Silvana Aurilia (I classificata) novembre 9, 2009 \\

Il canto

di Silvana Aurilia - Napoli


Il buio mi soffoca più del puzzo del vomito in questa stiva di legno fradicio. Il buio mi ha sempre fatto paura. Gli spiriti delle tenebre ti afferrano alla gola e ti trascinano nelle viscere della terra. E tu non puoi neanche difenderti, perché non li vedi.Ad ogni ondata, il legno fradicio geme e rantola come un elefante impazzito. Ieri pensavo che il mare non avesse una voce. Non avevo mai visto prima il grande gigante azzurro. La mia terra conosce solo giganti che sono verdi quando si uniscono in amplesso con la dea della pioggia o gialli quando combattono con il sole cocente che inaridisce le loro anime. Stanotte il grande gigante azzurro ha parlato. La sua voce è possente. Sa frignare, piangere, urlare…Ieri i guardiani ci hanno permesso di uscire quattro alla volta sul ponte di questo legno marcio. Appena fuori, la luce e l’aria sono esplose nelle mie carni dilaniate da giorni dal dio delle tenebre. Il mare era un tappeto blu e si univa agli azzurro e ai rosa del cielo. E non aveva voce. Se ne stava tranquillo ad ascoltare il ronzio del legno marcio, indifferente come un serpente al sole. Pensavo che fosse un gigante buono e senza voce, che avrebbe portato questo legno sulla riva opposta. Allora ho pensato alla distanza tra le due rive e non sono riuscita ad immaginarla. Non avevo alcuna misura. Né tempo né spazio. Era il gigante azzurro che decideva la durata del viaggio, che sostanziava con il suo essere le due vuote categorie e dava la misura alla distanza. Ho solo desiderato di essere un uccello per seguire libera le scie del vento, per essere sospinta, leggera nella luce, sull’altra sponda.
L’aria sarebbe esplosa nei miei polmoni, mi avrebbe sferzato il viso,avrebbe guidato le mie ali fino ad annullare la distanza…
Questa notte invece il mare ha mostrato tutta la sua crudeltà, la sua forza, la sua voracità. Apre e chiude le sue bocche gigantesche e non ci inghiotte mai, vuole gustarsi la nostra agonia…Tutto ha un’anima. Un’anima buona o cattiva. Tutto è bene o male…Spiegazione primordiale dell’essere è la mia. Non conosce sillogismi né metodi sperimentali. E’ percezione immediata del reale. Senso quasi divino del mondo…Io sono diversa da voi. Sono distante dalla vostra riva, io appartengo al lontano popolo dei Nuba. Non mi attarderò certo in spiegazioni sugli usi e costumi di questa tribù conosciuta da pochi. Basta solo sapere che siamo negri…Pelle nera…Capelli neri…occhi neri…Continente nero…Sporca piccola nera che si trova ora su un legno fradicio, succhiato e risputato dal grande gigante azzurro, alla ricerca della riva opposta…
Il viaggio comincia da quella notte dei piedi…i piedi correvano veloci. Grandi, medi, piccoli. Scalzi o calzati, si muovevano intorno a me veloci. Ero affascinata dai loro movimenti, dalle loro forme appiattite, arrotondate, dai piccoli rilievi che tempestavano come gemme le loro dita, dal suono che emettevano il cuoio e le stringhe, che li soffocavano, quando avanzavano e poi si fermavano, battevano sul terreno, calciavano. Ma la vera magia erano le nuvolette di polvere che sollevavano, dalle quali cadevano sempre più abbondanti gocce color rosso scuro che si allargavano in pozze e laghi vermigli. Non volevo sollevare lo sguardo. Altrimenti avrei visto e avrei perduto l’incanto dei piedi. Fui staccata a forza da quella vista. Qualcuno mi afferrò per i capelli, mi mise in piedi. Allora mi risolsi di guardarli in viso e vidi gli occhi… I miei compagni, su questo legno fradicio, sono solo occhi e mani. Occhi che si aprono come laghi ad accogliere nella notte i bagliori della luna e che subito si richiudono a trattenere le ultime masse luminose della vita. E mani che si aggrappano ai brandelli dei ricordi chiusi nelle sacche della disperazione. Non so nulla di loro, ma conosco il loro destino. Siamo partiti dallo stesso porto e siamo alla ricerca della riva opposta. Noi siamo i diversi. Noi siamo i clandestini. Gli assaltatori della riva del perbenismo. I pirati delle isole dell’indifferenza. I ladri delle oasi dell’uguaglianza. Gli usurpatori dei lidi del benessere…
Il legno marcio sale, scende e si rotola. Gli occhi si dilatano. Le mani si stringono. Nessuno si muove…
