Anna Vigorito e La "dimensione culturale" della mens rea e dell'actus reus del crimine di genocidio. settembre 6, 2012 \\

La «dimensione culturale» della mens rea e dell’actus reus del crimine di genocidio
Anna Vigorito* Vincitrice Premio Giuridico 2012

Sintesi

La Convenzione del 1948 per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio non contiene alcun riferimento esplicito a quello culturale sebbene quest’ultimo fosse stato inserito, come fattispecie criminale autonoma, nei due progetti che precedettero la adozione del testo definitivo dell’accordo. Ciò nonostante, poiché episodi della prassi hanno mostrato che la eliminazione fisica dei membri di un gruppo protetto è spesso affiancata dalla distruzione di simboli culturali e religiosi, la presente indagine mira a verificare se tali atti integrino, nel diritto internazionale generale, l’autonoma fattispecie di «genocidio culturale»; ovvero, in via subordinata, se l’elemento culturale (sia tangibile che intangibile) assuma una qualche rilevanza nella ricostruzione dell’actus reus e della mens rea del genocidio fisico o biologico.

Abstract

The 1948 Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide doesn’t include explicit references to “cultural genocide”, even thought this latter was included, as a distinct crime, in the preliminary drafts of the convention. However, since international praxis has shown that the physical elimination of the members of a protected group is often followed by the destruction of cultural and religious symbols, this study aims to verify whether these acts could integrate the autonomous crime of “cultural genocide” in general international law; or rather, whether the tangible and intangible cultural element has some significance in the reconstruction of the actus reus and of the mens rea of genocide as outlined in article II of the 1948 Convention.

* * *

1. Introduzione

Nel 1945, il genocidio non fu menzionato tra i crimini imputabili agli ufficiali nazisti né dallo Statuto del Tribunale Militare di Norimberga(1)  né dalla Legge n. 10 emanata dal Consiglio di Controllo Alleato in Germania (2): pertanto, sebbene l’atto di accusa redatto a Norimberga facesse esplicitamente riferimento a questa fattispecie per qualificare «the extermination of racial and national groups, [conducted] against the civilian populations of certain occupied territories […], particularly Jews, Poles, and Gypsies», i giudici si pronunciarono solo sul crimine di persecuzione (3).
In ragione di ciò, il genocidio fu considerato una sottocategoria dei crimini contro l’umanità fino alla adozione, da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, della risoluzione 96(I) dell’11 dicembre 1946, che lo definì un crimine di diritto internazionale per il quale gli autori principali e i loro complici devono essere puniti:

«[…] [G]enocide is a crime under international law which the civilized world condemns, and for the commission of which principals and accomplices -whether private individuals, public officials or statesmen, and whether the crime is committed on religious, racial, political or any other grounds- are punishable (4)» .
 
La definitiva consacrazione del genocidio come fattispecie autonoma rispetto ai crimini contro l’umanità si ebbe nel 1948 con la adozione, a New York, della Convenzione per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio (in seguito, Convenzione del 1948) (5): detto accordo, che rappresenta tuttora il testo normativo di riferimento in materia, definisce all’articolo II gli elementi -oggettivo (actus reus) e soggettivo (mens rea)- richiesti perché il crimine possa dirsi commesso (6).
Quanto all’elemento oggettivo, esso può consistere nella uccisione dei membri di un gruppo protetto (i.e., nazionale, etnico, razziale o religioso); in gravi lesioni alla integrità fisica o mentale dei membri del gruppo; nella sottoposizione deliberata del gruppo a condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica, totale o parziale; in misure volte ad impedire nascite all’interno del gruppo; oppure nel trasferimento forzato di bambini da un gruppo ad un altro. La mens rea, invece, sussiste qualora uno degli atti appena elencati venga commesso con l’intento specifico (dolus specialis) di distruggere, in tutto o in parte, il gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.
Testualmente:

«Article II:
In the present Convention, genocide means any of the following acts committed with intent to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group, as such:
(a) Killing members of the group;
(b) Causing serious bodily or mental harm to members of the group;
(c) Deliberately inflicting on the group conditions of life calculated to bring about its physical destruction in whole or in part;
(d) Imposing measures intended to prevent births within the group;
(e) Forcibly transferring children of the group to another group».

Gli elementi costitutivi del crimine definiti nell’articolo II si riferiscono al genocidio fisico e a quello biologico (7). La Convenzione del 1948, infatti, non contiene alcun esplicito riferimento al genocidio culturale sebbene quest’ultimo fosse stato inserito, come fattispecie autonoma, nei due progetti che precedettero la adozione del testo definitivo dell’accordo (8).
Più precisamente, il primo draft -redatto nel 1947 dal Segretario generale delle Nazioni Unite- definiva il genocidio culturale come una violazione volta a distruggere le caratteristiche specifiche di un gruppo protetto. Tra gli atti idonei a configurarlo, esso indicava il trasferimento forzato di bambini da un gruppo ad un altro; l’esilio forzato e sistematico dei rappresentanti della cultura del gruppo; il divieto per i membri del gruppo di usare la lingua tradizionale; la distruzione sistematica dei beni culturali e religiosi della comunità.

«[Cultural genocide] Destroying the specific characteristics of the group by
(a) forcible transfer of children to another human group; or
(b) forced and systematic exile of individuals representing the culture of a group; or
(c) prohibition of the use of the national language even in private intercourse; or
(d) systematic destruction of books printed in the national language or of religious works or prohibition of new publications; or
(e) systematic destruction of historical or religious monuments or their diversion to alien uses, destruction or dispersion of documents and objects of historical, artistic, or religious value and of objects used in religious worship».

Il secondo progetto -redatto nel 1948 dal Comitato ad hoc sul genocidio istituito in seno al Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite- modificò in parte la definizione precedente, indicando come mens rea del genocidio culturale l’intento di distruggere la lingua, la religione o la cultura di un gruppo protetto per motivi legati alle origini nazionali e razziali o al credo religioso dei suoi membri, e come elemento oggettivo, la distruzione di luoghi di culto, biblioteche, istituti di cultura e altri beni di interesse storico, artistico o religioso, nonché gli atti volti ad impedire l’uso della lingua tradizionale in seno al gruppo.

«Article III [Cultural genocide]
In this Convention genocide also means any deliberate act committed with the intent to destroy the language, religion, or culture of a national, racial or religious group on grounds of the national or racial origin or the religious belief of its members such as:
1. Prohibiting the use of the language of the group in daily intercourse or in schools, or the printing and circulation of publications in the language of the group;
2. Destroying or preventing the use of libraries, museums, schools, historical monuments, places of worship or other cultural institutions and objects of the group».

