figli degli altri. Nessuno che non abbia famigliari al fronte, ha dovuto sacrificare un centesimo del proprio reddito, o un minuto della propria giornata, per combatterle, perché così volle Bush quando annunciò che «l´Iraq si sarebbe pagato da solo con il petrolio», e come Obama non può permettersi di cambiare.


Mille miliardi e quasi dieci anni più tardi, morire per Kandahar o per Bagdad non fa notizia ormai da anni. L´opposizione di destra, che accusa Obama di avere sfasciato il bilancio nazionale con la riforma della sanità o i sussidi ai disoccupati, osa rimproverargli il prezzo di quei morti e di quelle guerre senza fine.

Neppure l´enormità del costo sociale, le cure mediche - quando ci sono - la riabilitazione, il difficilissimo reinserimento dei feriti, dei mutilati, dei reduci con le loro profonde lesioni psicologiche, costo che nel prezzario delle guerre per «esportare la democrazia» non è calcolato, spaventa e turba ormai un pubblico che ha fatto il callo alle notizie e ai lutti dai fronti orientali, riservate ai volontari in uniforme, senza incubi di cartoline precetto per gli altri.
Un trilione e 21 milioni (ma la cifra aumenta ogni secondo, come registra il sito angoscioso www.costofwar.com dove si vede il prezzo salire di mille dollari al secondo) sono meno di quando la nazione abbia speso, dal 2001 a oggi in fast food, in cheeseburger, frappé e patatine fritte, mille e duecento miliardi di dollari.Dunque la guerra che non esiste, che cosa meno di uno «happy meal», di un pasto per bambini da McDonald´s con omaggio di pupazzetti di plastica, non sarà fermata dal costo finanziario e neppure da quello umano. Gli Stati Uniti si possono permettere altri venti, o trent´anni di operazioni militari in Iraq o in Afghanistan, ignorare altre migliaia di bare, meno costose di patatine e frappé.

 

L’AMICO DI OBAMA CHE CERCA FONDI PRO-GAZA (INTANTO MICHELLE VA A MARBELLA) - AL QAEDA NEL MAGHREB UCCIDE L’OSTAGGIO FRANCESE – IL RITORNO DI FIDEL IN DIVISA – I REALI INGLESI SCOPRONO IL SOCIAL NETWORK - CHAVEZ SULLA COLOMBIA: “SE CI ATTACCA, BASTA PETROLIO AGLI USA” - HAYWARD IL “GAFFEUR” DI BP TRATTA LE DIMISSIONI - PUTIN INCONTRA ANNA E LE ALTRE SPIE E CANTA INNI PATRIOTTICI…

 

1. AL QAEDA: UCCISO OSTAGGIO FRANCESE...
Dal "Corriere Della Sera" - In una registrazione audio trasmessa dall'emittente satellitare Al Jazeera, un sedicente leader di «Al Qaeda per il Maghreb islamico» ha affermato ieri che un ostaggio da aprile nelle mani del gruppo terrorista, il francese Michel Germaneau, 78 anni, è stato assassinato. L'esecuzione era una «vendetta» per l'uccisione di sei guerriglieri in un raid compiuto dalle forze mauritane, con il «supporto tecnico e logistico» di «mezzi militari francesi», la notte fra giovedì 22 e venerdì 23 luglio.La stampa francese aveva sostenuto che l'obiettivo, fallito, era proprio quello di liberare l'ostaggio. Michel Germaneau, cardiopatico, ingegnere minerario in pensione che aveva lavorato nell'industria petrolifera algerina ed era quindi diventato rappresentante della piccola associazione umanitaria Enmilal, era stato rapito nel nord del Niger nell'aprile scorso. Il ramo nordafricano di Al Qaeda per liberarlo aveva chiesto uno scambio di prigionieri

2. UN AMICO DI OBAMA CERCA FONDI PRO GAZA, LO DICE HAARETZ...
Da "La Stampa" - L'«Audacity of hope», la nave che alcuni gruppi filo palestinesi Usa vogliono acquistare per sfidare il blocco israeliano a Gaza, rischia di mettere in imbarazzo il presidente Obama. Uno degli attivisti, infatti, è Rashid Khalidi, professore di storia alla Columbia University e vecchio amico del presidente. Questo legame, come ha scritto ieri il quotidiano israeliano Haaretz, ha già creato problemi ad Obama durante la campagna elettorale nel 2008.

