"Il Foglio Volante" di Amerigo Iannacone -Mensile letterario e di cultura varia settembre 21, 2011 \\

“Il Foglio volante” di settembre 2011

È pronto e viene spedito in questi giorni agli abbonati “Il Foglio volante - La Flugfolio -Mensile letterario e di cultura varia” di settembre 2011. Vi si trovano testi di Loretta Bonucci, Andrea Cacciavillani, Luciano D’Agostino, Lino Di Stefano, Georges Dumoutiers, Maria Giusti, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Tiberio La Rocca, Tommaso Lisi, Giuseppe Napolitano, Giorgio Pagano, Silvana Poccioni, Fryda Rota, Patrick Sammut, Carlos Vitale.
Chi abbonarsi o ricevere copia saggio, si può rivolgere a edizionieva@libero.it o può telefonare al n. 0865.90.99.50.
Riportiamo, qui di seguito, il testo di apertura – un racconto di Silvana Poccioni – e un breve testo dalla rubrica “Appunti e appunti - Annotazioni linguistiche”.


Il passaggio

Fu quasi inavvertito, come quello che dalla veglia porta al sonno, un attimo di sospensione tra due dimensioni della coscienza, una sorta di vuoto prenatale, in cui lo spirito intorpidito galleggia senza peso.
Guardò in basso e le parve che i suoi piedi nudi poggiassero su una sottile lastra di cristallo, sospesa a mezz’aria, come un immenso pavimento trasparente senza inizio e senza fine, al di sotto del quale si stava rappresentando una scena di vita quotidiana e la storia era già in medias res.
Gli attori erano tutti in azione, completamente presi dalla loro parte, ciascuno perfettamente integrato nella vicenda, che appariva di un realismo quasi perfetto.
Vide i due pompieri che si affannavano nel tentativo di estrarre il corpo di una giovane donna dalle lamiere accartocciate dell’auto, schiantata sul palo del semaforo, quasi spaccata a metà, mentre il rosso continuava a lampeggiare con intermittenza.
Un po’ discosto, per non intralciare le operazioni, un uomo piangeva, con le mani sul volto, mentre la sua voce ripeteva a intervalli regolari «È tutta colpa mia. È tutta colpa mia».
Intorno un gruppetto di curiosi tentava di guardare la scena, addossandosi al cordone di protezione e ingrossandosi sempre piú. Una madre, tenendo per mano un bambino in lacrime, alzandosi sulla punta dei piedi, tendeva il collo per vedere meglio la scena.
Un vigile urbano con la paletta in mano e il fischietto tra le labbra tentava di far scorrere il traffico, indirizzando le auto sull’altra corsia perché si alternassero ordinatamente con quelle che giungevano dalla direzione opposta.
Ferma in attesa, un’ambulanza con le porte aperte illuminava con la sua luce blu intermittente i volti degli attori.
Mentre si svolgeva la rappresentazione e ciascun interprete recitava fedelmente il proprio pezzo di copione, le lancette di un enorme orologio appeso al cielo, cosí lente da sembrare ferme, tremavano vibrando nello spazio breve che separa i minuto precedente da quello successivo.
Guardò di nuovo giú nella strada. Il corpo era stato estratto dal groviglio di lamiere e deposto su una barella di emergenza. Il medico chino su di esso scosse il capo desolato, poi, con i gesti lenti della compassione, avvicinò la mano al viso cereo della giovane per chiuderle gli occhi. In quel preciso istante, come in una zumata improvvisa, azionata da un maldestro cine-amatore dilettante, il corpo della donna e il suo si staccarono simultaneamente, l’uno dalla strada e l’altro dal cielo, per congiungersi inscindibilmente, rimanendo per un attimo sospesi a mezz’aria, in una dimensione senza tempo.
Poi le lancette del grande orologio si mossero, scattando in avanti, dal minuto immediatamente precedente a quello successivo e il passaggio si completò: il tunnel, buio come nero di pece, fu invaso da un lampo di luce accecante, mentre il grande sipario si chiudeva sul suo ingresso.
Silvana Poccioni
Agnone (Isernia)


Diversamente

Siccome in una società come la nostra tutti devono essere, volenti o nolenti, abili e arruolati, c’è qualcuno che ha deciso che non esistono piú i “disabili” o gli “inabili” ma solo i “diversamente abili”, i quali sono cosí obbligati ad essere “abili”, sia pure “diversamente”.
Allora, per rendermi utile alla società, mi permetto fare anch’io qualche proposta: i sordi si chiamino “diversamente udenti”, i muti “diversamente parlanti”, gli zoppi “diversamente camminatori”, i castani “diversamente biondi”, le persone di colore “diversamente bianchi”, gli stranieri “diversamente italiani”, gli analfabeti “diversamente colti”, i ladri “diversamente onesti” e, per simmetria, gli onesti “diversamente ladri”. Siano poi chiamati “diversamente intelligenti” i cretini, come quello che si è inventato la formula “diversamente abili”.
Amerigo Iannacone

