Antologia della VII edizione del Premio Internazionale di Poesia e Narrativa Napoli Cultural Classic maggio 13, 2012 \\

                              NAPOLI CULTURAL CLASSIC

                                     Premio Internazionale
                                                   di
                                       Poesia e Narrativa

                                              VII edizione

 

 

 

 

 


                                                 2012

 

La Napoli Cultural Classic è  un’Associazione  volta   alla  diffusione dell’ Arte  e  della  Cultura  che persegue, senza alcuno scopo di lucro, il  fine di aiutare artisti e  studiosi a realizzarsi   favorendone   la conoscenza   da   parte   del pubblico .
Nata  nel  2000  per  volontà  e   impegno    dell’  avvocato Carmine  Ardolino,  la Napoli Cultural   Classic    promuove  concerti,  concorsi, spettacoli  musicali e   teatrali,    mostre, manifestazioni   e    convegni       miranti,  in  primo luogo,  alla valorizzazione del territorio.
 Il  momento conclusivo delle attività,  promosse  nel  corso dell’anno, è  rappresentato da  un  Evento  che   prevede  la consegna del   Premio Napoli Cultural  Classic  a  quanti   si sono distinti  nel campo delle attività  sociali ,   nel  mondo    culturale  e  dello spettacolo.

 


                    

 

 

 

 

 

 


                                                      
                                                        Associazione Napoli Cultural Classic
                                          Premio Internazionale di Poesia e Narrativa
                                                                  VII edizione
La Giuria del concorso letterario promosso per l’anno 2012dall’Associazione Napoli Cultural Classic,
con la direzione organizzativa del consigliere per la scrittura Anna Bruno, risulta composta da:
 Presidente  prof.re Don Lino D’Onofrio, prof.ssa Regina Célia Pereira da Silva, dott.ssa Raffaela Romano,
avv. Federico Maria de Luca di Melpignano e dai seguenti operatori culturali -poeti- scrittori:
Anna Bruno, Emanuela Esposito, Giuseppe Bianco, Claudio Perillo, Giuseppe Vetromile .
Dopo attento ed approfondito esame delle  opere presentate dagli oltre 300 partecipanti, sono state stilate  le classifiche finali:

                       SEZIONE POESIA  a tema libero (ADULTI)                                                                  
I classificata : Sono ombre sperse vacillanti di Giovanni Bottaro- Molino del Pallone (BO)
II classificata : Montedidio di Tiziana Monari – Prato
III classificata : Grezzano di Carmelo Consoli - Firenze
                                        MENZIONI D’ONORE
Roccia d’ossa non sei più di Leone D’Ambrosio – Latina
Sotto un tetto di cielo di  Pasquale Balestriere – Barano d’Ischia (NA)
Nell’eclissi del cuore di Adolfo Silveto – Boscotrecase (NA)

                SEZIONE POESIA  a tema libero  (GIOVANI) 
I classificata :  Monoscopio di Raffaele Liguoro – Sant’Anastasia (NA)
II classificata : Pioggia di Giovanna Garofalo – Torre del Greco (NA)
III classificata : L’emozione nell’emozione di  Luigino Proxima – Palermo
               
           SEZIONE POESIA a valore religioso
I classificata : S’inebria la quiete nel cielo di Clemente Cipresso- Lusciano (CE)
II classificata : C’è un orizzonte di Salvatore Cangiani – Sorrento
III classificata : A Rosanna di Giuseppe Mandia – Corciano (PG)

            SEZIONE POESIA in lingua straniera
I classificata : Les anges égarés di Teresa De Ninno – Caiazzo (CE)
II classificata : The old di Dante Iagrossi – Caiazzo (CE)
III classificata : Sunset  di Rocco Giuseppe Tassone – Gioia Tauro

           SEZIONE POESIA in vernacolo
 I classificata : Kamikaze di Vincenzo Russo - Napoli
 II classificata : Nu pensiero pe’ me di Paola Trimarco – Giugliano
 III classificata : E Napule chest’è  di Raffaele Galiero – Casalnuovo di Napoli
                 MENZIONI D’ONORE
 Solo di Marco Managò – Roma

                SEZIONE  SILLOGE
    Silloge Vincitrice : Arance e altri paesaggi  di Paolo Polvani - Barletta

                           SEZIONE  NARRATIVA   (ADULTI)
I classificato : Senza mani di  Maurizio Asquini –Novara
II classificato : Ce la possiamo fare di Roberta Selan - Pordenone
III classificato : Pianto antico di Silvana Aurilia – Napoli 
                                MENZIONE D’ONORE
La pillola del giorno dopo di Dario Ghiringhelli –Turate (CO)
                 
            SEZIONE NARRATIVA  (GIOVANI)
Racconto Vincitore : Cioccolato fondente di Laura di Fonsi – Fondi (LT)
       
         SEZIONE POESIA (STUDENTI)
 I classificata : Tristano e Isotta di Di Somma Elisabetta
                                   classe I Liceo Classico G. Carducci -  Nola  (NA)
 II classificata : Scoscesi silenzi di Federica Ambroso 
                                    classe V Liceo Scientifico G. Galilei- Verona
III classificata : Signore dei vampiri di Vito Ricchiuto
                                     classe II Liceo Classico Socrate- Bari    

SEZIONE NARRATIVA  (STUDENTI)
I classificato: Il cielo è perfettamente blu  di Alessandra Iannetta
                                        classe IV Liceo Scientifico E. Majorana- Pesche (IS)
II classificato :  La strada di casa di Simona Barbati
                                         classe  IV Liceo Classico G. Carducci-Nola
III classificato : Le notti insonni di Joe e Kate di Erika Muro
                                          classe IV Liceo Scientifico E. Majorana- Pesche (IS)

PREMIO SPECIALE  offerto dal Circolo Letterario Anastasiano – Presidente Giuseppe Vetromile
                             Poesia Transito di Giuseppe Gambini – Garbagnate Milanese (MI)
                      
SEZIONE SMS
I classificato:  Tu sei la languida fiera di Fabrizio Sani – Pergine Valdarno (AR)
II classificato:  Tramonto infuocato di Liliana Ianni – Roseto degli Abruzzi (TE)
III classificato: Contrasto d’amore di Felicita Ciceri  - Ballabio (LC)

Le opere premiate, insieme a quelle selezionate *, faranno parte di un’Antologia Premio e ogni Autore, la cui opera sia stata inserita,  riceverà una copia omaggio.
Tutti i Premiati presenti alla cerimonia  riceveranno premio personalizzato, diploma e antologia.
Gli Autori premiati , ma assenti, avranno diritto solo all’attestato e a una copia dell’Antologia.
Nel corso della Cerimonia e con obbligo di presenza:
• l’Autore vincitore nella sezione Silloge inedita di poesie riceverà venti copie dell’Antologia;
• l’Autore selezionato tra i  vincitori del 1° premio nelle diverse sezioni, sulla base del punteggio assegnato dalla Giuria, sarà designato  Vincitore Assoluto e sarà insignito di un ulteriore premio nel corso della Manifestazione conclusiva dell’Associazione del 26  maggio 2012, con obbligo di presenza, pena decadenza .
Oltre alle opere vincitrici e menzionate, sono state inserite in Antologia :*
Sezione Poesia - Adulti 
Quel che chiedemmo al vento di Lorenzo Cerciello – Marigliano (NA)
I tuoi passi sulla neve di Daniela Sias – Porto Ceresio (VA)
 A te principessa di Donato Ladik – Torino
La luna, al mio paese di Giancarlo Milani – Cardano al Campo (VA)
Bambini e spose di Enrico Danna - Torino
Sezione Poesia a valore religioso
Di speranza urge il tempo di Franco Bazzarelli – Amantea (CS)
Davanti al Sudario di  Franco Casadei - Cesena
Sezione Poesia in lingua straniera
Hynne à la femme di Salvatore d’Aprano – Marquette- Montreal -Canada
Encontro  di Adão Wons -  Cotiparã -   Rio Grande Do Sul- Brasil
Sezione Poesia in vernacolo
Ce vo’ tiempo di Maria Rosaria Sorrentini –Vallo della Lucania (SA)
Jurnata ummirusa di Giuseppe Bellanca – S. Cataldo (CL)
Stella d’ammore di Nino Cesarano – Nola
Sezione Silloge inedita di poesie
Diversità  da Il filo del discorsodi Rodolfo Vettorello -Milano
Non c’è tempo da Con gli occhi della mente di Floredana De Felicibus – Atri (Teramo)
Scatole da trasloco da  Il soffio delle radici di Carla De Falco - Napoli
Dentro   da  Il bambino di vetro di Laura Giorgi - Grosseto
 Il tempo che ci vuole”  da Ultimatum dall’inverno di Francesca Coppola - Portici
 Sezione Narrativa – Adulti 
Il navigatore di Eugenia Grimani -Roma
 Una accanto all’altra di Dionigi Mainini - Fagnano  Olona  (VA)
 Amai gli uccelli che non volano di Mario Trapletti – Roma
Sezione Narrativa – Giovani
 Una denuncia di Alessio Romano – Firenze
  Il piccolo amico di Davide Ritorto – Locri (RC)
Sezione Poesia  – Studenti
Fiori di albicocco di Valeria Pini – III Liceo Scientifico E. Torricelli Somma Vesuviana (NA)
Aiutaci  di De Michele Miriam – V Ginnasio –Liceo Classico De Bottis - Torre del Greco
In fondo ci crediamo ancora di Chiara Giugliano - I Liceo Classico  A. Diaz Ottaviano      Sensazione  di Alessia Cozzolino -IV Liceo Scientifico E. Torricelli – Somma Vesuviana
Sezione Narrativa – Studenti
Tentazioni di  Carlo Manzo- V Liceo Scientifico Classico E. Torricelli – Somma Vesuviana

La cerimonia di premiazione avrà luogo in Nola (NA) l’11 maggio nella Sala dei Medaglioni della Curia Vescovile, in via San Felice, 30 alla presenza di autorità, stampa e personalità della cultura e dell’arte.
Consigliere organizzatore                                                                          Il Presidente                       
   Anna Bruno                                                                                     avv. Carmine Ardolino

 

 

 

 

 


                                                                  Prefazione
Settimo anno, ma non di crisi! 
Se la partecipazione a un concorso letterario è un atto di  fiducia da parte degli Autori, che affidano le loro creature al giudizio di sconosciuti,  per la Giuria è un atto di conoscenza e, se  “dal frutto si riconosce l’albero”, ci si è  incontrati con persone degne di tutto rispetto.
La curiosità intellettuale, con cui sono state lette le opere, ha trovato terreno fertile nelle tematiche sociali trattate, nelle problematiche affrontate da punti di vista e su palcoscenici diversi, nella varietà del linguaggio, nell’originalità espressiva che rendono uno scritto irripetibile.  Sono state spese bene le parole, le belle parole della nostra lingua, tanto varie da non poterle mai possedere tutte, pietre grezze di miniera che diventano preziose tra le mani di magistrali intagliatori, sfaccettate dalle emozioni, calibrate dal sentimento. Ci sono parole che ormai non s’incontrano più, dimesse, chiuse in sacchetti da dare via perché tanto ingombranti da non saper più dove riporle, con gli armadi ormai pieni di accenti nuovi che fanno sentire alla moda, ma ci  sradicano e allontanano. La Parola ci governa la vita, ma ognuno può governarla facendone strumento di pace o di guerra; al di là degli accordi di risonanza,  essa pervade la nostra intima essenza e trasforma la realtà.  Coloro, che della Scrittura fanno tempo di vita, sanno che una produzione letteraria ha una ricaduta educativa e al diritto a una personale espressione si accompagna il dovere di attribuire alla Parola la sua funzione sociale.  La Parola anche agli attori : Gigliola De Feo, Lorenzo Patanè e Marco Ciotti hanno arricchito, con i loro versi, l’Antologia e, a sottolineare il sodalizio tra le Arti, a cui mira l’Associazione Napoli Cultural Classic con il suo operato, in chiusura il toccante monologo teatrale scritto da Carmine Ardolino in omaggio ad Alda Merini. E a colmare le distanze, la partecipazione di Emanuela Esposito che, dalla Germania, presta il suo contributo quale membro di Giuria.
E alla Giuria tutta  va il merito di aver assolto con perizia il compito di valutazione, in quel concerto di  intenti che mira a  riconoscere alla Scrittura la sua valenza nel contesto socio-culturale di un popolo.
Un grazie a tutti i partecipanti, in particolare ai giovani, che hanno risposto in maniera incisiva proponendo il loro sentire con accenti di toccante originalità .
Buona lettura, dunque, e … splendide emozioni!
Anna Bruno

 

 

 

 

 


                                                                                                     Partecipazione  Straordinaria


Bussola
di Lorenzo Patanè

cerca cerca cercami ancora
brava mezzanotte che stupore quel colore
strano e brevettato dal centro del cuore
fino al supermercato surgelato tutto di buon umore


certo certo certamente sentivi
ma io ero dentro e gli amici spariti
dove eri tu? con me nel camino qui, qua vicino?
penso invece di cercare sulla luna la risposta e un decente bicchiere di vino.

sento senti sentivo uno strano odore
potevo sbagliarmi ascoltami stupore
non posso permettermi un passo sbagliato
se guardo non vedo niente ma so di essermi tagliato


sorrido sorridi sorridiamo amici ed elefanti
cerchiamo un armadio per tutti quanti
protestando onestamente per trattamento inadeguato
è come vedere la cornice senza il quadro

gioco giochi giochiamo come bambini
la spugna e la meta come su creta i vizi divini
io qui perché in cerca di spazi vicini
dividiamo il cubo sul prato  e gettiamo la bussola nei fiumi

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                        Sezione Poesia a tema libero -Adulti

 

 

 

 

 

 

                                                                                           


                                                                                        

                                                                                            I classificata
                                                        sono ombre sperse vacillanti
                                         di Giovanni Bottaro  - Molino del Pallone (BO)

sono ombre sperse   vacillanti
quelle sotto i lampioni:
fradici rilucono gli ombrelli
scheggiati dalla luce e dalla pioggia

luna è un orologio tondo  tondo
-per la foschia frammentato è il bordo
Neri i numeri romani tutti intorno-
S’incrociano le sfere   tempo lento

Fantasma svuota un cassonetto:
sbuffa del fumo d’una sigaretta
il suo cappuccio
da cui trapela anonimo un volto

ossessiva sgocciola una gronda

sotto il portico dorme
-oppure è morto?- l’anarchico barbone
Nell’umida dimora di cartone:
sua sentinella macilenta è un cane

                     spiove: scuro lavacro si perde nella fogna
 col sacrificio d’un’ala di farfalla

 concedesse il Cielo baluginio di stella
                     -serrando gli occhi turbati dalla folgore-
                      potrei lambire l’irrealtà del sogno

 e   vinto il timore atavico del nembo

                      al mattino in custodia alla mia urna

                     dal soffitto Celeste macchiato da cirro
                     con un piede rorido sull’erba
                     a destra del mare tenero il sussurro
                     a manca il sasso liscio del mio monte

                     a me di fronte i sorrisi della gente
                     io un’Ombra spersa vacillante …
                                                                                                                                  

                                                                                                                                    II classificata
Montedidio
di Tiziana Monari – Prato

Si sta troppo stretti in cima a Montedidio
qui, nel lastrico più alto
dove una luna rossa fa l’amore con i fili del bucato
con i trucioli biondi delle querce
e piovono baci di tramontana

c’è un’allegria di stenti a Montedidio
un odore di cose sorde, di legno amaro
il cuore che si accosta largo alla sera
guardando punti lontani
i bastimenti scombinati alla marea

i bimbi si allisciano i capelli, hanno occhi larghi
sandali anche d’inverno
nelle loro botteghe ai piani bassi del paradiso
ed il giorno è un morso solo
una mollica di pane, una mela cotogna
toccato lieve dalle carezze asciutte degli spiriti
acceso di  tiepida miseria, arrugginito di catrame
stinto di una memoria antica

il vento è guappo, qui a Montedidio
impasta calce e  amore in queste notti di poche stelle
lucide di tempesta

e le mani di  Dio sono senza voglie
quassù a Montedidio.

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                  
                                                                                                                                   III classificata

                                                                      Grezzano
di Carmelo Consoli  -Firenze

Era l’immenso a rapirci di stelle,
Grezzano di notte,
stretta, lontana borgata dei sogni.
Tre case e campi d’avena
sul sentiero che saliva alla foresta
a un passo dalla luna,
dal canto dei lupi innamorati.
Erano le chiare infanzie
A vestirci di foglie e fragranze,
i cieli respirati in un lampo di cometa,
le nicchie tra alberi e cespugli
così lontane dal peso degli affanni.
               Era Grezzano un mare di papaveri,
il grido, la sfida al quadrifoglio:
“fortuna a chi lo trova”
tra i fossati e la collina
dove il fiume rallentava
per farsi accarezzare
e si univa al gioco delle rane,
al ballo delle libellule
prima che il tempo delle meraviglie
svanisse nel macero degli anni.
                Era quel breve istante della giovinezza
stupore nel cuore del granturco,
segreto tra i faggi ventosi, le ombre del bosco
la gioia cristallina delle acque,
il quadrifoglio della piccola fortuna
chiusi noi nell’attesa del domani
a un passo dalla luna,
dal canto dei lupi innamorati.

 

 

 

 


                                                                                                                                

                                                                                                                            Menzione d’onore

Roccia d’ossa non sei più     
A mio padre
di Leone d’Ambrosio  -Latina


Non sono mai state eterne le feste,
almeno che tu non l’avessi chiesto.
Ma io so della tua finestra chiusa,
dei lampioni spenti sulla via di casa
e di un balcone accorciato da un muro.
L’orto non è più richiamo di pianura
quando lo scirocco muta direzione.
È un anno da quando partisti,
roccia d’ossa non sei più
e sull’acqua il tuo volto scompare
per prendere il largo nelle mie pupille.

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                              
                                                                                                                           Menzione d’onore
Sotto un tetto di cielo
          di Pasquale Balestriere –   Barano d’Ischia

Se a me in forma di soffio vi svelate
e mi toccate con le vostre dita
di vento, benvenuti  entrambi, padre
e madre, a questo vostro figlio giunti
da lontano ( ruggisce nella piazza
 mattutina un furgone di lavoro ),
 a questa stanza che pur sempre quieta
 al sole rise della vostra vita.
 Fiorì d’alba ogni notte; ed a voi sempre
 lieta s’aprì la zolla generosa
 di primavera al canto, e vi sorrise
 l’austera messe del vino d’autunno.
 Vi attraversò la vita, corpi pieni;
 e vi scandì obblighi, tempi, lune
 per la vostra fatica; e religione
 del campanile fu per voi la mole.

Non spengo più i clamori delle stelle
né più del buio bramo il buon riparo,
miei cari,e allora mi produco cauto
all’abbraccio di luce che mi resta,
fino a incontrarci tra filari, padre,
di lune ed astri, questa volta uniti
a compiere vendemmie senza affanni,
ed a sederci, madre, intorno al desco
che col tuo cuore domini e alimenti
sotto un tetto di cielo luminoso.
Con me verrà la Rosa, primo fiore,
da voi amata, figlia tra le figlie,
ché in alcun luogo senza lei starei.
Così io spero e voglio, così sia.    

                                                                                                                                                                      
                                              

 

 


                                                                                                                               

                                                                                                                           Menzione d’onore
Nell’eclissi del cuore
di Adolfo Silveto  - Boscotrecase

 

Ora sono stanco di sentirmi spalmare
il tuo dolore,
con dita unte di disastro,
sulla cancrena del silenzio che mi dorme
tra le labbra incollate dalla morte,
mentre scivola dalla luce il bianco
della luna
su un rottame di disagio
per il bene che ti vuoi.

È vero, siamo in trecento ammassati
sugli orli frantumati delle fosse aperte
nelle strade che tracimano spettri.
Il prete ha recitato l’ultima preghiera
e il gelo ricopre saccheggi di bare
di brina sottile di paura.

Abbastanza per indossare
il tuo vecchio singhiozzo disperato!

E domani i soliti venti euro versati
su conto corrente postale numero zero sei.
Intanto tua moglie prepara gli avanzi
per i poveri della parrocchia
e la radio trasmette monodie di emistichi
accompagnate da cimbali siriani.

Tu fruga pure tra le pagine del programma
per scoprire se le ore passano
all’insaputa del tempo …
mentre una scheggia di sole raccoglie
grumi di dolore
lanciati dai venti dell’Abruzzo

e, nell’eclissi del cuore, si scava una pietà
più morta dei morti.

                                                             PREMIO SPECIALE

                                                                          Transito
di Giuseppe Gambini  - Garbagnate Milanese (MI)

                                                                                             Transito…
percorso di uomini tra luci ed ombre
in questa vita che regala sogni,
in questo lento rapido cammino
tra fauci voraci e umani bisogni.

                Transito…
tra polvere e altari, gloria e disfatte,
storie alterne da vivere e gioire
- senza senso, senza peso o pudore –
offrono pietà e colpe da smaltire.

                                                                                                         Transito…
tra istanti di vuoto e vuoti d’amore 
lungo sentieri brevi e disperati,
da percorrere tra declivi ed erte
verso mari limpidi ed inquinati. 

              Transito…
spazi siderali tra cielo e mare
tra notte e giorno, la Vita e la Morte,
estremi che sempre si congiungono
nel gioco eterno amato dalla sorte.

                          
                                                Transito…
ma non si calma il mare del dolore
nella certezza che tutto risorga,
è solo illusione, falso concetto,
credere che l’Amore fluente sgorga.

                                                                        Transito…
sotto il ponte che le rive avvicina
crudele è lo scorrere verso il mare;
dove finisce il tutto, tutto langue,
pur la speranza smette di sperare…

Transito… solo transito è la Vita
che ogni giorno ci scappa e vien carpita…
                              

Quel che chiedemmo al vento
di Lorenzo Cerciello  -Marigliano (NA)

La sera che abbruna allo smeraldo
cangiante delle foglie di magnolia
e indugia nell’alone d’alabastro
di questa luna immersa dentro un cielo
così stellato da far male al cuore,
riapre, d’improvviso, alla memoria
strade dimenticate, antichi varchi
dove ancora permane l’eco lieve
di uno strazio lontano di ricordi.
Ora dentro le vele c’è il silenzio
e il sole nasce e muore nello spazio
breve di una finestra. L’orizzonte
ha sulle dita brividi d’autunno.
Anche ciò che sognammo, che chiedemmo
e che rubammo al vento nelle sere
di trasognate rose quando il cuore
si dissetava ancora alla rugiada,
fresca, delle vigilie e delle attese,
ormai è qui, dentro la nebbia lieve
che avanza, lenta, con bandiere d’ombra.
Altrove scorre il fiume, l’infinita
marea d’occhi appassiti, di parole
perdute nell’attesa di un sorriso,
di una risposta che non giungerà.
Anche i tuoi occhi sono dentro il gorgo.
Sirio è lontana e fredda. Aspetto il buio
per avviarmi, adagio, con le stelle
verso altre lune, ad altre nostalgie.

 

 

 

 

 

 

 

I tuoi passi sulla neve
di Daniela Sias  - Porto Ceresio (VA)


Ridevi e i tuoi occhi come stelle brillavan e la tua voce argentina
s’udiva sino in fondo alla cucina e si fondeva col profumo di frittelle.

Cantavi la canzone della nonna con il suo scialle posato sulle spalle
dipinto coi colori della valle e stretto in vita a mo’ di minigonna.

Giocavi e le tue bianche manine stringevan l’orsacchiotto forte al petto
mentre le fiamme del vecchio caminetto riscaldavan le gelide mattine.

Ti guardo ed il tuo corpo da bambina si è trasformato in splendida donna
coi tacchi a spillo e quella corta gonna ma non sento più la tua voce argentina.

 I tuoi occhi splendenti come stelle ora brillan di vivido rancore
come macigni posati sul mio cuore mi fan scordar tutte le cose belle.

Colma la stanza è dei tuoi silenzi e con lo sguardo spento e desolato
io mi domando dove ho sbagliato e rimango in compagnia dei miei tormenti.

Mentre la porta sbattuta alle tue spalle dietro di te lascia solo un segno lieve:
i tuoi passi leggeri sulla neve … E un grande gelo sopra la nostra valle.  

 

 

 

 

 

                                                              

 

 

                                                                    A te Principessa
di Donato Ladik – Torino

M’ è strazio leggere
il peso  estremo
che cinge la tua vita
mentre si consuma
l’amara angoscia
di un’agonia infinita.
Chiede all’amor  conforto
il  tormentato  cuore
per fermare il supremo fato,
ma nella cupa realtà s’infrange
ogni umano anelito a cui
il dubbio esistenziale è relegato.
La sorte amara di una lotta avita
con  arduo cimento naturale
invade l’anima sconvolta
e fiacca con inutile timore
il non veder premiata
quella speranza ormai sepolta.
Il mio canto s’innalza mesto
e possa diffondere in te
sostegno e indomito soccorso;
l’eterna lotta per la vita
è un estremo atto di fede
anche quando il destino fa il suo corso.

