Jarusa Belli (III classificata) novembre 9, 2009 \\

Ricordi d’infanzia

di Jarusa Belli - Cremona


Un’unica immagine prevale nella mia mente e si materializza di fronte ai miei occhi quando mi soffermo a pensare alla mia infanzia…Dapprima appare come un’impalpabile, indefinita e debole visione. In seguito diviene sempre più percepibile, nitida, e distinta: è il viso sorridente e sereno di mia nonna, delineato da tenui e sottili contorni, quasi fossero stati tracciati con colori pastello dalla mano disinvolta di un abile pittore. Un alone di scintillante e travolgente luce inonda lo spazio che circonda il suo volto, infondendomi un’immensa tranquillità. L’intero periodo che abbraccia la mia infanzia è legato alla figura di questa straordinaria e sublime donna, la quale ha saputo comprendere e partecipare al mondo incantato e misterioso di una bambina, quale io ero all’epoca, e con il suo amore ha contribuito a rendere migliore la mia vita. Ripercorrendo gli anni della mia fanciullezza, amo e preferisco ricordare il lungo periodo che ho trascorso vivendo nel paese di limitata estensione, immerso nella campagna lombarda e dislocato sul confine tra la provincia cremonese e bresciana, alle porte del quale mia nonna possiede una spaziosa ed accogliente dimora, di cui ha molta cura. Personalmente, trovo grazioso definire la sua casa ‘il grande nido dei miei giorni felici’, visto che mi ha costantemente ispirato un incredibile senso di sicurezza, protezione e difesa; e anche perché in quel luogo ho vissuto il periodo infantile più piacevole e spensierato. Nei primi anni del ventesimo secolo, l’abitazione era una stazione della littorina, destinata al trasporto di passeggeri lungo il percorso Ostiano-Cremona. Successivamente, è stata modificata e trasformata in una comoda residenza, mantenendo all’esterno l’originale facciata. Spesso, all’età di sei o sette anni, mi dirigevo in un punto preciso del giardino e mi adagiavo sull’erba verde brillante, poi, attraverso i miei occhi di bambina, prendeva vita un mondo fantastico del quale gli adulti non si accorgevano…Tranne la nonna, mia complice perfetta nella realizzazione d’immagini surreali, ma che sembravano verosimili. Riaffioravano dal suolo le rotaie, che percorrevano tutto il giardino nella sua lunghezza; riapparivano le carrozze della littorina, il deposito, il conducente e il controllore con divisa e berretto, la biglietteria e i passeggeri che nella sala d’aspetto attendevano, sonnecchiando o chiacchierando, il momento della partenza. Io e la nonna non ci limitavamo a creare e a contemplare la scena, ma partecipavamo attivamente. Al segnale del conducente, che indicava la dipartita tanto attesa, balzavamo sulla carrozza agili come due gazzelle, ci impadronivamo dei sedili collocati nella posizione migliore e via verso la città in cerca di avventure! Questo era il risultato che scaturiva dall’unione della mia fervida immaginazione con i ricordi passati della nonna, la quale mi aiutava a rifinire minuziosamente un quadro costruito dalla mia mente, occupandosi dell’inserimento di alcuni dettagli storici precisi. Mia mamma ed io ci trasferimmo dalla città a casa della nonna dopo la separazione dei miei genitori. Fu un terribile periodo che mi turbò fortemente, quindi consideravo la nonna come una consolazione e la campagna appariva come un’isola di pace e di gioia. All’opposto, la città rappresentava un simbolo di confusione, negatività, paura e suscitava in me spiacevoli ricordi. Nella mia mente subiva una trasfigurazione ed era brutalmente personificata. Si presentava come un terrificante e gigantesco mostro, di statura incredibile (quasi tre metri d’altezza), con un cranio sproporzionato rispetto al resto del corpo. I capelli lisci, neri corvino, lunghi fino alle spalle, nascondevano le orecchie ed emanavano un tanfo allucinante e insopportabile, come quello sprigionato dai rifiuti di una discarica. Gli occhi incavati, rosso corallo come braci ardenti, fissavano e scrutavano cautamente lo spazio circostante e incutevano uno sconcertante timore. La pelle del viso, cerea, con chiazze giallastre sparse, dava l’impressione che fosse malaticcio. Il naso adunco gli conferiva ulteriormente un aspetto spaventoso. La bocca ampia, con labbra sottili e vermiglie che contrastavano con il colorito esangue del viso, si squarciava saltuariamente in un ghigno inquietante e minaccioso da far rabbrividire, mostrando