 

 

“Il Foglio volante” di agosto 2011

È pronto e verrà spedito a giorni agli abbonati “Il Foglio volante - La Flugfolio -Mensile letterario e di cultura varia” di agosto 2011. Vi si trovano testi di Loretta Bonucci, Luciano D’Agostino, Carla D’Alessandro, Antonio De Angelis, Carla De Angelis, Ida Di Ianni, Giancarlo Fighiera, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Tommaso Lisi, Teresinka Pereira, Fryda Rota, Patrick Sammut.
Chi desideri ricevere copia saggio, la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riportiamo, qui di seguito, il testo di apertura, un racconto a firma di Amerigo Iannacone e un breve poesia di Tommaso Lisi.

 

Il salice piangente

È una bella giornata. Il sole brilla ma non scotta. Una piccola nube passeggia annoiata nell’intenso azzurro del cielo.
Massimo non ha impegni di lavoro. Siede con un libro in mano. Ma non legge. Non ha, non dovrebbe avere, crucci, preoccupazioni, problemi. Il suo sguardo è, dovrebbe essere, sereno.
Ma un filo, un sottile filo di non so che si va insinuando nel suo intimo. Un filo di inspiegabile malinconia, un filo misterioso e insondabile che dall’interno comincia a rodere, a corrodere.
È forse quel filo che conduce al momento finale? È forse un filo di nostalgia per un tempo che non c’è piú? È il rimpianto per qualcosa che poteva essere e non è stato? È il rimorso per qualcosa che è stato e non doveva essere?
La mente vaga. Alle stagioni che si rincorrono. Al tempo che scorre e spinge davanti a sé come un’onda frettolosa. Nell’imporre i suoi puntuali cicli periodici, il tempo offre ogni volta una nuova primavera, con nuove rondini, con nuove margherite, con un pesco nuovamente fiorito.
Ma lo specchio, che non mente, ogni primavera rimanda un’immagine che ha una ruga in piú. E lo specchio dell’anima ha un peccato in piú. E il libro dei sogni ha un sogno in meno e una delusione in piú.
Massimo è sempre lí, col suo libro che non legge. Quella nuvola a spasso per il cielo, ora s’è messa davanti al sole e un’ombra di grigio si spande nella primavera.
Un brivido percorre le foglie del salice piangente.

Isernia, 13.5.2011
Amerigo Iannacone


Le viole


Le prime viole sono rare come
le ultime.
                 Ma le prime
annunciano l’abbondanza,
le ultime
ne sono il ricordo.

 Tommaso Lisi
 Coreno Ausonio (Frosinone)

 

 

Il Foglio volante” di luglio 2011

È pronto e viene spedito in questi giorni agli abbonati “Il Foglio volante - Mensile letterario e di cultura varia” di luglio 2011. Vi si trovano testi di Matteo Bianchi, Loretta Bonucci, Andrea Cacciavillani, Carmelo Cimino, Mariano Coreno, Filippo De Angelis, Lino Di Stefano, Vito Faiuolo, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Mariateresa La Porta, Giuseppe Napolitano, Franco Orlandini, Patrick Sammut, Arturo Ursiti, Annamaura Vassalli.
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Riportiamo, qui di seguito, il testo di apertura, a firma di Franco Orlandini e un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti”.

