Giuseppe Fragale novembre 9, 2009 \\

APPUNTAMENTO CON LA VERITÀ

di Giuseppe Fragale - Napoli
 

Un fischio sibilante ed un leggero sobbalzo, il treno stava abbandonando la stazione, finalmente iniziava la nostra prima vacanza insieme. L’avevamo programmata da mesi: in aula e nei pomeriggi liberi non parlavamo d’altro. Io, Jotis e Stany. Al liceo dividevamo in tre un banco da due persone, sempre insieme a convivere le ansie delle interrogazioni, le emozioni delle prime infatuazioni, gli spensierati svaghi. Era il 1990, erano i nostri 16 anni.
Tra una risata e qualche stornello, quasi non ci accorgemmo d’essere arrivati. Entrammo nel camping e subito c’impossessammo della nostra area, nel giro di un’ora piazzammo le tre canadesi, organizzammo l’angolo della mensa e predisponemmo delle corde intorno a mo’ di trincea. Avevamo il nostro spazio, il nostro territorio.
La nostra prima giornata si svolse quasi interamente alla perlustrazione del camping e delle strutture: era abbastanza raccolto, nel giro di circa duecento metri dalle nostre tende c’era un bar, una piccola discoteca all’aperto, i bagni comuni e la spiaggia riservata. Per noi era tutto perfetto, era per tutti la prima volta da soli senza i genitori, liberi di esternare la nostra voglia di conoscere il mondo e dal mondo farci conoscere.
Ci sono giorni che nel corso della vita si ricordano per sempre, il successivo fu uno di quelli.
Era incantevole, il mio sguardo rimase rapito. Ad un tratto la mia timidezza lasciò il posto ad un insospettato impeto. «Ciao, sei in vacanza da sola?»
«No, con Angela, mia cugina; lei scende in spiaggia più tardi».
«Beh, allora non sarebbe carino lasciarti da sola, ti terrò compagnia finché non viene».
«Ok, siediti qui con me». Passammo due ore a parlare di noi. Erika era la ragazza più bella che i miei occhi avessero mai visto. Aveva diciotto anni, un’espressione così dolce ed era lì con me a parlarmi di lei, ad incrociare i miei sguardi. Ci raggiunse Angela e restai con loro giusto il tempo per concordare un appuntamento per quella sera al bar.
C’incontrammo come previsto e dopo un po’ lasciai Jotis e Stany a prendersi cura di Angela, sembrò contrariata mentre io prendevo Erika per mano e la conducevo sulla spiaggia. I calmi flutti che si adagiavano sulla riva accompagnarono il nostro incontro. Osservai il suo viso candido adornato di un delicato rossore, i lunghi capelli biondi appena sfiorati da una leggerissima brezza, mi persi nel blu dei suoi occhi. Le mie labbra s’adagiarono sulle sue….
«Allora, cos’avete fatto? Dove siete andati? Vi siete baciati? E poi?» La mattina dopo, Jotis e Stany mi incalzarono con le loro domande. Con soddisfazione ed un po’ di imbarazzo cercai di descrivere loro ogni attimo, ogni trepidazione vissuta quella notte, ma era impossibile farlo con le parole. La giornata passò in fretta e portò via con essa gran parte della mia emozione.
La sera insieme ai ragazzi, Erika ed Angela ci unimmo ad un falò sulla spiaggia. Al suono di una chitarra iniziammo ad intonare canzoni, a bere una birra e poi… l’inizio della fine. Erika iniziò a bere insieme a Stany un misto di birra, vodka e whisky, la cosa inizialmente non mi turbò, ma notai una certa affinità tra loro quando iniziarono a girare quei famosi “spinelli” di cui tanto avevamo sentito parlare, ma neanche avevamo mai visto. Anche Angela e Jotis ci diedero dentro ed io fui l’unico a sentirmi escluso da quel giro. In quei contesti fumo ed alcool erano mezzi di aggregazione, io non avevo mai bevuto alcolici e neanche avevo mai fumato una sigaretta, nei bagni di scuola, nelle serate trascorse da soli a casa, tante volte mi avevano invitato a “provare”, ma la mia intransigenza aveva sempre saputo domare quegl’istintivi approcci alla trasgressione ed il mio orgoglio non permise neanche quella sera che ciò accadesse. Mi alzai dal gruppo tra la quasi indifferenza degli altri. Stany si girò verso di me con voce già soffusa: «Ma dove vai, resta qui». Osservai Erika adagiata su di lui, il suo sguardo era diverso dalla sera precedente, il blu dei suoi occhi era ormai sbiadito. Senza dire altro ritornai alla mia tenda e tra le lacrime mi abbandonai all’angoscia, dopo un po’ sentii delle risate ed una voce offuscata dall’ubriachezza: guardai fuori e vidi Jotis far accomodare Angela alla sua tenda, mi sdraiai nuovamente.
