Annalisa Iagnemma (I classificata) novembre 9, 2009 \\

UN CUORE NEL CAFFE’
di Annalisa Iagnemma - L'Aquila


Non dovevi innamorarti. Era un amore che non poteva andare, una questione di poco conto, il gioco di un momento, come doveva restare l’attimo di panico del suo sguardo contro il tuo, il momento, quel momento. Non dovevi innamorarti. Sapevi che non era una cosa buona. Non era cosa giusta. Furono le sue mani sulle tue spalle e credesti di aver capito “amore” in quell’ “amico mio”: già era volato in alto il tuo cuore e non sapeva tornare indietro, come sulla scala mobile uscendo dalla metropolitana, quando la colonna di persone schiaccia le teste alle schiene e non puoi voltarti nemmeno. Quante volte ti sei perso nelle immaginazioni più perverse in quei momenti quotidiani. Sognavi un mondo fatto delle stesse facce, su quella stessa scala mobile, ma sorridente, compiaciuto verso te. E quante volte avresti voluto avere quel corpo davanti a te e ti immaginavi stringerlo forte, forte, più forte. Poi la scala finiva nel rumore dei passi e nelle rotelle di valigie tirate verso la luce, e i visi erano tirati anche loro, cupi nell’affrontare nuove peripezie. Guardavi una madre con il suo bambino e li immaginavi diretti alla Clinica, perché, lo sentivi, quei due poveri individui erano partiti all’alba alla volta della Capitale solo per una visita dallo specialista, il migliore, e allora ti vergognavi di averli lasciati sulla tua scala immaginaria del mondo visto alla rovescia, nella tua testa, senza provare pietà. E pensavi che loro, loro sì che avevano bisogno di essere compianti, così giovani, lui così bambino, così tanto malato. Allora passando lo guardasti e toccasti la sua testa accarezzandola. Ti voltasti a sorridergli e lui ti sorrise, poi risalendo incontrasti lo sguardo cupo di sua madre che ti fulminò, tirando a sé il piccolo senza nasconderti il coraggio della paura. Immaginavi spesso il figlio che non avevi. Avresti voluto portarlo a passeggiare nel parco, lasciarlo camminare davanti a te, correre per far volare via i piccioni. Lo avresti fatto allontanare da te quel che bastava per sentirsi libero, ma al sicuro della tua presenza. Come non era stato il tuo gioco. Ripensasti a tuo padre, così lontano eppure opprimente. Credesti di sentire il bruciore delle lacrime sui colpi che ti dava ogni volta che sbatteva contro la tua diversità. Di tua madre ricordavi i divieti ed i castighi, ciò che lamentava di te con le sue amiche, mentre i loro figli giocavano assieme giochi ai quali non partecipavi. Non corresti per non sudare. Non avevi mai risposto per educazione. Non amavi per non soffrire. Ma quello era il tuo miglior caffè, ogni mattina, aspettavi di servire la tazza bianca. Caricavi la polvere con fare deciso e l’agganciavi alla macchinetta. Il caffè usciva nero e poi brillava biondo sulla superficie. Si disponeva in cerchio la doratura e ti sembrava leggerci un cuore. Un cuore nel caffè. Lo lasciavi sul bancone aspettando che lo prendesse. Era il tuo cuore piccolo e semplice, inimitabile come il caffè, chiuso in una tazzina bianca. Le tue dita sulla ceramica, le sue sul calore di quel corpo, le tue di nuovo sul freddo leggero. Avresti voluto essere un suo studente, quando vedevi che sfogliava il giornale in cerca di un articolo da presentare ai ragazzi. Proprio tu, Claudio, saresti tornato sui libri , proprio tu che la vita aveva strappato dagli studi, ma senza troppi rimpianti.
