Carmen De Mola novembre 9, 2009 \\

Sono Nessuno
di Carmen De Mola - Polignano (BA)


La guerra infuriava a Bagdad: le scie verdi degli aerei, nel nero della notte, tranciavano il cielo in sinistri lembi di terrore. Le bombe cominciarono a cadere come grandine e al rumore di vetri, smessati dai rimbombi, si aggiunsero le grida delle donne e il pianto spaventato dei bambini. Fu allora che incurante delle bombe, scesi in strada. Sentivo che Jasmine mi guardava oltre la grata viola dl suo burqa. Le dissi che dovevo andare. Non tentò di fermarmi, aveva intuito che neanche il pianto del piccolo Omar sarebbe riuscito a trattenermi. C’era come una furia assassina che ormai devastava il mio petto: una rabbia sorda mi smemorava del mio presente, mi agitava con l’impeto di una tempesta e mi trascinava come un relitto al largo, lontano dai miei doveri di marito e di padre.
In strada c’erano altri disperati come me. Cominciammo a discutere sul da farsi: non potevamo permettere che la guerra e l’invasione straniera devastassero i nostri giorni e facessero a brandelli i sogni dei nostri figli. Prima l’embargo, poi la lunga agonia dei malati privati dei medicinali necessari, la fame dei bambini e lo sguardo senza speranza degli occhi degli anziani. E ora questo terrore che aggiungeva orrore all’orrore delle guerre civili, delle torture e della negazione dei diritti civili del regime di Saddam.
Imbracciai il fucile e partii con gli altri fratelli, nel nome della guerra santa, invocando, su di me e sui miei cari,la benedizione di Allah.
E nel deserto, fra le dune baciate da una luna rimasta inspiegabilmente innocente, giorno dopo giorno, sentivo montare in me la rabbia con la forza di una marea che ritorni ad invadere ogni anfratto, a strappare alla costa inerme chilometri e chilometri di terra. Non dormii quella notte. Guardavo l’esplosivo confezionato in tanti candelotti bianchi che sembravano innocenti come cera accesa per i riti religiosi nei santuari. Mi ricordai di quella volta che la televisione araba aveva trasmesso le immagini di una funzione cattolica: c’erano tante candele bianche ai piedi di un’enorme statua e la cosa mi colpì perché noi musulmani non abbiamo monumenti, né immagini di Allah. Arrivò poi l’alba e con Mohamed mi recai in prossimità dell’albergo. Fu fin troppo facile sistemare la bomba vicino alla hall. Seguì lo scoppio. Avevo già immaginato ogni cosa: le urla dei civili, il pianto delle donne e dei bambini. Pensavo di essere preparato a tutto quell’orrore, eppure pregavo Allah perché tenesse lontani i bambini da quell’albergo e dalla furia della mia gihad. La bomba scoppiò fra schegge di vetri che,come proiettili impazziti, si conficcarono nei corpi di uomini e donne: li vidi accasciarsi al suolo come burattini dai fili recisi. Cominciai a correre con Mohamed, ma l’avevo immaginata diversa la mia vendetta: pensavo mi avrebbe dato come un’ebbrezza, un senso di appagamento come dopo aver fatto l’amore o come quando si riesce finalmente a bere, dopo essere stati tormentati a lungo dall’arsura del deserto. C’erano anche tanti bambini tra i cadaveri. Com’era possibile che ci fossero tanti bambini in strada, alle prime ore del mattino? E mentre fuggivo vidi gli occhi disperati di un ragazzino biondo: era coperto di sangue e chiamava sua madre che era ormai senza vita. Pensai a Jasmine e a Omar. Mi augurai che stessero bene. Guardai il bambino, ma non potevo fare più nulla per lui. Lo sguardo scese dai suoi occhi alle mie mani: le accostai alle narici per riconoscerne l’odore. Avvertii un selvatico afrore di sangue che me le rendeva sconosciute, quasi non fossero più mie, quelle mani, che un tempo sapevano accarezzare Jasmine e il nostro Omar. Pensai con terrore che erano diventate le mani di un assassino.
Quella notte, malgrado la pace del deserto, non riuscii a dormire. Le stelle sembravano ancora più lontane. E sentii, dopo tanto tempo, come un profumo di cannella. E mi corsero incontro i giorni dell’infanzia. E rividi quella bionda signora tedesca, la moglie dell’ingegnere, che era venuto a scavare pozzi petroliferi nel deserto. Mi arruffava con simpatia i capelli ogni volta che mi incontrava e mi regalava qualche caramella. Già, ma la signora tedesca con i suoi tailleur rosa, dov’era? E dov’erano tutti gli occidentali che noi avevamo frequentato per decenni e decenni di pacifiche relazioni internazionali? Possibile che l’aver mangiato insieme carne di cammello, l’aver gioito e ballato nel deserto per festeggiare il guizzo improvviso di un fiotto nero di petrolio, non avesse consolidato l’amicizia fra i popoli? Mi risposi con stizza che non l’avevo deciso io quella sporca guerra. Voltai le spalle al cielo e mi addormentai deciso a tornare a Baghdad.
All’alba presi le mie quattro cose e m’incamminai verso la città. Le strade erano deserte. Cercai la mia casa. Ma c’era solo un mucchio di macerie. Incontrai Alì, un mio lontano cugino. E capii, dal suo sguardo e dal suo silenzio, che la mia famiglia non c’era più.
Ed eccomi qui, Nausicaa, giunto sulle sponde della tua terra, dopo aver conosciuto l’inferno della guerra e della clandestinità. Ho incontrato la morte nelle città, nel deserto, nella lunga traversata del Mediterraneo. Mi chiedi di dirti il mio nome, ma non voglio risponderti perché nessuno di quelli che amavo può più chiamarmi così. E quindi nemmeno io voglio ricordarmi chi ero né chiamarmi come chiamavano un uomo che era un tempo felice perché aveva una casa, una donna ed un figlio. Oggi non ho più niente e sono nessuno per te e per questa tua gente che a stento riesco a capire. Puoi chiamarmi Nessuno, se vuoi. Forse un giorno avrò di nuovo un nome. E mi chiamerete con affetto senza sbagliare la pronuncia perché sarete finalmente riusciti ad accogliermi: come ha saputo fare questa spiaggia che mi ha strappato all’ira del mare e mi ha partorito di nuovo alla vita. Sarà questa tua terra generosa, ad essere la mia Itaca.

Facebook
Disclaimer.

Le foto presenti su www.culturalclassic.it sono state in larga parte prese da Internet,e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione - indirizzo e-mail info@culturalclassic.it, che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.

Photo Stream.
Chi Siamo

Siamo una Associazione nata nel 2000, apartitica e interconfessionale, denominata “Napoli Cultural Classic” (Associazione Culturale volta alla diffusione dell’arte e della cultura, diretta alla promozione di artisti e di studiosi in fase di  affermazione nel campo del cinema, teatro, televisione, musica, danza, arte figurativa, moda, scrittura, scienze giuridiche e tecnologiche e di tutte le altre forme di scibile che i soci ordinari riterranno opportuno inserire.).

Privacy Policy