Entrambe le definizioni di genocidio culturale ricordate insistevano, dunque, sull’impatto negativo che la commissione del crimine può avere sul patrimonio sia intangibile (conoscenze tradizionali, lingua, pratiche rituali, etc.) che tangibile (opere d’arte, libri, oggetti di interesse artistico, storico o archeologico, monumenti religiosi o laici, etc.) di una comunità (9).
In effetti, proprio la distruzione del patrimonio tangibile delle vittime, che spesso affianca la commissione di un genocidio fisico o biologico, ha portato l’opinione pubblica ed alcuni esponenti del mondo politico a parlare, a seguito di noti episodi della prassi (Cambogia, Tibet, ex-Jugoslavia)(10) , di genocidio culturale.
L’indagine che segue intende pertanto verificare se, pur in assenza di riferimenti espliciti a questa fattispecie nel testo definitivo dell’accordo del 1948, essa possa ritenersi esistente nel diritto internazionale generale; ovvero, in via subordinata, se l’elemento culturale (tangibile e/o intangibile) assuma una qualche rilevanza nella ricostruzione dell’actus reus e della mens rea del genocidio.

2. La rilevanza dell’elemento culturale nella identificazione dei membri di un gruppo protetto

Come si è anticipato, l’articolo II della Convenzione del 1948 dispone che il crimine di genocidio può dirsi commesso se uno degli atti elencati nella disposizione è posto in essere con l’intento specifico di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Le quattro categorie di gruppo protetto indicate dalla norma sono state definite dal Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda nella pronuncia resa nel caso Akayesu (11).
Segnatamente, i giudici hanno precisato che per gruppo nazionale deve intendersi «a collection of people who are perceived to share a legal bond of common citizenship, couplet with reciprocity of rights and duties»(12) ; per gruppo etnico, «a group whose members share a common language or culture»(13) ; per gruppo razziale, una comunità «based on the hereditary physical traits often identified with a geographical region, irrespective of linguistic, cultural, national or religious factors»(14) ; per gruppo religioso, quello i cui membri «share the same religion, denomination or mode of worship»(15) .
Anche la dottrina si è cimentata nella definizione di queste nozioni e ha ribadito la importanza dell’elemento culturale soprattutto per la identificazione dei membri dei gruppi nazionali, etnici e religiosi.
Quanto ai gruppi nazionali, alcuni autori attribuiscono al termine citizenship un significato non solo politico, ma anche sociologico ed etnografico, sostenendo che «what characterizes a nation is not only a community of political destiny, but, above all, a community marked by distinct historical and cultural links or features» (16); appartengono, pertanto, ad un gruppo nazionale i cittadini che hanno una identità culturale diversa dalla maggioranza della popolazione perché seguono un proprio stile di vita tradizionale, parlano una propria lingua o praticano una propria religione.
Questo orientamento ha del resto trovato conferma anche nei lavori della Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto (17) che, in un documento sulle minoranze pubblicato nel 1994, ha definito quelle nazionali come un gruppo

«which is smaller in number than the rest of the population of a State, whose members, who are nationals of that State, have ethnical, religious or linguistic features different from those of the rest of the population and are guided by the will to safeguard their culture, traditions, religion or language» (18).

La dottrina definisce invece il gruppo etnico come una comunità i cui membri «entertain a subjective belief in their common descent because of similarities of physical type or of customs or both, or because of memories of colonization» ovvero condividono usanze, lingua e origini razziali (19). Quanto ai gruppi religiosi, infine, si sottolinea il ruolo delle tradizioni e dei riti spirituali nella definizione dei tratti determinanti l’identità culturale di molte comunità di minoranza(20) .
La dimensione culturale che prevale nelle definizioni di gruppo nazionale, etnico e religioso elaborate tanto dalla giurisprudenza quanto dalla dottrina è, senza dubbio, quella relativa al patrimonio intangibile di una comunità (i.e., conoscenze tradizionali, lingua, pratiche rituali, etc.). Ciò nonostante, come si anticipava, la prassi ha mostrato che la commissione di un genocidio può anche essere accompagnata dalla distruzione, su vasta scala, di elementi del patrimonio tangibile delle vittime (i.e., opere d’arte, libri, oggetti di interesse artistico, storico o archeologico, monumenti religiosi o laici, etc.): si pensi, ad esempio, agli eventi legati alla guerra civile cambogiana, alle violenze perpetrate dal governo della Repubblica Popolare Cinese in danno del popolo tibetano a partire dalla invasione del 1950 o, ancora, al genocidio di cui è stata vittima la minoranza musulmana di Srebrenica, durante il conflitto nei Balcani.
Quanto ai fatti cambogiani, nel 1975, i Khmer Rossi guidati dal generale Pol Pot rovesciarono il preesistente governo filoamericano di Lon Nol e fondarono la Kampuchea Democratica. Il progetto politico del nuovo regime prevedeva l’isolamento del Paese da influenze straniere, la completa statalizzazione, l’abolizione delle banche e del denaro, la messa al bando di tutte le religioni e la deportazione della popolazione in fattorie collettive. L’obiettivo ultimo dei Khmer Rossi era, in effetti, quello di trasformare la Cambogia in una società rurale, culturalmente omogenea e priva di classi sociali: in tale contesto, i cittadini che, ribellandosi al progetto del regime, avessero continuato a vivere seguendo le tradizioni culturali preesistenti o praticando la propria religione, sarebbero stati barbaramente assassinati. Alla eliminazione fisica dei dissidenti, il regime affiancò anche la distruzione dei luoghi di culto e di tutti i simboli della storia e della cultura tradizionale cambogiane (21).
Quanto al Tibet, dopo la invasione del 1950, il governo di Pechino ha avviato un programma politico -la cui attuazione è ancora in corso- volto alla cancellazione di tutte le tracce della identità culturale del popolo sottomesso: a tal fine, ha affiancato alla eliminazione fisica dei monaci, ai finanziamenti per incentivare il trasferimento di coloni cinesi, al controllo delle nascite e a gravi atti di persecuzione religiosa, la distruzione sistematica dei templi, dei monasteri buddisti e degli altri simboli della identità culturale tibetana (22).
Analogamente, in occasione del genocidio di Srebrenica, accanto alle violenze in danno della popolazione civile (massacri, deportazioni in campi di sterminio, stupri di massa, etc.) si sono registrati episodi di devastazione di villaggi e quartieri e di distruzione sistematica di moschee, chiese e altri luoghi di preghiera (23).