Un trambusto di voci e la mia tenda si aprì, la mattina seguente ebbi un brusco risveglio. Ricordo tre poliziotti che di peso mi tirarono fuori, mentre altri perlustravano la zona. Chiesero il mio nome, mi condussero all’interno dell’auto e mi ritrovai in caserma davanti ad una scrivania accerchiato da una platea di inquisitori. Vidi anche Stany e Jotis mentre venivano condotti in un’altra stanza. Solo allora mi fu detto che ero sotto accusa per l’omicidio di una giovane ragazza. Erika era morta, l’avevano trovata sulla spiaggia poco distante da quel maledetto falò, il medico legale riferì che era stata raggiunta da due colpi di un’arma bianca non convenzionale, forse un comune picchetto da tenda, uno alla gola, l’altro, mortale al petto. L’assassino l’aveva colta nel sonno, con fredda determinazione, probabilmente una morte senza sofferenze.
Da quel giorno nulla fu mai più come prima. Improvvisamente mi trovai scaraventato in un’altra sfera della mia vita, la mia innocenza, la mia spensierata gioventù spazzate via da un giorno all’altro, i miei sogni, le mie aspirazioni, il mio mondo stravolti da una tragedia senza spiegazioni.
Io, Stany e Jotis, eravamo gli unici imputatati gli unici ad aver conosciuto Erika durante quella breve ed infausta vacanza, ma era evidente che fossi io l’indiziato principale: avevo un movente, non avevo un alibi, mancava solo l’arma del delitto che non fu mai trovata. Stany non aveva un motivo per ucciderla, o se l’aveva era impossibile conoscerlo: dichiarò che quella notte aveva avuto un rapporto sessuale con la vittima e poi addormentatosi si era risvegliato col suo corpo inerme poco distante. Era stato proprio lui a dare l’allarme. Neanche Jotis aveva un movente, lui non l’aveva quasi conosciuta, inoltre il suo alibi era inappuntabile visto che aveva trascorso la notte con Angela e persino io, durante i miei innumerevoli interrogatori, avevo confermato di averli visti entrare in tenda. Inoltre a loro favore c’era anche la mancanza di lucidità causata dall’alcool e dal fumo. Loro due furono quasi subito scagionati, per me invece iniziò un calvario.
I seguenti due anni li trascorsi tra interrogatori, inquisizioni, avvocati, giudici di un piccolo uomo in balia degli eventi; fui accusato d’aver perso la ragione, d’aver agito in preda all’ira ed allo scoramento. Fui accusato di essere un assassino.
Arrivai alla conclusione delle udienze preliminari consumato dalla reclusione, dalle pressioni, dall’infamia che aveva coinvolto me e la mia famiglia, al pronunciamento della sentenza capii d’essere stato scagionato solo quando il mio avvocato si rivolse verso di me e mi diede un pacca sulla spalla: «Ce l’abbiamo fatta!» «Hanno riconosciuto la mia innocenza?»
«Insufficienza di prove, ma cosa importa. L’importante è che non ci saranno processi, sei di nuovo libero, ragazzo». Non sarei stato mai più libero fino al allora.