3. E C'È ATTESA PER MICHELLE A MARBELLA...
Dal "Corriere Della Sera" - Dopo il paradiso del Maine e prima di una visita obbligata sulle coste del Golfo del Messico, martoriate dalla marea nera, la first lady Michelle Obama e le figlie si concederanno una vacanza a Marbella in Spagna dal 4 all'8 agosto secondo i siti web spagnoli. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, invece, non si recherà in Spagna, secondo il sito del "Periodico de Catalunya". Se il quotidiano avesse ragione, il 4 agosto Obama festeggerà i 49 anni lontano dalla famiglia.

4. CUBA: FIDEL TORNA IN TV CON LA DIVISA MILITARE...
Da "La Stampa" - Fidel Castro torna a farsi vedere in pubblico e, per la prima volta da quando ha lasciato la guida di Cuba al fratello Raul, quattro anni fa (a causa di una malattia), lo fa vestendo la sua famosa divisa militare verde oliva, diventata il simbolo stesso del líder máximo cubano. La televisione di Stato cubana ha infatti trasmesso le immagini di Fidel, che compirà 84 anni il 13 agosto prossimo.

5. IRAN: L'EX CAPO DELLA CIA «ATTACCO PROBABILE»...
Da "La Stampa" - Un attacco militare contro l'Iran da parte degli Stati Uniti non è mai stato tanto probabile come adesso. Lo ha affermato alla Cnn un ex capo della Cia, Michael Hayden, spiegando che, a dispetto degli sforzi diplomatici americani, Teheran continua a portare avanti il suo programma nucleare. «Durante l'era Bush - ha specificato Hayden - un intervento militare era in fondo alle possibili opzioni. Ma adesso sembra inesorabile».

6. CILE, PINEIRA SUI MILITARI: «NESSUNA GRAZIA»...
Da "La Stampa" - Il presidente cileno Sebastian Pineira ha assicurato che non concederà nessuna grazia ai militari già condannati per violazioni dei diritti umani, nonostante la richiesta di grazia da parte della Chiesa cattolica cilena. «Non sarebbe opportuno e tantomeno prudente in questo periodo promuovere una nuova legge di amnistia generale» ha spiegato il presidente.

7. GRAN BRETAGNA, LA FAMIGLIA REALE SBARCA SU FLICKR...
Da "La Stampa" - Oltre 600 foto della famiglia reale inglese saranno visibili da oggi su Flickr, il popolare sito che permette la pubblicazione e la condivisione di immagini. Sull'account www.flickr.com/britishmonarchy si possono ammirare immagini d'archivio della regina bambina, del principe Carlo, di William e Henry, e anche di Lady Diana.

8. CHAVEZ SULLA COLOMBIA «SE CI ATTACCA, BASTA PETROLIO AGLI USA»...
Da "La Stampa" - Hugo Chavez coinvolge gli Stati Uniti nella tensione crescente con la Colombia. Il presidente venezuelano ha minacciato di tagliare i rifornimenti di greggio all'America «in caso di attacco da parte della Colombia». Caracas è il quarto fornitore di petrolio degli Stati Uniti.

9. LA SUPER-PORTAEREI "WASHINGTON" SFIDA LE MINACCE DELLA COREA DEL NORD...
Da "la Repubblica" - Sono iniziate le manovre militari congiunte tra Usa e Corea del Sud, contro le quali Pyongyang ha minacciato di usare anche il suo «deterrente nucleare». La portaerei "Uss George Washington", con cacciatorpedinieri di entrambe le marine, oltre ad oltre 200 caccia, partecipano ai 4 giorni di esercitazioni che coinvolgono 8 mila militari.