3. La inesistenza della fattispecie criminale autonoma di «genocidio culturale» alla luce della giurisprudenza internazionale

Nei casi che abbiamo ricordato (Cambogia, Tibet, ex-Jugoslavia) l’intento di cancellare l’identità culturale delle vittime che ha caratterizzato la commissione delle violazioni in danno dei simboli culturali e religiosi, ha spinto l’opinione pubblica e alcuni esponenti del mondo politico a parlare di genocidio culturale (24).
Nel caso della ex-Jugoslavia, il clamore suscitato dai fatti di Srebrenica ha trovato una eco anche nella giurisprudenza del Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia (TPIJ) che, nella pronuncia resa nel caso Krstić, ha valutato la possibilità di far rientrare la distruzione di beni culturali e religiosi tra gli atti idonei a configurare l’elemento oggettivo del crimine di genocidio (25).
Nell’esaminare tale questione, la Trial Chamber ha ritenuto di dover interpretare l’articolo II della Convenzione del 1948 alla luce del principio di legalità: pertanto, pur riconoscendo che la eliminazione fisica dei membri di un gruppo protetto è spesso affiancata dalla distruzione di simboli culturali e religiosi, essa ha sostenuto che il diritto internazionale generale fa rientrare tra gli atti idonei a configurare un genocidio solo quelli tesi alla eliminazione fisica, totale o parziale, dei membri del gruppo vittima della violazione; e che la distruzione di simboli culturali e religiosi può essere considerata solo come elemento di prova della mens rea del genocidio fisico o biologico ovvero dell’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.
Nelle parole della sentenza:

«The Trial Chamber is aware that it must interpret the Convention with due regard for the principle of nullum crimen sine lege. It therefore recognises that, despite recent developments, customary international law limits the definition of genocide to those acts seeking the physical or biological destruction of all or part of the group. Hence, an enterprise attacking only the cultural or sociological characteristics of a human group in order to annihilate these elements which give to that group its own identity distinct from the rest of the community would not fall under the definition of genocide. The Trial Chamber however points out that where there is physical or biological destruction there are often simultaneous attacks on the cultural and religious property and symbols of the targeted group as well, attacks which may legitimately be considered as evidence of an intent to physically destroy the group. In this case, the Trial Chamber will thus take into account as evidence of intent to destroy the group the deliberate destruction of mosques and houses belonging to members of the group» (26).

La sentenza d’appello, resa nel 2004, non si sofferma sugli elementi di prova della mens rea del genocidio fisico o biologico; ciò nonostante, nella sua opinione parzialmente dissenziente, il giudice Shahabuddeen ha ribadito che la distruzione di beni culturali e religiosi non conferma la esistenza, nel diritto internazionale generale, del genocidio culturale come fattispecie autonoma dal genocidio fisico o biologico.

«[…] It is established that the mere destruction of the culture of a group is not genocide […]. The destruction of culture may serve evidentially to confirm an intent, to be gathered from other circumstances, to destroy the group as such. In this case, the razing of the principal mosque confirms an intent to destroy the Srebrenica part of the Bosnian Muslim group» (27).

Le conclusioni della Trial Chamber e l’opinione del giudice Shahabuddeen nel caso Krstić hanno trovato conferma anche nella giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia (CIG): quest’ultima, nella sentenza del 2007 nel caso Bosnia and Herzegovina v. Serbia and Montenegro (28), ha infatti affermato che la distruzione del patrimonio culturale, storico e religioso di un gruppo protetto rappresenta «an essential part of the policy of ethnic purification», ma -ciò nonostante- essa non rientra tra gli atti idonei a configurare il crimine di genocidio ai sensi dell’articolo II della Convenzione del 1948 (29).
A sostegno di questa argomentazione, i giudici de L’Aja hanno richiamato (1) i lavori del Sesto Comitato dell’Assemblea Generale che, redigendone il testo definitivo, decise di escludere dalla Convenzione del 1948 i riferimenti al genocidio culturale; (2) il commento all’articolo 17 del Draft Code of Crimes against the Peace and Security of Mankind approvato dalla Commissione del Diritto Internazionale nel 1996, in cui si afferma che per genocidio deve intendersi solo la eliminazione fisica o biologica dei membri di un gruppo protetto (30); (3) la sentenza resa dalla camera di prima istanza del TPIJ nel caso Krstić.
Riferendosi proprio a questa pronuncia, la CIG ha ribadito che gli attacchi contro i simboli culturali e/o religiosi di un gruppo protetto possono valere «as evidence of an intent to physically destroy the group», ma non come prova della esistenza, in diritto internazionale generale, dell’autonoma fattispecie di genocidio culturale (31).
La posizione assunta dal TPIJ nel caso Krstić potrebbe avere un’influenza significativa anche sulla attività dei giudici delle Camere straordinarie per la Cambogia qualora essi fossero chiamati, nei processi in corso, a pronunciarsi sul legame tra i crimini commessi dai Khmer Rossi in danno della popolazione civile e la distruzione sistematica di beni culturali e religiosi (32). Infatti, l’eventuale decisione dei giudici asiatici di discostarsi da conclusioni già avallate dalla Corte Internazionale di Giustizia, potrebbe non essere condivisa dalla dottrina più autorevole che -nell’era attuale della proliferazione di Corti e Tribunali internazionali- riconosce alla CIG un ruolo guida nel coordinamento e nella armonizzazione dei vari giudicati, ponendola all’apice del sistema giudiziario internazionale (33).
Quanto alle vicende tibetane, non esiste -come è noto- un organo giurisdizionale competente ad occuparsene anzi, l’opinione pubblica mondiale e le organizzazioni non governative che operano nel settore dei diritti umani hanno in più occasioni manifestato sconcerto per il silenzio della comunità internazionale rispetto alle violente repressioni messe in atto dal governo cinese nei confronti di quanti, in Tibet, si ribellano ai suoi piani di assimilazione forzata.

4. La rilevanza dell’elemento culturale nella ricostruzione della mens rea e dell’actus reus del crimine di genocidio

La giurisprudenza esaminata al paragrafo precedente ha avuto il merito di far emergere la «dimensione culturale» del crimine di genocidio senza rilanciare il dibattito sulla opportunità di inserire nel testo della Convenzione del 1948 una disposizione ad hoc sul genocidio culturale. Tale dimensione rileva sotto il duplice profilo della distruzione del patrimonio tangibile e dell’impatto che un genocidio produce sulla salvaguardia, promozione e valorizzazione del patrimonio culturale intangibile del gruppo vittima della violazione.
Come evidenziato in precedenza, la giurisprudenza internazionale, occupandosi del primo profilo, ha precisato che la distruzione dei simboli culturali e religiosi delle vittime può essere considerata come elemento di prova dell’intento specifico di commettere un genocidio fisico o biologico, ma non come atto idoneo ad integrare l’autonoma fattispecie di genocidio culturale, fattispecie non prevista né dalla Convenzione del 1948 né da altra norma internazionale generale (34).
In assenza della mens rea del genocidio fisico o biologico, la distruzione dei beni culturali e religiosi delle vittime determina, pertanto, la violazione di «altre norme» (other legal norms) di diritto internazionale(35) : si tratta, evidentemente, delle disposizioni contenute nelle numerose convenzioni multilaterali promosse dall’UNESCO per tutelare, sia in caso di conflitto armato che in tempo di pace, i beni culturali mobili e quelli immobili (36).
La violazione di dette norme determina una duplice responsabilità: dello Stato, per illecito internazionale, e dell’individuo, per crimini di guerra (37). Il TPIJ ha, tuttavia, precisato che sebbene l’articolo 3 del suo Statuto le includa nella categoria dei crimini di guerra , dette violazioni -se commesse con intento discriminatorio- offendono la identità religiosa del gruppo coinvolto e possono, pertanto, configurare il crimine di persecuzione come crimine contro l’umanità.