Aprii quella busta indirizzata a me. All’interno un semplice biglietto: “Appuntamento con la verità” era per quella sera, su quella stessa spiaggia. Pensai che poteva essere più facile in città, ma trovavo suggestiva l’idea di chiarire gli eventi proprio lì dove erano accaduti. Non c’era un mittente, ma era facile intuire che mi sarei incontrato con Stany e Jotis. In quei due anni non avevo avuto nessun contatto con loro, nessuna lettera, nessuna telefonata, le uniche notizie le ebbi tramite il mio avvocato che mi riportò le loro versioni dei fatti ed il loro sgomento per la mia imputazione. Erano passati due lunghi anni, la loro indifferenza aveva cancellato la nostra amicizia, ma quella sera era l’occasione che attendevo; finalmente avremmo chiarito le nostre versioni ed ognuno di noi avrebbe ammesso le proprie responsabilità, la verità su quella notte sarebbe venuta fuori.
Raggiunsi in auto il posto stabilito, e, a piedi, m’incamminai sulla spiaggia. Intorno a me un panorama deserto, come di consueto nei periodi autunnali, la buia atmosfera era illuminata solo da una luna opaca, le onde nervose si riversavano violente sulla riva, ogni loro incedere veniva accompagnato da un riverbero scrosciante mentre un freddo vento accarezzava le dune di sabbia. Arrivai per primo, ricordai perfettamente il punto in cui si svolse quel maledetto falò, quella notte mi aveva sottratto per sempre i miei migliori amici, una ragazza stupenda e la parte più serena della mia gioventù. Dopo un po’ vidi avvicinarsi Jotis, lo riconobbi subito. Mi raggiunse e si rivolse a me in tono imbarazzato: «Pino, come….Come stai?» Neanche il tempo di rispondere e notai un’altra figura venirci incontro. «Bene» esclamai in tono sarcastico. «Che bella rimpatriata! Direi proprio che ci siamo tutti».
«Strano modo di rivederci insieme dove c’eravamo lasciati l’ultima volta!» esordì Stany.
«È vero, ma ditemi chi di voi ha avuto quest’idea? Chi di voi ha ucciso Erika? Perché? E perché riunirsi qui per confessare la verità¬?» Il tono della voce di Jotis lasciava trasparire un certo nervosismo. «Credo che solo Pino potrà soddisfare la tua brama di conoscenza» disse Stany rivolgendo uno sguardo inquisitorio verso me.
«Ora basta, sono stufo dei vostri giochetti, delle vostre insinuazioni, della vostra falsa amicizia. Dovermi difendere da due anni di accuse ed illazioni: per il magistrato, per la stampa, per la famiglia di Erika, per tutti ero l’assassino della spiaggia, ma come fate persino voi a dubitare della mia innocenza? Come avrei potuto far del male ad Erika dopo aver trascorso con lei la notte più intensa ed emozionante della mia vita? Ma stasera basta, voglio la verità e uno di voi due dovrà darmela!»
«Non preoccuparti, se è la verità che vuoi sarai presto accontentato. Del resto siamo qui per questo, no?» Angela comparve quasi dal nulla, avvolta in un lungo cappotto scuro. «Sono lieta che abbiate tutti e tre risposto alla mia “convocazione”, del resto non poteva essere altrimenti, come potevate sottrarvi all’“Appuntamento con la verità”? Scommetto che in questi due anni abbiate fantasticato molto su chi poteva aver compiuto un tale barbaro omicidio e vedo che ancora adesso vi affaticate a scaricarvi le colpe l’un con l’altro. Stupidi, tutti stupidi gli uomini. E noi donne che ci affanniamo a rincorrervi, ci abbandoniamo tra le vostre braccia, cerchiamo in voi protezione, sicurezza, conforto…. Forse siamo ancor più stupide di voi! Io ed Erika eravamo cugine, ma siamo cresciute insieme: i suoi genitori morirono in un incidente quando era ancora in fasce, fu affidata alla mia famiglia, eravamo i suoi unici parenti. Era bella, determinata, sensibile; riusciva a trasmettermi tutto ciò che mai nessun uomo era stato in grado di darmi. È per questo che l’amavo! Ma lei non riusciva a capirlo, presa com’era dalle tante avventure con i ragazzi, oggi uno domani un altro. Mai nessuno pronto a donarle qualcosa, prendere e mai dare, non è così che fate? Per voi siamo solo oggetti delle vostra “collezione” personale, argomenti simpatici delle vostre riunioni. Quell’estate ero pronta a farmi avanti, a farle capire cosa significa davvero amare una persona, e poi… spuntate voi a rovinare i miei piani. Volete la verità su cosa accadde quella notte? Già la sera prima Erika fu adescata da Pino e rimasi fortemente turbata, poi quando la vidi flirtare con Stany sotto l’effetto dell’alcool e del fumo capii che era il momento di agire. Mi avvicinai a Jotis e quando ravvisai che era stordito al meglio, gli chiesi di andare nella sua tenda in modo da crearmi un alibi credibile, quando poi mi accorsi che Pino ci aveva visti insieme, intuii che sarebbe stato inoppugnabile. Ma la sua compagnia fu fugace, i sensi lo abbandonarono dopo neanche mezz’ora. Non riuscimmo neanche ad avere un rapporto sessuale!»