Giuseppe Ungaretti e suo figlio

Cadeva nel 2010 il quarantesimo anniversario della morte (avvenuta a Milano) di Giuseppe Ungaretti. Egli era nato ad Alessandria d’Egitto, nel 1888, da genitori lucchesi colà emigrati al tempo dei lavori per il Canale si Suez.
La poesia di Ungaretti è connessa con la sua vita, ad iniziare dalla prima silloge , in cui domina la dolorosa esperienza del fante nella Grande Guerra. Ungaretti fu sul Carso e noi sul fronte della Champagne; alla fine del conflitto, si fermò in Francia, dove si sposò. Dal 1921 si stabilí a Roma. Quale corrispondente di giornali e conferenziere, viaggiò molto. Sperando in una vita piú tranquilla, accettò la cattedra di letteratura italiana nell’Università di San Paolo e nel 1936 si trasferí in Brasile con la famiglia. Ma nel 1939 ebbe la sventura di perdere, a causa di un’appendicite mal curata, il figlio novenne Antonietto. Alla sua inestinguibile memoria, Ungaretti dedicò diciassette liriche raccolte sotto il titolo di “Giorno per giorno” (1940-46) .
La prima riporta il gèmito del piccolo infermo: «Nessuno, mamma, ha mai sofferto tanto...» Egli è rappresentato in un particolare atteggiamento: quando, dal guanciale, rivolgeva gli occhi – rimasti vivi nel visino smagrito, “già scomparso” – verso la finestra aperta. Guardava i numerosi passeri che entravano nella stanza, attirati dalle briciole che suo padre spargeva, cosí per dare qualche momento di distrazione al sofferente.
Dopo la morte del bambino, sgorga il lamento del genitore, il quale potrà, ormai, baciare soltanto in sogno le piccole mani, che tante volte s’erano affidate a lui. Nelle stanze vuote egli va ripetendo, piena di dolore, la vana domanda: «Ora dov’è, dov’è l’ingenua voce / Che in corsa risuonando per le stanze / Sollevava dai crucci un uomo stanco?...»
In un’altra poesia  Ungaretti presenta Antonietto come un bimbo svelto, curioso di voler scoprire gli aspetti “favolosi” della flora e della fauna. Ma al padre trepidante egli appariva come un “semplice soffio e cristallo” di fronte alla natura tropicale immane, selvaggia, opprimente: non avrebbe potuto non “spezzarsi”...
Ungaretti ha anche rievocato la notte in cui il piccolo, mentre gli teneva stretta la mano, per l’ultima volta gridò: «Soffoco...»
Dopo il lutto straziante, la latente religiosità s’è risvegliata nel poeta, confortandolo. Egli ha sentito la voce del figlio chiamarlo «dalle vette immortali»; e quell’anima pura entrare per sempre nella sua anima: «Sei animo della mia anima, e la liberi»... Per infonderle forza, per renderla pronta ad innalzarsi «dove il vivere è calma, è senza morte».
Franco Orlandini

 

 
Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

In bocca al lupo? Speriamo di no

Sentiamo continuamente la strana espressione “in bocca al lupo” in ogni contesto e l’ancora piú strana risposta “crepi il lupo”. Povero lupo, non se lo meriterebbe. Fa bene qualcuno che usa rispondere invece “viva il lupo”.
L’origine dell’espressione è ignota. Ci sono varie ipotesi, nessuna certa. Secondo alcuni, è dovuto al fatto che il lupo, o meglio, la lupa, trasporta i cuccioli nella bocca e quello è per i piccoli il posto piú sicuro. Ma perché poi il lupo dovrebbe crepare? Secondo altri, deriverebbe dal un modo di dire dei cacciatori che augurano di trovarsi “in bocca”, cioè di fronte, al lupo, in modo da poterlo avere sotto tiro e di non essere colti di sorpresa. Si parla di quando il lupo era considerato, a torto, pericoloso. Altri ancora ricollegano l’espressione, con qualche forzatura e Romolo e Remo. Un’ulteriore interpretazione vuole che “la bocca di lupo” era la lavagna dove i capitani che arrivavano alla Giudecca registravano il loro arrivo e la quantità e merci portate a casa. Quindi dire “in bocca al lupo” valeva ad augurare di tornare salvi in porto e portare molte merci. Ma si dovrebbe rispondere “che il Dio del mare ti ascolti” e non “crepi” perché il lupo non era un essere vivente bensí una lavagna. E ci sono ancora altre ipotesi.
Ora, al di là di ogni interpretazione, pur senza voler essere animalisti e senza volere prendere le difese del povero lupo, non sarebbe piú facile e piú normale dire semplicemente “auguri” e rispondere “grazie”? E lasciare cosí in pace il lupo, che è in fondo un animale timido e riservato?

 

 

“Il Foglio volante” di giugno 2011

È pronto e viene spedito in questi giorni agli abbonati “Il Foglio volante - Mensile letterario e di cultura varia” di giugno 2011. Vi si trovano testi di Loretta Bonucci, Vincenzo Calce, Claudio Carbone, Mariano Coreno, Lino Di Stefano, Georges Dumoutiers, Angelo Gallo, Amerigo Iannacone, Antonia Izzi Rufo, Pietro La Genga, Salome Molina Lopez, Concetta Laura Mauceri, Michele Menciassi, Carlo Minnaja, Silvana Poccioni, Nadia-Cella Pop, Fryda Rota.
Chi desideri ricevere copia saggio, la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riportiamo, qui di seguito, il testo di apertura, a firma di Amerigo Iannacone e un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti”.