«This act, when perpetrated with the requisite discriminatory intent, amounts to an attack on the very religious identity of a people. As such, it manifests a nearly pure expression of the notion of “crimes against humanity”, for all of humanity is indeed injured by the destruction of a unique religious culture and its concomitant cultural objects. The Trial Chamber therefore finds that the destruction and wilful damage of institutions dedicated to […] religion or education, coupled with the requisite discriminatory intent, may amount to an act of persecution» (38).

Per quanto concerne, invece, l’impatto che il genocidio fisico o biologico produce sul patrimonio intangibile di un gruppo protetto (questione non esplicitamente affrontata dalla giurisprudenza esaminata), occorre innanzitutto precisare che la Convenzione UNESCO del 2003 per la salvaguardia del patrimonio culturale intangibile (in seguito, Convenzione del 2003) dispone che quest’ultimo trova manifestazione nelle tradizioni, nel linguaggio, nelle arti dello spettacolo, nelle consuetudini sociali, nelle conoscenze sulla natura e sull’universo, nell’artigianato tradizionale e negli eventi rituali e festivi; che è costantemente ricreato dalle comunità in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia; che dà ai gruppi un senso di identità e di continuità, promuovendo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana; che è trasmesso alle generazioni future in forma orale (articolo 2) (39).
Ne deriva che la salvaguardia, la promozione e la valorizzazione del patrimonio intangibile di un gruppo protetto possono essere compromesse dalla commissione di un genocidio fisico o biologico in quanto quest’ultimo contribuisce alla eliminazione di coloro cui spetta il compito di ricreare e di trasmettere oralmente alle generazione future le tradizioni culturali della comunità vittima delle violenze.
Pertanto, pur in accordo con le conclusioni dei giudici del TPIJ e della CIG sulla inesistenza di un’autonoma fattispecie di genocidio culturale anche nel diritto internazionale generale, è possibile rilevare che la distruzione del patrimonio culturale intangibile delle vittime è insita nell’actus reus del crimine di genocidio fisico o biologico; tanto suggerisce la esistenza di uno stretto collegamento tra la prevenzione e/o repressione delle gross violations dei diritti umani e la salvaguardia, promozione e valorizzazione della identità culturale dei gruppi protetti: le norme poste a tutela dei diritti dell’uomo, in altri termini, rappresentano lo strumento più utile di cui l’ordinamento internazionale contemporaneo dispone per tutelare adeguatamente il patrimonio culturale intangibile dei popoli.
Infine, non sembra secondario rilevare che la Convenzione UNESCO del 2003 fa riferimento, nel preambolo, ad una stretta interdipendenza (deep-seated interdependence) tra il patrimonio tangibile e quello intangibile di una comunità: le opere d’arte, i libri, gli oggetti di interesse artistico, storico o religioso sono, infatti, una manifestazione concreta non solo delle capacità creative dell’autore, ma anche della cultura tradizionale che caratterizza il contesto sociale dal quale egli proviene. Di conseguenza, la distruzione dei simboli culturali e religiosi di un gruppo protetto, già prova dell’intento specifico di commettere un genocidio fisico o biologico, può contribuire anche a provare la esistenza di un rischio imminente per la conservazione del patrimonio intangibile delle vittime (40).

5. Conclusioni

L’indagine condotta, pur avendo escluso la esistenza nel diritto internazionale (generale e pattizio) del genocidio culturale, ha messo in evidenza l’importanza della cultura, in tutte le sue manifestazioni, ai fini della ricostruzione degli elementi costitutivi del genocidio fisico o biologico. Difatti, mentre la distruzione dei simboli culturali e religiosi delle vittime può valere come elemento di prova della mens rea del crimine, la eliminazione fisica dei membri di un gruppo protetto (principale conseguenza della commissione degli atti di genocidio elencati nell’articolo II della Convenzione del 1948) compromette la trasmissione alle generazioni future del patrimonio culturale intangibile delle vittime .
Tanto suggerisce la esistenza di un vincolo tra la salvaguardia, promozione e valorizzazione della identità culturale dei gruppi protetti e la prevenzione e/o repressione delle gross violations dei diritti umani, vincolo la cui esistenza è stata confermata anche dalla giurisprudenza internazionale. In particolare, la Corte Inter-Americana dei Diritti dell’Uomo ha sostenuto che, per i membri delle comunità autoctone, il rispetto del diritto a non subire trattamenti inumani e degradanti dipende dalla possibilità di seguire un certo stile di vita: talvolta, infatti, i membri di un gruppo indigeno si identificano in una pratica tradizionale e/o rituale a tal punto che l’impossibilità di esercitarla espone ad un trattamento mortificante la loro dignità di esseri umani (41). I giudici sud-americani hanno anche sottolineato, in linea con la ricostruzione precedente, che la uccisione dei membri più anziani di un gruppo indigeno compromette la trasmissione alle generazioni future del patrimonio culturale intangibile della comunità(42) ; e che l’allontanamento forzato di un bambino dal suo gruppo d’origine ne compromette il diritto «to live in accordante with [his] own culture, religion, and language». Infatti, per gli Stati sul cui territorio vivono comunità indigene, accanto all’obbligo generale «to promote and protect the cultural diversity of indigenous peoples», esiste anche quello (speciale) «to guarantee the right to cultural life of indigenous children» (43).
Autorevole dottrina, riferendosi alle conclusioni della Corte Inter-Americana, ha parlato di una nuova fase del diritto internazionale caratterizzata dalla «relevance of cultural diversity for the universality of human rights and vice-versa»(44) . Si tratta, tuttavia, di una fase ancora embrionale, il cui consolidamento necessita (1) che l’approccio seguito dalla Corte Inter-Americana venga riferito non solo ai gruppi indigeni, ma a tutte le situazioni di grave violazione dei diritti umani che rischiano di compromettere la salvaguardia, la promozione e la valorizzazione della cultura dei popoli; (2) che esso trovi conferma nelle decisioni dei più importanti organi giurisdizionali a vocazione universale (i.e., per le rispettive competenze, Corte Internazionale di Giustizia e Corte Penale Internazionale (CPI)).
Un contributo importante in tal senso potrebbe venire dalla decisione della CPI di integrare il mandato di arresto contro Omar Ahmad Hassan Al-Bashir con la imputazione del crimine di genocidio: i fatti contestati al presidente sudanese, infatti, hanno una significativa matrice culturale in quanto si riferiscono alle gravi violazioni dei diritti umani che egli avrebbe ordinato di commettere, durante il conflitto in Darfur, contro i gruppi africani Fur, Masalit e Zaghawa per completare il processo di arabizzazione della regione già avviato dalla leadership islamista al potere e isolare/distruggere la cultura ancestrale delle comunità autoctone (45).

