Arrigo Filippi (I classificata) novembre 9, 2009 \\

PELLACCIA

di Arrigo Filippi - Pianico (BG)


Era soprannominato “pellaccia”. E una pellaccia lo era di nome e di fatto, perché nel corso della sua vita se l’era cavata tante volte per il rotto della cuffia. Pellaccia, questo sarà il nome con cui lo chiameremo d’ora in poi, aveva svolto in vita sua i più disparati mestieri, ma famoso lo era diventato in quanto bracconiere. La faccia del bracconiere ce l’aveva, eccome : pelle butterata, naso aquilino, occhi di fuoco incastonati in profonde orbite scure. Due pupille sempre in guardia, infiammate di malizia, puntate sul mondo come canne di fucile. Sparava pallettoni di luce. A quel tempo avevo il moccio al naso, però ricordo bene i suoi occhi in caccia dei miei occhi. Sguardo che mi precipitava addosso come una sassata. Cazzotto che lasciava bozzi sull’anima. Sberla di luce che ubriacava il cuore. La fronte era alta e pallida, arata di solchi scuri come nuvole tempestose. Gli zigomi, chiari e appuntiti, galleggiavano sul mare carbonioso di una barba mal rasata. Dalla bocca gli sfogava un fumo acre e grigiastro, di sigaretta, che teneva pendula e stropicciata fra le labbra. Tirava la prima boccata ad occhi chiusi, assaporandola con gusto, fino in fondo. Un colpetto di tosse salutava il lieto evento, come una salva di fucile. In paese fumavano quasi tutti, specialmente i vecchi. La tosse scandiva un minimo tempo di avara, utile ricreazione. Si fumava per non sentire più il fuoco delle ossa malandate, per non sopportare una rogna di giorni intorpiditi dal lavoro. La tosse era la bestemmia dei corpi strapazzati, la rivolta di una carne che si ubriacava di fumo. Le case rimbombavano di antiche tossi familiari, tramandate di generazione in generazione. Tossi da pipa, da toscano, da sigaretta. Ci volevano quintali di tosse per mandare avanti una baracca di giorni difficili, oliare l’arrugginito meccanismo di una vita stentata. Il paese era un campo di battaglia, ovunque risuonavano aspri e violenti colpi di tosse. Tanti, più di muggiti e ragli, miagolii e latrati, preghiere e maledizioni. Anche più dei calli, più delle rughe scolpite in fronte. Le bocche odoravano di tabacco già da lontano, i fiati erano nuvole dense come mosti fermentati. Serviva un po’ di nebbia davanti agli occhi per tirare a campare. Ci voleva un tossico respiro per dare un po’di respiro all’asfissia del duro daffare. Si mangiava fumo insieme a pane e lardo, ingoiato a bocconi interi, per sentirlo scendere in gola aspro come una grappa. Non c’era sdentato sorriso che non avesse il suo bel pennacchio di fumo, la sua coda di tiepido velluto che scodinzolava tra le labbra. Ogni bocca era una bocca di vulcano, botola d’inferno, pozzo di solfatara da cui sgorgavano etti di vapore e ruscelli di maledizioni. Non so immaginare quelle bocche senza il loro bigio sipario di fumo, all’ombra del quale andava in scena una recita di mugugni e sdruciti sorrisi. Il fumo era una voce andata in fumo, un grido gridato in silenzio, una figura di gioia e dolore disegnata nell’aria. Inginocchiati dietro maschere di cenere, occhi contadini, alluvionati d’affanno, sognavano minime rivincite sulla sorte ingrata. E intanto spiavano lontano, lontano verso l’orizzonte aperto. Con tutto quel fumo la voce di Pellaccia s’era come scottata, abbrustolita fino a sembrare l’agro crocidare d’un merlo. Quando rideva lo faceva a gola spalancata, scaricando risate a palate, a secchiate, a carriolate. Rideva così forte da svegliare anche Dio, rintanato da qualche parte nell’universo. Una notte m’era parso di sentirlo ridere, Dio. Eravamo a far branco in piazza, io, Pellaccia e altri amici, fermi a sbucciare parole casuali, per una baldoria improvvisata. Qualcuno spifferò d’un amore sfogliato in fretta e furia dentro un fienile. Unghie conficcate in corpi nudi. E un vapore di fiati bollenti ingarbugliati. E un mazzo di baci pieni d’erba. E un odore di fieno maturato sotto il sole degli abbracci. E un bollore di cosce strofinate senza pudore, in un acre sudario di pollini e polvere. Ma non era durato a lungo, quell’amore scaraventato di furia