Golia, Davide e la colonizzazione linguistica

Avete notato? Fino a qualche anno fa il computer aveva tasti che si chiamavano “Avvio”, “Fine”, “Invio”, ora si chiamano “Start”, “End”, “Enter”. Fino a qualche anno fa i titoli dei film d’oltre oceano venivano tradotti in italiano (e venivano tradotti anche tutti i titoli di testa e di coda), oggi tutto rimane in inglese. Vi ricordate i fumetti degli anni Sessanta/Settanta? Si chiamavano “Nembo Kid” e “Gli Antenati”, oggi si chiamano “Superman” e “Flintstones”.
Fino a non molti anni fa il presidente del consiglio non si chiamava “premier” e le prostitute non si chiamavano “escort”, il biglietto non si chiamava “ticket”, le insegne dei negozi erano in italiano e non in pseudoinglese. E non voglio annoiare con altri esempi, perché non c’è nessuno che non noti in tutti i campi un’invadenza dell’inglese (meglio: dell’americano) tale che è diventata sopraffazione linguistica. L’intrusione di vocaboli ed espressioni – e anche modi e vezzi – americani, è entrata di prepotenza nella nostra vita quotidiana. L’inquinamento lessicale (e culturale) è sempre piú grave e va contaminando, oltre che la lingua, la nostra cultura e la nostra identità, che si vanno sempre piú inquinando, corrompendo, smagliando.
Ma perché mai l’invasione linguistica può avanzare incontrastata? Può avanzare perché l’invasore ha come complice chi l’invasione la subisce. Assedianti e assediati diventano cosí complici. Anche se c’è chi ci guadagna e chi ci perde. Ma sono gli assediati che aprono le porte al cavallo di Troia degli assedianti. Gli interessi economici e politici vanno all’attacco e la pigrizia intellettuale apre le porte dall’interno.
Una pigrizia intellettuale che è quasi sempre inconsapevole, ma a volte è connivente. Spesso l’uso, a proposito e a sproposito, di termini inglesi, un uso quasi sempre inutile e il piú delle volte dannoso, si traveste da sprovincializzazione, ma proprio quest’uso è segno di provincialismo. Si traveste da originalità, ed è invece indice di conformismo e anche di pedissequa acquiescenza contro il piú forte.
La maggior parte delle persone, fra Davide e Golia, magari dice di tifare per Davide, ma poi sceglie Golia. Non per sue – inesistenti – qualità positive, ma per la sua potenza. In campo linguistico Golia oggi è l’inglese, Davide è l’italiano. Ma pare non abbia nessuna voglia di usare la fionda.

Amerigo Iannacone


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Lasagne e pubblicità

Scrivevo, qualche mese fa, che ora i menú dei ristoranti piú chic (o piú snob) non propongono “Lasagne”, ma “Le lasagne”, con tanto di articolo, come se non ci fossero altre lasagne che quelle. E propongono “L’arrosto di agnello”, “La macedonia”, “I formaggi”, tutti piatti ben muniti di articolo.
Ora siccome le sgrammaticature sono contagiose come la febbre gialla, vediamo diffondersi questo vezzo in altri ambienti. Cosí in televisione: se state guardando “La 7”, ogni tanto il programma si interrompe ed ecco “La pubblicità”, con tanto di articolo. come se non ci fosse altra pubblicità che quella. E invece se ne trova in abbondanza dovunque e comunque.

 


“Il Foglio volante” di maggio 2011

Viene spedito in questi giorni agli abbonati “Il Foglio volante - Mensile letterario e di cultura varia” di maggio 2011. In questo numero testi di Carla Paola Arcaini, Loretta Bonucci, Mariano Coreno, Georges Dumoutiers, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Tiberio La Rocca, Giuseppe Napolitano, Teresinka Pereira, Silvana Poccioni, Patrick Sammut, Gerardo Vacana, Antonio Vanni.
Chi desideri ricevere copia saggio, la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riportiamo, qui di seguito, il testo di apertura, a firma di Giuseppe Napolitano, e una poesia di Amerigo Iannacone.