nel frattempo la dentatura scarna e violacea come di un cadavere. Il resto del corpo era occultato interamente da una veste logora di velluto nero, lunga fino ai piedi. Questa era la rappresentazione mentale che attribuivo al mondo urbano in quegli anni….Naturalmente con il trascorrere del tempo si è modificata! Tutti i giorni, al ritorno da scuola, trascorrevo il tempo con la nonna, la quale si dedicava interamente alla sua nipotina. Quegli intensi momenti vissuti insieme, fianco a fianco, si sono rivelati indispensabili per fortificare il nostro rapporto, per maturare un affetto e un amore duraturi e indissolubili e una stima reciproca, considerevole e sincera. All’inizio della primavera e durante la stagione estiva, nelle ore pomeridiane, ci incamminavamo per lunghe escursioni. Solitamente passeggiavamo lungo l’argine che costeggia il fiume Oglio; oppure ci inoltravamo nei campi dorati, tappezzati interamente da spighe di frumento che splendevano alla luce del sole. Talvolta, una brezza piacevole coccolava le spighe facendo inclinare la loro estremità superiore prima da una parte e poi dall’altra, delicatamente, come una carezza premurosa. Altri terreni erano invece ricoperti di granoturco, che presentava delle grosse pannocchie mature, con chicchi di un giallo lucido e brillante che risaltava sul verde smeraldo del fusto e delle foglie. Fantasticavo sul paesaggio che osservavo e imprimevo nella mia mente, a modo di fotogrammi, quel panorama per non scordarlo. I campi con il frumento diventavano dune del deserto con distese infinite di sabbia calda, fine e morbida al tatto, percorse da qualche beduino diretto verso l’oasi naturale più vicina con il proprio cammello. Al contrario, le pannocchie di granoturco si trasformavano in preziosi lingotti d’oro zecchino, dai quali ricavare dobloni e monete d’oro, destinati alla corte di un re o di un principe sconosciuto ma potente. Nel frattempo, sulle rive del fiume, tramutato in un oceano tropicale e sconfinato, dieci galeoni reali attendevano che fossero caricati nelle stive dei forzieri in legno, colmi di quel pregiato e ricercato metallo. Completato l’imbarco delle casse dal valore inestimabile, per ciò che custodivano al loro interno, non restava che salpare…L’unico rischio nel quale ci si poteva imbattere era l’incontro-scontro con i pirati, spietati e assassini, il cui obiettivo consisteva nell’attaccare e saccheggiare le navi che transitavano lungo le coste. Io e la nonna, assunte le sembianze di due marinai esperti e salite precipitosamente su una delle imbarcazioni, ci preparavamo a levare l’ancora e ad issare le vele per prendere il largo…Mentre mi trovavo immersa in quelle visioni oniriche, un fetore penetrante, pungente e sgradevole di letame raggiungeva le mie narici riconducendomi alla realtà, ma per poco. Da ogni parte, era distintamente percettibile un intenso e diffuso odore di fieno e di erba appena tagliata e qualche folata di vento secco produceva un leggero fruscio tra le fronde degli alberi. Inoltre, potevo udire lo stridente rumore di un trattore in lontananza e il muggito monotono delle mucche, proveniente dalle stalle lontane, dislocate in varie zone nell’aperta campagna. In una fattoria, un cane abbaiava rimproverando le mucche perché tacessero, mentre dai pioppi, cresciuti lungo le sponde del fiume, un cinguettare intermittente di uccellini si innalzava verso il cielo, rallegrando l’ambiente circostante. Era come partecipare ad una conversazione tra volatili: le domande da un lato, un rapido momento di silenzio, e dall’altro lato giungevano le risposte. Si inseriva anche un fastidioso ronzio di api e tafani e la mescolanza di suoni e rumori stimolava la mia curiosità e la mia creatività: era simile ad un’orchestra sinfonica composta da numerosi strumenti musicali. Io e la nonna, accomodate nelle prime file della platea, in due poltrone di velluto rosso, raggianti nei nostri abiti di raso e paillettes che sfavillavano al riflesso delle luci del teatro, ascoltavamo estasiate quella meravigliosa sinfonia naturale. Proseguendo la passeggiata, la nonna mi mostrava le diverse varietà di fiori, enumerava i loro nomi, mi insegnava il metodo per riconoscerli e distinguere gli uni dagli altri. Il procedimento da lei adottato era insolito ma speciale e divertente. Fingeva di immedesimarsi nel ruolo del fiore che incontravamo, il quale attuava una personale presentazione