sopra un ispido letto peloso. Amore finito male, inciampato a metà, messo in fuga da un’incursione di padre inferocito. Subito i corpi slacciati dai corpi. Gli occhi tumefatti di paura. E mille baci deragliati. E due chiappe nude in faccia alla luna, infilzate dal tridente. “Dopo lo spavento, in fuga con le chiappe al vento!” commentò irriverente Pellaccia. E tutti giù a ridere come matti, a sciame, a mucchio selvaggio, con le bocche pine di bianco messo a bollire sul fornello dell’allegria. Volavano pacche sulle spalle, robuste da scaraventare a terra. Si rideva così una volta, con l’anima presa a sberle fino a farla diventare scimunita. Pellaccia, mezzo brillo, rideva con voce arrampicata più in alto di tutte, sparando raffiche di denti in faccia alle stelle, già sdraiate sopra un letto di stelle. Non si sarebbe dovuto fare tanto chiasso, era mancanza di rispetto. Nelle case s’accumulavano sonni arretrati, riposi sfasciati di gente rimasta sui campi anche quindici ore di fila, a rompersi la schiena rompendo le ossa a una terra ostinata. Sonni callosi di vecchi istupiditi da fatiche lunghe una vita intera. Vecchi spolpati da un sole leone, affamato di carni guaste, corpi disossati. Vecchi asciutti come acciughe, sudati d’un sudore spesso un dito, crepati in faccia come un fondo di stagno essiccato. No, non si doveva far tanto chiasso, di notte, per le strade di paese. Si doveva parlare basso, camminare leggeri come i gatti, ridere con la sordina sulla bocca.
“ Via di qua, ubriaconi…! Malnati…! Che vi venga un accidente!” gridarono in molti. Col tempo, sul conto di Pellaccia s’erano diffuse storie belle grasse, da ingollare insieme a vino e grappa. Vicende nostrane, che prima o poi fermentavano a mitiche leggende paesane. E Pellaccia una leggenda lo era davvero, mito scolpito nel marmo della fantasia di gente alla buona. Per molti, un cinico avventuriero, a tutto disposto pur d’ ottenere il voluto. Per altri, uno che si guadagnava la vita mettendo in gioco la vita. Ernesta, moglie di minatore, era stata sua amante per anni. Amore partito molto tempo prima, acceso in gioventù con un bacio sferrato all’ombra d’un portone. Amore praticato di contrabbando, consumato dietro porte e finestre sprangate, senza una stella a reggere il moccolo. Una notte il marito di Ernesta tornò prima del previsto. Lo sentirono troppo tardi, ormai al giro di chiavistello. La porta sbattuta…i passi nel corridoio…la maniglia della stanza abbassata…Il salto di Pellaccia nudo dalla finestra, la corsa nei campi, la polmonite. Botte invece per Ernesta, tante, ma senza lamenti, prosciugati da un bavaglio di vergogna e rabbia. Un occhio pesto, uno zigomo gonfio, un labbro spaccato. Ma sotto le rovine di una carne maltrattata, il cuore batteva sempre per Pellaccia…Compiva le razzie di notte, per eludere la sorveglianza del guardiacaccia. Batteva territori impervi d’alta montagna,dove il vento scivolava nelle gole con fischio lungo e pungente. Fu in una notte di luna tonda e grassa che Pellaccia intravide la sagoma di un superbo esemplare di cervo. Calmo e padrone di sé, il cervo s’avviò verso l’interno della boscaglia. Raggiunta una radura, si fermò. Pellaccia uscì allo scoperto, sollevò l’arma e si dispose al tiro. Esitò. il cervo si girò di scatto. Una zaffata odorosa esplose nella macchia e si propagò attorno. Il bosco cominciava a sudare. Pellaccia seguiva la scena. Ormai non pensava più al cervo come a una preda, ma come a qualcosa da contemplare con meraviglia. All’improvviso, il cervo s’allontanò verso il cuore del bosco, dileguando nel buio delle fronde. Pellaccia lasciò cadere l’arma e restò a fissare l’animale, ma stavolta immobile al centro della sua felice, sorpresa immaginazione.

Motivazione
Espressioni poetico-colorate sorreggono e descrivono, con precisione e molta simpatia, il carattere del protagonista e le varie scene di vita di provincia che si svolge fra poesia e lavoro, risate e schiamazzi notturni.
Un ottimo impianto narrativo sorregge lo scritto dal quale si nota una buona padronanza di stile e linguaggio. Giuseppe Bianco

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