Il viaggio della parola
Convegno internazionale a Gaeta

Nell’ambito della quarta edizione della manifestazione Yacht Med Festival, si è svolto il 15 aprile a Gaeta un Convegno letterario internazionale dedicato al linguaggio della poesia come trasmissione di valori sovranazionali e denominato Il Mediterraneo in poesia. Il viaggio della parola.
La manifestazione, curata dall’Associazione “la stanza del poeta”, ha avuto importanti ospiti provenienti da dieci Paesi di tutto il bacino del Mediterraneo. Si è articolata in due sessioni, a loro volta divise in un momento di riflessione critica e in una lettura di testi.
La sessione della mattina è stata dedicata a: “La traduzione di poesia”, con una tavola rotonda alla quale hanno partecipato Nasos Vaghenàs (Grecia), Patrick Sammut (Malta) e Elvana Zaimi (Albania), esperti di traduzione e docenti di lingua e letteratura nei loro Paesi. La traduzione è fondamento di conoscenza e arricchimento, specie per le lingue minoritarie (come sono per esempio l’albanese e il maltese); va sfatato il vecchio cruccio della fedeltà: si può non essere fedeli all’originale, ma se scatta la “meraviglia estetica” è impossibile sbagliare, e nella lingua di arrivo si avrà un testo anche diverso ma fedele nel “senso” e nel “ritmo” – ed è quello che conta.
La sessione pomeridiana è stata dedicata a “La donna in poesia” con la partecipazione di Samira Negrouche (Algeria), Nicole Stamberg (Francia) e Diti Ronen (Israele), poetesse di rilievo internazionale, impegnate in Associazioni per la promozione dei diritti femminili. Non si può dire con leggerezza che la poesia femminile sia diversa; la vede tale chi considera diversa la donna – una donna che scrive invece ha la stessa forza dell’uomo, esprime la stessa capacità.
Altri poeti ospiti del convegno di Gaeta, oltre i partecipanti alla tavola rotonda, sono stati: Mohammed El Amraoui (Marocco), Georges Drano (Francia), Shaip Emërllahu (Macedonia), Sabahudin Hadžialić (Bosnia), Amir Or (Israele), Agron Tufa (Albania), Gustavo Vega (Spagna). Non sono purtroppo intervenuti i poeti tunisini Abdelmajid Youcef e Radhia Chehaibi, pur invitati, per problemi burocratici nel loro Paese. Tutti i poeti hanno letto nella lingua originale le loro poesie che poi sono state proposte in traduzione. Il succedersi delle varie lingue ha creato un tessuto sonoro straordinario, particolarmente apprezzato dal pubblico (scelto e interessato), che ha seguito a tratti con evidente commozione.
Per ricordare come merita la manifestazione poetica di Gaeta, è stato anche pubblicato – nella collana “la stanza del poeta” (col numero 75) – un volume contenente note biografiche e critiche e alcuni testi (in originale e in traduzione) di tutti i poeti partecipanti. Per alcuni di loro si tratta in effetti del battesimo editoriale in Italia, per la maggior parte di una conferma, essendo già apparsi con i loro piccoli libri nella collana della “stanza”.
Una simpatica appendice, che ha portato “Il viaggio della parola” a Formia, ha visto il giorno dopo sette poeti (Drano, Stamberg, Ronen, Vega, El Amraoui, Emërllahu e Hadžialić) nella Libreria “da Margherita”, luogo d’incontro ormai abituale per gli amici della poesia nel Golfo di Gaeta. È stata un’occasione particolarmente significativa perché alcuni degli ospiti hanno presentato opere inedite appena tradotte, che molto probabilmente saranno pubblicate anch’esse quanto prima.
«La parola del poeta può dare nuova forza all’unità fra i popoli del Mediterraneo: è una risorsa che non va sprecata»: in queste parole del Sindaco di Gaeta, Antonio Raimondi, che ha porto ai poeti partecipanti il saluto della sua città, è in fin dei conti l’essenza delle ragioni di fondo che hanno caratterizzato il Convegno “Il Mediterraneo in poesia”.

Giuseppe Napolitano

Giappone 2011

Immagini apocalittiche
impetuose scuotono
la nostra indolente leggerezza.
Un terrore fluido che avanza
e travolge e ammucchia e spiana
e non trova baluardi
nella sua arrogante avanzata.
Poi il terrore invisibile degli atomi
che si sprigionano inarrestabili
erompe e supera ogni resistenza,
abbatte ogni ottimismo.
Brusco ci ricorda
che ben misera cosa siamo,
nulla contro il nulla che vince.

Isernia, 28.3.2011

 Amerigo Iannacone


“Il Foglio volante” di aprile 2011

Viene spedito in questi giorni agli abbonati “Il Foglio volante - Mensile letterario e di cultura varia” di aprile 2011. In questo numero testi di Francesca Barone, Bastiano, Loretta Bonucci, Mariano Coreno, Carla D’Alessandro, Annie Delperier, Raffaele Di Siena, Georges Dumoutiers, Amerigo Iannacone, Maria Giusti, Pietro La Genga, Concetta Laura Mauceri, Franco Orlandini, Teresinka Pereira, Silvana Poccioni, Fryda Rota, Adolf P. Shvedchikov, Gerardo Vacana.
Chi desideri ricevere copia saggio, la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riportiamo, qui di seguito, il testo di apertura, a firma di Amerigo Iannacone, e una poesia di Gerardo Vacana.