 

 

 

 

 
           
           

 


            

 

 La luna, al mio paese
di Giancarlo Milani – Cardano al Campo (VA)

La luna al mio paese
è un confetto incartato di stelle
che pennelleggia e traccia il clivo
fra i solchi di granturco
e agilmente risale, rasenta
e spia nelle fessure
tra i solai della contrada
e poi s’arrampica
fin sopra la cresta del campanile
come una fiaccola votiva.
La luna al mio paese
rimbalza nell’aia
e in un abito di sobria bellezza
s’infila tra il pertugio
d’una bifora
e i suoi schizzi di luce
carichi d’afflato poetico
sono un fertile sorso
nelle mie notti cupe,
rosolio nelle ore amare
La luna al mio paese
come un folletto biondo
culla i sogni dell’infante
poi, con le mani della notte
gira un’altra pagina
e con posato contegno
graffisce l’esordio
di un giorno nuovo
sulla carta del tempo.

 

 

 

 

 

 

 

Bambini e spose
di Enrico Danna – Torino

 

Ho chiuso le finestre
mentre i soldati lasciavano il fronte.

Il rumore di stivali
lambiva l’eco di spari lontani
mentre il pane spezzava l’inerzia
di piccole labbra affamate.

Si alternavano giorni.
Nascevano spose.
Impiccati ai rosai
crocifissi di preghiere infrante
attendevano lo scandire di un nome
ammassati in campi di morte.

Troppo presto per tacitare le lacrime
di spose stuprate
di figli abortiti
di cuori trafitti.
Senza un perché.

E corrono bambini.
Giocano ancora.
Tra la sabbia, pupazzi di pezza
prendono a calci un pallone.
Come se nulla fosse.

Imbrattano quaderni
prima di impugnare il fucile.
Forse quelle assonanze di colori
sono solo un mantra
da donare agli dei.
Si pisciano addosso
mentre camminano incontro al destino.

E pensano a quelle spose
che non vedranno mai.

 

 


                                                                                                                       Partecipazione Speciale
TORNARE A CASA
di Gigliola De Feo

Mi porto dietro
il sogno che sto sognando
qui dove so che verrà amata
                             la mia fatica

Qui dove le facce si fanno parole
e cuciono speranze
sul mio libro
da cominciare

Mi porto dietro me stessa
e seguo il marciapiede

I rumori fratelli
e il peso dei ricordi

Sprofondo nelle cose che accadono
e sono sangue
e sorrisi
mentre le ore vanno

Sto concentrata e viva
per l’Amore che mi scivola
                          tra le ciglia

Sto grata e felice
per il mio posto
che resta

per questa terra
che salva il mio nome
e poi mi fa piena
e poi mi commuove

 
                                                           

                                         

 
                                                                   Sezione Poesia Giovani

 

                                                                                        

 

 

                                                                                        

 

 

 

 

                                                                                       I classificata
                                                                      Monoscopio
                                                  di Raffaele Liguoro – Sant’Anastasia

 

Ha occhi anche per me la casa

Oltre questa più non vede:
   
la nebbia ci fa soli.

 

 

 

 

 

                                                                                      

 

 

 


                                                                                                                            


                                                                                                                                      II classificata
Pioggia
di Giovanna Garofalo – Torre del Greco

Rumore di pioggia,
sottili lacrime del cielo,
che si infrangono
sul vetro freddo.

Suono ipnotico,
che riempie gli animi
di malinconia…
di ricordi…

Ricordi
di una felicità che non ti appartiene più…
di un amore passato…
di un amico perduto…

Alle lacrime del cielo sul mio viso
si uniscono le mie…
calde e salate.

Non riesco a fermarle,
scivolano giù dalle guance
senza che io voglia…

Giro,
volteggio sulla terra bagnata…
per un breve istante mi sento vuota,
libera,
per un breve istante
posso essere io,
ed io soltanto.

 

 

 

III classificata
L’emozione nell’emozione
di Luigino Proxima – Palermo

Sei un’emozione nell’emozione
quando penso al bene che ti voglio e
mi stupisco di me stesso
per l’amore di cui sono capace
quando tremo davanti al tuo sorriso e
lo catturo nella tela dei miei occhi.

Sei un’emozione nell’emozione
quando mi stai accanto
e non lo sai, e chissà se lo vuoi,
ma mi sconvolgi e non te ne accorgi,
quell’emozione che fa vibrare questa matita e
che fa di te una poesia
in questo letto di carta,
incontro di carne e di spirito
dove sei tutto e dove sei niente,
fuoco e acqua, suono e assenza,
luce che confonde.
Emozione nell’emozione.

 

 

 

 

 

 


                                                                 

                                                                       

 

                                                                             Sezione Poesia a valore religioso

 

 

 

 

 

 

                                                                                         
                                                                                          

 

 

 

 

 

 

                                                                                         I classificata


S’inebria la quiete nel cielo
di Clemente Cipresso – Lusciano (CE)

                                                           S’inebria la quiete nel cielo
fra luci di anime, un velo
di amene speranze
e l’odore d’incenso…

è un mistico manto dorato
in fondo alle tenebre

tintinnano sonagli
nella volta stellata
e fluttuano cortei
d’immani silenzi
nel fitto del cuore

 m’induco a cercare
nel chiaro lunare
affanno e dolore

rifulge dall’alto
una piccola luce

rischiara il cammino
e illumina il grido di pace
che brilla negli occhi
e l’animo scioglie alla vita

 

 

                                                                                                                                   II classificata
C’è un orizzonte
di Salvatore Cangiani – Sorrento

C’è un orizzonte
quasi un’impercettibile scogliera
dove stremata l’onda dei naufragi
va a deporre il suo grido.
Un orlo ricamato intorno al manto
dell’universo. Un argine
al quieto dilagare delle stelle.
Imprigionato
in questo cerchio d’ombra
anela il cuore a spegnere i suoi palpiti
in un placido altrove.
Ma un presagio di tenebre e silenzio
lo gela sulla soglia dove dicono
lo attenda il nulla eterno.
E più non scorge l’alba che procede
col suo passo leggero, vittoriosa
sui sentieri ostruiti dalla nebbia.
non sente la carezza che lo sfiora
nelle armonie del vento
quasi un coro di voci a bocca chiusa.
Non ricorda il sorriso di chi amammo
che varcando indicibili distanze
ci frantuma l’angoscia dei confini.
C’è dunque un orizzonte a custodire
nel suo scrigno le perle coltivate
nella conchiglia del nostro dolore.
Ma c’è un ladro celeste
che verrà un giorno a infrangerne i sigilli
e il riverbero opaco che era in noi
andrà dissolto in un’immensa luce.

 

 

 

 

 


III classificata
A Rosanna
di  Giuseppe Mandia – Corciano (PG)


Non ho mai incontrato i ripari d’ebano
dove coabiti con le lacrime
né auscultato le intermittenze lente
del muscolo che ti è nemico.
Dolcezza e garbo e altruismo
ho conosciuto nella tua voce
che sa le sabbie mobili dell’attesa
le luci opache del forse
nei pomeriggi scuramari
che attraversi oggi.
Quel giorno
mentre dell’ultima nube
si ciberà il cielo
in danze oblique andranno gabbiani
a proteggere scogli di speranza
carezze d’infinito.
Ci saranno voci sorprese
camicie sgargianti al tuo risveglio
e pantomime allegre nelle braccia
strette nel bianco
aggruppate davanti al letto
che si farà gioia ai tuoi occhi.
Il dolore scomparirà
all’abbraccio della tua nuova vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di speranza urge il tempo
di Franco Bazzarelli – Amantea (CS)

 


Di speranza


urge il tempo.


Nel dissestato mondo,

dove violenza infuria,


l’unica Luce appare


serena e luminosa


a riscoprire il bene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Davanti al Sudario
(Torino, ostensione 2010)
di Franco Casadei – Cesena

 

 

Chi hai avvolto, dimmi, chi hai abbracciato,
un uomo o un Dio?

Mille volte intravista sulle pagine dei libri,
ai portali delle chiese,
oggi contemplo il vero telo, il velo
i filamenti sdruciti, bruciacchiati
il lino di quel giorno
Tu deposto, Tu sepolto in quell’orto, nella pietra.

Il velo, il vero telo che Ti ha fasciato,
asciugato il sangue e il pianto.
Vedo i chiodi su mani e piedi
lo squarcio al petto, il dorso flagellato
i fori della corona attorno al capo.
E la barba disadorna, le mani
incrociate dalla pietà di chi Ti ha composto.

Vorrei io abbracciare per tre giorni
e sempre quel sangue, quel dolore.
Posso solo fissarTi il Volto nel silenzio
dentro e fuori, chinare gli occhi e la mente.

Come a Maddalena, come a Zaccheo
cambiami il cuore, dammi pensieri buoni e leggeri,
che affronti la prova senza più timori.
Mi sarai Tu, Figlio dell’uomo, cireneo e spalla.

Chi hai avvolto, dimmi, chi hai abbracciato,
un uomo o Dio?

 

 

 

                                                                                                                Partecipazione Straordinaria
Non saprò mai come fare
di Emanuela Esposito

 Non saprò mai come fare
per non bagnarmi aprendo una bottiglia troppo piena,
e non saprò come chiudere, con una porta,
il terrore della coscienza
di poter amare di nuovo.

Hai sistemato i bottoni della mia giacca,
e ho sentito che potrei non essere più sola
a prendermi cura di questa mia creatura,
magra e sognante,
tra le stazioni e le biblioteche.

Hai posato per gioco la tua testa sulla mia spalla
e ho creduto fosse solo l’inizio,
e ho subito smesso perché  il credere ha un prezzo,
ed io...non saprei più come pagare.


Ho tagliato i capelli stanotte,
nella mia vasca da bagno,
e ho pianto per liberarmi
dei residui
del mio diluvio giornaliero
che frusta le tempie tra il traffico umano
e i miei pensieri senza natura.

Ho giurato di non parlare più della gioia
 se non a me stessa,
tra una banchina e il rosso dei semafori
che arrestano ogni viaggio breve.

Ho giurato di non parlare più della gioia,
e così posso parlare di te,
perché  riconosco l’imbrunire nascosto
in certi monchi inizi fatti d’abbondanza.
E , no, non posso parlare di te,
perché a volte non è quello che succede
la parte poi migliore.

Hai sistemato i bottoni della mia giacca,
e mi hai chiamata bambina
con il tuo accento universale,
ed io ho creduto di poter esserlo,
per la prima volta,
senza provar la colpa
di non averlo fatto prima.

L’orizzonte è lontano
e il mio braccio troppo breve,
e tu non puoi sapere come ho imparato
che non si regalano corse senza meta
agli sconosciuti.

Hai sistemato i bottoni della mia giacca,
ed io ho rivisto mia madre, mio padre,
ho sentito le mie spalle chiedere carezze,
d’esser spogliate e rivestite,
come una neonata creatura
che pullula nuda
 nel cuore della scorza.

Parlo altre lingue,
ma è la mia che non so guidare,
quando non saprei dire in nessun linguaggio
che sono vicina...tu...dimmi se mi sai guardare;
che sono lontana, da farmi male.

 


                                                 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                    Sezione Poesia in lingua straniera

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                                                                   

 

 

                                                                                                                                   

 


                                                                                                                                           I classificata

Les anges égarés
di Teresa De Ninno – Caiazzo (CE)

Jours martelés
de gèmissements de faim et soif
en respirant le saûmatre
sur le bateau fragile
ils se jouent  leur vie
( peut-être le suprême destin )
vers des abords pas sûrs
d’écueils et de cales inconnues.
Le bruit murmure des flots
marque les heures,
le front brûle,
la chaleur ardente dans les yeux bruns,
très rapides  les battements,
brisent les fibres du cœur.
Ils se découvrent des anges égarés,
dans le rêve ,avec des ailes de sel.
Délaissés et déshérités ,
la terre invoquée
leur s’ouvre à la légère clarté
de lunes décomposées.
Le sable cède
sous les plaies des pieds ,
sur ses genoux ils se dérobent :
rafales de vent dans les cheveux crépus ,
arides mains et regards éteints ,
après de longues trajectoires hallucinées
à travers les pièces   agitées de la mer .
Pas de nombres ,pas de chiffons ,
mais souffles d’angoisse ,
des marais et des tempêtes les attendront
ou leurs chants résonnés par les étoiles
s’éleveront jousqu’à Dieu?

 

 

 

 


Traduzione

ANGELI  DISPERSI
Giorni scanditi
da lamenti di fame e sete,
respirando il salmastro,
sul barcone fragile
si giocano la vita
(forse l’estremo destino),
verso approdi incerti
di scogli e cale ignote.

Il verso murmure delle onde
marca le ore,
brucia la fronte
l’arsura nelle pupille more,
più celeri i battiti
frantumano le fibre del cuore.
Si scoprono angeli dispersi,
nel sogno, con ali di sale .

Derelitti e diseredati,
la terra invocata
gli si apre al lieve chiarore
di lune scomposte.
Slama la sabbia
sotto le piaghe dei piedi,
sui ginocchi si piegano:
raffiche di vento tra capelli arricciati,
aride mani e sguardi spenti
dopo lunghe traiettorie allucinate
per le stanze mosse del mare.
Non numeri, né stracci,
respiri d’affanno,
li attenderanno gore e bufere,
o i loro canti ripetuti dalle stelle
saliranno fino a Dio?

 

 

 

 

                                                                                                                                    
                                                                                                                                 II classificata


The old
di  Dante Iagrossi – Caiazzo(CE)

Without a destination they pace slow,
 trailing steps over the parched lawns of sorrow,
picking up white flowers of wisdom,
leaving behind dried leaves of regrets.
They give coloured sweets of joy
and bunches of smiles  to children,
and small glasses of fizzy wine
to people who have lost the pleasure of life…
Bent over, they gaze out at the grey lakes
of loneliness, stealing
scattered fragments of stars
and new rays of a full moon,
before the night covers them
in frayed blankets of dreams and memories.
They barely keep back transparent threads
of tears in the dark grooves
of wrinkles and the strain of years
passed through horny-skinned hands …
Every morning they wait on the benches
for the sun’s gentle caresses of sun mixed
with the soft breath of  a spring breeze,
to dry the wet pages of  their hearts.

 

 

 

 

 

 

 

 


                    
Traduzione

I VECCHI

A passi lenti, strascicati
senza meta camminano
nei prati inariditi del dolore,
raccogliendo bianchi fiori di saggezza,
lasciandosi dietro foglie secche di rimpianti.
Caramelle colorate d’allegria
regalano ai bambini e grappoli di sorrisi,
e piccoli bicchieri di vino frizzante
a chi ha perso il piacere di vivere…
Curvi si affacciano sui laghi grigi
della solitudine, a rubare
sparsi frammenti di stelle
e raggi di luna piena,
prima che la notte li avvolga
sotto coperte sfilacciate di sogni e ricordi.
A mala pena trattengono fili
trasparenti di lacrime dentro i solchi
scuri delle rughe e la fatica degli anni
andati sotto i calli duri delle mani…
Aspettano ogni mattina sulle panchine
lievi carezze di sole mescolate
al vento soffice di primavera,
per asciugare le pagine umide del cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


III classificata


                                                                          SUNSET
 di Rocco Giuseppe Tassone – Gioia Tauro

             


And, with last
caress,
the sun blinded
the sea!

 

                                                                                                                  Traduzione

TRAMONTO


E, con l’ultima
carezza,
il sole accecò
il mare!

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                                                               


                                                                                                                             
Encontro
di Adão Wons -  Cotiparã -   Rio Grande Do Sul- Brasil

No intenso mar
a brisa ousa bater em meu rosto.
nos caminhos de areias
e em versos e cursos desavisados.
As ondas rebeldes vem...
fantasiam imagens e arrastam vazios.
Em noites luares
sou conjuntura, lembranças
olhar fixo e coração fisgado
Em um horizonte de afoito prazer
sou mera coincidência
Destino que o tempo me guardou
a render-se aos seus encantos
na doce magia, sentir seu gosto
Cavalgando aos céus e aos prantos
a mais pura felicidade.

 

 

                                                                        Incontro
                                                   traduzione di Angela Scarton Tafarel

Nel Mare intensa
osa colpire la brezza il mio viso.
percorsi nella sabbia
versi e corse senza avviso.
Le onde ribelli arrivano ...
fantasticano immagini  e trascinano i vuoti.
Nelle notti di luna
dei frangenti, ricordi
Lo sguardo e il cuore agganciato
In un orizzonte di ansioso piacere 
Sono solo una coincidenza
Destino, che mi ha risparmiato  tempo
a cedere al suo fascino
la magia dolce, sentire il sapore
Cavalcare i cieli e le lacrime
la più pura felicità.

 


Hymne à la Femme
di Salvatore d’ Aprano   - Marquette- Montreal -Canada


La femme c’est une très belle créature
qui nous rend la vie plus agréable,
dès qu’on l’approche on rêve l’aventure
parce que la femme c’est un êyre desirable.
Avec son consentement on est au paradis,
avec son refus on plonge dans l’enfer
mais quand son coeur est vraiment conquis
on peut savourer de doux moments de bonheur.
Sans sa presence la vie serait vraiment inutile.
Elle serait comme un jour d’été sans soleil.
Mais si en apparence elle peut nous semole fragile
souvent elle cache un fort caractère et de l’orgueil.
Même  si parfois elle peut se montrer hargneuse,
de mauvaise humeur ou avec un air mélancolique
en d’autres occasions c’est une poupée rêveuse,
tendre, charmante, coquine et magnifique.
Mais quand on regarde son corps très beau
étendu sur des draps candides et parfumés
alors on oublie facilment tous ses defauts
et on commence a rêver …

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inno alla donna

La donna è una dolcissima creatura
che ci rende la vita un po’ più rosa,
senza di lei sarebbe una sventura;
un’intollerabile situazione dolorosa.
Col suo consenso sfiori il paradiso,
col suo rifiuto sprofondi nell’inferno,
ma quando il desiderio è condiviso
arrivi quasi vicino al Padre Eterno.
Senza di lei la vita non ha senso
come un paesaggio desolato e spoglio,
con lei viviamo un rapporto intenso,
ci dà la prole e anche un po’ d’orgoglio.
Anche se a volte può sembrar scontrosa,
di malumore e all’ira incline
tante altre volte è come una rosa
vellutata, fragile e con poche spine.
Ma se la osservi quando è nel letto
tra candide lenzuola profumate
allor la vedi senza alcun difetto
e vivi accanto a lei ore beate …

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                             Partecipazione Straordinaria
Danza di un guerriero
di Marco Ciotti

Gesta di un guerriero tradito dalla sua patria
onore svanito da azioni pilotate
ansia che attanaglia il tuo cuore
responsabilità di battaglie aspre, amare
senza vinti e vincitori
ma solo dubbi, nubi e nebbia
offuscano la mente l'animo
neutralizzano il tuo impeto
cercano di ostacolarti, fermarti e...
il tuo elmo non può chinarsi...
il tuo sguardo è la che scruta...
e osserva l'orizzonte dei tuoi sogni.
Vento di sabbia, pioggia tagliente
penetra e lacera la tua pelle, arida.
Sempre con il viso al sole, avanzi...
coraggioso, indossi l'armatura
i tuoi battiti scandiscono la danza
della tua lama e improvvisa
di netto, recide i viveri all'ignoto.
L'esperienza guarisce le mie ferite
ma le cicatrici sono segni indelebili
che porterò e mostrerò con orgoglio
essendo il vincitore!

                                             

                                                          Sezione Poesia in Vernacolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I classificata
                                                                       Kamikaze
di Vincenzo Russo – Napoli

         
Chist’odio nfame ca te puorte ’a dinto  
accide ’stu Signore ogne mumento,  
chistu Dio tuoio ’o tiene astrinto astrinto  
ma nfaccia â croce sento nu lamiento.  

È overamente brutta chesta vita   
si ll’ommo vò cumbattere ’sta guerra,  
nisciuno pò sanà chesti fferite   
e ’o cielo chiagne làcreme a ’sta terra.  

Na bomba mmiez’a tanta ggente   
e ’o ffuoco appiccia nu quartiere sano,  
tutte distrutte ’st’aneme innocente   
e nu criaturo resta senza ’e mmane.  .

Bruciato vivo chistu piccerillo…   
se perde dint’’o nniro d’’e peccate,   
pe’ dint’’o vico nu miliardo ’e strille…  
è muorto nzieme a isso pure ’o frate.   

’Sta mamma corre disperata e triste  
e ’stu dulore allùcca comm’ô viento,  
ce vene â mente ’sta passion’ ’e Cristo  
e dint’a ll’aria scoppia nu turmiento.  

E mentre ’sta nutizia gira ’o munno   
chest’anema se ferma e guard’’a croce,  
cchiù vede ll’ommo ca fernesce nfunno  
e cchiù ’stu core mio nun trova pace!  

 

 

 

 


Traduzione
Kamikaze


Quest’odio infame che ti porti dentro
uccide nostro Signore ogni momento,
questo Dio tuo lo tieni stretto stretto
ma sulla croce si ode un gran lamento.

Sapessi come è brutta questa vita
se l’uomo pensa sempre a far la guerra,
nessuno può sanare le ferite
e il cielo piange lacrime sulla terra.

Una bomba assassina scoppia fra la gente
tra il fuoco arde un quartiere intero,
tutte distrutte le anime innocenti
e un bambino resta senza mani.

Bruciato vivo questo piccoletto
si perde dentro il nero dei peccati,
e per i vicoli si odono tanti strilli
e del fratello il cuore si è fermato.

La mamma corre disperata e triste
per il dolore grida come il vento,
e nella mente la passione di Cristo
si spande per l’aria come un gran tormento.

E mentre la notizia gira il mondo
la mia anima si posa sulla croce,
più vede l’uomo che finisce a fondo
e più questo mio cuor non trova pace!

 


                                                                                           

                                                            

 

 


II classificata


Nu pensiero pé me
di Paola Trimarco – Giugliano (NA)

 

Che pienze…?
Cu st’uocchie cà non teneno funno,
cà se cercano in ogni angolo ‘o munno,
cà se guardano attuorno,
ma che ancora non sanno vedè.

Che pienze…?
Cu stà faccia lisciata ‘e carezze,
e stà  vocca cà non dice certezze ma sé sente int’o core ‘e vulà.

Và!
Acchiappale che sò farfalle,
t’allargano e spalle e te fanno ‘mparà
che sta vita è nu muorzo, è  nu zumpo, è  nu viaggio
pe chi tene coraggio
e  chi sape che  ‘a  sera  semp’a casa  se n’adda tornà.

Ogni mamma se chiede che penza nu figlio che cresce,
che sé appena lassato cà mano
e  già assai  luntano è curruto a pazzià.
Và fuienno e scompare , nun’o può cchiù abbraccià,
o’ creaturo che ‘mpietto  te saputo scarfà.


Sò vacanti stì braccia,
nun t’alliscio chiù ‘a faccia,
ma me sona int’o core
semp ‘a stessa  canzone,
ninna nanna d’ammore c’addorme ma pure, 
sì serve te sape scetà,
pecchè ‘o sogno  cchiù bello da vita ‘a scetato  nu  juorno le’ fa.


Troppo gruoss’ è stu munno
e lontano non pozz’ vedè.
Nu pensiero, uno solo dimmell’
cà stasera tu ‘o tiene pe‘me.

 

 

 

                                                            Traduzione   
                                                             Un  pensiero per me

Cosa pensi…..?
Con questi occhi profondi
che cercano il mondo in ogni angolo
che si guardano intorno
ma ancora non sanno vedere.

Cosa pensi…?
Con questa faccia liscia di carezze
e questa bocca che non ha certezze
ma le sente volare nel cuore.

Vai!
Prendile, sono farfalle,
ti allargano le spalle e ti insegnano
che il mondo è un assaggio, è un salto,è un viaggio
per chi ha coraggio
e per chi sa bene che la sera 
dovrà comunque tornare a casa.


Ogni mamma si chiede cosa pensa un figlio che cresce
che appena ti lascia la mano  corre subito a giocare lontano.
Scappa e scompare,
non puoi più abbracciarlo,
quel bimbo che  al tuo petto hai saputo scaldare.

Una canzone mi suona nel cuore,
una ninna nanna d’amore che addormenta
ma quando serve sa anche svegliarti
perché il sogno più bello della vita un giorno dovrai farlo da sveglio.


Troppo grande è questo mondo
e lontano non riesco a guardare.
Un pensiero, uno solo,dimmelo
che stasera tu lo hai per me.

 

 

 

 

III classificata
E Napule chest’è
di Raffaele Galiero – Casalnuovo di Napoli

E  Napule chest’è : penzieri annure,
annudecate e crure,
ca stanne arravugliate a chille ‘e ll’ate,
no pe paura, né pe convenienza,
sultanto  pe nu vizio d’’o passato.
Penzieri ca non tenene speranza,
apparecchiati cu ‘o vestito  a festa,
pecchè accussì so state abbituati ,
‘a che so nati.
Na maschera, nu zumpo, na resata,
e fore,  ‘o sole, scarfa
e se ne fotte
ca, dinto,chest’anime so morte.
E Napule chest’è : penziere annure,
annudecate e cruere,
ca tenenete pittate ncopp’’a faccia,
na maschera ‘e tiatre ,
‘a che so nati.

 

 

 

 

 

 

 

 


Traduzione
E questo è Napoli

E questo è Napoli: pensieri nudi,
annodati e crudi,
che sono avvolti a quelli degli altri,
non per paura, né per convenienza,
soltanto per un vizio del passato.
Pensieri che non hanno speranza,
che indossano il vestito della festa,
perché così sono stati abituati,
da quando sono nati.
Una maschera, un salto,
e fuori, il sole, riscalda
e se ne fotte
che, dentro, queste anime sono morte.
E questo è Napoli: pensieri nudi,
annodati e crudi,
che portano dipinti sul volto,
una maschera da teatro, da quando sono nati.