di se stesso, elencando le sue peculiari caratteristiche. Per concludere, la nonna descriveva immagini, ricordi e intonava canzoni che associava a ciascun fiore. Queste escursioni potevano essere considerate delle vere e proprie lezioni di botanica perché la nonna, malgrado non usasse termini specifici e scientifici, forniva spiegazioni accurate ed esaurienti. Le sue esposizioni orali, infatti, erano ricche di termini tratti dal linguaggio popolare e dalla tradizione rurale. Le nostre scampagnate terminavano al tramonto, quando i rintocchi delle campane della chiesa del paese rammentavano che era l’ora vespertina e noi, dalle rive del fiume, scorgevamo una sfera di fuoco, rosso incandescente che si immergeva lentamente nel talamo di acqua, nel quale l’astro diurno si rifletteva. Le scure acque scorrevano velocemente a causa della forte corrente e contrastavano con i raggi dorati e vermigli del sole sulla superficie fluviale. Ero stregata da quel fenomeno….I riflessi scintillanti sull’acqua, per me, erano come lunghi serpenti che nuotavano indisturbati. Il sole, fiammeggiante e purpureo come sangue, incendiava il cielo e avvolgeva tutta la campagna con una luce pregnante come fosse un caloroso abbraccio materno. La volta celeste si mostrava come un quadro dipinto con pennellate di color rosso, arancio e giallo con alcune scie di fumo bianco, lasciate qua e là dagli aerei in transito e che sembravano soffici batuffoli di cotone o dolce e morbido zucchero filato. In seguito, io e la nonna ci incamminavamo verso casa per preparare la cena e attendere il ritorno della mamma dal lavoro. Alcune sere d’estate, in giardino, sedute su due vecchie sedie in legno di ciliegio, posizionavamo sulle nostre ginocchia una zuppiera di alluminio e sgusciavamo piselli e fagioli. La nostra attività era scandita dal gracidare prolungato e continuo delle rane che proveniva dal fosso adiacente l’orto della nonna e dal ripetitivo grillare dei grilli maschi, prodotto dallo sfregamento simultaneo delle loro ali. Una sera, in particolare, ascoltando con attenzione il gracidio e il cri-cri assillanti, compresi immediatamente che tra le due specie animali era in atto un animato diverbio a proposito di una violazione di proprietà privata. Le rane accusavano i grilli di aver invaso i bordi del fosso senza nemmeno chiedere il permesso al ranocchio guardiano, il quale vigilava la pozza d’acqua stagnante come una sentinella. I grilli, a loro volta, ribattevano difendendosi in modo deciso ma cordiale. Si discolpavano sostenendo che si erano trasferiti nel fosso per il periodo estivo a causa del caldo torrido. Di certo non credevano che sarebbero stati accusati di grave infrazione, ma accolti benevolmente. A questa interessante controversia prestavo attenzione, quando la nonna, scrutando il mio viso e controllando le mie azioni, si accorse che mi ero trasferita in un’altra dimensione perché avevo uno sguardo trasognato, perso nel vuoto. Mi richiamò al mondo reale. Si era fatto tardi e bisognava ancora preparare la cena. Durante l’arco della giornata, la nonna ed io ci dedicavamo anche ad altri passatempi, divertimenti ed attività: lettura, giardinaggio, ricamo, arte culinaria, coltivazione dell’orto… Tuttavia, il nostro sollazzo preferito consisteva nel raccontarci a vicenda favole e fiabe ormai famose, ma non solo, anche storie inventate da noi che prendevano forma nel preciso istante in cui le narravamo. Ogni novella della nonna si concludeva con una morale, affinché io non solo mi divertissi, ma anche apprendessi, sfruttando la fantasia e l’immaginazione. Attraverso i racconti, la nonna è riuscita a comunicarmi e ad infondere in me fanciulla principi e valori essenziali, in modo che, grazie ad un linguaggio semplice, figurato e allegorico, io potessi comprendere concetti profondi e fondamentali riguardanti la vita... Per ciò che mi ha trasmesso le sono grata e l’ammiro moltissimo.
 

MOTIVAZIONE
Molte figure e immagini sbiadiscono nella memoria ma una per l’autore rimane nitida e vitale: quella della nonna. Il suo sguardo inconfondibile, i suoi gesti, i suoi tanti insegnamenti; tutto è nel ricordo di questo autore che con semplicità è riuscito a scrivere un racconto che ha il pregio di trasmettere tanta serenità d’animo, profonda dolcezza ed equilibrata nostalgia di quel tempo perduto ma mai dimenticato. Claudio Perillo

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