«La bellezza salverà il mondo»

Leggendo una pagina di Gramsci, dove dice che «L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera» mi viene voglia di riprendere un tema già altre volte affrontato, ma che ritengo di importanza determinante: il valore della cultura e il ruolo dell’intellettuale.
Se abituiamo i bambini a leggere, essi leggeranno anche quando saranno adulti, se abituiamo i bambini ad apprezzare il bello – e quindi l’arte – lo apprezzeranno nella vita; se infondiamo in loro buoni sentimenti, probabilmente saranno buoni cittadini.
Oggi viviamo in tempi di decadenza morale e culturale. Stiamo assistendo a un progressivo degrado morale e sociale e i rapporti umani diventano più difficile: maleducazione, egoismo, edonismo ad ogni costo, abbandono delle buone maniere e del buon gusto, nichilismo, sguaiataggine, spesso con l’esempio e, a volte, con l’implicito avallo, di chi dovrebbe dare ben altri esempi. Spesso nella colpevole indifferenza che “passivamente opera”.
Nel libero Autobiografia di una repubblica. Le radici dell’Italia attuale, Guido Crainz riprendendo un’espressione di Pasolini, scrive che negli ultimi decenni c’è stata una “mutazione antropologica”.
È la televisione, la peggiore televisione, e non la scuola che “fa scuola”. È la piazza che fa scuola. A volte si colpevolizzano i giovani, i quali, però, in un certo senso, sono le vittime, più o meno inconsapevoli, di chi ha preparato loro questa società.
Come uscirne? Certo non è facile. Ma se se ne esce, se ne esce cambiando l’uomo, intervenendo quindi sulla sua formazione e sulla crescita morale. E siccome è più facile piantare che innestare, bisognerebbe rivolgersi prima di tutto ai bambini e ai ragazzi.
Ed ecco la funzione della cultura, dell’arte, della letteratura, della poesia. Con la cultura l’uomo tende ad elevarsi, a mettere a tacere gli istinti più perversi. Il valore della cultura e il valore dell’arte e della poesia vanno perciò tenuti nella massima considerazione. Dostoevskij ebbe a scrivere che «la bellezza salverà il mondo»: Non è solo uno slogan o una frase ad effetto né una suggestione poetica. L’espressione ha una sua logica e una sua spiegazione razionale. La bellezza, e quindi l’arte in tutte le sue manifestazioni, ingentilisce gli animi e li predispone alla benevolenza verso gli altri.
Ed ecco allora il valore dei libri, dell’arte, della letteratura, della poesia, della scuola. Ecco il ruolo dell’intellettuale: cercare di trasmettere l’amore per la cultura e per l’arte, perché la cultura e l’arte sono bellezza e «la bellezza salverà il mondo».
Amerigo Iannacone


Coraggio, passiamo

Sulle strade appenniniche
o alpine (ma anche
pirenaiche o andine,
un segnale a ogni passo:
“Pericolo slavine!”,
“Strada sdrucciolevole!”,
“Caduta massi!”…

E tu che fai, non passi?

5.7.1991

 Gerardo Vacana
 Gallinaro (Frosinone)

 

 

 


“Il Foglio volante” di marzo 2011

Viene spedito in questi giorni agli abbonati “Il Foglio volante - Mensile letterario e di cultura varia” di marzo 2011. In questo numero testi di Bastiano, Loretta Bonucci, Fabiano Braccini, Aldo Cervo, Mariagrazia Colasanto, Antonio Conserva, Mariano Coreno, Amerigo Iannacone, Pietro La Genga, Salome Molina Lopez, Carlo Onorato, Franco Orlandini, Teresinka Pereira, Silvana Poccioni, Ezra Pound, Adolf P. Shvedchikov, Gerardo Vacana.
Chi desideri ricevere copia saggio, la può chiedere a uno degli indirizzi: edizionieva@libero.it, edizionieva@edizionieva.com, opp. per telefono al n. 0865.90.99.50.
Riportiamo, qui di seguito, il testo di apertura, a firma di Aldo Cervo, sul 150° dell’Unità d’Italia e un testo a firma Amerigo Iannacone.