                                                                                                                        
                                                                                                                             


                                                                                                                                

 

                                                                                                                         Menzione d’onore
                                                                              Solo
di Marco Managò – Roma
Solo, quanno sei solo nun c’è sarvezza  
è inzurzo penzà a chi stà più peggio  
in quer momento sei te che vai a fonno  
e nun t’illude d’esse porvere ar vento  
tra li spazzi der celo e delle stelle:  
in quer mentre sei te er centro der monno. 

Quanno sei solo, puro Roma t’è madregna 
nun t’ariconosce     
e te pari un barbero     
drento la città tua!     

Solo, er tempo nun passa    
‘na funtana te fa ammattì    
coll’acqua che scegne in zempiterno  
che batte er tempo e scorre via   
e li seconni te pareno anni.    

Chi sta solo ha sbajato quarcosa, pensace. 
Spera fijo      
un giorno riarzerai er boccio   
perché quarchiduno te darà retta   
e allora lì devi da esse omo   
e aricordatte de quanno parlavi ar muro. 
Puro un re, quann’è solo    
var meno de du amichi!    

Allo specchio non stai solo    
ma li stai derimpetto ar nimmico   
chi t’ha fatto arimané istesso ar cane.  
Nimmanco l’ombra t’è amica   
te segue ma t’acciacca pe terra   
e accosì cadi su sta pece nera   
nermezzo della luce der monno...   

 

 

                                                                                                                                       Traduzione

Solo


Solo, quando sei solo non c’è salvezza
è inutile pensare a chi sta peggio
in quel momento sei te ad andare a fondo
e non ti illudere di essere polvere al vento
tra lo spazio del cielo e delle stelle:
in quel momento sei sempre te il centro del mondo.

Quando sei solo anche Roma ti è matrigna
non ti riconosce
e sembri uno straniero
dentro la tua città!

Solo, il tempo non trascorre
una fontana ti fa impazzire
con l’acqua che scende in eterno
che segna il tempo e scorre via
e i secondi ti sembrano anni.

Chi è solo ha sbagliato qualcosa, pensaci.
Spera figlio
un giorno rialzerai il capo
perché qualcuno ti darà retta
e allora dovrai essere un uomo
e ricordarti di quando parlavi al muro.
Anche un re, quando è solo
vale meno di due amici!

Allo specchio non stai solo
ma li sei dinanzi al nemico
quello che ti ha fatto rimanere come un cane.
Neanche l’ombra ti è amica
ti segue ma ti proietta per terra
e così cadi su questa pece nera
in mezzo alla luce del mondo…

 

 

 


                                                             Ce vo’ tiempo
di Maria Rosaria Sorrentini – Vallo della Lucania (SA)

Juorno ancora adda fa
e  ‘sta nuttata è longa assaje
eppure adda passà.
Che dicite vuje?
‘e ssentite ‘sti ccose?
tengo ‘mpietto ‘na fitta
ca trase sempe cchiù
int’a ‘stu core ‘ntriso
‘e sango frisco frisco,
eppure adda passà.
Che ce vo’ pe’ fa juorno?
Mo vene subbeto
chella luce mattutina
ca pare te fa arresuscità
e si ce sta ‘nu spicchietiello ‘e sole
quanto cchiù bella pare ‘na jurnata!
Te siente ‘nato ttanto
e tiene voglia ‘e fa chissà che cosa,
‘nu raggio ‘e sole,
doppo ll’oscurità ‘e ‘na notte sana,
adda sapè scarfà financ’o core mio
e po’, chi ‘o ssa, po’ essere
ca ‘a vocca mia s’arape e fa ascì
‘nu suspiro fatto ‘e speranza.
Stateve attuorno a me
ca me fa bene ‘na voce amica
o ‘na guardata ‘nsista, doce doce.
Aggia essere forte, capace ‘e aspettà
e vuje nun me lassate.
 

 

 

 

 

 

Traduzione
Ci vuole tempo

Deve ancora far giorno
la nottata è lunga assai
eppure deve passare.
Che ne dite voi?
Avvertite queste cose?
Ho in petto una fitta
che penetra sempre più
in questo cuore impregnato
di sangue recentissimo,
eppure deve passare!
Quanto manca alla luce del giorno?
Ora viene subito
il chiarore dell’alba
che sembra farti rinascere
e, se c’è uno spiraglio di sole,
quanto più bella sembra la giornata!
ti senti più bendisposto
e hai voglia di fare sempre più.
Un raggio di sole,
dopo l’oscurità di un’intera notte,
deve saper scaldare anche il mio cuore
e poi potrebbe anche essere
che le mie labbra si schiudano
in un sospiro pieno di speranza.
Statemi vicino,
mi giova una voce amica
o uno sguardo dolce e penetrante.
Devo diventare forte e aspettare.
E voi non mi lasciate.

 

 

 

 

 

 


Jurnata ummirusa
di Giuseppe Bellanca – S. Cataldo (CL)

Pirchì sta jurnata
jè accussì ummirusa
si nni lu cilu
c’è u suli?
Forsi pirchì
a mo armuzza
jè ‘npena!
Mi staiu circannu
pirchì mi pirdivu.
Mi pirdivu
nni sta terra
tutta confusa
unni nun c’è cchiù liggi
e nun c’è cchiù amuri.
C’è sulu u munnu
tuttu spasciatu
unni ognunu cerca
di fricari l’antru.
Avissimu a jiri
nna stessa direzioni
unni c’è paci
e amuri ppi tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Traduzione

Giornata ombrosa

Perché questa giornata
è così ombrosa
se nel cielo
c’è il sole?
Forse perché
la mia anima
è in pena!
Mi sto cercando
perché mi sono perduto
in questa terra confusa
dove non c’è più legge
e non c’è più amore.
c’è solo un mondo
tutto allo sfascio
dove ognuno cerca
di sopraffare l’altro.
Dovremmo andare
nella stessa direzione
dove c’è pace
e amore per tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Stella d’ammore
di Nino Cesarano – Nola

Me so’ fermato spisso a guardà ‘e stelle
e qualche notte po’ l’aggiù cuntate
e l’aggiù dato ‘o nomme a una a una
d’’e femmene cchiù belle ‘e chistu munno.

E aggiù chiammate Brigida, Lucia,
Carmela ‘Mmaculata e Annamaria;
e chelle cchiù luntano e piccerelle
io l’aggiù ditto sulo “sìte belle”.

E stanno ancora ‘ncielo comme a ssempe,
s’appicciano ogni sera puntualmente,
comme s’appiccia ‘o core ogni mumento
penzanno sempe ‘a vita ca è tremende.

‘E vvote qualcheduna se ne scenne
e io veco annanzo all’uocchie ‘o bbene ‘e Dio,
veco ‘nu velo ‘e sposa ca se pòsa
e fa cchiù belle tutt’’e sciure e ‘e rrose.

E ‘nce ne stanno stelle ‘ncoppo’’o munno
ca fanno cumpagnie a chi sta sulo,
ognuna porta ‘o nomme ‘e ‘na Maria;
o tene pure ‘o nomme ‘e mamma mia.

Ma ‘a stella cchiù lucente ca sta ‘ncielo,
ca dètte luce ‘a notte d’’o Signore,
c’accumpagnaje ‘e Magge e a lli pasture,
è ‘a stella ‘e Dio ca se chiamma “ammore”.

 

 

 

 

 

 


Traduzione

Stella d’amore

Mi sono fermato spesso a guardare le stelle
e qualche notte le ho contate
dando il nome ad ognuna
delle donne più belle di questo mondo.

Le ho chiamato Brigida, Lucia,
Carmela, Immacolata e Annamaria
e  a quelle più lontane e piccoline
ho detto solo “siete belle”!

E stanno ancora in cielo come sempre,
si accendono ogni sera puntualmente,
come s’accende il cuore ogni momento
pensando sempre alla vita ch’è tremenda!

A volte qualcuna scende dal cielo
e io vedo davanti agli occhi il bene di Dio!
Vedo un velo di sposa che si adagia
facendo più belli i fiori e le rose!

E ce ne sono stelle per il mondo
che fanno compagnia a chi è solo,
ognuna porta il nome di una Maria;
oppure ha il nome di mamma mia!

Ma la stella più lucente che è in cielo
che diede luce alla notte del Signore,
che accompagnò i Magi e i pastori,
è la stella di Dio che si chiama “amore”.

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                                         Selezione Sillogi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Da “Il filo del discorso”
di Rodolfo Vettorello  - Milano

 

Diversità

Mi metti in ansia per quel modo strano
che hai di trattenermi
e di stringermi fino a soffocare.
Tre baci ad ogni incontro,
come fanno gli amici magrebini
e mi sorridi, al modo che i bambini
sorridono alla mamma.
La tua dolcezza insolita trafigge
il cuore inaridito
di quelli come noi, detti “i normali”,
coi nostri pregiudizi incancreniti
e  con le troppo strette visuali.
Così indifeso
non schiacci le formiche se cammini
e non uccidi i passeri del cielo
e piangi per un cane abbandonato
e un bimbo che ha perduto il suo giochino.
Ti tremano le mani e parli a stento
e il passo è incerto, a volte doloroso.
Ti senti amareggiato per qualcosa
che t’è mancato e non potrai più avere
ma il cuore è buono, mite e delicato
e l’anima è capace di perdono
e sa donare quel che le appartiene:

le cose avute in sovrappiù per dono.

Diversità, la chiamano i “perbene”.

 

 

 

 

Da “Con gli occhi della mente”
di Floredana De Felicibus

Non c’è tempo


La pelle imbrunita raccoglie tempo
alla stagione del sole
imperlata da velieri di indifferenze,
i capelli al vento assaporano i frutti dell’attesa
impolverati da granelli di silenzi!
All’ombra di un cielo sgombro dai tormenti
anneghi i sensi, negli impedimenti del presente
nell’eco inarrestabile di chi a stento
trascina ancora il suo tempo.
E non c’è tempo per chi deraglia la rotta del raggio
sulla tua carne e non c’è tempo
per chi raggruma i giorni
e accorcia il cammino dei tuoi sogni.
Ti palpita la vita sull’onda delle distanze
stillando inerzia di sudore sulle ore profonde
di chi ormai non ha più tempo.
Arresta la tua rotta, per favore!
Togli le frecce dell’egoismo alla faretra
e sciogli i dardi delle tue emozioni,
ascolta l’arco della tua anima che si tende
di parole e carezze nuove.
Accendi il silenzio logoro di una stanza
e il cielo consunto dall’indifferenza.
E’ poco il tempo che resta,
è poco il tempo che ti viene chiesto!
I passi ormai stremati volgono al tramonto,
raccogli i tuoi abbacinando i giorni con la luna tra le mani.
E quando cadrà l’ombra sull’ultima ora
proseguirai sulla tua rotta con rinnovata convinzione.
Libera, con passi  sciolti!

 

 

 

 

 

 

 


Da “Il soffio delle radici”
di  Carla De Falco - Napoli

                                                        scatole da trasloco

mi dicesti
«lascerò che i tuoi tumulti
entrino nella mia vita
 per fare quiete nella tua».
così impacchettasti il mio tormento
in grandi scatoloni da trasloco.
per amare serve fare spazio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Da “Il  bambino di vetro”
(a Piotr Ilic Ciajkovskij)

di Laura Giorgi  - Grosseto


Dentro

Attraversa
Le pianure verdi e i fiori del disgelo
I ruscelli lungo i fianchi delle montagne
E le cascate di vetro
Le steppe deserte
E l’affollata città
Animata dalla grande festa russa
La folla avvolgente e insinuante
La notte maligna in attesa

Attraversalo
Il confine sottile dell’identità
Il rumore del remo nell’acqua
Il lago dei cigni
E il frantumarsi di sogni
Il baratro dell’infanzia
E il delirio dell’ultima scena
Il volto più amato riemerso
Fra gelo e vapori
Pura gioia
Puro dolore

Attraversami

 

 

 


Da “Ultimatum dall’inverno”
di  Francesca Coppola  - Portici


Il tempo che ci vuole

aveva scarpe strette e in vita
tutto il silenzio di una cintura
vecchia, le sue mani
mani senza tetti di speranza

la chiamavano mezzaluna
quando sulla schiena intrecciava
il suo sacco di stanchezza
e quella strada che aveva parvenza
di salita diventava abitudine
che non promette sorpresa

Il riposo giunse come preghiera
e le ciarle come corteo confusero
il perimetro delle strettoie di casa

quante le cose che non si videro:
il vecchio appendiabiti a forma di odalisca
ninnoli chini al nostro incontro
- lacrime di un rigattiere nascosto -

A vedere l’estate
dalla prospettiva di una formica
le stagioni hanno un corso lungo,
gli anni arrivano sempre in ritardo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                      Sezione Narrativa Adulti

 

 

 

 

                                                                                                                                   

 

 

 


                                                                                      

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                           I classificato
                                                        
                                                                       Senza mani
di Maurizio Asquini –Novara
Non si sta male qui dentro.
Fluttuo in assenza di gravità. Nella mia piscina non mi manca nulla. Cibo e affetto mi giungono via cordone ombelicale.
Sento il cuore di mamma che batte e le sue dolci parole.
 
L’ultima volta che siamo andati dal dottore, mentre mi passava esternamente quello strumento che fa solletico, lui ha detto che ci devo ancora rimanere per sei mesi.
Io mi giro e mi rigiro nella mia piscina.
Il mio fratellino Vittorio mi chiama da fuori:
«Matteo, quando esci da lì?»
Vorrei rispondergli, ma non mi è possibile.
Ho già fatto amicizia con Vittorio; appena verrò fuori da qui giocheremo assieme a pallone. Me lo dice sempre attraverso la pancia della mamma:
«Matteo mi senti? Quando uscirai giocheremo a pallone e io starò in porta a parare i tuoi tiri.»
Sento papà che ritorna la sera e mi dà due colpetti che fanno vibrare tutto l’ambiente:
«Matteo, ciao! Com’è?»

Stamattina siamo stati nuovamente dal dottore. Sembrano inutili queste visite periodiche che mi fanno spesso paura.
Oggi il dottore ha la mano pesante più del solito e continua a spingermi verso la parete.
 «Mah!» dice lui.
Il cuore di mamma inizia a correre come se sopra di me passasse una mandria di cavalli simili a quelli che papà guarda nei film alla tv.
Il medico spinge con forza quell’odioso strumento.
 «Qualcosa non va, dottore?» domanda papà preoccupato.
 «Credo che ci sia un problema.»
Quale problema? Io sto benissimo. L’unico problema finora riscontrato è stato quando il medico ha detto, ridendo, che si trattava di un altro maschio. Non vedo quale problema possa mai esserci?
 «Ho controllato più volte; già nelle precedenti visite mi era sorto il dubbio.»
 «Ci dica dottore...» domanda la mamma «La prego! È grave?»
  «Dall’ecografia il feto risulta privo di arti superiori; in altre parole non si sono formate le braccia...»
Adesso oltre al battito accelerato di mamma ci si sono messi anche i singhiozzi.
Quindi non avrei le braccia? Qual è il problema? Vittorio mi dice sempre che quando giocherò con lui a pallone, io tirerò la palla con i piedi, e lui parerà con le braccia da buon portiere.
Quante sciocchezze per nulla. Sono proprio strani là fuori.

Sento che all'esterno qualcosa è cambiato, come se il tempo si fosse fermato. Nessuno osa parlarmi, neppure papà e Vittorio. Che si siano offesi perché non ho le braccia?

Torniamo dal medico. Uffa, ancora quel ferro che mi spinge contro le pareti... Vedo una luce! E’ già ora di uscire? Evviva! Ma non aveva detto che dovevo aspettare ancora sei mesi? Si apre una breccia e una forte turbolenza mi sta...

                                                                                                                                     
                                                                                                                                      II classificato
Ce la possiamo fare
di Roberta Selan – Pordenone

Cammino lentamente, sguardo a terra, lungo il viale alberato del centro: il vento teso e dispettoso d’autunno continua a scompigliarmi i capelli e una pioggia di foglie colorate, gialle, arancioni, marroni, come stelle cadenti fuori stagione, ricama ad arte il mio cielo scuro. Tanta gente cammina vicino a me sul marciapiede, qualcuno nella stessa direzione, altri in senso contrario, ma io non vedo e non sento nessuno, sono confusa, sorpresa, allucinata, scioccata … Tutto mi sarei aspettata tranne quello che ho appena sentito pronunciare dal medico: alla mia età pensavo di dover dire addio definitivamente a quella parte della mia vita, ero già pronta a sopportare fastidiosi sintomi e terapie ormonali sostitutive, mi stavo già quasi abituando all’idea che presto sarei potuta diventare nonna e invece … Cavolo, incinta a quasi cinquant’anni … Non esiste, proprio non esiste!
Cosa dovrei fare adesso? Andare a casa tutta felice e contenta e dire al resto della famiglia: “Ragazzi, aspetto un bambino, festeggiamo!”…? No, sento che non ce la posso fare.
Alla mia età, una gravidanza può essere molto a rischio, malformazioni e problemi vari sono dietro l’angolo, sarebbe assurdo rischiare … E poi cosa direbbe la gente? Che sono pazza, che sono peggio dei ragazzini che si amano selvaggiamente appoggiati a un muro scrostato, dietro un angolo del centro, senza pensare alle conseguenze, senza proteggersi responsabilmente … E nel mio ambiente di lavoro poi, come reagirebbero a una simile notizia? Non oso nemmeno pensarlo, perderei la faccia, forse anche il posto … No, non posso proprio farcela.
Il passo si fa stanco, pesante, vedo una panchina vuota e mi siedo. Penso a quanto ho desiderato a suo tempo le mie due ragazze, a come le ho volute con tutta me stessa, amate e protette fin dal primo istante. Com’ero felice di essere “in attesa”, mi sentivo davvero speciale, mi dicevano tutti che ero a dir poco raggiante, avevo addosso il doppio di energie per poter  fare qualsiasi cosa … Era la forza dell’amore, mio per loro, del mio compagno per me, e di noi due insieme per quelle  piccole meravigliose nuove creature, che in quel momento, in quel periodo della nostra vita, in quei lontani giorni, ci faceva sentire che avremmo potuto superare qualsiasi difficoltà, ma … adesso?
Io sono troppo vecchia per essere “madre”: per tirar su bene un figlio ci vogliono tante energie, tanta pazienza, bisogna fare parecchi sacrifici e io ne so qualcosa, ci sono già passata, due volte … No, resto dell’idea che non ce la posso fare, non questa volta.
E poi vorrebbe dire ancora pannolini, notti insonni, corse dal pediatra, un milione di preoccupazioni diverse che ti tolgono la tranquillità, che ti strangolano le giornate, sono cose che può fare una giovane, non certo io … Non me la sento di affrontare di nuovo tutto questo, non voglio, non posso … Ho regalato ogni cosa, non ho più il lettino, il passeggino, la carrozzina, la bilancia pesabimbi, il corredino da neonato, le copertine fatte ai ferri da mia mamma, il seggiolino per l’auto, i giocattoli, i libricini in plastica atossica, gli anellini da mordere quando crescono i dentini, lo scaldabiberon, i ganci per assicurare i cassetti, gli angoli in gomma per proteggere dagli spigoli dei mobili, il bicchiere zavorrato che non cade mai, la vaschetta antiscivolo per il bagnetto, il marsupio per tenerlo in braccio; dovrei ricomprare ogni cosa, non me lo posso permettere …
Mio marito ultimamente è spesso a casa, in cassa integrazione; dicono che l’azienda vuol chiudere tutti gli stabilimenti italiani e trasferirli all’estero, dove la manodopera costa meno. Intanto si parla di esuberi, di licenziamenti: non posso tirargli anche questa tegola sulla testa, non se la merita, noi non ce la meritiamo, e poi si sa, le difficoltà economiche mandano spesso in crisi i matrimoni, anche quelli che sembrano più sani e duraturi come il nostro … Le ragazze sono all’università, le tasse aumentano, i prezzi dei libri, dei trasporti, degli alloggi pure, come dovremmo fare per affrontare tutte le nuove e impreviste spese a cui inevitabilmente andremmo incontro? Con una rapina?
Guardo il cielo sopra la mia testa, è sempre più nero e il vento è sempre più freddo, la gente continua a girare e a muoversi intorno a me, ma io mi sento sempre più sola …
Non ce la posso fare.
Chiudo gli occhi. Ripenso a mia madre, alle sue sagge parole, ai suoi racconti: quante volte mi ha raccontato di come con tanta fatica e sacrifici lei e papà, nonostante le difficoltà economiche, erano riusciti a tirar su bene e a far studiare me e mio fratello; l’amore per noi era più forte di qualsiasi dolore o sconfitta, ogni loro rinuncia diventava un mattoncino nella costruzione della nostra acerba vita e questa per loro era la più bella delle ricompense, perché quando metti al mondo qualcuno, vuol dire che lo ami, senza riserve, fino in fondo, costi quel che costi …
Forse lei, dopo un comprensibile shock iniziale e nonostante l’età avanzata, mi aiuterebbe ancora, salute permettendo, perché lei ama la vita, l’ha sempre amata … E mia suocera? Anche lei potrebbe darmi una mano, lo ha sempre fatto anche in passato e col sorriso … Non sarei sola, c’è tanta gente che mi vuole bene e quando c’è amore, tutto può succedere … In fondo, la vita che ora porto in grembo, non è forse frutto d’amore? E’ vero, questa volta non l’ho cercata come in passato, è successo e basta, ma noi siamo una coppia, anzi, una famiglia che ha poggiato le propria fondamenta su un sentimento autentico e forte. Non ci siamo mai arresi, perché dovremmo farlo ora? Mi sento strana, comincio a pensare che una decisione simile non posso prenderla da sola, che sarebbe giusto in ogni caso parlarne anche con gli altri … Chissà, magari a dispetto di tutti i dubbi e le paure, potremmo anche farcela …
Mi alzo dalla panchina e ricomincio a camminare, ma ora non lo faccio più con lo sguardo piantato sui miei piedi, adesso vedo anche tutti quelli che mi stanno intorno, che inseguono le lancette del loro orologio, che si salutano, parlano, sorridono e mi sento di nuovo parte del mondo …
Cosa provo nei confronti della vita che sta crescendo dentro di me? La considero un ostacolo alla mia libertà, un tornare indietro a cose che credevo già abbondantemente archiviate, una palla al piede che non mi permetterà di camminare tranquillamente verso la terza parte del mio naturale percorso, quella in cui avrei dovuto e voluto riposare e godere? E’ forse un’estranea, un’intrusa, una “rompi”, una guastafeste, una di cui è meglio disfarsi per tempo?
Oh Dio, che brutte cose sto pensando … No, questa non sono io, non mi riconosco più …
Volto la testa e seguo per qualche istante con lo sguardo una giovane mamma di colore che tiene per mano i suoi due bimbi, uno da una parte e uno dall’altra: quanto amore nei suoi occhi, nei suoi movimenti attenti, nella sua voce mentre si rivolge a loro … Una madre ama, lo fa sempre, dal primo all’ultimo respiro della sua vita, lo fa quando decide che un bambino ha diritto di venire al mondo, quando lo dà alla luce, quando lo aiuta a crescere e a diventare una persona completa, nel fisico e nei valori in cui crede, quando lo loda e quando lo rimprovera, quando lo tiene sotto la sua ala protettrice e quando decide che è venuto il tempo di lasciarlo andare … Io sono ancora in grado di amare in questo modo? Quanto amore c’è ancora nel mio cuore, per la mia famiglia, per chi mi vive accanto, per chi è nel bisogno e chiede aiuto,  per chi non conosco eppure ha i miei stessi diritti di vivere nel rispetto e nella dignità di essere umano, per un’altra vita che già c’è, in me, e chiede solo di essere accolta?
Mi fermo e guardo in su, verso quel cielo che tante volte mi ha aiutato a trovare le risposte e che ora si sta lentamente aprendo alla luce e a generose pennellate d’azzurro: certo che c’è ancora amore in me, per gli altri, per questo bambino a cui sento di voler già bene, per la vita in genere, per questo mondo ogni giorno nuovo e pieno di sorprese, e anche per me stessa, come donna e come mamma.
Sì … Tutti insieme, noi due, le ragazze, i nostri cari, se vogliamo, ce la possiamo fare.
Riprendo il cammino verso casa molto più sicura di me, lascio che il vento freddo mi sferzi le guance e modelli sul mio volto finalmente sereno un nuovo sorriso.                                               Ehi, da oggi in famiglia siamo in cinque … Non è un numero bellissimo?

