Maria Silvia Sanna (II classificata) novembre 9, 2009 \\

Lo scanno della nonna

Maria Silvia Sanna  - Uta (CA)


Stava seduta su un piccolo scanno di legno con il fondo in vimini diventato concavo per l’uso. Mi sembrava che fosse eterna e che stesse lì, in quella posizione, da sempre. Entrando in casa sua sentivo il profumo di qualche suo intingolo, e poi di vecchio, di stantio che non mi dava fastidio, mi piaceva: era l’odore della casa, dei mobili, di tutte le altre cose, solo lì potevo sentirlo.
La cucina aveva un grande camino e ci bruciava sempre dentro un tizzone di legna con della brace, anche in estate, perché faceva freddo lassù, in montagna, nel suo paese. Lei stava sul suo scanno, accanto al camino, seduta lì, da sempre.
Entrare nella sua casa senza che lei fosse lì, mi fece male. Avvertii l’odore di stantio, ma non quello delle pietanze che preparava. Vidi lo scanno lì, con il fondo in vimini concavo. Nel camino nessun fuoco. Sfiorando lo scanno con la mano mi avvicinai alla credenza: c’era una sua foto. Era una foto vecchia, l’avevo già vista mille volte. Lei era molto più giovane di come me la potessi ricordare io: aveva i capelli ancora neri raccolti in una crocchia e gli occhi grigi brillavano ed emanavano calore. Doveva avere circa trenta, quarant’anni in quella foto, ma aveva gli occhi di una bambina. Pensai a quando l’avevo guardata negli occhi l’ultima volta. Quegli occhi grigi erano dolci e profondi, sembrava che racchiudessero segreti millenari, ma nello stesso tempo erano chiari, limpidi. Non erano come in quella foto, era sceso un velo, non di tristezza, era il velo della vecchiaia. Intorno a quegli occhi, tante rughe.
E così avevo pensato anche a lei. Pensai a quando era morta mia madre. Avevo appena quattro anni quando lei era morta di cancro. Cosa mi era rimasto del suo ricordo? Poco, quasi niente. Due grandi occhi celesti, molto più grandi di quelli di mia nonna, ma con lo stesso sguardo dolce da bambina di lei in quella foto sulla credenza. Un boccolo di capelli neri che scendeva dispettoso sul viso, e che mi solleticava il naso quando lei si inchinava su di me. Un urlo di dolore nella notte, quando già era malata, e io che piangevo nella culla. Con fatica tentai di ricacciare indietro quel ricordo e a pensare a qualcosa di positivo di lei. Mi venne in mente il suo vestito corto, in jeans, che mi piaceva molto, o forse non era in jeans, forse era celeste con dei fiori disegnati, mi piaceva come frusciava quando lei camminava sicura e ondeggiando i fianchi veniva verso di me. Pensai a quando mi raccontava Biancaneve e i sette nani scandendo le parole con quella sua voce cristallina, chiara. Pensai al sole del giorno del suo funerale, a mio padre che piangeva, la macchina funebre nera, le zie, i pianti. Basta! Non rimestare oltre i ricordi. A quattro anni era stato un trauma, ma forse non mi rendevo nemmeno completamente conto della situazione. Mio padre non si era risposato, era troppo innamorato di mia madre, oppure aveva paura di farmi soffrire di più cercando di sostituirla con un’altra donna. Mi aveva cresciuto da solo.
La nonna era stata l’unica figura femminile importante e stabile della mia vita. Ma era troppo vecchia per essere per me anche una madre; poi, a causa del lavoro di mio padre, vivevamo lontani e non la vedevo spesso. Così era rimasta quella figura miticamente eterna, sempre buona e comprensiva. Sempre seduta su quello scanno.
Ora anche lei era morta.
Indietreggiai verso il tavolo da pranzo, alzai lo sguardo incontrando gli occhi di Samuele. Era stato lui ad offrirsi di venire con me. La nonna non vedeva affatto bene la relazione tra me e lui. Era troppo ancorata alle tradizioni, a una società prepotentemente moralista, era cattolica praticante. Girava intorno con orrore alle parola gay ed omosessuale, pur mostrando lo stesso chiaramente il suo disprezzo per quel tipo di rapporto. Eppure, quasi con un controsenso, voleva molto bene a Samuele e lo trattava come un nipote. Anche lui le voleva molto bene. Vedendo le lacrime che gli rigavano le guance capii che soffriva molto. Forse addirittura più di me, chissà quante cose avrebbe voluto dire a quella vecchia. Samuele non era abituato al dolore e non aveva mai perso una persona cara.
Mi venne in mente una poesia che avevo dedicato a mia nonna quando avevo otto o dieci anni, non mi ricordavo cosa dicesse, ma dovevo averla conservata da qualche parte, in qualche foglio ingiallito.
Cominciarono ad arrivare degli altri parenti. Eravamo stati i primi ad arrivare perché io mi ero sentito male durante il rito in cimitero.
Pensai a mia nonna come a una donna. Non era certo questo quello che si aspettava quando era una giovane della mia età o quando aveva l’età della foto incorniciata sulla credenza. Non era tra i suoi progetti avere una figlia che morisse di cancro a trentacinque anni ed un nipote dichiaratamente omosessuale unico figlio della sua unica figlia femmina. Mi sentii inadeguato, ancora una volta. Ancora una volta messo di fronte alla morte. Che cosa rimaneva di lei, della sua personalità? Qualcuno l’aveva mai conosciuta davvero, l’aveva mai saputa capire? Quali sofferenze l’avevano angustiata e quali piaceri l’avevano resa felice?
Mi attraversavano questi pensieri, mentre gli altri, appena arrivati, già parlavano di eredità da dividere e di testamento.
Rimasi isolato in un mare di domande senza risposte captando solo poche parole dei loro discorsi, finché non udii un rumore forte e lo strillo di una bambina, figlia di un mio lontano cugino. Saltando sopra lo scanno di mia nonna l’aveva sfondato.

Motivazione
Il racconto descrive, sul filo della memoria e dei sentimenti più alti, la figura straordinaria della nonna e del suo scanno sul quale l’autore ancora continua ad immaginarla seduta. Tutto il racconto scorre in un crescendo dolce e nostalgico, senza però, in verità, stancare mai. Una bella pagina di vita dell’autore, dunque, in cui lo scorrere del narrare si affida ad una originale comunicatività confidenziale ed esplicita, specie nel finale quando la vicenda si vivacizza con un episodio assai divertente. Claudio Perillo

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