Alle manovre nel Mar del Giappone partecipa anche un sottomarino nucleare, che è stato l´argomento usato dai nordcoreani per denunciare quella che definiscono una provocazione dopo le accuse - secondo Pyongyang infondate - di essere responsabili dell´affondamento di una nave militare sudcoreana il marzo scorso, che provocò la morte di 46 marinai.

10. HAYWARD «IL GAFFEUR» TRATTA LE DIMISSIONI...
Monica Ricci Sargentini per il "Corriere Della Sera" - Se non è oggi, sarà domani. Il destino di Tony Hayward, l'amministratore delegato della Bp, sembra segnato. Nonostante le smentite del portavoce della compagnia, il manager geologo con la faccia da cherubino ha passato il weekend a contrattare la sua uscita di scena.
Il Consiglio di amministrazione starebbe prendendo in considerazione l'ipotesi di ridurre la sua liquidazione (un milione di sterline) data la gestione disastrosa della crisi. «Tony la gaffe», come è stato soprannominato, è riuscito a collezionare uno scivolone dietro l'altro. Mentre la gente della Louisiana si disperava lui ha sospirato: «Voglio riprendermi la mia vita». Davanti ai congressisti Usa che gli chiedevano spiegazioni si è trincerato dietro una serie di «non so», «non c'ero», «forse».

Poi la fuga in barca per assistere a una regata all'Isola di Wight mentre il petrolio continuava a sgorgare al ritmo di 60mila barili al giorno. Troppo per la Bp che domani annuncerà i risultati per il secondo trimestre 2010. Trenta miliardi di dollari di uscite per chiudere la falla, indennizzare le vittime e pagare le multe per un totale di tredici miliardi di dollari di perdite.

Un deficit enorme. Per questo si volta pagina. A sostituire Hayward dovrebbe arrivare Bob Dudley, attualmente responsabile delle operazioni per contenere la marea nera. Il suo accento da americano del sud, sperano a Londra, aiuterà la Bp a uscire dai guai.

11. PUTIN INCONTRA ANNA E LE ALTRE SPIE "ABBIAMO CANTATO INNI PATRIOTTICI"...
Nicola Lombardozzi per "la Repubblica"

Da qualche parte, in un rifugio nelle foreste a sud di Mosca, Anna la Rossa ha avuto il suo premio di consolazione. Niente medaglie, almeno per il momento, ma un´indimenticabile festicciola di bentornati a casa dedicata a lei e agli altri nove agenti beccati in flagrante dall´Fbi ed espulsi dagli Stati Uniti due settimane fa. A fare da padrone di casa e da animatore della serata nientedimeno che Vladimir Putin, premier di Russia, cresciuto nel Kgb, e tuttora punto di riferimento ideale per tutti i membri del servizio segreto dalle reclute agli alti ufficiali.
Proprio con l´orgoglio della spia, di professione e di vocazione, Putin ha voluto rivelare il suo incontro con i dieci sfortunati colleghi che era ovviamente rimasto assolutamente segreto. Non un incontro formale da capo di governo, ma una vera rimpatriata tra commilitoni finita con canti patriottici e magari con qualche bicchierino di troppo. Si sa come vanno queste cose.

Finite le chiacchiere, i racconti, gli aneddoti personali, qualcuno ha accennato l´attacco di "Dove comincia la nostra Patria?" e immediatamente è partito il coro. La canzone dell´era sovietica, resa celebre anche tra i civili da un film del regista Vladimir Bassov, è un classico del repertorio dell´ex Kgb sin dai tempi della lotta contro i nazisti. Perfetta per scaldare il cuore di un veterano come Putin e per trasformare completamente la serata finita tra canti nostalgici e abbracci camerateschi. E magari anche qualche proposito di vendetta.

 


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