 

 

 

 

 


 III classificato
Pianto antico
di Silvana Aurilia - Napoli
                                                                 
Ma guarda che folla c’è in chiesa. Ci sono anche le autorità. Non mancano mai.  Toh,  il sindaco. E quello chi è ? Ah, il ministro. E l’altro? Mi sembra che sia  il prefetto, da quello che sono riuscito a capire dai saluti.   E sull’altare addirittura il vescovo a celebrare  la funzione! Ma guarda là, seduti nell’ultima fila ci sono tutti i mega dirigenti della fabbrica con i loro avvocati! C’è perfino il professore Baumaster, l’inventore del nuovo modello di catena di montaggio super  tecnologizzata e , ahimè, a suo dire, super sicura.                                                                                                                   
- Con questo processo produttivo di mia invenzione non akkadere nulla agli operai. E’ una tecnologia  perfetta, ma… –  diceva con il suo marcato accento tedesco a noi operai che assistevamo all’ennesimo cambiamento della catena produttiva lasciando incomprensibilmente la frase sospesa e nel vago. Adesso ho capito, finalmente capito cosa volesse dire con quel ma!                                                                                                                                                                 
In questa bara, troppo elegante per me, in verità, e che mai mi sarei concesso se fossi deceduto normalmente ( ammesso che si possa morire normalmente) , devo dire che ho proprio un ruolo  di primo piano. Pensate, sono divenuto una celebrità. Parlano di me  i giornali e le televisioni, anche internazionali; tutte le categorie, i politici, i sindacati, le associazioni e perfino il presidente della repubblica. Quel brav’uomo ha avuto per me parole bellissime, definendomi anche eroe ! Io, un eroe? Incredibile, è bastato morire carbonizzato sul luogo di lavoro attaccato alla pressa numero 12 in corto circuito per divenire famoso,  che so come un attore o un calciatore. Anzi,  sapete che mi dedicheranno anche un minuto di silenzio prima della partita ? Mi viene da piangere!                                                                                                                                     
E quanti fiori, mamma mia! Avete esagerato. Non era il caso. Uno spreco per un povero cristo come me. A me non interessano gli onori e le chiacchiere. A me interessa che facciate ben altro, cose concrete.  Quali cose concrete? Ma la mia famiglia! Dovete risarcire subito la mia famiglia. Mia moglie e miei due figli di sei e dieci anni. Non devono  essere solo promesse né devono essere avviati lunghi procedimenti. Per non parlare di cause e  di tribunali con avvocati, giudici  e  prove e contro prove, con tanto di esperti e periti.  Per carità!  Cosa ci vuole a fare il conto di quanto vale la vita di un uomo qualunque, di un  padre di famiglia, di un operario morto sul lavoro, carbonizzato ? Date quanto spetta. Ecco, il giusto. Quanto serve alla mia famiglia per  tirare avanti e per far sì che  i ragazzi possano studiare e trovare un lavoro dignitoso.                                                                                                                                                                   
Un lavoro!?! Chissà se, quando saranno grandi, esisterà ancora un modello di  lavoro! Chissà cosa succederà e cosa si inventeranno i capitalisti , i finanzieri e i governanti. Già io avevo tanti problemi con il lavoro, figurarsi loro. Infatti ero stato in cassa integrazione per tre settimane ed ero ritornato in fabbrica solo da due giorni. Ero contento. Ma poi il fattaccio. Che sfiga !
Fatemi sentire un po’ cosa sta dicendo il vescovo … buon marito e padre amorevole … lavoratore instancabile … questo è vero … il Cielo lo avrà in gloria … giusto … angelo puro e anima immacolata … non esageriamo adesso.
Eccoli i miei cari. Sono in prima fila. Il più grande siede serio vicino alla madre in atto di protezione. Un sentimento che non lo abbandonerà più. Il più piccolo si vede che non riesce a star fermo e continua a fissare la bara, curioso. Povero figlio mio, non ha ancora capito che non tornerò più.         Lei, mia moglie, se ne sta rigida ad ascoltare le parole del rito con una faccia di pietra, bianca come un lenzuolo, senza versare una lacrima. Il suo dolore è così forte che le spacca il cuore e non trova la via per uscire fuori.                                                                                                                                       
 E’ stata brava. Ha salutato con cortesia tutte le autorità, ha dato la mano -la sua mano screpolata di donna di servizio a ore - ai direttori della fabbrica e ai loro avvocati, guardandoli dritto negli occhi. Vorrebbe ucciderli, ma non è  il momento. Questo è  il funerale di suo marito, del suo uomo che è morto straziato e del quale le hanno proibito anche di vedere il cadavere. Meno male che ci eravamo scambiati un bacio prima che uscissi per andare in fabbrica. Che peccato, potevamo invecchiare insieme ed invece, lei di qua ed io di là. Speriamo che  riesca a rifarsi una vita, come si suol dire. Ma non credo, il nostro era un amore semplice e senza complicazioni e perciò un amore che dura in eterno.
La mia vecchia  invece non fa che piangere. Basta, mamma, ti fa male e ti sale la pressione! A proposito le hai prese le pillole? In questa confusione ti sarei sicuramente scordata. Devi essere forte mamma, devi dare una mano a mia moglie e ai miei figli, devi badare a papà che ha già tanti acciacchi e che la morte del suo giovane figlio aggraverà. E poi ci sono i miei fratelli che ti saranno vicino. A proposito i miei fratelli hanno la faccia scura e i pugni serrati. Calma fratelli, pensate a voi. E’ andata così. Sono una delle tante vittime di incidenti per caso.  Pare tre vittime al giorno solo nel nostro paese. Mille in un anno. Come le definiscono? Bianche. Bianche proprio perché non è intervenuto direttamente qualcuno ad ucciderci. Tranne la mancanza di norme di prevenzione e sicurezza...
E  ora che succede? Ah, il vescovo sta benedicendo la bara. E ora? Mi stanno alzando. Fate con cautela , ragazzi, non siete tutti della stessa altezza. Sono i miei compagni che mi portano in spalla, le maestranze! I miei amici  con i quali ci concedevamo, dopo il lavoro,  una partita a carte e una bevutina… Ma guarda come piange Alberto! Che hai fatto alle mani ? E’ vero,  sono bruciate e ti fanno male, ma continui a tener stretta la bara. Le hai bruciate nel tentativo di aiutarmi e di spegnere il fuoco con quel maledetto estintore che non funzionava. Grazie amico, hai fatto del tuo meglio … Dai Giovanni, non ti rimproverare di aver perduto tempo. Hai chiamato l’ambulanza subito e anche quel numero verde per gli incidenti sul lavoro … è a terra?… respira ancora?…. è bruciato o carbonizzato?...vi è ancora carne viva?
Aspetta, vediamo ora che succede. Quanta gente fuori alla chiesa! Ci sono perfino i giornalisti, i fotografi e le televisioni.  Un lungo applauso. Grazie signori, non sono mai stato applaudito in vita mia. Dovevo morire per avere quest’onore!                                                                                    
E ora? L’ultimo viaggio.
Adesso devo scendere nella terra fredda, nella terra negra, come diceva il poeta. Né il sol più ti rallegra, né ti risveglia amor. E’ la poesia della mia scuola elementare che la mia vecchia maestra ci aveva fatto imparare a memoria anche se non si usava più.                                                                                                        
Non piangete vi prego, mi straziate l’animo! Meno male che hanno portato via i miei figli. Lei urla e mi invoca. Il dolore ha rotto gli argini.
Ecco, sono sul fondo. La prima manciata di terra.                                           
Addio. E poi più nulla.

 

 


Menzione d’onore
La pillola del giorno dopo
di Dario Ghiringhelli –Turate (CO)

Quel venerdì, come era solito fare dopo l'uscita dalla banca, Agenore si diresse verso la sede della biblioteca civica per prelevare Selene, ormai cliente assidua di quel luogo dove, secondo la sua versione, riusciva a concentrarsi di più nello studio delle lingue perché coadiuvata dalla coetanea del cuore: una certa Jennifer. Mentre parcheggiava l'auto il bancario si chiedeva quale mai fosse la misteriosa molla che faceva scattare nei genitori l'impulso di affibbiare a una figlia un nome del genere: nome che gli riportava alla mente solo l'interessante lato b di un'attrice del momento. Non fece in tempo a trovare una risposta al suo quesito, perché Selene era già entrata nell'auto, sedendosi al suo fianco.
“Papy, passiamo prima in farmacia, per favore”. Ecco un altro aspetto della figlia che lo irritava: questa stupida moda di storpiare l'appellativo di papà entrata in voga perché lanciata da quella bionda ninfetta di Noemi, del tutto fuori luogo nello specifico, non essendo lui il Berlusconi del caso.
“Farmacia? Perché sei malata?”.
“Ma no, papy, devo comprare la pillola del giorno dopo...”.
“Non capisco. Perché comprarla adesso se ti serve dopo?”.
“Mi serve quando dovrò  andare in discoteca...”.
“E allora?”.
“Ma papy, in che mondo vivi? E' la pillola per non rimanere incinta”.
Il piede destro di Agenore scattò autonomamente a premere sul pedale del freno.
“Ma la mamma, lo sa?”.
“Certo, è lei che me l'ha consigliata”.
Incapace di riordinare le idee di fronte alla spontanea disinvoltura della figlia, Agenore preferì concentrarsi sulla manovra necessaria per sistemare l'auto nel box, senza urtare la fiancata posteriore destra come gli era solito accadere quando la sua serenità interiore subiva qualche sconvolgimento.
Ma durante la cena avrebbe riaffrontato il discorso con tutti i familiari.
“Silvia, ma tu sei al corrente del fatto della pillola di Selene?”.
“Certamente Agenore”, l'assicurò Silvia con tono scontato, “è meglio prevenire che curare, no?”.
“Ma ha solo sedici anni...”.
“Papà, non fare il retrogrado. Sei troppo ancorato al passato e insensibile ad ogni forma di progresso...”.
“Ah, perché tu , Marco, chiami progresso mettere incinta una ragazzina di sedici anni?”.
“Prima di tutto non sono ancora gravida”, intervenne lievemente indispettita Selene.
“Del resto, anche tutte le ragazze che frequento, la prendono...”, rincarò Marco, “è statisticamente provato che già a quattordici anni le ragazze incominciano a fare petting...”.
“A fare cosa?”.
“Ma sì, a fare la loro prima iniziazione sessuale”, tagliò corto Silvia. “Piuttosto pensa ad organizzarti per domenica pomeriggio...”.
“Perché, cosa c'è domenica pomeriggio?”, chiese Agenore ormai totalmente frastornato.
“Allora, Selene è invitata a casa di Jennifer. Marco andrà a Rodengo Saiano a seguire la squadra in trasferta...”.
“A proposito, babbo, lasciami un cento euro per le spese”, si inserì nel discorso Marco.
Il nome babbo utilizzato dal figlio, nella mente di Agenore, veniva messo in stretta relazione di interdipendenza a una richiesta di denaro.
“E tu, domenica, Silvia?...”.
“Non far conto su di me, Agenore, perché avrò tutto il  pomeriggio impegnato con le prove di Casa di Bambola. Sai, interpreto Nora, la protagonista, una parte importante...”.
“Va bene, vorrà dire che pranzerò con Dimi...”.
“No, caro, Dimi sarà in pellegrinaggio a Sotto il Monte...”.
“Allora me ne andrò al ristorante da solo”, sbottò Agenore al quale stava crollando il mondo addosso nel veder franare le sue inveterate convinzioni, lui che, durante gli anni di fidanzamento con Silvia, non aveva mai osato infrangere il baluardo dei collant. Men che meno allettante fu per lui la conclusione della serata. In effetti, tutte quelle dissertazioni sul sesso gli avevano un po' risvegliato i sensi: fatto che Silvia realizzò all'istante, poco adusa com'era a vedere le pupille leggermente dilatate del marito, uscendosene con la più inopportuna delle frasi: “Agenore, fai in fretta, perché poi devo ripassare le regole della meccanica di recitazione. Sai, le varie posizioni: la frontale, la dorsale, di un quarto, di tre quarti, di profilo...”. La qual cosa contribuì non poco a frenare lo stato nascente dell'eccitazione risvegliatasi nel compagno di talamo, il quale, nonostante i reiterai tentativi, mise a segno un flop colossale a cui fecero seguito le parole non molto consolatrici di Silvia.
“Agenore, forse tu hai bisogno di uno psicologo, un po' psicoterapeutico e un po' sessuologo che ti aiuti a capire cosa vogliono le donne...”.
“Perché, cosa vogliono le donne?”.
“Cerca di capire. Vedi: le aspettative d'amore sono immortali. Noi vogliamo tutte essere accolte, valorizzate, amate, emozionate. Un po' come me che sto vivendo il conflitto fra affetti ed emozioni, fra la stabilità e le farfalle nello stomaco. Io sento che l'emozionalità narcisistica sta prendendo il sopravvento sui sentimenti. La  famiglia, gli affetti... cose superate... meglio l'ansia dell'incontro, l'eterna novità, il fuoco che brucia. La coppia è in crisi, inutile negarlo... forse una famiglia allargata?...”.
“Silvia, la famiglia allargata è una baggianata. E' una scusa per giustificare i propri errori”.
“Agenore, viviamo nella società di internet, dei social-network, delle e-mail, il clic è diventato facilissimo...”.
“D'accordo: il mondo è andato avanti. Ma noi cerchiamo di andare avanti un po' più adagio. Altrimenti con tutti questi progressi scientifici e tecnici, io finisco per non capire più un accidente. Secondo me c'è una gran confusione, dovuta in parte a tutte queste innovazioni. Primo fra tutti il computer... Ma lo sai che in banca mi si blocca quattro o cinque volte al giorno e la gente fa la fila davanti allo sportello, senza che io possa fare qualcosa al di fuori di star lì con la testa nello schermo, agitando il mouse come se fosse qualcosa  come due maracas...”.
“Agenore! Devi mettere da parte l'atteggiamento coniugale, “doveristico” e chiuso, tipico di un passato remoto... Noi siamo una coppia del terzo millennio. Insomma, la devi smettere di vivere il rapporto col partner, che poi sarei io, come una simbiosi rassicurante che ci fa sentire fratelli prima che amanti. Segui il mio consiglio: affidati a uno psicoterapeuta. Ah, dimenticavo, guarda che domani sera facciamo una cena in piedi: ci sarà l'amichetto di Selene, la ragazzina di Marco, l'amica Jennifer con rispettivi genitori e, naturalmente, la mia confidente del cuore, Giuliana, con il marito... E ora lasciami studiare, tu dormi, buonanotte...”.
“Scusa, ma perché in piedi?”.
“Agenore, dai, è il massimo dello chic nelle relazioni pubbliche... facciamo una cosa in piedi...”.
Agenore, dopo essersi girato sul fianco, con le spalle alla moglie, si addormentò augurandosi che arrivasse presto il lunedì  mattina dove, dietro il suo sportello in banca, avrebbe ripreso a vivere una vita normale.

 

 

 

 

 

 

 

Il navigatore
di Eugenia Grimani - Roma

Il tramonto stava ormai scendendo tingendosi di strani luccichii crepitanti provenienti da lingue di fuoco che in lontananza bruciavano le stoppie.
Tra quegli spazi infiniti mi sentivo estremamente piccolo e ancora di più perché non riuscivo a comprendere quello che stava accadendomi . Il navigatore era come impazzito e mi suggeriva strane indicazioni che avevo la sensazione mi riconducessero sempre allo stesso punto.
Sembrava come se qualcuno dall’alto si fosse temporaneamente distratto nel muovere i fili di ciò che accade quaggiù sulla terra creandomi quell’enorme confusione.
Non avevo proprio nessuna idea di dove mi trovassi, certamente non sull’autostrada che avrei dovuto imboccare.
In lontananza scorsi una luce che proveniva da una casa, decisi di fermarmi a chiedere informazioni.
Sceso dalla macchina venni investito dall’acre odore cinereo sparso dal vento. Bussai.
L’uomo che mi venne incontro aveva un’età imprecisata per via della pelle rugosa arsa dal sole e non si muoveva agilmente. Il mio olfatto avvertì un profumo di patate e agnello che prepotentemente tentava di venir fuori dalla  porta semiaperta, lo respirai profondamente.
Mi osservò per un attimo, poi precisò; “Le patate sono cotte sotto la cenere e l’agnello è cucinato a “cutturiello”, se hai fame vieni dentro.”
Mi stupii di me stesso, io sempre piuttosto restio a nuove conoscenze, non me lo feci ripetere due volte. Ero stato improvvisamente invaso da una strana euforia. Forse mi aveva assalito la nostalgia per il tempo passato, quando la semplicità di cose buone bastava a rendere lieti tutti.
Mi sedetti nella sedia vuota di fronte alla sua e sembrò volersi scusare della sua solitudine.
“Mia moglie se ne è andata con un brutto male e i miei figli ognuno per la sua strada, hanno preferito la città.”
Nel frattempo mi aveva messo dinanzi un piatto e mi stava servendo.
“Bevi -disse- il vino non l’ho fatto io, ma è paesano. Tenere la vigna costa troppa fatica e io non ho più l’età giusta .” Sorrise e ne approfittai per chiedere: “ Dove ci troviamo, penso di aver perso la strada.”
“Ti trovi nella Daunia, nell’alta valle del Fortore, il fiume che nasce da Monte Vento, lo devi avere  incontrato nella tua strada.”
“Ho capito –dissi- è quella zona dove un tempo spadroneggiavano dei briganti.”
“Parli della banda dei Vardarelli, quella che si chiamava così perché la famiglia dei capi esercitava l’arte del vardaro, che nel nostro dialetto indica l’artigiano che produce e ripara i basti e le selle. Ma non dare retta a quello che dicono i libri, la storia vera è quella sepolta ossia “l’altra storia” i cui protagonisti sono la povera gente, spesso costretta a subire un oppressore e con lui tante angherie e tasse. E i Vardarelli non erano poi soltanto dei briganti, qualcuno afferma che erano anche dei carbonari. Alessandro Dumas asserisce in un suo libro che “ Gaetano  Vardarelli fu un carbonaro assetato di libertà e un ardente propugnatore di giustizia sociale.”
Certo il sentimento di ribellione al dominio straniero e alle autorità costituite degenerò in brigantaggio politico e poi in brigantaggio vero e proprio per l’indole dell’avventuriero e per le circostanze dell’epoca, ma gli rimase nell’animo sempre quella sete di giustizia sociale. Sai che una volta scrisse al sindaco di Foggia perché imponesse ai proprietari terrieri di permettere la raccolta delle spighe ai poveri, senza farle mangiare ai suini ,come era uso e costume secolare. E finì la lettera minacciando coloro che sarebbero stati sordi a quell’ordine che gli avrebbe bruciato tutti i loro averi. Era un fautore della classe povera, un Robin Hood dei suoi tempi. Si dice che la sorella di Gaetano portasse sempre con sé una cassetta piena di monete d’oro ,oltre a quelle numerose che il fratello aveva sempre nella cintura, e due bauli pieni di ricchi abiti di castoro e di biancheria e spesso ne facessero dono.
Prodi con i poveri, i Vardarelli erano inesorabili con i ricchi, assalivano velocemente, si ritiravano rapidamente, esperti nelle astuzie della guerra, feroci nelle vendette, erano lo sgomento dei possidenti, il terrore delle milizie e l’ammirazione del volgo. Furono sterminati per tradimenti e inganni e il popolo dimenticò presto le loro opere malvagie perché in malvagità li aveva superati il governo e ricorda ancora con ammirazione le loro prodezze e la loro misera fine.
La verità è che il passato è la sola cosa certa della vita e sulle certezze si possono costruire i miti che ci aiutano a vivere.”
E concluse così.
Ebbi la sensazione di trovarmi di fronte uno cui la vita e gli anni avevano insegnato tanto.
Si era fatto tardi.
Quella notte non ripresi l’autostrada che avevo smarrito, ma mi fermai in un piccolo albergo lungo la provinciale che mi si era parato davanti dopo una curva.
Più tardi dovetti ricredermi, che non era stato il caso ad avermi portato fin lì.
Il letto era comodo e mi sentivo piuttosto stanco, mi addormentai ripensando alle parole del vecchio contadino e ai Vardarelli.
Ebbi un sonno agitato pieno di visioni. A tratti rivivevo scene ed episodi che non mi appartenevano, era come se ne fossi stato inconsapevole protagonista e riconoscessi di averle già vissute.
Vedevo una vecchia vestita di nero con un fazzoletto in testa che lavorava a uncinetto dinanzi la soglia di una casa e raccontava qualcosa a un gruppo di bambini tra i quali mi rivedevo anche io da piccolo. Doveva essere una storia toccante, ma mi appariva senza nesso perché la percepivo a riquadri.
Un bambino di nome Pietro che veniva strappato dalle mani di una mamma che svaniva nel nulla, battaglie con il sangue che scorreva a fiumi , un castello diroccato, una tomba senza un fiore e delle grida ripetute e portate via dal vento: Sono Anna Antonia, Anna Antoniaa, ridatemi mio figlio.
Ma avevo vissuto una scena che mi aveva fatto rabbrividire, avevo visto correre un uomo in mezzo a una piazza piena di uccisi e, bagnate le mani nel sangue di uno dei morti, se ne era lavato il viso.
Quando mi svegliai mi sentivo distrutto, molto peggio di quando ero andato a letto, ma deciso a dare una spiegazione a quegli incubi.
L’indicazione stradale segnalava: Celenza Valfortore, ricordai che a detta del contadino era lì che erano nati i Vardarelli.
Fu istintivo recarmi alla Chiesa di S. Croce e lì tra i volumi impolverati che mi fu permesso di
consultare, al 54 dei libri dei battezzati, a firma di Don Saverio Arciprete De Cosmo, scoprii che la famiglia dei Vardarelli era composta da tre fratelli ma che esisteva anche una sorella, proprio la Anna Antonia di cui nel sogno avevo udito quelle grida disperate.
Risalii in macchina domandandomi a cosa mi sarebbe servito avere appreso questo quando improvvisamente il navigatore si mise a segnalare qualcosa.
Ancora oggi, a distanza di tanto tempo, mi domando come sia potuto accadere tutto ciò e non so darmene una spiegazione. Se lo stesso mi fosse stato raccontato da un’altra persona, non vi avrei creduto.
Spesso mi sono chiesto se nei fenomeni paranormali ci fosse qualcosa di vero e se esistessero veramente o potesse trattarsi soltanto di coincidenze. Mi rivenne in mente una frase di Novalis: Tutto il visibile riposa sull’invisibile, l’intellegibile sull’incomprensibile, il tangibile sull’impalpabile” e, senza quella ragionevolezza che avrei voluto, mi trovai a eseguire le indicazioni del navigatore.
Il Castello con la sua torre Normanna si stagliava sulla sommità di un colle. Ai suoi tempi doveva essere stato un palazzo gentilizio, lo testimoniavano i resti, anche se ormai cadenti. A mano a mano che mi avvicinavo mi sembrava sempre più familiare: era quello visto in sogno.
Il navigatore lo segnalava come il mio punto di arrivo, scesi dalla macchina e cominciai a girovagare intorno poi, tramite un varco, raggiunsi l’interno. Pietre erano venute giù ovunque, correvo il rischio che qualcuna potesse cadermi addosso. Pensai di uscire da lì ma una folata di vento mi trattenne e fu allora che udii il grido del sogno: Sono Anna Antonia, voglio mio figlio.
Raggelai.
Ma l’avevo sentito veramente o mi stavo facendo suggestionare?
“Devo andare”-pensai.
I miei piedi ripresero a muoversi lentamente, strascicanti, e si imbatterono in qualcosa che fuoriusciva luccicando dal terreno. Mi chinai per raccoglierla: era un ducato del Regno Borbonico.
Come quelle che la donna trasportava nella cassetta che aveva con sé al momento dell’assalto a Ururi.
Non mi ci volle molto a capire che la Anna Antonia, forse imprigionata e morta in quel castello, doveva essere seppellita in qualche posto proprio lì. Rigirai la moneta tra le mani, mi parve bellissima. Io ,che da anni frequentavo mostre di numismatica, non ne avevo mai visto una simile.
Era poi così luccicante che sembrava non essere stata per tanti decenni sotto terra, era come se qualcuno l’avesse voluta conservare nel tempo per uno scopo.
Non mi ci volle molto a comprendere quale fosse.
Antonio u’cassamortaro, come lo chiamavano in paese, mi accompagnò nel lungo giro per il cimitero ma, alla fine, trovammo quella piccola lapide scolorita dal tempo in un angolo di terra abbandonato. Notte tempo, insieme, trasferimmo le ossa del piccolo Pietro nel Castello dove riposava la sua mamma.
Non ho mai saputo se, a convincere l’uomo, siano state le mie parole o la moneta che, forse per darsi coraggio o per assicurarsi che fosse tutto vero, di tanto in tanto toccava infilando una mano nella tasca.
Non mi importa neppure saperlo. Riguardo a  me, una cosa posso assicurarvi: appena imboccata quella famosa autostrada, mi fermai a un autogrill, staccai il navigatore dal cruscotto e me ne liberai buttandolo nel cassonetto.
Da allora non ne ho più posseduto alcuno.         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                  

Una accanto all’altra, per sempre
  di Dionigi Mainini -  Fagnano  Olona  (VA)
C’è ancora il buio, quello di notte serena di fine agosto che confonde stelle e luci solitarie di pescatori e attenua il sopraggiungere di onde appisolate ad accarezzare il bagnasciuga, nel silenzio rotto dallo sgommare di un’auto insonne, dal lontano rotare di un treno e dallo scoppiettio di un motore da pesca. Il lungomare con le sue luci si specchia, fa da ghirlanda, fugge e… in fondo una luce dondola e lenta avanza sul bagnasciuga. E’ Matteo, coi pantaloni arrotolati sotto al ginocchio, un sacchetto di plastica in mano, una pila accesa nell’altra e le scarpe a tracolla, che a schiena piegata avanza e parlotta.“Non ce ne sono, cara Maria.“ Che sia già passato qualcuno a raccoglierle Matteo?
“No. La verità è che nel nostro mare ormai non ci sono più tante conchiglie come un tempo. Neppure tanti pesci. Solo acqua, inquinata. “
Ti ricordi tanti anni fa Matteo quante ne trovavamo, quante ne abbiamo raccolte e regalate a parenti ed amici.
“Oh sì. Ricordo anche quella chiocciola grande, che tanto ti piaceva. La mettevi all’orecchio e... “
Sentivo il mare, il mio mare.
“Ma poi io sbadato l’ho fatta cadere. Si è rotta e tu hai pianto.“
Mi è tanto spiaciuto, era così bella e tu eri tanto entusiasta, quando me l’hai portata.
“Quella conchiglia…ma più di ogni altra cosa tu desideravi una casa con le finestre sul mare, vero Maria?”
La desideravo veramente. Era un sogno per me poter spalancare la finestra al mattino e salutarlo, sorridergli se in bonaccia, ammirarlo se agitato, guardarlo con apprensione se in tempesta.
“Ma il tuo Matteo non è riuscito ad esaudire quel tuo desiderio.”
Non importa Matteo. Mi son bastate le nostre passeggiate mano nella mano sul bagnasciuga e i pomeriggi trascorsi sulla panchina del lungomare.
 “Sei buona con me Maria e vorrei tanto, come regalo per il tuo onomastico, trovare una chiocciola grande ma… ci sono solo conchigliette, alghe e nient’altro. “
Sconsolato Matteo raddrizza la schiena che dolora, si guarda attorno, scorge il piccolo scoglio e sorride… a Maria, nel suo vestitino fiorato, coi capelli mossi dalla brezza, seduta sullo scoglio coi piedi a mollo nell’acqua e le mani che accarezzano Bebè, il suo caro bastardino. Benedetta donna, ci starebbe da mattino a sera lì seduta, con gli occhi ad accompagnare le onde che s’avvicinano pronta a sorridere se gli spruzzi dell’acqua sullo scoglio la raggiungono, o a seguire compiaciuta il volo dei gabbiani o a mugugnare quando …
”Andiamo, Maria. Dobbiamo rincasare.”
Che peccato, andarcene. Però al porticciolo ci prendiamo una bella bibita fresca, poi risaliamo per la scaletta sino al viale alberato, vero Matteo?
“Tutti quegli scalini…il tuo cuore…”
Ne faccio uno alla volta. Mi aggrappo alla tua cintura, ogni tanto facciamo sosta…
“Va bene. Se te la senti. Ne facciamo uno alla volta…” e Matteo sbircia all’onda che si ritrae e nessuna chiocciola abbandona sul bagnasciuga, ma non dispera. Il porticciolo è ancora lontano e giungono altre onde. Chissà che qualcuna sia generosa. Intanto, al largo, lentamente mare e cielo si separano. Entrambi rischiarano e creano l’effetto e l’attesa del grande evento. La vita, lenta e veloce risorge là in fondo ove pare che il mare finisca o continui, all’infinito. Torna la luce, svaniscono le stelle, il lungomare si ridisegna con le sue colline punteggiate di bianco, affiora il luccichio delle onde che in gregge s’avvicinano e riverenti si prostano e … evviva!
Tra la spuma dell’onda che si ritrae, una accanto all’altra sulla rena, compaiono due chioccioline.