Uscivi di casa al mattino, Roma si spalancava attorno a te e diventavi una formica per le strade fino alla metro. Lasciavi il sole, immaginavi nell’aria chiusa, umida e pesante, e poi tornavi a respirare. Così il tempo è passato, a poco a poco la quotidianità ha cresciuto le emozioni, amplificando una battuta, un saluto, il suo sguardo. Resti assorto a guardare i pacchetti di caramelle e gomme da masticare, impilati e colorati sull’espositore davanti a te. Ripensi a quella sera. Era un po’ di mattine che non veniva a fare colazione. Uscisti dal bar dalla porta retrostante per buttare il saccone nero dell’immondizia. Era pesante e tu facevi leva sulla gamba per sollevarlo ad ogni passo. Mentre sbattevi le mani tra loro, quasi a volerle pulire dal sudiciume del tuo sudore, alzando gli occhi vedesti che stava in piedi di fronte a te. Ti avvicinasti.
- Buonasera-.
- ‘sera-.
- Come va?-.
- Bene, grazie. Tu sei un bravo ragazzo-.
Non capivi, ma continuasti a fissare i suoi occhi, aspettando che si spiegasse meglio.
-Tu sei un bravo ragazzo e io…-
E lei? Lei cos’era? Cos’era il suo corpo in quel letto, consumato di notte, cos’era? E tu, Claudio, cos’eri? Cos’ero mentre mi baciavi, mi tormentavi, mi stringevi, mi lasciavi andare e poi mi tiravi a te, cos’ero? Dimmelo tu, chi ero io, Claudio, un bravo ragazzo e poi? Perché ti avvicinasti? Perchè mi aspettasti fuori al bar? Perché venisti a casa mia?
-Un caffè, per favore-.
Ti riportò alla verità. Quell’oggi eri tu ed eri solo, abbandonato dopo esserti lasciato coinvolgere da quell’amore impossibile, quel gioco, quello sguardo. Hai versato il caffè e hai poggiato la tazzina sul piattino, tintinnante, e il cucchiaino si è spostato un po’, per fare spazio alla ceramica. Era di nuovo, di nuovo lì, nonostante tutto, come se non fosse successo nulla. Anche oggi sei stato dietro quel bancone a servire mille e uno caffè, aspettando la parola che avrebbe potuto dare senso a tutta la giornata. Non è arrivato che un grazie. Hai preso la tazzina vuota e sul fondo ti è sembrato di vederlo, un cuore di caffè, i il tuo piccolo cuore. Non avresti dovuto innamorarti, Claudio, no . Il professore non può. Ha una casa, una famiglia, una dignità da mantenere. Sei tu che non hai orgoglio, gli sbavi dietro da anni, ti trascini ormai come una larva solo aspettando quel caffè. Ha una moglie, ha dei figli, lui. Tu cos’hai? Un bagno, una sedia e questa corda, con la quale legare quel che resta dell’amore a quel che resta della vita. Una corda che ti attacchi al cielo, che ti porti al cielo, da dove guardare ogni giorno le cose da lontano, con l’ironia di chi non deve più nascondersi e il tuo cuore di caffè, chiuso nelle pareti fredde e bianche delle tue mani di ceramica immobile.

Motivazione
Racconto struggente ed intenso che si snoda in suggestive atmosfere in cui emerge l'essenza di un controverso e profondo sentimento di un itinerario nascosto troppo visibilmente nelle pieghe delle proprie solitudini. Claudio Perillo

Facebook
Disclaimer.

Le foto presenti su www.culturalclassic.it sono state in larga parte prese da Internet,e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione - indirizzo e-mail info@culturalclassic.it, che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.

Photo Stream.
Chi Siamo

Siamo una Associazione nata nel 2000, apartitica e interconfessionale, denominata “Napoli Cultural Classic” (Associazione Culturale volta alla diffusione dell’arte e della cultura, diretta alla promozione di artisti e di studiosi in fase di  affermazione nel campo del cinema, teatro, televisione, musica, danza, arte figurativa, moda, scrittura, scienze giuridiche e tecnologiche e di tutte le altre forme di scibile che i soci ordinari riterranno opportuno inserire.).

Privacy Policy