 

* Dottore di ricerca in Diritto internazionale e diritto interno in materia internazionale, Assegnista di ricerca per il settore scientifico disciplinare IUS/13, Università di Salerno. Desidero ringraziare la Prof. Giuliana Ziccardi Capaldo per avermi incoraggiata, negli anni, ad approfondire aspetti, sempre nuovi e stimolanti, del tema della salvaguardia del patrimonio culturale e per essere stata una guida, tanto sicura quanto amorevole, lungo tutto il percorso di formazione.
 

(1) Charter of the International Military Tribunal, 8 agosto 1945, reperibile online all’indirizzo <http://avalon.law.yale.edu/imt/imtconst.asp#sec1>. Il genocidio non fu menzionato neppure dallo Statuto dell’International Military Tribunal for the Far East, il cui testo è reperibile online all’indirizzo <http://www.jus.uio.no/english/services/library/treaties/04/4-06/military-tribunal-far-east.xml> (ultimo accesso ai siti internet: marzo 2012).
Il termine genocidio (dal greco γένος (razza, stirpe) e dal latino caedo (uccidere)) fu coniato, nel 1944, dal giurista polacco Raphael Lemkin che nella sua opera -Axis Rule in Occupied Europe: Laws of Occupation, Analysis of Government, Proposals for Redress- dedicata all’Europa sotto la dominazione delle forze dell’Asse, sentì l’esigenza di creare un nuovo termine per definire la tragedia dell’Olocausto. Nella sua opera, tra le possibili forme del crimine, Lemkin indicò, non solo il genocidio fisico o biologico, ma anche quello culturale, politico, economico, sociale, religioso e morale.
 

(2)La Control Council Law No. 10 promulgata il 20 dicembre 1945 dal Consiglio di controllo alleato in Germania (Allied Control Council) stabiliva che ogni singola autorità d’occupazione potesse avviare, all’interno della propria area d’influenza, processi indipendenti a carico di individui sospettati di crimini di guerra. Ai sensi di questa legge, le autorità d’occupazione statunitensi avviarono dodici processi, definiti «secondari» perché successivi al processo di Norimberga. Processi simili furono avviati, ai sensi della Control Council Law, anche in altre zone d’occupazione. Il testo della Legge n. 10 è reperibile online all’indirizzo <http://avalon.law.yale.edu/imt/imt10.asp> (ultimo accesso al sito internet: marzo 2012).
 

(3)Nuremberg Trial, Indictment, Count Three – War Crimes, Article VIII(A); il testo dell’Indictment è reperibile online all’indirizzo <http://avalon.law.yale.edu/imt/count3.asp> (ultimo accesso al sito internet: marzo 2012). Sul punto vedi, in dottrina, FOCARELLI, Lezioni di diritto internazionale, Vol. I, Padova, 2008, p. 376.
 

(4) A/RES/96(I), 11 dicembre 1946.
 

(5)Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide del 9 dicembre 1948, il cui testo è reperibile online all’indirizzo <http://untreaty.un.org/cod/avl/ha/cppcg/cppcg.html> (ultimo accesso al sito internet: marzo 2012). Per un’ampia e dettagliata analisi dei contenuti dell’accordo, vedi in dottrina SCHABAS, Genocide in International Law. The Crime of Crimes, Cambridge, 2000.
 

(6)La definizione di genocidio contenuta nell’articolo II della Convenzione del 1948 compare, identica, negli statuti del Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia (articolo 4), del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (articolo 2), della Corte Penale Internazionale (articolo 6). Essa è stata inserita anche nei regolamenti istitutivi degli Special Panels for Serious Crimes in East Timor (sezione 4) e nella legge istitutiva delle Camere straordinarie per la Cambogia (articolo 4).
 

(7)La Commissione di Diritto Internazionale ha precisato che gli atti di genocidio elencati alle lettere a), b) e c) dell’articolo II si riferiscono al genocidio fisico; quelli indicati alle lettere d) ed e) attengono, invece, al genocidio biologico (Draft Code of Crimes against the Peace and Security of Mankind with Commentaries, Report Adopted by the International Law Commission in Its Forty-Eighth Session in 1996, in Yearbook of the International Law Commission, 1996, Vol. II, Part Two, pp. 45-46, par. 12).
 

(8)Con la risoluzione 96(I) (vedi ante la nota 4 e la parte di testo corrispondente), l’Assemblea Generale incaricò il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite di intraprendere gli studi necessari alla redazione di un progetto di convenzione sul crimine di genocidio. Per adempiere l’incarico ricevuto, il Consiglio economico e sociale si rivolse al Segretario generale che, nella redazione del progetto di accordo, si avvalse della collaborazione dei professori Lemkin, Pella e Donnedieu de Vabres. Il Consiglio economico e sociale trasmise poi il progetto all’Assemblea Generale. Quest’ultima, constatato che esso non era stato preparato dalle commissioni e che, pertanto, i governi non avevano potuto esaminarlo, con la risoluzione 180(II) del 21 novembre 1947, diede incarico al Consiglio economico e sociale di proseguire nei suoi lavori e di addivenire, al più presto, alla redazione del testo definitivo dell’accordo. Il Consiglio economico e sociale istituì allora un Comitato speciale di sette membri che, riunitosi a Lake Success dal 5 aprile al 10 maggio 1948, preparò un secondo progetto di convenzione. Quest’ultimo fu inviato all’Assemblea Generale, il cui Sesto Comitato redasse il testo definitivo dell’accordo, approvato all’unanimità, con la risoluzione 260(III) del 9 dicembre 1948.

 (9) Con la espressione patrimonio culturale tangibile ci riferiamo ai beni culturali mobili ed immobili così come definiti, già nel 1954, dalla Hague Convention for the Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict. L’articolo 1 di questo accordo dispone, infatti, che: «For the purposes of the present Convention, the term “cultural property” shall cover, irrespective of origin or ownership: (a) movable or immovable property of great importance to the cultural heritage of every people, such as monuments of architecture, art or history, whether religious or secular; archaeological sites; groups of buildings which, as a whole, are of historical or artistic interest; works of art; manuscripts, books and other objects of artistic, historical or archaeological interest; as well as scientific collections and important collections of books or archives or of reproductions of the property defined above; (b) buildings whose main and effective purpose is to preserve or exhibit the movable cultural property defined in sub-paragraph (a) such as museums, large libraries and depositories of archives, and refuges intended to shelter, in the event of armed conflict, the movable cultural property defined in sub-paragraph (a); (c) centers containing a large amount of cultural property as defined in sub-paragraphs (a) and (b), to be known as “centers containing monuments”». Il testo dell’articolo 1 dell’accordo del 1954 ha influenzato, in maniera significativa, le definizioni di beni culturali -mobili ed immobili- contenute in altri accordi dell’United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO). Il riferimento è, per i beni mobili, alla 1970 Convention on the Means of Prohibiting and Preventing the Illicit Import, Export and Transfer of Ownership of Cultural Property; per quelli immobili, alla 1972 UNESCO Convention Concerning the Protection of the World Cultural and Natural Heritage. Il patrimonio culturale intangibile è stato, invece, definito dalla Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage del 2003. Sul punto vedi anche, infra, la nota 36 e la parte di testo che ad essa fa capo. Il testo di tutti gli accordi citati è reperibile online all’indirizzo <http://www.unesco.org>.
 