“Un gradino alla volta, senza fretta. Se sei affaticato ti fermi, ti giri e lo spettacolo che vedi ti ridà respiro e ti rasserena il cuore, vero Maria?”
Non giunge risposta e Matteo si ferma. Sa che se si gira vede il viso di Maria, amorevolmente cocciuta nel voler arrivare in cima alla scalinata, ansimante e sofferente e, non si gira. Sorride alle due chioccioline che tiene nella mano, le odora, le ripone nel taschino e riprende a salire, uno ad uno, i gradini. In silenzio, cercando di dipanare i soliti ricordi che confusi all’alba di ogni giorno gli si presentano e, se allegri rinnovano cari colloqui con Maria, se tristi innescano solitudine e nostalgia. Sino a sera, quando viene in aiuto quel confettino bianco che appesantisce le palpebre e spegne, l’eccitazione della memoria.

Che spettacolo! Matteo sorride a quelle parole. Ogni volta di fronte alla bellezza del mare sfuggono alle labbra di Maria e non le si può dar torto. Da quel punto, in cima alla scalinata, sul viale alberato, la vista è magnifica. L’orizzonte è ancora fumoso e vela il sole già tondo ma non ancora infuocato, il cielo s’è colorato di rosa e d’azzurro, al largo c’è una vela e sotto riva una barca … che spettacolo. Come un’eco si ripetono quelle parole e Matteo quasi a volerle zittire tentenna il capo, si gira e dirige al cancello che come ogni mattina è scostato. Lo varca e s’incammina nel viottolo laterale, a testa china, come per non farsi riconoscere e per farle una sorpresa. Ed eccola la sua Maria. Sorridente, paffuta e tanto carina, nonostante i capelli bianchi. 

“Buongiorno Matteo.”
E’ Silvestro, il mattiniero custode del piccolo camposanto a salutare ma Matteo, seduto con le gambe penzoloni sul muretto rivolto al mare, non risponde e Silvestro sorride e prosegue verso la casina dei suoi attrezzi. Sa che Matteo sta chiacchierando con la sua Maria. Un colloquio fatto di frasi e silenzi, esclamazioni e sorrisi, mugugni e risate, come se:”Come se veramente Maria fosse seduta accanto a Matteo.”  ripete spesso a se stesso Silvestro che giorno per giorno lo osserva, ascolta qualche sua parola e poi s’allontana. Incredulo e commosso, rinunciando a pensare, come tutti al paese, che Matteo abbia perso la ragione. Accettando invece la possibilità che, dato l’amore che aveva unito quelle due persone, il buon Dio abbia loro concesso di stare una accanto all’altra… per sempre.

 

 

 

 


 


                                                    Amai gli uccelli che non volano
Dedicato a Flanner O’Connor
di Mario Trapletti  Roma

Non ne ho colpa, io, ero solo una bambina di sei anni, io. Sono stati quelli della Pathè News a metter su quella trovata. Loro e mio cugino Bailey: avremmo fatto un sacco di soldi, dicevano loro. L’idea era loro, ma gli ci volevo proprio io: una bambina della mia età, così piccina, chi andava a pensarlo che poteva imbrogliare? Mi hanno messo lì con un pollo di nonna Emmeline, ci hanno filmati che camminavamo insieme. Ridevano, loro, dicevano che eravamo proprio una bella coppia. Poi hanno proiettato il filmato al contrario, in una stanza buia, e hanno fatto un'altra ripresa.
Quello che ne è risultato lo proiettavano nei paesi di campagna, durante le sagre contadine. La gente semplice ci cascava perché c'ero io, su quella pellicola: una sorridente bambina di sei anni.
Sono diventata famosa ma la vergogna mi ha fatto crescere schiva e scontrosa. Il pollo invece è morto quasi subito, travolto da una misteriosa auto pirata: un mito stroncato sulla cresta dell'onda, come James Dean.
Quando a papà diagnosticarono quella malattia, il lupus, io pensai: ancora un animale. Non volevo fare battute, voi lo capite: era il '37, che ne sapevo, io? avevo solo undici anni, io. Ero intelligente, dicevano, e anche sensibile. Ma erano altri tempi, quelli.
Ho cominciato a scrivere mentre papà moriva: piccoli racconti, artigli per graffiare la vita, che abbandonava lui e lasciava sola me. Facevo marciare la realtà al contrario: i vecchi tornavano giovani; i cattivi si facevano buoni; i malati tornavano sani; i diavoli cambiavano in angeli; l'uomo in scimmia; la scimmia in Dio. Le ho distrutte tutte, quelle pagine: leggendole, mi sembrava di riproporre l'inganno del pollo.
Ho studiato sodo, mentre la vita aveva già iniziato il conto alla rovescia: da che numero, non lo sapevo, ma sapevo che stavolta non c'era inganno come con il pollo.
Non volevo essere ricordata come ammaestratrice di polli a ritroso. Così mi iscrissi allo Iowa Writers' Workshop: volevo imparare a scrivere, per scrivere di questa vita grottesca, raccontare lo scandalo del male che testimonia l'esistenza di Dio, dell'umanità. Simile a certi fiumi sotterranei, che a tratti riaffiorano per poi ripiombare nell'abisso dell'ignoranza.
Nel 1951 tali Marvin Minsky e Dean Edmonds costruivano lo SNARC (Stochastic Neural-Analog Reinforcement Computer): la prima learning machine basata su "reti neurali". Simulava un topo che "imparava" a uscire da un labirinto. Nello stesso anno a me diagnosticavano che non ero stata capace di uscire dal labirinto del lupus.
Mi dissero, i medici-stregoni: il count-down toccherà lo zero entro cinque anni. Milleottocentoventisei giorni da trascorrere nel braccio della morte. Giorno più giorno meno. Una spada di Damocle appesa a un filo rosicchiato dall’inarrestabile sorcio che è il tempo.
Mi dedicai all'allevamento dei pavoni. I miei biografi (balordi fra i balordi) scrissero che ero un'amante dei volatili. Già: pavoni, anatre, galline... bipedi con le ali, ma per lo più inabili al volo. Balzi, saltelli, sbattere d'ali: come gli uomini. Legati alla terra, incapaci di vincere la gravità, di sottrarsi al loro destino.
Se non con la fantasia. Magari scrivendo.
Scaddero i cinque anni del conto alla rovescia, ma non mi fermai: fossi io o il mio fantasma, continuai a girare il Paese, a tenere conferenze, a scrivere.
A vivere.
La cattiveria spietata dei miei racconti incuteva timore al lupus, che mi ronzava intorno, ma senza decidersi ad azzannarmi mortalmente. Perché i lupi si fanno audaci solo in branco.
Sette anni... nove... undici dopo la condanna a morte.
Non mi sposai: "Non sapevo con chi / e chi ne avrei generato." No, lo sapevo. Condannata a morte, sì, ma nella vita volli fare ciò che non mi riusciva nella scrittura: spezzai le catene, troncai il contagio del male.
Non la diedi vinta al lupus: dopo ben tredici anni morii per complicazioni dovute all'emergenza di un tumore.
Gli ho dedicato, ironicamente, "La saggezza nel sangue".
Scrissi anche "Il cielo è dei violenti". Capite perché amai gli uccelli che non volano?

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                     

 

 

 


Sezione Narrativa Giovani

 

 

                                                                                                                              
 

 

 

 

 

 


                                                                                                                                           I classificato
Cioccolato fondente
di Laura di Fonsi – Fondi (Latina)

 Penultimo giorno dell’anno 2008. Giornata di kemio-terapia per mamma. Sono a Latina. Per la prima volta l’ho accompagnata al suo calvario. Sono seduta su una scomoda sedia di plastica blu, attaccata a tante altre uguali messe in fila accanto ad una parete. Lo stesso vedo di fronte a me. Tra questi binari di elle turchese c’è un corridoio in cui in cinque minuti sono passate già un centinaio di persone. Reparto di oncologia, padiglione Porfiri, ospedale Santa Maria Goretti. Alcuni malati stanno su grazie al braccio del familiare, i più soli vengono portati su una sedia a rotelle mandata avanti svogliatamente da un infermiere in camice bianco che pensa ai fatti suoi. C’è puzza di spirito qui dentro. Mi graffia la gola. Esco fuori. Sono a malapena le nove del mattino e il gelo di Dicembre sta dando il meglio di sé. Mi chiudo il cappotto, mando giù due boccate di quell’aria fredda e tagliente, sembra che si fermi nelle narici senza raggiungere i polmoni. L’erba deve essere stata tagliata da poco, la pioggia dei giorni scorsi ne ha sprigionato tutto l’odore. Mi dà la nausea. Una signora, avrà 60 anni, è tra le braccia di una badante. Rumena, credo. Le lacrime le si sono gelate sul volto. Sta pregando davanti alla statua di Padre Pio. Rientro, sto cominciando a tossire. Qualche elle è stata riempita. Guardo l’ora. Sono passati solo quindici minuti. Mamma è dall’altra parte di questo tramezzo di plastica. Posso sentire il dolore scorrerle nelle vene. Il tumore è come l’influenza. Nel senso che non è così raro. Si diffonde su tutti senza guardare in faccia nessuno. Dai bambini con i cappellini di lana agli anziani con le "mucchere", le bandane sulla testa, ma il termine dialettale rende meglio l’idea. Un bambino ha preso a guardarmi incuriosito. Gli ho dato una caramella ed ha aspettato che la madre gli dicesse di poterla prendere. Si chiama Giovanni, ha 6 anni. Credo che sia la mamma a stare male. Ha il volto molto truccato, ma tutto quel rosa pieno di glitter lascia comunque trasparire i suoi occhi spenti che sono ormai abituata a vedere. E’ entrato un altro bambino. Non ha i capelli. Ora gioca con Giovanni. Il pensiero di "Cosa stanno mettendo nelle vene di mia madre" torna a galla. Chissà di che colore è quel liquido. Chissà come può corrodere della materia così viscida, infame e parassita. Vorrei potermi liquefare ed essere introdotta tramite gli aghi forati direttamente nel pancreas di mamma. Vorrei poter staccare con forza tutto ciò che lo riempie. Guardare il mostro che ha buttato giù una roccia. Eliminare quell’agglomerato di cellule malate che ha voluto spegnere il già timido sole di Novembre. Mia madre un sole non lo è mai stata, perché non è il primo gradino troppo più alto delle sue gambe, ma questo sembra proprio insormontabile. I marcatori tumorali continuano ad aumentare e, nella mia più totale ignoranza in medicina, credo che stia aumentando anche la massa tumorale. Io faccio matematica. Il volume è più grande se il corpo è più grande. E, come per ogni legge matematica, non ci sono due modi di vedere le cose. E pensare che è questo che mi ha sempre spinto ad amarla, la sua inconfutabilità, mentre ora vorrei solo che non ci fossero leggi predefinite, mentre ora vorrei solo sperare che servisse a qualcosa. Credo che tutti nella mia famiglia, compresa mia madre, pensino che io non abbia capito la gravità della situazione, che non stia soffrendo per questa e che sia un po’ menefreghista a riguardo. Ma è meglio così. Non ho mai esternato ciò che provo ed è meglio che la maschera di matita nera rimanga sul mio volto fino alla fine, qualunque essa sia. Questo odore di disinfettante non sembra andare d’accordo con il mio stomaco vuoto. Andrò fuori al gelo, sempre meglio il freddo che l’alcool sterile. Questa panchina di cemento è ghiacciata. Voglio calcolare l’area di questo giardino. A occhio e croce è un rettangolo perfetto. Posso saperlo grazie agli alberi. Sono posti in file orizzontali e verticali, come a formare il reticolato della "battaglia navale". Io sarei nella zona D3. Sto impazzendo. E’ passata un’ora e mezzo. Quanto dura lo strazio? Mi sto sentendo in colpa per tutti i capelli che ho in testa. Me li strapperei a uno a uno per donarli a tutte queste persone. Ho fame. Forse dovrei mangiare qualcosa, solo per avere la forza di guidare dopo. Resisto. Rientro. C’è sempre più gente. Dio, quanta gente! Vorrei poter fare una foto a ognuno di loro, fare un grande poster e metterlo al centro di una piazza. "I nuovi eroi". Già, eroi. Perché sorridono? Chi dà loro questa forza immane? E non venite a dirmi Dio, la fede e bla, bla, bla. Se esistesse davvero un Dio avrebbe capito che mandare questo male o questa "prova", come dicono i Cristiani, era davvero troppo. Avrebbe capito che non avevamo certo bisogno del "colpo di grazia". E mia madre ora si arrabbierebbe con me per questi pensieri, lei ci crede davvero. Credo di averla sentita tossire. Un signore sta facendo delle foto. Forse ha la mia stessa idea. Ora aspetterò pazientemente che quel liquido velenoso finisca di entrare in circolazione nel suo corpo. La vedrò uscire sconvolta e invecchiata di dieci anni. Oggi, per la prima volta, la vedrò subito, appena uscita. Non so dire che effetto farà. Smetto di scrivere, ora, cercando di smettere anche di pensare.
 
E così di punto in bianco decisi di iniziare a raccontare, nell’ordine sparso in cui i ricordi affioravano nei miei pensieri.
 
 A mia madre piacevano i cruciverba. Quando ero piccola andavamo al mare ogni Sabato e Domenica d’estate, piantavamo l’ombrellone, lei si metteva seduta e io mi sedevo sul telo steso a terra. Prendeva la borsa preparata accuratamente, ma in un tempo brevissimo, e tirava fuori il cruciverba. Lo facevamo insieme. Lei sapeva quasi tutte le risposte. Non aveva fatto scuole particolari, mia madre. Aveva la terza media, ma la sua cultura spaziava dalla geografia alla letteratura, dalla storia alla botanica. Poi uscirono i sudoku e, sempre in estate, sempre al mare, sempre lei sulla sedia e io sul telo, sempre all’ombra dello stesso ombrellone, posizionato sempre sulla stessa spiaggia, sempre nello stesso identico punto, lei continuava a fare il suo cruciverba, ma io facevo il sudoku.
 
-Non ha mai voluto imparare, mia madre, a fare il sudoku.-
 
Forse la verità è che sono arrabbiata con il mondo. Il treno sta partendo e io sono in ritardo, e vivo nella costante preoccupazione e nell’angoscia di perderlo. Forse la verità è che mi sono persa dentro me stessa, coperta da problemi e preoccupazioni, non mi sono accorta di aver smarrito la mia anima. O forse la verità è semplicemente che l’hai portata via con te.
 
Per un periodo abbiamo dormito nella stessa camera, io e mia madre. In quel momento mi era venuta la paura del buio. Non sapeva il perché, non me lo aveva chiesto, aveva solo iniziato a dormire in camera mia. Anche prima che morisse dormiva con me in camera mia. Io ascoltavo ogni suo singolo respiro, ascoltavo ogni movimento delle lenzuola, colpo di tosse, lacrima che scorreva sul suo viso. Ascoltavo. Anche all’ospedale, fino all’ultimo giorno, io ho dormito con mia madre. Su un letto scomodo, in una stanza calda, però la ascoltavo. Ascoltavo le parole che mi diceva per la prima volta, ascoltavo i ti voglio bene che non mi aveva detto per tutta la vita. Ascoltavo le urla di dolore e le suppliche al Signore.
 
-La ascoltavo, forse per la prima volta nella vita-
 
A volte mi chiedo se mi vedi, se mi senti quando ti parlo, se ti manco quanto tu manchi a me. Forse non ho ancora completamente realizzato. Forse penso che non ci sei perché sei in clinica e forse è per questo che mi viene l’impulso di mandarti un messaggio come quando ero a Verona o a Milano. Questa volta però non mi risponderai con le tue frasi rassicuranti. O forse lo stai facendo, ma io non riesco a sentirti. Forse. Continuo a ripetere questa parola, perché dal 18 Agosto 2009 io non ho più certezze. Forse dovrei solo ammettere che mi manchi come l’aria, che non dormo da quella notte, che parte della mia vita è morta con te. Hai smesso di soffrire. Tutti mi ripetono di vederla così. A volte ci riesco, altre volte penso che avrei dovuto rianimarti ancora una volta. So che ti avrei dato solo altri due o pochi più giorni di estremo dolore, ma sono un po’ egoista, tu lo sai. Io ancora non ci credo. Appena prendo sonno sento che mi chiami perché hai dolore e vuoi che ti faccia la morfina. Te lo confesso: spesso ti ho fatto punture di soluzione salina. Mi sveglio con il pensiero che non ti ho preparato le medicine, che non ti ho fatto l’insulina, che non ti ho misurato la pressione, che non ti ho medicato le piaghe e che non ti ho preparato la cena … O solo che non ti ho detto buonanotte e che ti voglio bene. Mi manchi e tristemente so che mi mancherai per sempre.
 
A mia madre piaceva ballare il twist. Ad ogni festa di famiglia lei ballava, era la più scatenata di tutti. Cercava ogni volta di coinvolgermi, ma io ero sempre quella troppo timida che se ne stava nell’angolo.
 
–Potessi rivivere quei momenti-
 
Ci sono giorni in cui mi sveglio e dico ok, ci sono e ci devo essere, non mi posso tirare indietro. Siamo in gioco e dobbiamo giocare. Ci sono altri giorni, invece, in cui mi sveglio e dico no, ci sono, ma non ci voglio essere, me ne voglio andare. Siamo in gioco, ma io ne esco fuori. Beh proprio in questi ultimi, e, lasciamelo dire, i più frequenti, che sento la tua assenza. Quando mi sveglio e mi rendo conto che non ci sei, quando mi preparo per andare a lavoro e nel cuore so di deluderti perché non vado all’università. In quei momenti ti vorrei spiegare le mie scelte, motivarle, provare, come sempre, a convincerti che io ho ragione e sto facendo la cosa giusta e che chi sta sbagliando sei tu. In quei giorni vorrei litigare e urlare come prima, mi manca anche questo … Come un po’ tutto, del resto. Qui giù è il caos, ma so che lo sai, ogni giorno che passa scorre inutilmente. Non ricordo un momento, da due anni a questa parte, che sia valsa la pena di vivere o che ricorderò per qualche motivo. Ogni giorno è uguale al precedente, a quello prima e a quello prima ancora. Una noia mortale. A volte sento un peso all’altezza del petto, un nodo in gola che mi fa respirare a fatica. Mando giù. Non ho più un vero motivo per esserci, uno scopo, un progetto, un desiderio, un sogno o una speranza che mi faccia aspettare l’alba del giorno dopo. Questo è brutto, lo so, forse è peggio così e non quando vuoi qualcosa e non riesci a raggiungerla. Almeno c’è qualcosa che vuoi. Almeno il tuo cuore e la tua anima sono accesi. Io invece credo di essermi spenta. La mia domanda a questo punto è: a che serve vivere se non si ha più uno scopo di vita? A che serve tutta la routine che quotidianamente mi stanca? Questo mi riporta alle scuole superiori. Scrissi una poesia in cui parlavo di un anello caduto nel lavandino. Io sono così, incastrata nei tubi. Non posso risalire e non riesco a scendere. Incastrata. Forse è proprio questo il termine per spiegare come mi sento ora, il termine giusto che non ho mai trovato. Incastrata. E nel frattempo giro avanti e dietro come una trottola, impegnando le mie giornate fino all’ultimo secondo di cose e di persone che, in fondo in fondo, se mi va bene, non mi lasceranno niente, o che, fortunata come sono, mi faranno solo soffrire e, nuovamente, piangere. Se non ricordo male, eravamo partite da come mi sveglio al mattino. Oggi è una di quelle giornate in cui mi sono svegliata nel modo numero due. Nel modo inutile. Nel modo in cui non mi va né di stare in campo, né in panchina a guardare. Oggi guardo solo il cielo e cerco di capire cosa fare dei miei 22 anni. Naturalmente la risposta non l’ho trovata. E in tutto questo continui ad esserci tu, con la tua immagine stampata nella mia mente, con i tuoi occhi che mi guardano e mi chiedono perché, com’ho potuto, cos’è successo, cosa sto facendo. Vorrei risponderti e rassicurarti, dirti che va tutto bene e che ce la farò, ma non lo so, non è così, non lo so. E’ proprio questo il punto. Non ne ho la minima idea. Inizio a sentirmi una pazza che scrive da sola a un telefono. Succede. Ci sono abituata. Vorrei farti delle domande, quelle vere, vorrei recuperare anche solo dieci minuti di tutte quelle ore sprecate a urlare con te così da poterti parlare veramente. Chiederti chi sei, cos’è successo, cos’hai fatto. Vorrei, vorrei, vorrei. Basta con questi vorrei. Ti sarai annoiata anche tu a quest’ora. Una sera d’inverno io e mia madre siamo uscite prima di cena per portare a spasso il cane. Siamo passate davanti ad un alimentari in cui non eravamo mai state e di cui, almeno io, non sapevo neppure l’esistenza. Un alimentari molto piccolo, di quelli che dentro c’è sempre qualche anziana signora che vuole sapere a chi sei figlio e parente. A ogni modo da questo alimentari mia madre sentiva uscire l’odore di mortadella. “Lo vuoi un panino?” mi chiese. E nel giro di cinque minuti eravamo sedute sul marciapiede e stavamo mangiando pane e mortadella, io, mia madre e il cane.
 
-E’ stata la cena migliore della mia vita-
 
Darei tutto per averti accanto anche solo per un’ora. Se solo avessi saputo che non avrei più avuto tempo, se solo avessi saputo che tutto sarebbe finito troppo presto. Devo dirti tante cose, mamma, devo avere delle risposte. Ho paura che tu non possa vedermi o che mi vedi, ma sei delusa di me. Se solo potessi sentire la tua voce rassicurante per un secondo, se solo potessi portarmi una tisana a letto e dirmi che va tutto bene. Se … Solo … Se … Tu. Se solo tu potessi essere ancora qui. Mia madre lavorava dal Lunedì al Venerdì, dalle 8.30 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 19.30. Quando io tornavo da scuola alle 13.20 era sempre pronto da mangiare. Non lo so come facesse, ma sulla nostra tavola non c’è mai stato cibo precotto o proveniente dalla rosticceria. Cucinava lei. Di notte. Mangiavamo in fretta, sistemava la cucina, faceva la lavatrice, piegava i panni, lavava a terra. Tutto dalle 13.00 alle 14.30. Io facevo la regina. La aiutavo pochissimo. Davo per scontato tutto, tanto c’era mia madre.
 
