Eugenia Grimani novembre 9, 2009 \\

Proprio uno strano incontro
di Eugenia Grimani - Roma

Marx fece scivolare dalle spalle il grosso zaino e si sedette per terra senza curarsi dei detriti che erano sparsi sul pavimento.
“Bisogna ripiegare, oggi stesso si parte” aveva annunciato il maggiore e lui aveva compreso che quell’ordine significava che la linea gotica aveva finito per cedere definitivamente. Erano giorni, mesi che la situazione andava avanti così e piano piano, arretrando, incalzati dalle truppe alleate, avevano lasciato l’Appennino Tosco Emiliano. Poi quando era scesa la sera, aveva ordinato: “Prenda quattro uomini, distrugga la villa del barone Poletti e ci raggiunga in questo punto”. E gliene aveva indicato uno sulla carta. “La villa dove c’era il nostro quartier generale?” aveva precisato incredulo. “E’ un ordine "aveva insistito il maggiore forse indispettito dal suo tono e aggiungeva: “Ordine del Fuher, dietro di noi soltanto rovine”. Herbert che aveva avuto a lungo una morosa piemontese, notando che, dopo l’incredulità, l’ira cominciava a trasparire dal suo volto, gli aveva detto: “ Tenente, taca l’asu dua ch’a vol el so padrun” ma questo non l’aveva per niente rincuorato. Da quando era scoppiata la guerra si era convinto di non essere un buon tedesco. La sua era una famiglia di combattenti, suo nonno Klaus aveva preso parte alla prima guerra mondiale e, quando gli raccontava qualcosa di quegli orrori, li colorava come si può fare, anzi si deve fare con un bambino. Gli diceva, lo ricordava ancora perfettamente “ e le bombe venivano giù come cioccolatini e al suolo si liquefacevano su persone e cose”. E lui, anche se non l’aveva mai detto al nonno, aveva sempre pensato che, forse, se tutti avessero tenuto la bocca aperta, magari qualche cioccolatino poteva cadervi dentro, prima di liquefarsi. Ma, ora che capiva, era un’altra cosa. Certo amava la Germania, era la sua patria e non perché glielo avevano inculcato da bambino quando ancora frequentava le prime classi. L’amava per la sua natura verde, per i suoi fiumi e anche per le sue città popolose, l’amava con tutto il suo cuore. Ma non sopportava quel sentimento guerrafondaio che,all’improvviso si era impadronito dei suoi concittadini, quella smania di voler invadere territori di altri, di voler primeggiare. Non riusciva a comprendere il perché debbano scoppiare le guerre quando la terra è così grande da poter dare spazio a tutti. Non giustificava quella luce di compiacimento e di orgoglio che balenava come un guizzo negli occhi dei suoi capi quando giungeva la notizia che era stata riportata una vittoria. Vittoria di cosa, su cosa, quando sul campo di battaglia erano state stroncate tante vite umane? E altre soltanto poco prima. Era già possibile vedere in lontananza la villa del barone Poletti, quando il camion con i suoi uomini era stato colpito. Soltanto uno strano caso della sorte lo aveva risparmiato. Bocconi per terra con la faccia che poggiava sull’erba umida, aveva pianto per quei suoi ragazzi la cui vita era stata sacrificata, poi staccate le pistrine dal collo dei compagni e detta una breve preghiera, si era avviato correndo verso la villa. In lontananza si sentivano colpi di mortaio e a tratti bagliori di fuoco illuminavano il cielo. “E’ strana la sorte- aveva pensato- perché ha voluto risparmiarmi? Certamente non lo meritavo più degli altri”. Seduto sul pavimento della villa tra i detriti, si ricordò delle due bottiglie che teneva nello zaino. Date da Herbert che le aveva avute n dono dalla morosa, quella piemontese. “Le berrò alla sua memoria” pensò. Erano due rossi di uguale aspetto. Aprì il primo. Lui di vini se ne intendeva, era stato prodotto con uva nebbiolo e non era molto invecchiato perché ancora si avvertiva il tannino,allappante al palato con lo stesso esito di un carciofo crudo. Quel sapore gli piaceva, ne mandò giù parecchi sorsi e immaginò di non essere più lì in mezzo alla guerra e gli venne anche voglia di cantare perché era giovane e, nonostante tutto, amava la vita…stava per mettere mano alla seconda bottiglia quando gli parve di sentire dei gemiti. Era un lamento costante, ma sopito come di qualcuno che avesse timore di farsi sentire, a allo stesso tempo non potesse cessare di lamentarsi. Si guardò intorno, ma nella penombra non scorse nessuno. Tirò fuori dallo zaino il mozzicone di candela, quello che gli doveva servire per dar fuoco alle micce della dinamite, e lo infilò nel collo della bottiglia. Accese con un fiammifero. Non è che facesse molta luce, ma sufficiente per un raggio di qualche metro. Si avviò verso l’angolo da dove proveniva il lamento, e poiché non gli andava proprio di morire adesso che aveva ancora intatta l’altra bottiglia di vino, levò la sicura alla pistola. In un angolo notò qualcosa di accartocciato che, all’impatto, non gli parve un essere umano. Alzò il mozzicone di candela e ne scorse i lunghi capelli neri. Si trattava di una ragazza che alla vista della pistola smise di lamentarsi e si accartocciò ancora di più in se stessa. Le si avvicinò: tremava per la paura. Rimise la pistola nella fondina, avrebbe voluto dirle qualcosa per tranquillizzarla, ma il suo italiano non era dei migliori. Forse era meglio adoperare dei gesti. Allungò una mano con l’intenzione di carezzare la sua, ma quella si ritrasse ancora di più addossandosi al muro. Capì quando vide quel numero impreso sul braccio. Aveva sentito di un treno carico di deportati che erano riusciti a sfuggire al loro destino. Doveva far parte di quel gruppo. Una ebrea e un tedesco, proprio uno strano incontro. Come avrebbe voluto dirle che per lui questo non aveva alcun significato, che lui odiava quella guerra perché la riteneva inutile, che tutti gli esseri hanno il diritto di coabitare questo mondo anche con le loro diversità, che basta avere soltanto la volontà di volerlo fare. Riprese a lamentarsi in maniera più vistosa ed era un gemito di vera sofferenza. Sperò di sbagliarsi e invece si accorse che quello che temeva era vero: la ragazza stava per partorire. Si tolse il giubbetto e glielo pose sotto la testa, poi tentò di tranquillizzarla. “io, dottore” le disse. In fondo quel titolo gli competeva anche se gli mancavano parecchi esami alla laurea. Corse a prendere la bottiglia di vino intera. Gliene fece bere un sorso, poi ancora un altro. A tratti si sentiva il rimbombare dei cannoni e allora i suoi lamenti venivano sovrastati. Forse in cuor suo era tormentata dall’idea di dover mettere al mondo quel figlio in mezzo a tanta devastazione. Le diede la mano e questa volta no ritrasse la sua. Ad un boato più forte degli altri, il bambino nacque. Era un maschio e il suo pianto acuto fu un saluto alla vita. Tagliò il cordone ombelicale con il temperino che aveva in tasca. Ma adesso occorreva pulire il bambino e non avevano acqua. Bagnò il fazzoletto con il vino e con dolcezza glielo passò sul corpo, poi lo avvolse nella sua camicia e lo porse alla mamma.
Sorrise compiaciuto quando lei gli strinse forte la mano per ringraziarlo, poi le si sedette accanto e pensò che, in quelle circostanze, quella piccola vita era stata proprio un dono del Signore. In mezzo a tanti morti anche una sola nascita riesce sempre a riconciliarti con la vita.

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