Gli occhi che vidi nella notte della magia dei piedi, erano rossi come il sole della mia terra al tramonto. Il loro sguardo era una pozza dalla quale potevi attingere solo l’acqua dell’odio e della crudeltà. I miei fratelli avevano già le mani in catena, divisi in file che i predatori dell’innocenza spingevano verso il loro destino. Abili nel pesare la carne dei piccoli Nuba, urlavano, spingevano, spogliavano, strappavano, violavano…E’ forte…Di là. Fila dei bambini soldati…Sporca puttanella…vieni qua…E’ buona per il bordello…Questo ha le mani lunghe.Va bene per le miniere…Chi piange? Usiamolo per il porno…E per le fabbriche di marca?…E’ malato uccidilo. Non ricaviamo nulla…forse gli organi…Dai fammi vedere il tuo coso!…Che hai? Perché urli?…
Toccava a me. Era grosso, forte, sembrava uscito dal fuoco. Color fiamma era il suo volto, nel quale ardevano due pietre nere delle quali nessuno aveva mai rapito lo sguardo…Io osai. Rubai il suo sguardo e il fondo limaccioso della sua anima…Si eccitò. Volle sbranare la mia carne. Si abbattè su di me come lava eruttata da vulcano a lungo in quiescenza. Il suo calore mi toglieva il respiro. Le sue mani incandescenti piagavano il mio corpo. La lama rovente del suo membro fu pronta a spezzarmi, ad esplodermi, bruciarmi e farmi nuova…Guardai il cielo. Nel blu della notte le stelle aprivano le loro corolle luminose. Allora dalla mia gola arsa, come acqua d fresco ruscello che rimbalza di sasso in sasso, venero fuori le note del dolce canto che il mio popolo intona quando intorno al fuoco guarda le stelle. Si fermò. Ascoltò il mio canto. La melodia si posò come neve sul cono bruciato della sua anima. Il mio canto fu come il vento leggero che asciuga il sudore, come l’acqua che spegne l’arsura, come il sole che bacia le piante. Ebbi salva la vita e la carne. Avevo sette anni. Sette grani di mais. Lo so perché il mio popolo usa piantare un chicco di mais per ogni anno dei suoi bambini quando gli uccelli volano verso il fiume azzurro. Se nascerà una pianta per ogni chicco, il bambino avrà buona sorte. Nessun germoglio era mai nato…
…I miei compagni cantano. Nel silenzio della stiva urla anche la mia voce e scava nella mia vita. Nel canto si lenisce la sofferenza. Si oblia il destino che ci gettò nel mare…Il grande gigante azzurro sta per inghiottirci. Il suo ventre si gonfia sempre di più, pronto ad accogliere i nostri corpi…
Quando l’uomo di fuoco mi portò via, mi girai a guardare per l’ultima volta il mio villaggio. In quell’attimo, il dio vento scese dalla corona
delle montagne e repentino corse nel villaggio. Alimentò le fiamme. Pulì dalla cenere i corpi nudi dei guerrieri armati di lance. Entrò nelle case e nelle stalle. Strappò dalle mani morte le zappe ricavate dai rami ricurvi. Scarnì i cerchi e i triangoli tatuati sulla pelle delle donne.
Piegò le piante. Sollevò nubi di sangue. Rapì dai corpi le anime e le posò dolcemente sugli alberi, sui fiori, nei fiumi e in ogni vivente. Del mio villaggio non si è mai saputo nulla. Troppo distante per esistere. Ma le anime del mio popolo vivono ancora là dove il dio vento le posò e si rinnovano nel cielo eterno del divino.
L’uomo di fuoco mi tenne con sé, in un luogo lontano, forse oltre il lungo fiume azzurro. Fui per lui scrigno mai violato. Quanto tempo, non lo so. Partiva e ritornava. Al suo ritorno era sempre più caldo, più rovente, più cupo. Le gemme nere dei suoi occhi erano divenute due abissi nei quali potevi tuffarti e risalire senza più anima. Solo il mio canto spegneva il suo fuoco e curava le piaghe della sua anima. Un giorno tornò bianco e freddo. Le sue mani divennero gelide come la rugiada del mattino. Il suo volto si trasformò in sale. Il suo corpo si accartocciò come foglia di palma arsa al sole. I suoi occhi divennero simili ad astri in eclissi…Allora comprò per me il viaggio sul legno marcio per raggiungere la riva opposta. L’altra metà del mondo, dove il nostro silenzio giunge appena…
…Non conosco il mio nome né la mia immagine. Forse non sono mai esistita. Ho il ventre piatto, la pelle liscia, le gambe lunghe, i capelli morbidi. Ma non so come sono. Non ho nome. Nessuno mi ha mai chiamato…
Il gigante ha spezzato il legno. Entra possente e prende i nostri corpi. Sono nel suo ventre e bevo la sua linfa. Ho gli occhi aperti e posso guardare finalmente il buio. La sua linfa mi toglie il respiro. Il fondo non è lontano. E’ la mia riva. L’anima mi abbandona a poco a poco. Vorrei cantare ancora per amore. Ma non posso. Non ho più voce…
…Gli abissi dell’oblio raccolgono la mia anima. Nessuno saprà mai nulla di me.

Motivazione
Un ottimo impianto narrativo sorregge la lucida descrizione di un inferno ancora troppo attuale. Un racconto drammatico di natura sociale che conduce alla riflessione. Il linguaggio “nudo e crudo” in molti punti rende realisticamente la serietà e la drammaticità dei problemi umani nel mondo. Giuseppe Bianco

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