-“Pff” Il profumo di lavanda proveniente dal deodorante automatico per ambienti posizionato sull’armadio mi dice che sono passati trentasei minuti.-
 
Dicono che senza problemi la vita sarebbe una noia mortale, dicono. Più di tanto non ci credo, o forse è solo perché non posso testimoniare a favore della teoria, dato che non ricordo un periodo senza problemi. E’ il caos. Lavoro, famiglia, rapporto di coppia, amicizie... Caos. Se solo potessi parlare un po' con te, forse la troveresti una soluzione. C'è un freddo anomalo stasera, dopo tanto caldo torno sotto le coperte. Se mi stai guardando, impazzisco, perché non sarai fiera di me.
Se non mi stai guardando, impazzisco, perché è l'unica cosa che mi fa svegliare al mattino. Caos. Inizio inevitabilmente a piangere, senza poter rispondere alla gente che mi chiede che succede. Tutto. Succede tutto. Ed è impossibile sperare che qualcuno, tranne te, capisca questa risposta. Allora piango da sola, lontano dagli occhi delle domande. Mi manchi. Inutile parlarne, troppo banale, troppo ascoltato, troppo ripetuto. Sai che ci so fare più con i numeri che con le parole, quindi non lo trovo un sinonimo e lo ripeto: mi manchi. Forse è solo questo ormai il succo dei miei testi, non ho argomentazioni migliori. E’ che da un giorno all'altro sono stata catapultata nel mondo degli adulti, io che tutto sono stata nella vita fuorché adulta. Io che venivo da te anche se mi cadeva un capello in più. Io … Che … Venivo … Da … Te … Anche … Se … Venivo da te. Appunto. Da te. Tu che non ci sei e che mi hai lasciata nei casini, tu che te ne sei andata credendo che mi fossi abituata alla tua assenza. Credendo. Beh, lo credevo anche io, ma non è così. Mi manchi, Dio, quanto mi manchi. Maledizione. Lo sto ripetendo ancora. Nella vita sono sempre stata l'insensibile e la prepotente a cui non importa nulla di nessuno, una maschera di vita del cazzo che mi sono costruita da sola. Ecco la verità: non sono così. Non riesco ad essere così. Ma in fondo lo so che lo sapevi già. Dicono che chi ti vuole bene più di una mamma ti inganna, e io con chi lo faccio il paragone adesso? Come vedo chi mi inganna? Vuoto. Vuoto. Vuoto. Ci sono degli spazi dentro me che potevi occupare solo tu, ora sono vuoti. E tutto questo vuoto crea una specie di vento gelido che mi ghiaccia il cuore. Non sono più capace di provare sentimenti per nessuno. Hai capito bene, nessuno. Che cretina che sono, sto scrivendo davanti ad un pc e nella mia testa sono convinta che sto parlando con te. Stupida, stupida, stupida me. Ogni giorno che passa capisco che la vita non ti fa mai sconti, che non le importa se il tuo vaso può contenere 100 ed è pieno, lei ti dà altri carichi e se ne frega se trabocca, è un problema tuo comprare un vaso più grande. Se ne frega. Di me, di te, di noi. Se ne frega, come un po’ tutta la gente inutile che mi circonda. Te ne ho dette di cose insensate in 20 anni, ora me ne rendo conto. Ti ho detto anche che ti odiavo e che mi stavi rovinando la vita... Ahahah. Che ridere. Io non sapevo neppure cosa fosse la vita e non sapevo neppure cosa fosse l'odio. Oggi come oggi cos'è la vita non l'ho imparato, ma, per fortuna o per disgrazia, ho imparato cos'è l'odio. L'odio è quel sentimento che provo quando penso al tuo tumore. Non me la posso nemmeno prendere con Dio, tanto non mi risponde e io mi incazzo di più, tanto non mi risponde ed io piango di più. L'odio è quel sentimento che provo quando qualcuno dice mezza parola sbagliata su di te. L'odio è un sentimento, come l'amore. Grande uguale e forte uguale. Ma, come sempre, questa è la mia opinione, tu non saresti stata d'accordo. Sono scappata da te quando potevo averti ed ora che non ti ho più ti vorrei accanto... Facevo di tutto per andarmene, inventavo scuse su scuse per non vivere con te. Che controsenso che sono. Lo sai, lo sono sempre stata. Egoista. Fredda. Antipatica. Scontrosa. Permalosa. Tutte queste parole scritte al vento sono, come sempre, solo per dirtene due: mi manchi.

 A mia madre piaceva il gelato al cioccolato fondente. Alcune volte lei mi chiamava e mi diceva: “Scendi! Ti sto venendo a prendere.” Scendevo, anche controvoglia, e andavo con lei in giro per le banche, la posta e altri uffici. Mentre faceva il suo lavoro io e lei non parlavamo, anzi, io stavo zitta e la osservavo, anche annoiandomi spesse volte. -Solo oggi apprezzo il fatto che voleva stare con me pur non avendo tempo da dedicarmi.- Spesso d’estate, dopo aver fatto tutti questi giri, io e mia madre andavamo a mangiare il gelato prima che mi riaccompagnasse a casa. Prendeva sempre il gelato al cioccolato fondente. -Io odio il cioccolato fondente, ma darei qualunque cosa per vedere il sorriso che generava nei tuoi occhi.-

 

 

                                                                       Una denuncia
di Alessio Romano - Firenze
Sulla via S. Bartolomeo si aveva accesso alla caserma dei carabinieri.
Un uomo, quella mattina, verso le dieci, vi si recò.
All’interno della caserma, nella prima stanza, quella di attesa, vi era un tizio in divisa, seduto dietro a un tavolo sulla sinistra, intento a sniffare del tabacco; e seduto sulle apposite sedie sulla destra vi era un signore sulla sessantina, che forse, attendeva. Alle pareti erano attaccati posters di una squadra di calcio e grandi foto incorniciate di carabinieri in gruppo.
Il signor Jacob entrò in quel momento, pallido, sconvolto, come lo sarebbe stato chiunque al posto suo. Egli ben sapeva che doveva sedersi e attendere, ma per qualche recondito motivo si rivolse subito al tizio in divisa.
<<Debbo immediatamente parlare con il principale>> disse con una sorta di gravità, e ansando.
<<Sta facendosi le uova. Si sieda - vede quel signore che aspetta: accanto a lui>>
Il signor Jacob si gonfiò il petto e ribadì la sua richiesta:
<<E’ questione urgentissima>> aggiunse.
<<Sono tutte urgentissime le questioni da risolvere. Non se lo faccia ripetere: si sieda>>
A questo punto il signor Jacob divenne rosso come un peperone e un forte prurito gli coinvolse entrambe le mani.
Rimaneva fermo, impalato, e il carabiniere gli gettò uno sguardo, poi un altro; infine si alzò e gli indicò le sedie alle sue spalle con uno sgarbato gesto del braccio. Il signor Jacob fece due passi, gettò occhiate all’ambiente, e poi si sedette. Poco dopo, il carabiniere andava nell’altra stanza, tramite una porta di legno di noce scuro. Jacob si asciugò il sudore dalla fronte con un fazzoletto bianco a righe marroni, poi osservò il signore accanto a lui, che pareva immerso in sciocchi pensieri.
Finalmente il carabiniere rientrò, non da solo.
<<Ebbene?>> disse un altro carabiniere con voce rauca, più alto e con più omaggi sulla divisa,  rivolgendosi ai due in attesa.
Prontamente Jacob si alzò, avanzò e quando fu di fronte al carabiniere:
<<E’ una questione importante … Io … Non so … se non sarebbe meglio discuterne altrove …>>
<<Ho poco tempo a disposizione>> rispose il carabiniere dopo aver squadrato di sottecchi il signor Jacob. <<Le altre stanze sono occupate>>
<<Bene … bene>> disse tra sé, pensieroso, il signor Jacob, mentre l’altro carabiniere riprendeva il suo solito posto al tavolo e sfogliava una rivista ascoltando però, la conversazione.
<<Ci può far posto?>> si rivolse, dopo aver pensato, il carabiniere più qualificato all’altro, il quale si spostò immediatamente e uscì dalla stanza, lasciando cadere per terra una buccia di banana che teneva chissà dove.
Quando Jacob e il carabiniere furono seduti uno di fronte all’altro, iniziò la conversazione.
Jacob gettò occhiate lampeggianti ora di qua ora di là; il carabiniere lo fissava e studiava quel soggetto che incuteva sospetti.
<<Signore>> cominciò Jacob con tono basso, <<Io comprendo, che la legislatura … esige il massimo comune denominatore … cioè … vorrebbe essere rispettata …, ma la somma dei procedimenti giudiziari … Quando il greco non viene somministrato in dosi equivalenti alla nicotina … Beh, vede, ognuno di noi ne resterebbe sorpreso … in fondo … che c’è da stupirsi?>> concluse, con un sorriso. Il carabiniere lo osservava impalato.
<<Beh, vede, signor maresciallo, ciò che volevo dirle>> riprese Jacob, losco <<Io, vede, non come tanti, bensì pochi, sono venuto qui contro la mia volontà. Beh, è rischioso, molto rischioso, mol-to ri-schi-o-so>>
<<Ma lei cosa vuole?>> gridò quasi il maresciallo, battendo i piedi sul pavimento.
<<Fare una denuncia>> rispose Jacob, intimorito.
<<Ah si? Bene, bene>> il maresciallo pensò, e poi riprese: <<E chi o cosa deve denunciare?>>
<<… Un furto>>
<<Uhm … Avvenuto quando?>>
<<Uhm! Stanotte …>>
<<Uhm … E cosa le è stato rubato? Ma, aspetti>> si interruppe il carabiniere <<vado un attimo di là e chiamo lo scrivano così che metta a verbale>>. Il maresciallo entrò nell’altra stanza e ,dopo un bel borbottare di più persone , si udì chiaro e tondo: - <<A comprare le arance>>.
<<Si rende conto>> disse allora il signore sessantenne a Jacob <<In un giorno di lavoro se ne vanno a comprare le arance!>>
<<Stia zitto>> proferì Jacob, tagliente, e si rimise in ascolto, con il sudore che gli colava sulle tempie. Il sessantenne ebbe di che tossire, chissà perché, ma Jacob aveva reclinato il capo da un lato per udire meglio. Finalmente la porta venne aperta e il maresciallo rientrò, con in una mano un mandarino senza buccia e nell’altra un foglio e una penna.
<<Bene>> disse sedendosi, <<procediamo>>
<<Si,>> rispose Jacob, <<domandi pure>> bisbigliò, con un ambiguo sorrisetto.
<<Quando è avvenuto il furto?>>
<<Stanotte>>
<<Ora?>>
<<No, stanotte>>
<<Sì, ma a che ora?>>
<<Sedici>>
<<Ma che dice?>>
<<Ciò che mi chiede di dire>>
<<Porca putt…!>> gridò il maresciallo e si alzò <<Lei, signor…?>>
<<Jacob>>
<<Jacob?>>
<<Jacob>>
<<Jacob come?>>
<<J-a-c-o-b>>
<<Il cognome!>>
<<Jacobviskij>>
<<Russo?>>
<<Non so, non dormo con lei>>
<<Fa lo spiritoso?>> disse, tutto a un tratto il maresciallo, con forte accento napoletano.
<<Ogni qual volta se ne presenta l’occasione>> rispose Jacob
<<Bene … bene. La faccio buttare fuori>>
Ma Jacob prontamente si gettò in ginocchio e pregò il maresciallo di non farlo, ché ci erano stati troppi equivoci e che il suo comportamento sarebbe cambiato, (lo avreste dovuto vedere, mentre si rotolava sul pavimento), ché quella denuncia era di vitale importanza.
Il maresciallo si sedette nuovamente e riprese a fare le domande, come alienato.
<<A che ora della notte, è quindi avvenuto il furto?>>
<<Le quattro in punto>>
<<Dove?>>
<<All’incrocio tra via del Merluzzo e via della Cicoria>>
<<Al Poggetto?>>
<<Esatto>>
<<E cosa è stato rubato? E si ricorda il volto del rapinatore?>>
<<Ma certamente. Mi è stato rubato ciò che di più caro avevo al mondo…>>
<<Si, e che cosa di grazia?>>
<<L’onore>>
<<Ma via, scherza ancora? Ma sa dove siamo? Eh, lo sa? Qui non si scher-za!>>
<<Io starei scherzando su un fatto così grave?>> disse Jacob con una tale serietà che chiunque gli avrebbe creduto all’istante.
<<Procediamo>> disse il maresciallo mutando totalmente atteggiamento. <<Dunque, mi descriva il rapinatore. Innanzi tutto: lo conosce? E’ in grado di riconoscerlo?>>
<<Non lo conoscevo prima dell’accaduto, e non so. Ma posso dirle chi è …>>
<<Dica>>
<<Uhm …>>
<<Uhm!>>
<<Un … un … un fantasma>>
<<… Un fantasma?... Uhm! Di che età?>>
<<Sulla quarantina>>
<<Alto, magro, con la veste tra il bianco e il trasparente e gli occhi neri, incavati?>>
<<Esattamente>>
<<Maurizio!>> gridò il maresciallo <<Maurizio!>>
<<Ohi!>> rispose una voce dall’altra stanza.
<<Vieni qui!>>
Poco dopo una nuova figura entrò nella stanza, e squadrò i due, rivolgendosi, però, al solo maresciallo, a onta di Jacob.
<<Questo signore ha visto il fantasma>> disse, in tono significativo, il maresciallo.
<<Ui! E’ da mo’ che lo cerchiamo!>> disse il nuovo arrivato, che aveva Jacob in simpatia; ma Jacob si voltò dall’altro lato facendo finta di niente.
<<Bene, bene, rimanga qui intanto>> disse il maresciallo a Jacob con voce rassicurante <<mentre noi informiamo la municipale e le altre squadre, cosicché  lo catturino>>.
<<Vuole un caffè frattanto?>> chiese l’altro a Jacob, e questi, assentì col capo. “Fra poco” avrebbe voluto rispondere Jacob, ma era troppo confuso.
Mezz’ora dopo, in caserma, irruppero tre uomini robusti, in camice bianco, e a un segno del maresciallo che li accoglieva freddamente, presero Jacob e lo portarono via.

 

 

Il piccolo amico
                                                          di Davide Ritorto – Locri (RC)


Oggi, al parco, dove solitamente occupo una panchina per molte ore (a volte più di ventiquattro) ,ho ricominciato a scrivere.
Questo atto liberatorio, che mi regalo con una matita rosicchiata trovata a terra, forse di qualche bambino che la smarrì, e un giornale degli annunci trovato sulla panchina, lo devo a un ragazzino dagli occhi vispi, dai capelli arruffati color paglia e dal  cuore troppo grande per un corpicino così fragile e piccolo. Tra queste prime righe ho ritrovato uno spirito amorevole nascosto tra le virtù malate dell’abbandono.
In segno di gratitudine al mio piccolo amico, scriverò il nostro incontro.
Io ero tranquillamente sulla mia postazione, come un granello di polvere sulla panchina solitaria, circondato da giornali inutili e sguardi ipocriti.
La causa è il mio apparire e non posso pretendere nulla. Se avessi uno specchio a portata di mano vedrei solo le fattezze di un uomo distrutto, lasciato alla pace della sventura. Un barbone, sì! anche se questo termine non mi rispecchia. In un modo o nell’altro riesco sempre a tenere il viso fiorente e ben rasato. Questo non vale per i miei capelli, li ho sempre avuti lunghi. L’unica cosa che mi è rimasta, è il senso dell’umorismo: è un buon compagno,  diciamo che è il mio alcool quando sono sobrio.
Mentre cercavo, nella limpidezza del cielo primaverile di questa domenica di maggio, una risposta che inseguo da tutta una vita, ovvero, il senso della mia esistenza (ormai sorrido e vedo il mio perseverare in maniera ironica), ascoltavo il dialogo di due bambini sull’altalena, proprio dietro me.
-La vuoi sentire una mia poesia?-
-No, preferisco stare sull’altalena. No, anzi, vado sullo scivolo, vieni?-
-Ok- disse in maniera delusa -poso il quadernino nella borsa di mia madre a arrivo.-
A testa bassa mi passò davanti.
-Hey!- dissi io, richiamando la sua attenzione - puoi dirla a me se vuoi.-
-Davvero la vuoi sentire?-
-Certo! Dai, sono tutto orecchie.-
Prese posto accanto a me e sorrise d’innocenza, gli occhietti brillavano, mentre sfogliava il quadernino.
-Eccola. Sai leggere?- domandò.
-Sì, ma preferisco che la legga tu .- risposi sorridendo.
Accettò e con il dito seguiva il rigo. Era intitolata “LA CANZONE DEL MARE”.
La canzone del mare
la sento in estate
quando gioco sulla spiaggia
e tutto mi diverte.
La canzone del mare
la sento nella tempesta
fino a casa mia
quando mi spaventa.
La canzone del mare
la sento nei sogni
e piango
e rido.
Il mare canta come
un bambino capriccioso
ma non si può
non amarlo.
-Bella! Sei bravo e ti piace anche il mare a quanto ho capito-
-Grazie. E’ la prima volta che la faccio leggere a qualcuno, ora voglio scriverne un’altra, magari sull’amicizia che mi ricorda il grande cielo con i suoi cambiamenti e il piccolo amico sole sempre luminoso.-
Sua madre lo richiamò a gran voce rimproverandolo, poi urlò contro di me frasi offensive. Alzai le mani in gesto di innocenza e i miei occhi erano gonfi di rabbia e dispiacere. Come dargli torto, in fondo sono solo un ubriacone. Il piccolo amico mi guardò rammaricato e io mi sforzai di sorridere nonostante mi tremassero le labbra. Raggiunse sua madre e, con le mani tra i capelli, davo inizio al mio silente pianto, mentre la gente guardava affondando nella miseria plasmata nel loro animo. A chi dovrei fare del male se il mio pianto interno mi distrugge? Non ho più lacrime, mi annaffio solo di vino.
Ricordo quando bruciai tutti i miei libri di studio, tutti i miei quaderni con le poesie, racconti, canzoni, frasi, dediche … Sì, scrivevo sempre, ma nessuno era pronto ad ascoltarmi e a leggere le mie profondità. Così passai tutta la mia vita in un complesso di  invisibilità. Ho carne solo per il veleno, per la derisione, per il mio cantare.
Voglio però aspettare di ascoltare, un giorno, la poesia dell’amicizia tra il cielo mutevole e il sole sempre luminoso. Forse non l’ascolterò mai, ma mi piace la falsa felicità che crea questa illusione.
Questo foglio sicuramente avrà vita breve. Ora mi alzo e, con quei due soldi che ho in tasca, vado a comprare una bottiglia di vino pessimo, ma ottimo per portarmi di notte nella mia alcova di vicoli solitari, bui, ornati da porte e finestre chiuse, e farmi cantare, con allegria piangente, una canzone nuova, con il miagolio dei gatti a farmi da coro … LA CANZONE DEL MARE … IL MARE CANTA COME UN BAMBINO CAPRICCIOSO, MA NON SI PUO’ NON AMARLO.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                        Sezione Poesia -Studenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                         I classificata
Tristano e Isotta
di  Di Somma Elisabetta
classe I Liceo Classico “G. Carducci”  Nola  (NA)

Sull’orlo d’assetata bianca morte
S’aperse un fiore vivido di fiato
Lo sguardo lesto già chiuse le porte
Al fuoco, eppure nulla vince il fato
Che ti condusse qui, Irlanda verde
Cielo di graffi e gridi di gabbiani
Alle mie cure ed infine alle orde
D’impulsi di vendetta, ma le mani
Non seppero farti pagare il fio
Dell’esito di Moroldo gigante,
Tristano i tuoi occhi bui, l’esodo mio
Dal tetro imperio di faida tonante …
Repente tra spire del tiepido sonno
S’offusca lo sguardo e si perde la mente
Sprofonda nella pace che sempre danno
I respiri amati nel talamo sfatto
Il morbido oro del suo vago crine
Il soave e lento afflato del petto
Fuga affilata i sospetti sul crimine
Una fredda lama tra i cuori, sul letto
Entra re Marco nella casta alcova
Tristano si scuote leggero, il sospetto
Si muta alla vista in sorpresa, e una nuova
Certezza fulminea hanno gli occhi del sire:
amore ch’ avvinghia i cuori indifesi,
che sporca la fede, ferisce l’onore,
vi porta a violare le leggi e distesi
e paghi sol d’arder la fine a sprezzare
Oh Isotta incosciente, serica creatura
Né di grama e misera
Vita hai paura…

 

 

 

 

 

II classificata

 

                                                                   Scoscesi silenzi
di Federica Ambroso
classe V Liceo Scientifico “ G. Galilei” Verona

 

Scroscia e cincischia
la pioggia ciarliera,
stracciando cerulei brandelli
di cielo,
lasciando nell’aere
di un tenero giugno
scoscesi silenzi bagnati di speme.

Vola e volteggia
il venticello vivo,
sfiorando vellutati visi
e rosei petali dormienti.
Vezzoso veleggia
fra nuvole
lievi di illusioni.

Frementi farfalle che asciugano
stille guizzanti
su esili boccioli
frullano le gentili alette
senza curarsi
del domani.

Un fresco sospiro
pervade arcani anfratti
dell’anima smarrita,
resuscitando promesse
dal sapor di chimera.

 

 

 

                                                                                                                                  III classificato


Signore dei vampiri
di Vito Ricchiuto
classe II Liceo Classico “Socrate” – Bari

Non mi sento più né anima né corpo
ormai consisto solo
in qualcosa di tetro e di corrotto
che si irradia per le vene otturate
da grumi di alcool e odio,
si spegne mentre muoio,
poi resuscita e avanza barcollante.

Devio tra sudici nodi di cosce
recluto masse sporche
e su di loro do sfogo alle angosce.
Succhio linfa dal midollo dell’ira,
demiurgo di me stesso
i miei organi li prendo
da chi voglioso si mette in fila.

Signori, mantenenti tronfi “miti”,
tutelate i bambini
sta arrivando il signore dei vampiri.
Se guardaste oltre la preziosa casa
capireste il dolore
e che la vostra prole
fa parte dei non morti nell’armata.
 

 

 

 

 

 

 

 

Aiutaci
di Miriam De Michele
V Ginnasio –Liceo Classico “De Bottis” - Torre del Greco

Tenera Luna
noi siamo emigranti senza via,
senza compagnia,
senza la sabbia calda che alle mani dà fuoco.
Tu Madre,
Sorella,
Vita del nostro vivere,
aiutaci a ritrovare il cosmo nel caos,
nella corsa esistenziale senza colore.
Voglio un tronco alto,
qualche anima bianca da scaldare
e sorrisi di bimbi che confortano il cuore,
perché ancora con gli occhi socchiusi guardano il mondo
e incognita è la loro esistenza.
Insegnaci a non avere fretta
e ad aspettare lentamente l’Amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fiori di albicocco
di Valeria Pini
III Liceo Scientifico “E. Torricelli” Somma Vesuviana (NA)

Venne l’inverno e ci coprimmo di piume.
Arrivò l’estate,
e partisti per Wajima.
Poi arrivò l’autunno,
sola come non mai t’aspettai accanto al camino,
spento.

Tornò l’inverno
e tu non c’eri ancora.
Passai l’estate sul molo,
aspettando che la tua nave attraccasse.
L’autunno venne,
portando come sempre i suoi colori caldi.

Ancora una volta l’inverno,
senza di te, freddo come sempre.
L’estate spesa di nuovo sul molo,
cercando solo i tuoi occhi,
cercando solo le tue mani.

Continuarono a susseguirsi anni, stagioni;
pensieri, pioggia, lacrime.
Poi un momento nuovo,
un viso cresciuto e vissuto apparve alla finestra
che mi faceva guardare il mondo.

Quegli occhi che per anni avevo aspettato.
Quelle mani che avevo sempre desiderato,
stringevano un rametto,
fiorito.

L’odore inebriò me e tutto ciò che avevo intorno.
Un odore che ci legò.
Un odore che mi fece conoscere qualcosa di nuovo.
Qualcosa che tutti chiamavano “Primavera”.

 

 


                                                      In fondo ci crediamo ancora
di Chiara Giugliano
I Liceo Classico  “A. Diaz” Ottaviano 


Mia madre depressa con un bicchiere di vino
 è vicino al camino, coperta dalla cenere di una sigaretta;
vola via il fumo dalle sue labbra
alito di sconforto, cappa di ipocrisia d’oro fuori
e  di pesante piombo dentro.
Mio padre frustrato con la storia della sua vita in mano:
è stato licenziato da chi ha reso il suo sudore vano.
Una scorza dura, invecchiata con il tempo resistente e
 Impenetrabile, si è graffiata,
e le schegge sono andate dritte al cuore.

Le bollette  sono sul tavolo da giorni,
 nessuno le apre
per la consapevolezza di non potere arrivare a fine mese.
 Io e mio fratello sediamo a terra e
guardiamo scorrere le lancette dell’ orologio
che lentamente scandiscono l’ inizio della fine.
Una fine tragica , tutto si ferma,
niente più bugie, è ora di pagare gli errori, quelli degli altri.