17 marzo 2011: centocinquantesimo dell’Unità
Le ragioni che ci accomunano

L’Italia paga – nell’odierna diatriba: celebrazioni sí, celebrazioni no – un prezzo alla storia: alla sua storia che ne ha fatto Paese piú unico che raro fra tutti gli altri Paesi del mondo. Geograficamente delimitato, e direi inequivocabilmente, da barriere naturali indiscutibili quali il mare e le Alpi, fu in età preromana già sede di innumerevoli etnie (Galli insubri, Etruschi, Latini, Osci, Appuli, Siculi etc.). Poi, dopo la colonizzazione romana, tradottasi nel volger dei secoli, in progressiva aggregazione socioculturale, intervenne l’insediamento in Roma della Chiesa, divaricante tra Nord e Sud, e con esso anche l’avvio di imponenti flussi migratori di popolazioni asiatiche in un Impero in profonda crisi, con il proliferare di Regni romano-barbarici che, se furono premessa all’assetto moderno dell’Europa, interruppero tuttavia traumaticamente il processo già difficoltoso di unitarietà avviato nella penisola.
Perennemente contesa, l’Italia, da entità nazionali viciniori meglio organizzate, subí nell’Alto e Basso Medioevo dominazioni straniere che si sparsero sul territorio a macchia di leopardo, come quelle di Goti, Ostrogoti, Vandali, Longobardi, Franchi, Normanni, Svevi, Angioini, Spagnoli, etc. La lacerazione continuò – interna stavolta – nell’età comunale, coi Comuni del Centro-Nord, che tra IV e V secolo scaddero a Principati e Signorie per una cattiva gestione della democrazia fatta di insanabili faziosità e risse. Dal ’700 all’Unità infine, la nostra storia è fatta di dominio diretto (e indiretto) degli Asburgo, cui seguí l’ambivalente influenza francese, illuministica, a un tempo, e tiranna, fino al palese nepotismo del celebre Corso di Ajaccio. Sicché alla luce di tale quadro riepilogativo sembrerebbe dunque l’Italia altro non esser che semplice “espressione geografica”, dando credito al noto sarcasmo del reazionario Principe di Metternich nel tempo della Restaurazione postnapoleonica.
Ora è certamente vero che la storia politica dell’Italia, quella a grandi linee appena riassunta, evoluta poi nell’’800 in un poco condiviso Risorgimento, ha portato il nostro Paese alla condizione di Stato unitario con circa sette secoli di ritardo su piú fortunate monarchie europee (Francia e Inghilterra), con visibile ricaduta – in negativo – sul sentimento della Nazione non ancora a tutt’oggi confermatosi in pienezza. E si metta anche nel conto che a Unità conseguita quel ritardo, in una con gli egoismi opportunistici di Stati europei con tanto di Costituzioni democratiche, trascinò il giovane Stato italiano in una spirale di errori pressoché inevitabili, dal primo dei quali: il mortale abbraccio di Bismarck del 1882, derivò il secondo: il “tradimento” della Triplice nel primo conflitto mondiale. E l’avvento di un Fascismo animoso ma velleitario, sostenitore di uno scatto d’orgoglio nazionale, ma senza mezzi, e costretto a misurarsi sul piano ideologico col progetto marxista infinitamente piú attrezzato per dimensione dottrinale di quanto non lo fosse la sistemazione teoretica del Fascismo operata a posteriori da Giovanni Gentile, chiuse poi, degli errori, la fatale triade.
Ciò detto, è però vero anche che la Cultura italiana, indipendentemente dalle sfavorevoli contingenze politico-ideologiche, l’unitarietà la tenne fin dai suoi primi albori, mantenendola poi, e approfondendola nei secoli. Se è vero – ed è vero – che le lingue sono elemento forte di identità dei popoli, bisogna allora convenire che il latino, via via imponendosi sugli idiomi delle diverse etnie presenti nella penisola (e fuori di essa) divenne importantissimo strumento di amalgama socioculturale. E degli intellettuali che in quella lingua realizzarono i loro capolavori, divulgatori potentissimi di intramontabili valori umani e dello spirito, solo pochi furono di Roma e dintorni. Andronico ed Ennio erano pugliesi, campani Nevio, Lucilio e Lucrezio, umbri Plauto e Properzio, Virgilio e Plinio erano rispettivamente di Mantova e di Como, Orazio era lucano di Venosa, abruzzese di Sulmona Ovidio, Catullo e Livio infine erano veneti. Evidente dunque come la varia provenienza geografica di gente colta (e ci si è limitati alla piú nota), impegnata nei diversi ambiti dello scibile e dell’arte, dalla filosofia alle scienze, dall’agricoltura alla storia, dalla poesia lirica all’epica, attesti l’espandersi di interessi culturali comuni, destinati a divenire nei tempi giusti tessera identificativa di una nazione.
Con la nascita delle lingue neolatine, la funzione aggregante del nostro italiano (nato, anch’esso, in ritardo rispetto alle altre lingue nazionali, ma ben piú maturo nella strutturazione sintattica) concorre a consolidare il corredo culturale della italianità. Di tale consolidato corredo fanno fede autori nelle cui opere il nome Italia risuona, e non per semplice vezzo erudito, né per il solo effetto eufonico che in sé reca, ma come concreto richiamo di una identità nazionale di che si radica, e in profondità, il sottosuolo culturale dell’intero nostro territorio. E qui chiamiamo a testimoni Dante e Petrarca, poi Machiavelli, Leopardi, il grandissimo Manzoni, che meglio di ogni altro riassunse i tratti unitari dell’Italia ottocentesca: una d’arme, di lingua, d’altare / di memorie, di sangue e di cor. E Manzoni, nativo di Milano, nipote per ramo materno di Cesare Beccaria, era maturato negli ambienti illuministici dell’europea Parigi.
Quali sono allora i tratti unitari che nella contemporaneità accomunano noi italiani? Depennando dalla sintesi manzoniana sia l’arme (non abbiamo piú “austriaci” da combattere), che il sangue (la multietnicità è una ricchezza, non il contrario), rimangono – inamovibili – la lingua, l’altare, le memorie, ed il cor.
Del ruolo identificativo della lingua s’è già parlato, ma ad esso vanno aggiunti i ruoli altrettanto aggreganti della Religione, del Passato e del Sentimento. E l’Italia ha il suo Credo cattolico, la singolare Storia che ne fa Nazione unica proprio per diversità, e il suo Sentimento di Paese laborioso e solidale, che con gli altri, nel computo del dare e dell’avere, chiude certamente a credito.
Certo! Se tale variegato sottosuolo di pensiero e di arte avesse potuto nel trascorso Risorgimento evolvere – localmente dico – in una ricerca di unità politica attraverso itinerari autonomi, senza interferenze e accelerazioni piú o meno interessate di soggetti politici terzi, sarebbe stato l’ideale, e forse si sarebbe pervenuti fin da subito a un sano federalismo, rispettoso delle autonomie locali e delle locali tipicità antropologiche. Ma nello svolgersi degli eventi, da che mondo è mondo, non sempre (per non dire quasi mai) quel che avviene si srotola in maniera indolore, e lungo il tracciato della non violenza e dell’altrui rispetto. E tuttavia anche nella storia vale il motto per il quale “cosa fatta, capo ha”. Che a dirla in breve vuol significare che, fermo restando il diritto-dovere di ristabilire, almeno intenzionalmente, a trecentosessanta gradi la verità, bisogna poi prendere atto dell’accaduto, ricavarne – se è possibile – un qualche insegnamento, e lavorare poi a costruire il futuro, facendo leva sulle ragioni che ci accomunano e non rinfocolando vecchi rancori ed inimmaginabili voglie di rivalsa.