 (10)In proposito vedi infra i paragrafi 2 e 3.
 

(11) ICTR, Prosecutor v. Jean-Paul Akayesu, Case No. ICTR-96-4-T, Trial Chamber I, Judgment, 2 settembre 1998 (vedi anche la massimazione giuridica del caso in Global Community YILJ, 2001, p. 595 ss.). La prassi ha evidenziato che le quattro categorie di gruppo protetto elencate nella Convenzione del 1948 non sempre consentono di individuare, secondo un criterio oggettivo, i membri di una comunità vittima di genocidio: in particolare, ciò si verifica quando i gruppi coinvolti nel conflitto condividono la stessa cultura, la stessa lingua, la stessa religione e vivono nella stessa area geografica. Detta circostanza si è verificata, ad esempio, proprio nel caso ruandese: di conseguenza, per poter inquadrare i Tutsi, vittime del genocidio commesso dagli Hutu, in una delle quattro categorie di gruppo protetto elencate all’articolo II della Convenzione del 1948, il Tribunale ha fatto ricorso ad una interpretazione estensiva delle disposizioni dell’accordo. Segnatamente, proprio nel caso Akayesu, i giudici hanno richiamato i lavori preparatori della Convenzione e hanno rilevato che essi, nel definire i gruppi protetti, facevano riferimento sia a quelli nazionali, etnici, razziali, religiosi, sia ad «any stable and permanent group» ovvero, a categorie che, pur non avendo menzionato espressamente, la convenzione aveva comunque inteso salvaguardare: «In other words, the question that arises is whether it would be impossible to punish the physical destruction of a group as such under the Genocide Convention, if the said group, although stable and membership is by birth, does not meet the definition of any one of the four groups expressly protected by the Genocide Convention. In the opinion of the Chamber, it is particularly important to respect the intention of the drafters of the Genocide Convention, which according to the travaux préparatoires, was patently to ensure the protection of any stable and permanent group» (ICTR, Akayesu, par. 516). L’approccio del Tribunale nel caso Akayesu è stato molto criticato in dottrina: secondo alcuni autori, infatti, servirsi dei lavori preparatori per estendere il campo di applicazione di un accordo a fattispecie che il suo testo definitivo non considera, potrebbe portare i giudici a commettere una violazione del principio di legalità; l’articolo 32 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, infatti, considera i travaux préparatoires solo come un mezzo supplementare di interpretazione, mezzo cui ricorrere per chiarire «il senso ambiguo o oscuro» o «manifestamente assurdo o irragionevole» del testo di un accordo (vedi CASSESE, The Rome Statute of International Criminal Court: A Commentary, Volume I, Oxford, 2002, p. 340 ss.; ID., International Criminal Law, Oxford, 2003, p. 100-102). In effetti, quasi riconoscendo la debolezza della posizione assunta nel caso Akayesu, il Tribunale ha modificato il suo approccio nel successivo caso ICTR, Prosecutor v. Clément Kayishema and Obed Ruzindana, Case No. ICTR-95-1-T, Trial Chamber II, Judgement, 21 maggio 1999 (vedi anche la massimazione giuridica del caso in Global Community YILJ, 2001, p. 633 ss.); in particolare, superando la teoria dello «any stable and permanent group», il Tribunale ha cercato di inquadrare i Tutsi come gruppo etnico. A tal fine, muovendo dal presupposto che quest’ultima categoria si identifica con una comunità i cui membri hanno in comune la lingua e la cultura, i giudici hanno distinto due ipotesi: o gli stessi membri del gruppo si autodefiniscono come parte di una comunità da proteggere (criterio della auto-identificazione); o il gruppo è riconosciuto come tale da soggetti terzi (criterio della identificazione da parte di terzi). Nelle parole della sentenza: «The intent must exist to “destroy a national, ethnical, racial or religious group, as such.” Thus, the acts must be directed towards a specific group on these discriminatory grounds. An ethnic group is one whose members share a common language and culture; or, a group which distinguishes itself, as such (self identification); or, a group identified as such by others, including perpetrators of the crimes (identification by others) […]» (ICTR, Kayishema and Ruzindana, par. 98). Applicando il criterio della identificazione da parte di terzi al caso ruandese, il Tribunale ha potuto definire i Tutsi come gruppo etnico: a questa identificazione avrebbero provveduto, secondo i giudici, gli stessi autori del genocidio. I miliziani Hutu, infatti, avrebbero scelto di identificare il gruppo nemico riferendosi esclusivamente alla indicazione sulla appartenenza etnica (Hutu, Tutsi o Twas) indicata nel documento di identità di ciascun cittadino ruandese (ICTR, Kayishema and Ruzindana, parr. 522-524).
 

(12)ICTR, Akayesu, cit., ante nota 11, par. 512.
 

(13) Ivi, par. 513.
 

(14) Ivi, par. 514.


  (15)Ivi, par. 515.
 

(16)L’espressione inglese è ripresa da GLASER, Droit International penal conventionnel, Brussels, 1970, p. 111 (opera tradotta in inglese da WHITAKER, Revised and Updated Report on the Question o f the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide, UN Doc. E/CN.4/Sub.2/1985/6, p. 15 ss.). Per un’attenta ricostruzione delle posizioni dottrinali relative alle definizioni di gruppo nazionale, etnico, razziale e religioso, vedi SCHABAS, Genocide in International Law, cit., ante nota 5, p. 102 ss.
 