Noi,ridicolizzati e messi a nudo
spogliati di tutte le nostre certezze.
Ci fissiamo incessantemente chiedendoci perché,
vivevamo in casette prefabbricate con sogni
e con i muri tappezzati di fantasia.
Avevamo lasciato fuori la realtà ,
che ora incombe inesorabilmente.

 Eppure c’è qualcuno che ci spinge,
un soffio di vento che sollecita le nostre menti
e sussurra alle nostre coscienze intorpidite.
Basta innalzare lo sguardo al cielo per riscoprire
il senso vero della vita.

                                               

 

 

Sensazione
di Alessia Cozzolino
classe IV Liceo Scientifico “E. Torricelli” – Somma Vesuviana

Non sentivo il vento intenso
Ero già priva di senso,
i miei brividi interni
freddi come lunghi inverni.
Un vortice di pensieri
Bruscamente sopraffece il mio ingegno
Come un branco di stranieri
Il cui emigrar rimane indegno.
Ah caldo sole di ghiaccio
Desideravo allora un tuo tiepido abbraccio
Ma tali erano gli infimi raggi
Che al mio tenue sguardo
Parevan soltanto miraggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sezione Narrativa Studenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                         
                                                                                                                                     I classificato
“Il cielo è perfettamente blu ”
di Alessandra Iannetta
                                        classe IV Liceo Scientifico “E. Majorana” Pesche (IS)

PREFAZIONE
Questa è una guerra, una di quelle spietate e sanguinolente, una di quelle, dove il destino gioca a scacchi con la fortuna e dove il dolore mangia a tavolino con la sofferenza.

Il cielo è perfettamente blu, uno di quei cieli primaverili che guarderei in eterno. Respiro a pieni polmoni. L’odore dei peschi in fiore, l’odore del caldo, del sole..Penso che non potrei mai vivere in città; adoro il verde, adoro correre a piedi nudi, adoro la semplicità e adoro la natura..Lei non ti delude, no, lei non lo fa. E nemmeno tu deludi lei.   
… Non voglio incontrarli, non voglio incontrarne altri.. da quando sono qui, nessuno mi ha dato scelta, devo obbedire, devo fare ciò che dicono, ciò che è legalmente giusto. Mi  chiedo come facciano a sapere cosa sia giusto per me, se neanche io ne ho idea.
“Claudia sbrigati!!Indossa le scarpe e sistemati il vestito!Stanno per arrivare, vuoi almeno essere pronta per quanto saranno qui?”
“Sì,sì signora..Tra poco sarò pronta.”
“Non fare la spiritosa, sarai perfetta, fidati. Stavolta è quella giusta! Me lo sento Claudia, me lo sento..”
“Già.”
… Quante volte dovevano essere giuste, perfette..quante volte avrei dovuto lasciare questo posto,ma nessuno mi vuole e di certo non gliene faccio una colpa..Neanche lei, la donna che mi ha partorito, mi ha voluto, e se potessi scegliere non mi vorrei neanch’io, come potrebbero farlo degli estranei?!
 Non li sopporto..ma non tanto per le finte speranze che ognuno di noi serba, quelle che ognuno di loro ci dà solamente decidendo di attraversare quella porta, a quelle ci si abitua presto, quanto più per la loro aria da “io sono Dio”, io scelgo del tuo futuro. In realtà ,chi sono? Chi sono per decidere chi di noi è dentro e chi è fuori? Chi può diventare un “figlio” e chi invece deve restare semplicemente cos’è.. Quale diritto hanno a cui appellarsi? Quale diritto hanno per farci sentire sempre un passo indietro al mondo? Quale?
“Claudia, dai..sono arrivati!”
“Eccomi..sono pronta”
“Sei incantevole, vieni qui, fatti abbracciare..”

… -Buongiorno!
-Buongiorno..
- Io sono Gabriella, e questo è Marco, tu sei Claudia,vero?
- Sì
- Sei molto bella Claudia, davvero bella..
- Grazie (ma suppongo questo non basti).
- Allora dimmi, quanti anni hai?
-Diciassette. (sono troppi per voi? Prendete uno di quei teneri bambini piccoli che ancora hanno bisogno di una mamma e di un padre, non ne ho avuti per diciassette anni ora posso anche farne a meno!)
- Oh. Bene.
-Già, meraviglioso! Posso andare adesso?
- Claudia! Sii gentile!!
-Ma a cosa servirà? Non è mai servito a niente. Con permesso.


- Sei pronta a vedere la tua nuova casa, Claudia? Hai una stanza e un bagno tutti per te..vedrai ,ti piacerà..
- C’è una biblioteca? Voglio dire, non in casa, ma almeno in paese..
- Sì, c’è, ma non è molto fornita..
- So accontentarmi.
- Dai su, vieni a vedere la tua stanza.. sono così agitata!
- Ti seguo..
- Ti piace? L’ho resa il più accogliente possibile per te, per i tuoi gusti, per quel poco che so di te. Ma potremmo sistemarla insieme, potresti dirmi cosa ti piace e cosa no..potresti darmi una mano, potrei dartene una io..
- No, va bene così. Così è perfetta. La stanza è perfetta.
- Sono contenta! Ah..Claudia sistemati, ti lascio un po’ sola, credo tu ne abbia bisogno … ma prima di andare vorrei … vorrei dirti..che.. insomma … puoi fidarti di me!
 
Ecco … ha rovinato tutto..sembrava andare bene, e adesso? Possibile che ora tornerà il buio?... tu puoi fidarti di me..
-Per cosa? Per vedere il mio cuore ridotto a brandelli? E poi non sono di certo io la persona giusta con cui parlare di fiducia, io odio la fiducia! È solo un’inutile parola, una stupida parola! Fiducia in cosa? E soprattutto in chi? Non mi fiderò mai di te..mai di nessuno, ho già perso tutto ciò che avrei dovuto avere per diritto, non perderò anche ciò che mi spetta per natura. No!
- Claudia … se ti rintani in te non troverai altro che te ad aspettarti. Un giorno rimpiangerai di non averlo fatto. Un giorno ti odierai.
- Cosa ne vuoi sapere tu? Di me? Di ciò che è stato? Di quanto già mi odi?
-Niente, non ne so niente. Ma posso immaginare cosa sarà, se solo ti lasciassi amare..non siamo diverse come credi!
Mi voltai di scatto, pronta a vomitargli addosso tutta la rabbia di quegli anni, tutte le delusioni, le speranze andate in fumo, tutti gli incubi, tutte le lacrime tenute nascoste..tutto! E invece lei era lì ad aspettarmi, ad aprire, con un mezzo sorriso, le labbra. Era lì a guardarmi e ad aspettare una risposta pensando a chissà quali cose.. Poco importava in realtà quali fossero, adesso non m’importava. Adesso esistevo per qualcuno, adesso qualcuno mi avrebbe aspettato al ritorno da scuola, mi avrebbe dato una casa, affetto..mi avrebbe dato ciò che desideravo da sempre. Adesso era chiaro, riuscivo a vederlo anch’io.
Sorrisi. – Sì, posso fidarmi di te. Ma abbiamo molto tempo per questo, no?

 


                                                                                                                                 II classificato
La strada di casa
di Simona Barbati
classe IV Liceo  Classico “G. Carducci” Nola

Ricordo le luci delle case, nella notte.
Luci gialle, stanche, bianche, di adolescenti con una vita davanti. Luci ferme nel buio, qualcosa di certo a cui tornare quando il resto scompare. Riquadri di un calore lontano nel tempo, lontano da me. Sembrava che neanche il vento e la nebbia e le lacrime potessero offuscare l’amore che lasciava sventolare la propria bandiera attraverso quei vetri. Sembrava che nessuna tempesta avrebbe mai sradicato quelle fondamenta, nessuna catastrofe o parola sbagliata.

Quella luce non è più lì, nella notte non è più l’unica che resiste. Ora è tutto spento.
C’è qualcosa che mi spinge a tornare, ogni notte, invisibile, di  me soltanto un fruscio negli alberi, sottile attraverso le pareti. La casa è vuota, forse da ieri sera, forse da secoli. Ho smesso di rendermi conto del tempo che passa e non c’è più nessuno con cui io debba condividere i miei spazi, la mia vita, a cui sacrificare con gioia immensa le mie giornate.
C’è qualcosa che mi lega a questa casa, forse è passato troppo tempo e non scoprirò mai come liberarmi. Ho una questione in sospeso e non posso ancora smettere di vagare.
Fingo di sedermi su una sedia della cucina vuota e immersa in un disordine calmo, appoggiato sulle cose e mai più spostato.
Fingo di essere sollevata dal riposo, ma non vedo le mie gambe, non sento niente, neanche il mio respiro. È da secoli che ho smesso di respirare.
Fino a qualche istante fa avevo dimenticato anche come si soffre.
Ho visto una tazza sul tavolo. La mia tazza. Quando la malattia mi aveva portato via, nessuno l’aveva spostata. Era lì, azzurra e verde, come allora, quando loro la fissavano sperando di vedermi e sentendo solo il vuoto che avevo lasciato. Io ero lì, ricordo che non sentivo la mia stessa voce e che nessuno poteva vedermi.
Nessuno aveva spento l’albero del loro ultimo Natale fin quando le lampadine si erano fulminate, ma allora la casa era già vuota e io ero già lì, ancora lì, ad aspettare.

Sapevo che loro non c’erano più, che, come me, di loro non era rimasto nulla. Il dolore di tutti, mio fratello in guerra, vestito solo dei suoi vent’anni, la malattia dei miei genitori, li aveva addormentati.
O forse vagavano ancora, per ritrovare quella casa e la luce di quella finestra, per vederla dalla strada, come quando a sera tornavamo e tutto era perdonato a quel mondo che non capiva e non sapeva apprezzare, come un bambino viziato.
Non potevo accendere quella luce, non avevo più mani per spingere un interruttore.
Non credevo davvero che dopo la fine tutto sia dimenticato.
Cercai di far brillare quello che di me rimaneva, dall’interno, perché con quella fievole luce potessero ritrovare la strada di casa.

 


III classificato

                                                       Le notti insonni di Joe e Kate
                                                                   di Erika Muro
                                    classe IV Liceo Scientifico “E. Majorana” Pesche (IS)


L’acqua scorreva. La osservavo assente. Cadeva greve e rintronava protagonista nell’angusto bagno. Ultimamente riflettevo spesso, ultimamente Joe era strano. La passione, che stringeva i giorni, perdeva forza e non sapeva più di noi. Davo la colpa al lavoro, sì era quello. Joe era sempre a quel maledetto lavoro. In realtà ho paura. Scruto freneticamente ogni accortezza mancata, ogni parola studiata e  gesto inavveduto consumato durante la cena, l’unico momento rimasto nostro. Forse il problema sono io, dovrei solo riuscire a comprendere l’amore per la sua attività e non far altro che preoccuparmi di passare piacevolmente ogni ritaglio di tempo rimasto a fine giornata, senza i miei soliti bronci e frasi spezzettate sulla sua assenza. L’acqua scivola sulla schiena con più fatica. Ripenso per un istante a quando ero  bambina: già allora presentavo attacchi di panico, ma mia madre mi aveva insegnato a chiudere gli occhi e a ripetere sottovoce che andava tutto bene, così, dopo un sospiro affannato, ritornavo a giocare nel cortile con i miei compagni.
 Adesso non ci riesco più.
  Apro la valigetta di pelle, nera, lucida. Frugo tra i documenti sperando di trovare in fretta il mazzo di chiavi. Una sola mandata e sono già sull’orribile tappeto persiano che piace tanto a Kate. Il vecchio giradischi suona My Way. Riesco ad avvertire appena il rumore dello spadellare in cucina. Prendo posto al capo della tavola: piatti di ceramica bianchi con venature cerulee, bicchieri di vetro cristallini, posate nuove. Kate avanza con uno sguardo fiero nascosto dietro le cosce del tacchino sul vassoio di argento laccato. Mentre assaporo la deliziosa portata, i miei occhi si fermano con i suoi. Ne ho sempre avuto timore. Così chiari da non riuscire a penetrare nel suo vero Essere, freddi, giudici. Le sorrido.
 -Amore , vuoi del vino? – Sì, certo. 
Coloro la coppa di rosso. I modi gentili di Kate per un istante mi turbano. Avrà capito qualcosa? Come posso mentirle anche stasera, se sospetta già delle mie azioni? No, non è possibile. Avrebbe reagito diversamente, anzi, avrebbe subito trovato una spiegazione a ogni cosa e creduto a ogni mia parola. No, non è questo. Forse nasconde il mio stesso peccato. Ma come potrebbe, è la mia Kate, lei non oserebbe mai. E allora cos’è questa straniera dolcezza. Smetto di mangiare all’improvviso, il senso di colpa divora l’appetito. Pronuncio con la stessa misurata freddezza di un attore la frase che mi permetterà in seguito di uscire dalla sua dimora.
- Stasera ho un appuntamento con un acquirente importante, un grosso imprenditore.
Kate  accenna per un attimo la solita smorfia di disapprovazione, poi di colpo la trasforma in un sorriso forzato.
-Ok, amore non  tornare troppo tardi-.  La porta si chiude, ma dall’esterno riesce a penetrare il giusto gelo per farmi ricadere nelle mie incertezze. Mi avvicino alla camera da letto e butto tutto il mio peso sul baldacchino, e allora, mentre le lacrime si fermano, trovo tutto questo molto ironico così scoppio in una risata per poi torno al mio malessere.
  Ogni uomo possiede le capacità di cambiare la propria vita, non ho mai avuto nessuna intenzione di modificare la mia, sono solo stato troppo debole e gli eventi mi hanno travolto. Quegli occhi neri mi condussero nel secondo cerchio dell’Inferno troppo velocemente per oppormi.
 Il suo sguardo si posa sul mio. Un brivido, uno strano brivido, caldo, materno, percorre la schiena. Si avvicina sicura, lentamente. Lei è la leonessa e io sono la preda più appetibile. La chioma boccolata si confonde con le mie ciocche inanellate. E’ una catena. Adesso è più complicato ribellarsi. Annuso la camicia dinanzi il portone: il suo profumo è stirato sul cotone bianco. Entro lo stesso. I piatti sono ancora sulla tavola. Spengo il giradischi e avanzo verso la camera: Kate dorme avvolta a tratti da trasparenti lenzuola di lino. Sembra infreddolita, così copro il corpo fino le spalle con il caldo piumone. Che cos’è un uomo se non sé stesso? Me lo domando ogni volta che torno da lei. Sfilo la camicia e i jeans e indosso la vestaglia. Kate si gira. I capelli lisci, dorati, si ordinano sul viso pallido. Li porto dietro l’orecchio con tenerezza, senza svegliarla. Rubo un bacio dalle labbra socchiuse, poi sussurro Ti amo..ma lei continua a dormire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Tentazione
di Carlo Manzo
                      Classe V Liceo Scientifico Classico “E. Torricelli” – Somma Vesuviana


Continuavo a rigirarmi nel letto:  non capivo perché il mio corpo grondasse sudore. La serata era tiepida e si stava bene anche con le finestre chiuse;  forse erano i pensieri che mi attanagliavano il cervello, non riuscivo a dare un senso al mio futuro, ogni cosa provassi ad immaginare mi sembrava stupida o irrealizzabile. Decisi di accendere la televisione e attivai il timer dello spegnimento automatico dopo un’ora:  mi aiutava a prendere sonno. Così fu, mezz'ora dopo dormivo e la tv continuava a parlarmi e a cullarmi attraverso le discussioni stupide e inconcludenti di un talk show: improvvisamente mi ritrovai catapultato all'interno della trasmissione. Ero lì al centro dello studio televisivo e, non riuscendo a capire cosa stesse accadendo, iniziai ad arrossire: immaginavo la gente da casa che guardava il programma chiedendosi chi fosse quel ragazzo spettinato con la barba incolta e, per giunta, in pigiama. Rimasi muto e fermo: ero come paralizzato. La tv mi aveva rapito ed ero suo schiavo, quando improvvisamente il presentatore, un tipo strano pieno di trucco, tanto da farlo apparire falso, diede la pubblicità. Mi sentii per un  attimo sollevato: credevo finalmente di poter capire cosa mi fosse successo, quando attorno a me la scena cambiò. Mi trovai seduto a tavola, davanti a me la tazza con latte e cereali, facevo colazione, ma non ero solo e quella non era casa mia. Mi voltai: dietro di me c'erano tre stupidi ragazzi con degli strumenti musicali che iniziarono a cantare una vecchia canzone dei Litfiba, adattata alla situazione in cui mi trovavo; quei tizi mi irritavano, ma non riuscivo a fare altro che recitare una parte, non potevo fare a meno di infilare ancora una volta il cucchiaio nella tazza e far finta di gustare quei cereali come se fossero una delle prelibatezze migliori del mercato, poi, di colpo tutto nero, silenzio e una calma interiore fantastica. Mi sentii come risucchiato da un vortice, chiusi gli occhi e basta.
La mattina seguente mi svegliai, era presto, avevo tempo per prepararmi e fare colazione al bar, comprare il giornale e risolvere qualche questione che avevo lasciato in sospeso dal giorno prima. Così feci: mi preparai, scesi al bar sotto casa, avevo voglia di fare una buona colazione, di mangiare.  Uscii dal bar, ma continuavo a provare quella sensazione strana di fame che mi affliggeva, ma non riuscivo a capire cosa volessi ancora. Voltai l'angolo, mi diressi verso l'edicola, presi il solito quotidiano. Ormai il giornalaio mi conosceva e sapeva che ogni giorno doveva lasciare una copia da parte per me. Andai al parco e lessi per qualche minuto il giornale, ancora guerre in Africa, ancora morti in Palestina, ancora stupide riforme in Italia. Credevo che quella strana fame mi fosse passata e invece, eccola che tornava, diventava irritante. Camminavo e ispezionavo ogni tipo di negozio di alimentari, ma niente: non riuscivo a trovare ciò che facesse per me, infine decisi di entrare in un supermarket. Girai tra gli scaffali: mi circondavano dolciumi, mozzarelle, insaccati, pasta, di tutto insomma, ma non riuscivo a decidermi; finalmente mi girai ed era lì, mi chiamava, mi avvicinai,  lo afferrai e sentii che era quello ciò di cui avevo bisogno, lo tenevo stretto tra le mani. A passo svelto mi avviai alla cassa, dal portafogli presi tre euro e settanta, pagai e ritornai subito a casa.
Mi siedo, prendo la tazza, verso il latte, apro lo scatolo: tutto ciò di cui avevo bisogno erano degli stupidi chicchi di grano.

 

 

 

 

 


Sezione SMS

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     


I classificato
Tu sei…
di Fabrizio Sani – Pergine Valdarno (AR


   


   Tu sei la languida fiera
che mastica altera
quest’umile mela
ch’in sen mi dimora.

 


          II classificato

Tramonto infuocato
                                    di Liliana Ianni – Roseto degli Abruzzi (TE)


Tramonto infuocato
di pianto gli occhi hai velato.
Struggenti  ricordi
presente il passato.

 


III classificato


Contrasto d’amore
                                      di Felicita Ciceri  - Ballabio (LC)

 

Dei tuoi silenzi
ho imbevuto lacrime
per illudermi ancora.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                                                                                 

 


                                                                                                     SILLOGE VINCITRICE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                 Prefazione
Dio ebbe fiducia: “ prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”, e gli affidò il Creato.
In perfetta sintonia, l’Autore versifica: Saremo i custodi dei paesaggi.
Un tempo, l’uomo viveva in comunione con la Natura che gli era amica, ma l’ armonia si è spezzata
e da custode egli ne è diventato padrone con intenti tutt’altro che nobili.
Il Poeta, con l’occhio del filosofo che della meraviglia fa strumento di conoscenza, non si pone solo da spettatore stupito, ma penetra i paesaggi per scoprirne le intime relazioni con il resto del creato, in particolare con l’uomo, che si adombra in ogni verso, da protagonista di rimando.
Fa da guida il Poeta ed è un itinerario travolgente e appagante, come in una galleria di quadri capaci di emanare profumi e odori, investire con i colori, coinvolgere ed emozionare.
S’incomincia da l’ arancia che ingoia chilometri di luce, ma è un tripudio di sensi che investe  e perle di saggezza srotolano da un’ inesauribile collana, con i gerani che sanno come si vive…sanno come si muore; con l’origano che non esige, non chiede, non accampa, per il suo voler essere fino in fondo origano; con  la malva aggrappata a maggio in un disperato tentativo d’immortalità; con l’uva che era pagina bianca ma poi offre solidità all’ape  e ci nutre di luce.
Se potessi questa terra ingoiarla … se potessi essere la memoria di tutti i fili d’erba …  desiderio di fusione, dichiarazione d’amore.
Nel suo mietere a piene mani, il Poeta riconosce alla Natura il ruolo di maestra di vita che con ogni suo elemento impartisce lezioni , ma solo chi l’ama sa prestarle ascolto.
                                                                                   Anna Bruno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Arance e altri paesaggi
di Paolo Polvani - Barletta

 

 

 

 

 

 

L'arancia

L'arancia che fiammeggia nel folto
del fogliame ci ricorda
che la vita è un soffio, appena una
parentesi,  ma brucia,
talvolta, di felicità.

 

 

 

 


I gerani
 
 
Sono tranquilli scalatori:
si sono arrampicati
fino all'estremo rosso
senza un cenno d'affanno,
senza un lamento.
 
Sono acrobati del colore:
si tengono in equilibrio
tra bellezza e meraviglia.
 
Sono maestri pirotecnici:
hanno guizzi di fuochi d'artificio,
i petali sono lapilli di vulcano
che segnano l'inchiostro della notte.
 
Non bruciano
eppure vivono perennemente sulle soglie del fuoco.
 
Se li guardi a lungo sanno come stordirti
ma tengono ben salda la testa sulle spalle.
Soltanto dondolano lentamente
sotto la carezza di un domestico vento.
Si tengono abbracciati stretti a un acuto profumo.
 
Sanno come si vive:
spargono bellezza senza chiedere nulla in cambio.
 
Sanno come si muore:
senza clamori, in silenzio,
in punta di piedi se ne vanno.
 

 

 

 

 

 

 

 

 


Cattedrali impelagate
 
 
 
A certe cattedrali il mare sconfina tra le gambe,
ne sommerge la bocca, le assedia fin dentro il respiro
e loro masticano piano l'azzurro quieto:
le angosce vi si sciolgono, vi affondano le inquietudini.
 
 
Certe cattedrali ce l'hanno appeso al collo
l'azzurro del mare, si cuciono sul cuore
le architetture liquide delle meduse, il perimetro
dei calamari, lo sguardo immobile dei pesci.
 
 
Risplendono della gloria eterna delle bifore,
dello squinternarsi delle campane, dei campanili
che si sollevano sulle punte per specchiarsi nell'acqua.
 
 
Le navi aggrappate all'orizzonte sono l'adolescenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le clarinettiste della banda

 
 
 
Alle clarinettiste della banda aprile
porge nuovi alfabeti sulle labbra e avvolge
la scansione degli anni al ceppo della primavera.
 
 
Le clarinettiste costeggiano le occorrenze
del vento, l'impellenza dell'amore
e l'idea stessa di una geologia del corpo,
le mani frammentarie e il farneticare
luminoso dei capelli, le promesse di una fertilità
terrena, la continuità delle gambe.
 
 
Le precede il fiume di una musica rotonda
che si sgrana in forma d' acini d'uva,
polpa d'anguria, si dissipa nel segreto dei chicchi
di una melagrana, si allarga nel respiro
di un'erba invaghita della luce.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il confine del vento

 
 
 
 Questa campagna esatta e laboriosa tenere tra le braccia,
masticarla piano, assaporare tra i denti una gioia
assoluta e senza credi,  diventare lo sguardo fisso delle vigne,
essere i sentieri che corrono a perdifiato tra gli ulivi, vene
che ingurgitano i verbi della luce, la grammatica breve
degli insetti, le vite infinite e sconosciute, le chiome
nebulose dove si frange il volo della gazza, le aperte
geometrie, se potessi questa terra ingoiarla, digerirne
le masserie lucide di calce e di silenzi, essere il brusio
delle finestre, il richiamo misterioso dei pozzi, se potessi
essere la memoria di tutti i fili d'erba, essere io lo sguardo
il suono, il confine del vento. 

 

 

 

 

 

 

 


                                                                     Sull' Ofanto
 
 
 
 
 
Si va sull' Ofanto, sulla cui acqua galleggia
l'immagine di Canne.
Il treno parte alle sette e trenta, un regionale
con la voce roca. Ricordati
la giacca a vento azzurra ché le gazze
percepiscano l'aspetto poetico della faccenda.
 
Sintonizziamo il respiro col respiro dei salici
e lo sguardo si posi lieve sui fiori d'acqua,
non disturbi la platea d' insetti che affolla
la pelle liquida del fiume.
 
Saremo i custodi del paesaggio. Nel ritmo
consapevole del passo scoprirai il fiume
che lambisce le tue rive, risponde al tuo nome.
Avremo parole leggere come nuvole, il viaggio
si nutra di felicità senza tentennamenti.