Aldo Cervo

Poste e cultura: sempre peggio

Zitti zitti, nella disattenzione generale, hanno fatto passare un nuovo aumento delle tariffe postali per l’estero, che costituisce un ulteriore attacco alla cultura.
Rientra nella normalità, qualcuno pensa, se per spedire una lettera fino a 20 grammi nella zona 1, ovvero l’Europa, non ci vanno piú 65 centesimi ma 75. Ma se guardiamo al rigo successivo, vediamo che “fino a 50 grammi” si pagano 2,40, cioè piú del triplo. Quindi, se in una busta ci sono, mettiamo, tre fogli A4, ci vuole il corrispondente di 4.500 lire di una volta. Costa piú la spedizione di una lettera che pesi per esempio 25 grammi, che tre lettere che ne pesino 20.
Ma il peggio è per le stampe. Se dovete spedire libri, giornali o riviste, vi rovinate. Per un libro che pesi fino a un chilo, ci vogliono 9 euro per la zona 1, 14 per la zona 2 (paesi extraeuropei), 20 per la zona 3 (Oceania). Se pesa piú di un chilo, saranno rispettivamente 15, 25 e 30.
Il primo attacco venne con l’abolizione della tariffa ridotta delle stampe per l’estero, cui se-guíl’abolizione della tariffa “stampe”, tout court, e poi l’abolizione della tariffa “ordinaria”. Rimase solo quella “prioritaria” (“priorità” poi rispetto a che cosa?), infine quest’ultima mazzata.
Pensate un po’ agli ingenui di una volta che non si preoccupavano dei dividendi degli azionisti ma della diffusione della cultura italiana all’estero e fissavano tariffe “stampe” molto basse e in piú ridotte per tutti al 50 per cento se solo non si trattava di stampe pubblicitarie.
Ebbene sí, non possiamo che rimpiangere i vecchi tempi quando le poste svolgevano una funzione sociale e non meramente economica e finanziaria e gli uffici postali non sembravano supermercati.

Amerigo Iannacone

 

 


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