«Puttana, mi hai usato!» le urlò Jotis avvicinandosi minacciosamente a lei.
«Sì, quella notte ho usato te e la tua ingenuità, ma adesso non mi servi più!» Due boati ravvicinati. Portandosi le mani al petto, Jotis s’inginocchiò per pochi secondi prima che il suo corpo privo di vita s’abbandonasse sulla sabbia. Io e Stany rimanemmo sgomenti, senza neanche realizzare cosa fosse successo. Angela puntò la pistola contro di noi e riprese il suo racconto: «Lasciai la tenda in piena notte, raccolsi uno dei picchetti di riserva fuori la tenda e m’incamminai nuovamente verso la spiaggia. Il falò era ormai spento, non c’era più nessuno, pensai che anche Stany ed Erika fossero andati via. Poi la vidi, riversa sulla spiaggia poco distante da lui. Eravate entrambi seminudi, assorti in un sonno profondo. Capii che avevi approfittato del suo stato confusionale per fare l’amore con lei. Era un angelo dalle ali tarpate, che stanco e ferito s’era posato sulla spiaggia. Decisi che non avrebbe mai più volato!» Stany osservò impietrito mentre Angela esplodeva altri due colpi al suo petto. «Nooo, ora basta!» ebbi la forza di esclamare.
«Cosa ti succede, non eri smanioso di conoscere la dettagliata descrizione degli eventi? Eppure credo di essere abbastanza esauriente. Dammi la giacca». La sfilai e la gettai ai suoi piedi. Lei prese il biglietto che avevo portato, e infilò qualcosa in tasca. «Rimettila!»
«Pazza, come hai potuto? Dici che l’amavi, come hai potuto ucciderla in quel modo? Erika, Jotis, Stany quante altre persone dovranno morire prima che la tua mania omicida riesca a placarsi?»
«Solo un’altra….» Ebbi appena il tempo di sentire lo sparo.
«Un solo colpo, alla testa. Così ha terminato la sua follia» esordì il commissario dopo aver convocato Angela e la sua famiglia. «Dopo due anni ha regolato i conti con i suoi amici. Avevano in tasca un biglietto di certo inviato da lui: “Appuntamento con la verità”, stesso luogo del primo delitto. Li ha attirati lì e li ha finiti, prima di togliersi la vita con le sue stesse mani. Una lucida determinazione: due colpi al cuore ai suoi amici, li ha colpiti lì dove era stato da loro ferito, ed un colpo alla testa per sé, per dimostrare la sua folle razionalità! La pistola era ancora nelle sue mani e nella giacca abbiamo anche rinvenuto l’arma dell’omicidio di Erika. Poveri ragazzi, se solo fossimo riusciti ad incriminarlo prima…..»
«La giustizia ha fallito e lui ha completato la sua opera» rispose Angela avviandosi all’uscita. «Altri due ragazzi sono morti, Erika non ci verrà più restituita, ma ora è il momento di lasciarci tutto alle spalle e di seppellire questa orrenda storia. Almeno ora abbiamo la certezza che l’assassino non potrà più far del male a nessuno….»

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