 

 

 

 

 

 

 

 


Aprile
 
 
 
 
 
L'intensità di aprile vibra dentro uno sbuffo
di margherite, vocali erbose premono
dentro di noi e una larga
primavera alza il volume
alle sue sirene.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Babbino  Adriatico
 
 
Babbino Adriatico ha la santità nella pelle
sonorità da sillabario  e la benedizione
del sale
 
mi dispongo a una verde mimesi
nell’ attesa che il becco
della nuova madre  mi afferri
 
l'assedio dell'acqua non tralascia
una sola ansa,  s’incardina
nell’abbraccio
 
babbino Adriatico porta le scarpe chiare
e al buio il suo cuore nero affoga nella notte
 
è arruffato e non si lascia leggere la mano
non è una tabellina pitagorica e soprattutto
ha fame
 
con rispetto mi aggrappo
alle sue ginocchia, gli sussurro
all’orecchio
 
dove hai la tasca, babbino, in cui
conservi la tua domestica ferocia ?
 

 

 

 

 

 

 

 

Il regalo dei treni
 
 
 
Questo mi regalano i treni: il dilungarsi
delle periferie, grigi monologhi
di capannoni e infine la compattezza
dell'inverno profuso ai finestrini.
 
Il disegno dei pioppi, in lontananza,
graffia le mani di gennaio,
un volo d'uccelli cerca un equilibrio
dentro il vaniloquio di un cielo esangue.
 
Lo sguardo delinea i contorni della stagione,
traccia una mappa tra il gelo degli ulivi
e l'adesione dei peschi ai rivoli di un sole
che si nega, ai cristalli di una musica severa.
 
Scorrono intirizziti i rami, quel che resta
dei fichi, la nudità muta dei mandorli
arresi alla foschia.
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 


Il verde dell'origano
 
 
 
 
 Manca ogni traccia d'enfasi nel domestico
origano. Non esige. Non chiede.
Non accampa.
 
Annuncia la sua presenza un balbettio, un ammicco
dal vetro di barattoli di marmellata declassati.
 
La sua pretesa è essere
fino in fondo origano. Diffondere il suo verde
mite e il suono delle foglie secche
sbriciolate, premio della cucina, rimedio
di ogni credenza, di ogni atmosfera
di persone tranquillamente intente.

 

 

 

 

 

 

 


                                                          Qui tutto è arance
 
 
 
 
 
 
Si aprono a un paesaggio di città stellate,
a profili di volpi, oroscopi a volte indecifrabili
come pronomi arabi.  La festa delle arance
è un assedio di luce, nel verde adolescente
ardono come fiammelle, scostano i fragili
capelli, emettono il fruscio delle parentesi.
 
Sono così le arance. L'anima calda della domenica..
Avanzano con la baldanza delle profezie,
possiedono dita di unguenti elastici.
 
Il presente s'incanta nel guardarle.  Volge
la schiena a un andirivieni di finestre.
Le arance si tengono strette ai temporali
offrono il cuore al palpito del vento
ignorano l'ansimare dei treni e i colori
sgualciti dei vecchi autobus. La tristezza
ha le lancette ferme. Qui tutto è arance.

 

 

 

 

 

 

 

                                                           I muscoli di un vecchio carrubo
 
 
 
 
Ci vogliono i muscoli di un vecchio carrubo
per attraversare la campagna e spingere
la corsa e il cuore lungo gli uliveti
 
 
quant'è lungo un chilometro lo sanno le mie gambe
e quanti chilometri ci vogliono per essere felici
 
 
la falcata è un poco rattrappita, però sui miei
anni s'affaccia nuova la parabola del sole
e m'incoraggia il verde pieno delle vigne
 
 
la tensione del respiro suggerisce le giuste coordinate
la strada si spalanca come una finestra
e sei tu la strada l'immobilità dell'uliveto
il silenzio compatto il risveglio arruffato delle gazze
 
 
ti guarderanno andare via e nel battito del volo
ci sei tu e il pavimento verde della vigna su cui
poggiare il respiro, riposare lo sguardo
 
 
lo sfavillio del mare sarà la ricompensa, sarà
una lieve brezza e la falcata che sfiora
l'asfalto come una carezza

 

 

                   

 

 


La felicità dello sguardo

 
 
 
 
 
 E' qui la felicità dello sguardo,
nella santità della neve, nel respiro leggero
che accarezza le cose, le fissa
nella docilità della luce.
 
 
 
La neve scrive con mano diligente:
questo è un albero, dice:
ecco una casa, tutto il bagliore
di cui lo sguardo è capace.

 

 

 

 

 

 

 

 


La malva
 
 
 
 
 
Non chiedere altro che la malva
profusa a sbuffi sul ciglio
del sentiero, aggrappata
a maggio in un disperato
tentativo d'immortalità
 
tamerici sbiadite
in un anelito di mare
e il volo del vecchio airone
disturbato nei suoi
pellegrinaggi alla foce del fiume
 
il vento che sibila tra i raggi
della bicicletta,  scodinzola
anche il campo, manifesta
l'enfasi dell'abbraccio
 
incidere la pura
nella ruota del mondo

 

 

 

 

 

 

 

Bambine in corsa

 
 
 
 
 
Tu conservi il perimetro di vento
di certe bambine deliziose che hanno pianto.
 
 
La tua magrezza possiede l'astuzia di una gazza.
 
 
Tu corri e il mare
sorride alla coda di cavallo che svolazza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Solidità dell'uva
 
 
 
 
 
 
 
Prima che fosse uva era pagina bianca e solitudine
che attende l'equazione della notte, ha per confini
le pertinenze dell'aria, la raggiera del vento, il moto
ondoso delle nuvole e la festosa gioventù della pioggia
 
 
ora ch'è bianca uva offre solidità all'ape, alle ombre
che l'accolgono e segna la rotta alla sapienza
del sole, alla rarefatta supremazia della gazza
a una ragnatela di voci che si contendono l'acqua
 
 
la città è racchiusa in un perimetro di elenchi telefonici,
di indirizzi sommersi e suoni che divergono,
vecchie librerie sopravvivono nei vecchi quaderni e sempre
ci è piaciuto perderci nelle atmosfere delle cartoline
 
 
così tu scopri l'uva, la scopri dentro una tensione
che diventa trasporto sonoro tenue sinfonia
sotterranea eppure basta un volpe
una piccola volpe notturna per scoprire la luna
 
 
possiede una saggezza che coincide con i confini
del cielo, con i suoi cani incantati, e quanta luce
abbiamo mangiato con l'uva e lungimiranza del giorno

                                              

 


Un inventario della luce

 
 
 
 
 
 
 
Com'è limpido il cielo e come sgorga.
 
 
Sono qui per fare un inventario della luce,
per dare alle pupille le case disseminate
nel paesaggio dell'alba priva di vento.
 
 
Sono qui per mietere a piene mani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sei tu gli alberi
 
 
 
 
 
 
Il paesaggio serra tra i denti
la mia solitudine, zolle
che profumano di vigne
 
l'ansito del treno ci conduce
dove noi non sapevamo,
sei tu gli alberi sui quali
la primavera incombe
con soffusi deliri, sei tu
l'arancia che ingoia
chilometri di luce
 
io guardo i miracoli del mondo
e tra le mani avverto
il dolore del giorno
 
mi regali parole, il bagliore
dei denti, e una morsa
è ciò che suggerisce la bellezza,
una fitta di poche vocali
 
tu sei il gatto che assorbe
l'estasi del sole
 
questo il dono delle tue parole:
un sotterraneo smarrimento
 

 

 

 

 

 

 

Il giorno che morirò
 
 
 
Mamma, il giorno che morirò
il cielo continuerà a essere
sfacciatamente azzurro?
e il mare a sussurrare parole
indecifrabili e salate?
scondinzoleranno i cani il giorno
che morirò?
lumacheranno le lumache e i gatti,
gatteranno i gatti?
mamma il giorno che morirò le portinaie
ciabatteranno ancora? e le campane
avranno da ridire le campane?
e i fornai? germoglierà nelle strade
il profumo del pane?
Il giorno che morirai accadrà tutto questo,
e le ragazze avranno ancora sguardi innamorati
e i tram si fermeranno ai semafori.
Il giorno che morirai i muratori avranno le mani
sporche di calce e il mondo
sarà quello di prima, con le lacrime agli occhi
e i sorrisi di sempre, le parole
nella tromba delle scale e i bambini
che corrono, il giorno che morirai ci sarà il sole
o forse pioverà.
Allora mamma, il giorno che morirò
sarà una festa, tu, per favore,
tieni la finestra aperta.

 

 

 

 

 

 

 


Partecipazione Straordinaria

Omaggio ad Alda Merini
dal monologo teatrale
di Carmine Ardolino

(Al mio amico Gigi Fioretti)


Incontrare intellettualmente la poetessa Alda Merini , una delle figure femminili più significative della cultura italiana del Novecento, mi ha permesso di provare un piacere di cui mi ero privato per  formalismo verso una donna che ritenevo pazza e basta.
L’incontro e la riscoperta nei miei pensieri sono stati soprattutto della donna Alda,  protagonista  indiscussa di una vita travagliata, che definisco un capolavoro drammatico conclusosi con una vittoria di vita.
 È consigliabile l'assunzione di amore infinito per capire la grandezza di questa donna che nel suo dolore ha partorito versi profondi di sentimenti unici e di rara bellezza.
Per tutta la vita, l'animo di  Alda Merini è stato attraversato da un conflitto di grande intensità emotiva: un viaggio senza sosta tra casa, strada e manicomio, una lotta condotta contro tutto e tutti affinché le ragioni della mente coincidessero con le passioni del cuore. La poetessa Alda ha vinto e prevalso, con la tenacia che premia anche nella malattia. Una donna che non ha avuto paura di sfidare l’abbandono e la stessa depressione di cui era vittima, la delusione, la tristezza, l’incomprensione; di  affrontare alla luce del sole la sua vita e il suo amore incompiuto. Un donna che, con un percorso poetico di Fede,  ha tentato di  polverizzare il dolore e ridare un volto alla  felicità, ritrovando  quel filo di speranza che  ci lega a  un'esistenza fatta anche di  quell’ amore infinito che rimargina tutte le ferite. Poesie intense, struggenti, le sue, scaturite da un’ incomparabile voglia di esprimersi e protestare, anche nella follia, per trasmettere il messaggio di quell’incommensurabile dono che è la  vita . Poesie che  portano a ripercorrere la sua intensa e travagliata vita di donna incompresa e madre incompiuta, immergendosi  nella  realtà irrazionale di una  città dai confini marcati solo per i vincenti . La sua vita, trascorsa per buona parte nei manicomi, è  stata un affascinante intreccio di eventi drammatici fatti di sofferenza e lacrime, di speranza e delusione, di  scontri con realtà ostili, eppure oggi, Alda Merini, poetessa dell’amore e della fede, è ricordata come un insuperabile esempio di emancipazione femminile e, senz'altro, una delle donne più rappresentative di tutta la letteratura italiana del Novecento.
    - Amore mio, Vita mia, compagno di viaggio delle mie paure, padre dei nostri figli, credo di stare male e non riesco ad intravedere la Luce,  come se i miei occhi non volessero più guardare oltre l’Orizzonte.
La paura si sta impossessando della mia Anima, ma io non voglio cadere nel Buio, io voglio amare, io sono la Madre forte e coraggiosa dei nostri figli ...
Io non voglio arrendermi, io odio il nero ...
Dimmi che sono una donna seria, che sono una madre esemplare e che la mia vita non può finire nel buio …
Oddio, perché la mia mente non mi fa guardare oltre, io voglio vivere, ripeto, io voglio vivere e voglio lottare per una vita migliore senza risparmiarmi, non voglio che il troppo capire alteri la mia sensibilità ed offuschi la mia mente.
- Tu hai una Vita bellissima, Amore mio, sei una donna fortunata, non ci manca nulla , guardami negli occhi e sollevati, pensando alle cose belle che abbiamo creato e che creeremo …
- Io ho una bellissima vita e sono una donna fortunata e devo ripetermelo all’infinito, sono una moglie fortunata e devo ripetermelo, sono una madre fortunata e devo ripetermelo all’infinito, e gli altri? Gli altri che non hanno le mie stesse fortune …  Oh, si! Forse ho capito, non devo guardare gli altri per stare bene e non devo pensare al futuro dei miei figli per stare bene ... Sono terrorizzata, tutto sembra più grande di me, tutto mi spaventa.
- Rilassati! Sorridi! Hai ragione, il mondo nel suo insieme è  triste, però, apri questi meravigliosi occhi  e guarda avanti, le cose belle ci sono per essere felici e per rendere felici gli altri.
- Hai ragione, Amore mio, è che le paure avanzano e prevalgono e non mi fanno più respirare e non mi fanno più capire.
- Parla, Ti prego, parla, apriti a me, apriti al mondo che Ti sorride, Ti prego, parla ... Anche di cose banali, ma per Dio, parla! Fallo per me e per i Tuoi figli!
- Mi sento una bambina … io sono una bambina … ricordo le feste a tema che organizzavano i miei genitori per i miei compleanni … ricordo  i telegiornali in bianco e nero, gli attentati, le manifestazioni di massa, la spietata guerra in Vietnam … e poi la sofferenza, non so più per chi e per cosa. Orribile, orribile! e poi, ti rendi conto di cosa sta succedendo in Medio Oriente?
- Amore mio, sono solo momenti storici che di riflesso toccano le nostre vite … noi siamo altro … tutto passa …
- Tu dici che tutto passa? Adoravo parlare con mio padre, da bambina, e ai miei primi perché, alle mie prime domande davanti a quelle immagini che spadroneggiavano con violenza nel mio mondo,mi rispondeva: - Quando sarai grande , le guerre, le rivoluzioni finiranno. Queste manifestazioni di massa spariranno insieme al ’68 e le nuove leve del futuro politico, intellettuale e industriale renderanno più bella a tutti questa miserevole vita che in fondo vale la pena vivere-. E mi ripeteva ancora, guardandomi negli occhi: -Fortuna che ci siete voi che alleviate le mie frustrazioni quotidiane non avendo io la forza di ribellarmi al mondo-.
- A distanza di quarant’anni mi ritrovo a dover rispondere alle stesse domande poste ora dai miei figli, come se niente fosse cambiato, se non la mia vita. Sono solo più vecchia, odio guardarmi allo specchio, sono solo più triste. A volte penso che si tratti di un grottesco inevitabile percorso storico, la storia che si ripete, per i figli e i figli dei figli! Il mondo è cambiato, ma in cosa? Cose, allora impensabili, sono oggi di dominio pubblico e nel peggio del loro spessore umano. La gente è cambiata, non è più la stessa, l’egoismo avanza spaventosamente. Prima si lottava insieme, e adesso?

- Si continua a lottare insieme, in un modo diverso, ma si continua a lottare insieme e con passione ...  io ci credo in un mondo migliore.
- Tu sei un folle, non puoi negare che ci siano atteggiamenti disumani. La gente è cambiata e prevalgono, più che mai, i prevaricatori  che hanno portato alle disgregazioni sociali e alla morte dei sentimenti e delle solidarietà. Comportamenti, che un tempo erano confinati in pochi, luridi personaggi, oggi invece, hanno conquistato la maggior parte della gente. Mi chiedo come sia stato possibile un tale cambiamento di pensieri e di vita. Io non riesco a darmi una risposta su questa freddezza umana, sentimenti che dovrebbero arricchire le nostre vite e non riesco a dare, cosa più grave, delle risposte concrete ai nostri figli. Ti rendi conto, ci siamo trasferiti da due anni in questo palazzo al centro di Milano e non conosciamo nessuno dei vicini, se non il portiere senegalese! Poveri i miei figli.
- Prova a dire ai tuoi figli che non tutto è perduto. Tu non puoi farti carico di tutti i mali di questo mondo. Osserva  e cerca di contribuire con un tuo granello per migliorarlo.
- Ci provo, ci provo, ma non ci riesco. Questa epoca mi spaventa …
- Ogni epoca ha aspetti umani e dignitosi che convivono con quelli disumani e indegni; è che noi, poverini, nella nostra disperazione quotidiana di sopravvivenza, vediamo solo il peggio perché il peggio fa più notizia e si impone con la forza. Quegli anni, in cui eravamo bambini, sembravano violenti e forse lo erano anche, sono stati quelli che, grazie alle proteste dei nostri genitori in piazza ,hanno portato a riforme straordinarie a favore delle libertà individuale e di una società più giusta.
Fermati a pensare, pensa alle conquiste fatte nel periodo in cui eravamo bambini: lo statuto dei lavoratori, il diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto, la sanità e la fine dei manicomi dove tu non devi assolutamente tornare. Tutte cose che oggi ci appaiono ovvie e acquisite da sempre per diritto naturale, perché la nuova società si è arricchita dal punto di vista tecnico del linguaggio e si è arricchita di nuova gente pronta a nuove esperienze di cambiamento. Un cambiamento che si è nutrito anche di pochezza morale e umana, di quella avidità individualistica che tu denunci con passione,  ma che non può diventare nuovamente la tua malattia di vita.
Guardami , devi lottare per i tuoi ideali piccoli o grandi che siano, ma devi lottare per vivere e non per morire.  Se muori da stupida, e muori da depressa , non servirai più a nessuno nel ricordo dei tuoi  validi insegnamenti e in quel  nessuno sei compresa anche tu;  provocherai solo un danno a me che ti amo, ai tuoi figli. Per il mondo sarai solo un triste assenza e forse un peso da cancellare.
Le bassezze di cui parli devono indurci a far emergere gli inevitabili anticorpi di vita. Guarda fuori dalla finestra: le piazze sono di nuove piene, la gente ha voglia di cambiare ancora una volta in meglio, ha voglia di lottare, la società civile di cui facciamo parte sta imparando a recepire i nuovi disagi e a porvi rimedio. Le società cambiano, le genti cambiano.
I cambiamenti questa volta non stanno nascendo dal conflitto sociale ,che pure esiste ancora, ma dagli eccessi umani ormai insopportabili , provocati  solo da una cultura dell’apparire.
Cosa diremo ai nostri figli? Che tu stavi male? No, ai nostri figli insieme dobbiamo dire che dalle brutture della vita e dei sentimenti nasce un futuro migliore per tutti … ti prego abbracciami.

 

 

 

 

 

 

 

 

Albo d’oro del Premio Napoli Cultural Classic

vincitori edizione 2006
Poesia Adulti                                   Mina Antonelli
Poesia giovani                                     Laura Bossi
Narrativa Adulti                               Silvana Aurilia
Narrativa Giovani                        M.Laura Di Caprio

vincitori edizione 2007
Poesia Adulti                              Salvatore Cangiani
Poesia giovani                                    Anna Busetto          
Narrativa Adulti                                  Arrigo Filippi
Narrativa Giov.                           Annalisa Iagnemma

Vincitori edizione 2008
Poesia Adulti                                      Giovanni Caso
Poesia Giovani                                 Vanina Zaccaria
Narrativa Adulti                                  Alberto Caputi     
Narrativa Giovani                              Francesca Ceci
Poesia Lingua Straniera                  V.V. Krushynska

Vincitori edizione 2009
Poesia Adulti                                  Umberto Vicaretti
Poesia Giovani                                     Katia De Luca
Narrativa Adulti                                 Martino Sgobba
Narrativa Giovani                                  Diana Cariani
Poesia Lingua Straniera                Salvatore D'Aprano
Silloge                                             Carmen De Mola

Vincitori edizione 2010
Poesia Adulti                               Pasquale Balestriere
Poesia Giovani                                       Giulio Liguori
Poesia a valore religioso                       Elisa Dall'Aglio
Poesia Lingua Straniera         Regina C. Pereira da Silva
Silloge                                                  Marina Pratici
Narrativa Adulti                             Daniela Brancaccio
Narrativa Giovani                           Gian Maria Rainieri

Vincitori edizione 2011
Poesia Adulti                                        Paola Trimarco
Poesia Giovani                                      Luigi Tarantino
Poesia a valore religioso                  Patrizia Cozzolino
Poesia Lingua Straniera                               Irma Kurti
Silloge                                               Marilena Ferrone
Narrativa Adulti                               Marco Bertoncelli
Narrativa Giovani                            Alessandro Bruno
Poesia Studenti                                          Valeria Pini
Narrativa Studenti                                     Erika Muro

Vincitori edizione 2012
Poesia Adulti                                    Giovanni Bottaro   
Poesia Giovani                                  Raffaele Liguoro   
Poesia a valore religioso                   Clemente Cipresso
Poesia Lingua Straniera Teresa De Ninno
Poesia in Vernacolo                          Vincenzo Russo  
Silloge                                                Paolo Polvani
Narrativa Adulti                                Maurizio Asquini
Narrativa Giovani                             Laura di Fonsi
Poesia Studenti                                  Di Somma Elisabetta       
Narrativa Studenti                            Alessandra Iannetta
SMS                                      Fabrizio Sani


Vincitori Assoluti
2006    Silvana Aurilia
2007    Salvatore Cangiani
2008    Alberto Caputi
2009    Umberto Vicaretti
2010     Elisa Dall’Aglio
2011     Paola Trimarco

 

 

 

 

 

 

 


INDICE

Verbale di Giuria VII ed.
Prefazione
Partecipazione Straordinaria
Lorenzo Patanè
Sezione Poesia a tema libero (Adulti)
sono ombre sperse vacillanti  di   Giovanni Bottaro
Montedidio                              di Tiziana Monari
Grezzano  di Carmelo Consoli
Roccia d’ossa non sei più  di Leone D’Ambrosio
Sotto un tetto di cielo  di  Pasquale Balestriere
Nell’eclissi del cuore   di Adolfo Silveto
Premio Speciale
Transito di Giuseppe Gambini
Quel che chiedemmo al vento di Lorenzo Cerciello
I tuoi passi sulla neve  di Daniela Sias
A te principessa   di Donato Ladik
La luna, al mio paese  di Giancarlo Milani
Bambini e spose di
Partecipazione Straordinaria
“Tornare a casa” di Gigliola De Feo
Sezione Poesia a tema libero (Giovani)
 Monoscopio di Raffaele Liguoro
 Pioggia  di Giovanna Garofalo
L’emozione nell’emozione di Luigino Proxima 
Sezione Poesia a Valore religioso
S’inebria la quiete nel cielo     di Clemente Cipresso
C’è un orizzonte                      di Salvatore Cangiani
A Rosanna                               di Giuseppe Mandia
Di speranza urge il tempo  di  Franco Bazzarelli
Davanti al Sudario  di Franco Casadei
Partecipazione Straordinaria
“Non saprò mi come fare” di Emanuela Esposito
Sezione Poesia in lingua straniera
Les anges égarés di Teresa De Ninno
Angeli dispersi trad.
The old  di Dante Iagrossi
I vecchi trad.
Sunset di Rocco Giuseppe Tassone
Tramonto  trad.
Hynne à la femme  di Salvatore d’Aprano
Encontro di  Adão Wons
Incontro  di
Trad.
Partecipazione Straordinaria
Danza di un Guerriero di Marco Ciotti
Sezione Poesia in vernacolo
Kamikaze
Trad.
Nu pensiero pè me di Paola Trimarco
Un pensiero per me trad.
E Napule chest’è di Raffaele Galiero
Trad.
Solo  di Marco Managò
Trad.
Ce vo’ tiempo di Maria Rosaria Sorrentini
Trad.
Jurnata ummirusa di Giuseppe Bellanca
Trad.
Stella d’ammore  di Nino Cesarano
Trad.


Sezione Silloge
Diversità da “Il filo del discorso” di Rodolfo Vettorello
Non c’è tempo da “Con gli occhi della mente” di Floredana de Felicibus
Scatole da trasloco da “Il soffio delle radici” di Carla De Falco
Dentro  da “Il bambino di vetro” di Laura Giorgi
Il tempo che ci vuole da “Ultimatum dall’inverno” di Francesca Coppola

Sezione Narrativa Adulti
Senza mani” di  Maurizio Asquini
Ce la possiamo fare  di Roberta Selan
Pianto antico di Silvana Aurilia
La pillola del giorno dopo  di Dario Ghiringhelli
Il navigatore di Eugenia Grimani
 Una accanto all’altra  di Dionigi Mainini 
Amai gli uccelli che non volano di Mario Trapletti

Sezione Narrativa Giovani
Cioccolato fondente  di Laura di Fonsi
Una denuncia  di Alessio Romano
 Il piccolo amico  di Davide Ritorto

 

Sezione Poesia Studenti
Tristano e Isotta  di Di Somma Elisabetta
Scoscesi silenzi  di Federica Ambroso 
Signore dei vampiri  di Vito Ricchiuto
                                    

 

Sezione Narrativa Studenti
Il cielo è perfettamente blu   di Alessandra Iannetta
 La strada di casa  di Simona Barbati
  Le notti insonni di Joe e Kate  di Erika Muro
                                       
Sezione SMS
Tu sei la languida fiera” di Fabrizio Sani
Tramonto infuocato” di Liliana Ianni
Contrasto d’amore” di Felicita Ciceri

 


Silloge Vincitrice
Prefazione
Da “Omaggio ad Alda Merini” di Carmine Ardolino
 Albo d’oro del Premio Napoli Cultural Classic


 

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Chi Siamo

Siamo una Associazione nata nel 2000, apartitica e interconfessionale, denominata “Napoli Cultural Classic” (Associazione Culturale volta alla diffusione dell’arte e della cultura, diretta alla promozione di artisti e di studiosi in fase di  affermazione nel campo del cinema, teatro, televisione, musica, danza, arte figurativa, moda, scrittura, scienze giuridiche e tecnologiche e di tutte le altre forme di scibile che i soci ordinari riterranno opportuno inserire.).

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