(17)La European Commission for Democracy through Law, meglio nota come Commissione di Venezia, dal nome della città in cui si riunisce, è un organo consultivo del Consiglio d’Europa. Istituita nel 1990, essa ha svolto un ruolo chiave nell’adozione di costituzioni conformi agli standard del patrimonio costituzionale europeo. Concepita inizialmente come strumento d’ingegneria costituzionale di emergenza, in un contesto di transizione democratica degli Stati sorti dalla disgregazione dei regimi sovietici, la Commissione ha visto la propria attività evolvere progressivamente sino a diventare un’istanza di riflessione giuridica indipendente ed internazionalmente riconosciuta. Attualmente, essa contribuisce in modo significativo alla diffusione del patrimonio costituzionale europeo. La Commissione di Venezia è composta da «esperti indipendenti di fama internazionale per la loro esperienza nelle istituzioni democratiche o per il loro contributo allo sviluppo del diritto e della scienza politica» (art. 2 dello Statuto). I membri sono in particolare professori universitari, di diritto costituzionale o di diritto internazionale, giudici di corti supreme o costituzionali, e membri di parlamenti nazionali. Essi sono designati, per quattro anni, dagli Stati membri della Commissione, ma agiscono in piena autonomia e indipendenza (<http://www.venice.coe.int/site/main/presentation_ITA.asp>; ultimo accesso al sito internet: marzo 2012).
 

(18) European Commission for Democracy through Law: The Protection of Minorities, Strasbourg, 1994, p. 12. Questo documento ha successivamente ispirato la redazione, in seno al Consiglio d’Europa, della Framework Convention for the Protection of National Minorities del 1995.
 

(19) L’espressione inglese è ripresa da WEBER, What Is an Ethnic Group?, in GUIBERNAU e REX (a cura di), The Ethnicity Reader: Nationalism, Multiculturalism and Migration, Malden, 1997, p. 575. Vedi anche SCHABAS, Genocide in International Law, cit., ante nota 5, p. 123 ss.
 

(20) Ivi, p. 127 ss.

(21)  Durante la guerra civile, la furia omicida dei Khmer Rossi si indirizzò verso tutta la popolazione: in altri termini, non si procedette alla uccisione dei membri di una minoranza, ma alla eliminazione di comuni cittadini, la cui unica colpa fu quella di non piegarsi al folle disegno politico di Pol Pot. Quasi a voler sottolineare questa peculiarità, la dottrina qualifica i crimini commessi dai Khmer Rossi con il termine «autogenocidio». Sulla storia del conflitto in Cambogia, vedi la ricostruzione di KELLER, Cambodia Conflicts (Kampuchea), in Max Planck Encyclopedia of Public International Law, reperibile online all’indirizzo <www.mpepil.com>.
 

(22) Le violenze del governo cinese in danno della popolazione tibetana si ripetono ormai sistematicamente. Nel 2008, l’opinione pubblica mondiale fu sconvolta dalle immagini provenienti dalla capitale Lhasa dove una protesta dei monaci, cui si unirono anche molti civili, fu repressa nel sangue dalla polizia militare che occupa il Paese. Sulle vicende tibetane, vedi l’attenta ricostruzione di DAVIS, Tibet, in Max Planck Encyclopedia of Public International Law, reperibile online all’indirizzo <www.mpepil.com>. Vedi anche SAUTMAN, «Cultural Genocide» and Tibet?, in Tex. Int.’l L.J., 2003, p. 173 ss.; CHAIM, Cultural Genocide in Tibet: A Look at China’s Linguistic Policies and Possible Breaches of International Law, in Asia Pacific Journal on Human Rights and the Law, 2010, p. 39 ss.
 

(23) In merito alla distruzione di luoghi di culto e di preghiera, il Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia riferisce quanto segue: «Throughout the territory of Bosnia and Herzegovina under their control, Bosnian Serb forces […] destroyed, quasi-systematically, the Muslim and Catholic cultural heritage, in particular, sacred sites. According to estimates provided at the hearing by an expert witness, Dr. Kaiser, a total of 1.123 mosques, 504 Catholic churches and five synagogues were destroyed or damaged, for the most part, in the absence of military activity or after the cessation thereof. This was the case in the destruction of the entire Islamic and Catholic heritage in the Banja Luka area, which had a Serbian majority and the nearest area of combat to which was several dozen kilometres away. All of the mosques and Catholic churches were destroyed. Some mosques were destroyed with explosives and the ruins were then levelled and the rubble thrown in the public dumps in order to eliminate any vestige of Muslim presence. Aside from churches and mosques, other religious and cultural symbols like cemeteries and monasteries were targets of the attacks». (vedi ICTY, Karadzic and Mladic, Review of the Indictment Pursuant to Rule 61 of the Rules of Procedure and Evidence, 11 luglio 1996, par. 15).
 

(24) La espressione «genocidio culturale» è, ad esempio, usata sistematicamente dal Dalai Lama in riferimento alla violenta repressione messa in atto in Tibet dal governo cinese; recentemente, il Dalai Lama l’ha nuovamente utilizzata per denunciare le auto-immolazioni dei monaci tibetani quale estrema rivolta contro la repressione di Pechino (vedi <http://www.asianews.it/notizie-it/Dalai-Lama:-il-%E2%80%9Cgenocidio-culturale%E2%80%9D-dei-tibetani-provoca-le-autoimmolazioni-23107.html>; ultimo accesso al sito internet: marzo 2012)
 

(25)ICTY, Prosecutor v. Radislav Krstic, Case No. IT-98-33-T, Trial Chamber, Judgment, 2 agosto 2001 (vedi anche la massimazione giuridica del caso in Global Community YILJ, 2002-I, p. 951 ss.). Vedi, in dottrina, BIGI, Krstic Case, in Max Planck Encyclopedia of Public International Law, reperibile online all’indirizzo <www.mpepil.com>.
 

(26)ICTY, Krstic, cit., ante nota 25, par. 580.
 

(27) ICTY, Prosecutor v. Radislav Krstic, Case No. IT-98-33-A, Appeals Chamber, Judgement, 19 aprile 2004, Partial Dissenting Opinion of Judge Shahabuddeen, par. 53 (vedi anche la massimazione giuridica del caso in Global Community YILJ, 2005-I, p. 728 ss.).
 

(28) ICJ, Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide (Bosnia and Herzegovina v. Serbia and Montenegro), Judgment, 26 febbraio 2007, in ICJ Reports 2007, p. 43 (vedi anche la massimazione giuridica del caso in Global Community YILJ, 2008-I, p. 397 ss.).
 

(29) Ivi, par. 344.
 

(30) Draft Code of Crimes against the Peace and Security of Mankind with Commentaries, cit., ante nota 7, p. 45-46, par. 12 che così recita: «As clearly shown by the preparatory work for the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide, the destruction in question is the material destruction of a group either by physical or by biological means, not the destruction of the national, linguistic, religious, cultural or other identity of a particular group […]».
 

(31) ICJ, Bosnia and Herzegovina v. Serbia and Montenegro, cit., ante nota 28, par. 344. Sulla cross fertilization tra la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia e quella del Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia, vedi POCAR e CARCANO, Forum – Jurisprudential Cross-Fertilization: An Annual Overview, Relationship Between International Criminal Tribunals and Their Relationship with the ICJ or Another International Court or Arbitral Tribunal, in Global Community YILJ, 2010-I, p. 213 ss.
 

(32)Le Camere straordinarie per la Cambogia sono competenti a giudicare i principali leaders della Kampuchea Democratica e gli individui responsabili delle gravi violazioni del diritto nazionale cambogiano e del diritto internazionale umanitario commesse tra il 17 aprile 1975 (data della presa di potere dei Khmer Rossi) e il 6 gennaio 1979 (data di arrivo delle truppe vietnamite). A tal fine esse possono applicare sia il codice penale cambogiano (per i crimini di omicidio, tortura e persecuzioni religiose) sia le principali convenzioni internazionali ratificate dalla Cambogia. Tra queste, la legge istitutiva delle Camere indica anche la Convenzione de L’Aja del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato (vedi ante nota 9): tanto sottolinea il rilievo che le violazioni in danno dei beni culturali e religiosi delle vittime hanno avuto durante il conflitto cambogiano. Sulle modalità di istituzione delle Camere per la Cambogia e sulle loro competenze vedi ORIOLO, La responsabilità penale internazionale degli individui: tra sovranità statale e giurisdizione universale, Napoli, 2008, p. 179 ss.
 

(33) Sul ruolo della Corte Internazionale di Giustizia quale «Corte globale», cui spetta il compito di coordinare e armonizzare i vari giudicati nell’era attuale della proliferazione di Corti e Tribunali internazionali, vedi soprattutto ZICCARDI CAPALDO, Global Trends and Global Court: The Legitimacy of World Governance, in Global Community YILJ, 2004-I, p. 127 ss.; ID., The Pillars of Global Law, Aldershot, 2008, p. 95 ss.; ID., Diritto globale. Il nuovo diritto internazionale, Milano, 2010, p. 209 ss., p. 236.
 

(34) Vedi ante il paragrafo 3.

(35)  L’espressione inglese è ripresa dalla pronuncia resa dalla CIG nel caso Bosnia and Herzegovina v. Serbia and Montenegro, cit., ante nota 28, par. 344.
 

(36)Sui principali accordi dell’UNESCO relativi alla salvaguardia dei beni culturali mobili ed immobili, vedi ante la nota 9. Inoltre, in dottrina, vedi FRANCIONI, Au delà des traités: l’émergence d’un nouveau droit coutumier pour la protection du patrimoine culturel, in Rev. gén. dr. int. publ., 2007, p. 19 ss.
 

(37) Le violazioni individuali in danno dei beni culturali mobili ed immobili sono inquadrate tra i crimini di guerra anche dallo Statuto della Corte Penale Internazionale (articolo 8).


 (38) ICTY, Prosecutor v. Dario Kordic and Mario Cerkez, Case No. IT-95-14/2, Trial Chamber III, Judgment, 26 febbraio 2001, par. 207 (vedi anche la massimazione giuridica del caso in Global Community YILJ, 2002-I, p. 890 ss.). In dottrina, sul punto, vedi ABTAHI, The Protection of Cultural Property in Times of Armed Conflict: The Practice of the International Criminal Tribunal for the Former Yugoslavia, in Harvard Human Rights Journal, 2001, reperibile on line all’indirizzo <http://www.law.harvard.edu/students/orgs/hrj/iss14/abtahi.shtml>; FRANCIONI e LENZERINI, The Destruction of the Buddhas of Bamiyan and International Law, in Eur. J. Int. L., 2003, p. 619 ss.
 

(39) Per un’analisi dell’accordo del 2003 e dei suoi contenuti vedi, in dottrina, VOUDOURI, Une nouvelle Convention internationale relative au patri moine culturel, sous le signe de la reconnaissance de la diversité culturelle: la Convention pour la sauvegarde du patrimoine culturel immatériel, in Rev. hell. dr. int., 2004, p. 103; ZAGATO, La Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale intangibile, in ZAGATO (a cura di), Le identità culturali nei recenti strumenti UNESCO. Un nuovo approccio alla costruzione della pace?, Padova, 2008.
 

(40)Vedi ante i paragrafi 3 e 4.
 

(41)Vedi soprattutto IACHR, Case of the Plan de Sanchez Massacre v. Guatemala, Judgment, 29 aprile 2004, Series C, No. 105; IACHR, Case of Moiwana Community v. Suriname, Preliminary Objections, Merits, Reparations and Costs, Judgment, 15 giugno 2005, Series C, No. 124 (vedi anche la massimazione giuridica del caso in Global Community YILJ, 2006-II, p. 1397 ss.); IACHR, Case of Yakye Axa Indigenous Community v. Paraguay, Interpretation of the Judgment of Merits, Reparations and Costs, Judgment, 6 febbraio 2006, Series C, No. 142.
 

(42) IACHR, Plan de Sanchez Massacre v. Guatemala, cit., ante nota 41, par. 49(12).
 

(43)IACHR, Case of Chitay Nech et al. v. Guatemala, Preliminary Objection, Merits, Reparations and Costs, Judgment, 25 maggio 2010, Series C, No. 212, par. 168.
 

(44)IACHR, Yakye Axa Indigenous Community v. Paraguay, cit., ante nota 41, concurring opinion of judge Cançado Trindade, par. 12. In dottrina, vedi CANÇADO TRINDADE, The Right to Cultural Identity in the Evolving Jurisprudential Construction of the Inter-American Court of Human Rights, in SIENHO YEE e JACQUES-YVAN MORIN (a cura di), Multiculturalism and International Law, Essays in Honour of Edward McWhinney, Leiden, 2009, p. 477 ss.
 

(45) Il primo mandato d’arresto contro Omar Hassan Ahmad Al-Bashir aveva escluso il genocidio dai crimini imputabili al presidente sudanese «in view of an erroneous standard of proof» (ICC, The Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, Case No. ICC-02/05-01/09, Pre-Trial Chamber I, Warrant of Arrest for Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 4 marzo 2009). Superata questa eccezione, con il secondo mandato di arresto spiccato in data 12 luglio 2010, la CPI ha deciso di integrare l’indictment con l’accusa di genocidio proprio in ragione delle violazioni ordinate da Al-Bashir in danno dei gruppi Fur, Masalit e Zaghawa: «on the basis of the standard of proof as identified by the Appeals Chamber, there are reasonable grounds to believe that Omar Al Bashir acted with dolus specialis/specific intent to destroy in part the Fur, Masalit and Zaghawa ethnic groups; […] for the above reasons, there are reasonable grounds to believe that Omar Al Bashir is criminally responsible as an indirect perpetrator, or as an indirect co-perpetrator, under article 25(3)(a) of the Statute, for: i. Genocide by killing, within the meaning of article 6(a) of the Statute; ii. Genocide by causing serious bodily or mental harm, within the meaning of article 6(b) of the Statute; and iii. Genocide by deliberately inflicting conditions of life calculated to bring about physical destruction, within the meaning of article 6(c) of the Statute» (ICC, The Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, Case No. ICC-02/05-01/09, Pre-Trial Chamber I, Second Warrant of Arrest for Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 12 luglio 2010).


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