Flavia Santoro novembre 9, 2009 \\

VITE FRANTUMATE IN MILLE PEZZI
di Flavia Santoro - Roma


La sala del refettorio era ampia e illuminata da una luce bianca e scintillante come cristallo che si infrangeva sui vetri degli ampi finestroni. Quella rigogliosa campagna umbra, era circondata da un uliveto sconfinato, piccoli tronchi contorti e nodosi, dalle foglie che, agitate dal vento, sfavillavano in un tremolio argenteo.
In un angolo della sala erano appoggiati gli strumenti dei ragazzi : chitarre, tamburelli, bonghi: perfino la fisarmonica di Franco che cantava le canzoni nel dialetto del suo paese di origine.
Talvolta un’ombra attraversava gli occhi di quei ragazzi, un lampo passeggero.
Filippo, entrato da pochi mesi nell’ordine dei frati francescani, era neuropsichiatria con l’incarico di responsabile sanitario di quella comunità terapeutica per ragazzi tossicodipendenti.
Un ragazzone anche lui, magro, alto con la barba castana e occhi profondi come gli abissi del mare.
Era con loro a pranzo Anna, la mamma di Filippo.
Non era stato facile conquistare la fiducia dei ragazzi.
Appena Filippo era stato mandato al Centro, alcuni di loro, forse quelli maggiormente provati dalla sofferenza, avevano avuto un atteggiamento aggressivo e provocatorio.
Una volta uno dei ragazzi lo aveva affrontato con violenza urlandogli: “Cosa credi di insegnarci? Ti sei messo una tonaca per non avere problemi e non confrontarti con il dolore del mondo. Sei troppo lontano dalle nostre vite frantumate in mille pezzi!”.
Filippo aveva detto: “Qualche volta ti racconterò la mia storia, anzi quella di Anna, mia madre”.
Anna, giovanissima, era stata completamente travolta e sopraffatta da un grande amore. Non credeva si potesse essere così felici. Era nato Filippo, non desiderava altro al mondo. Con il trascorrere del tempo, il marito era divenuto solitario e taciturno. Anna non capiva quali fantasmi tormentassero la sua mente. Una mattina un biglietto, una grafia fitta e appuntita: “Tu e Filippo siete creature meravigliose, con voi ho conosciuto la felicità. Non vi merito. Perdonatemi. Addio”.
Trascorsero mesi e mesi da incubo, Anna non distingueva più il giorno dalla notte. Un lento e doloroso fluire di una vita frantumata in mille pezzi. Avrebbe voluto dormire definitivamente, dimenticare tutto, divenire un granellino di polvere che vaga per l’universo. -Ma c’era Filippo-.
Quando si alzava all’alba per andare al lavoro, le si affollavano nella mente le responsabilità, gli affanni che il nuovo giorno recava con sé, come del resto il precedente e il successivo. Si chiedeva con quali forze, fisiche e morali, sarebbe giunta fino a sera. Si lavava al volo, si infilava un pantalone nero che alternava con un altro pantalone nero, si metteva un paio di maglie pesanti, perché aveva perennemente freddo, non si guardava neanche allo specchio e, con delicatezza, prendeva Filippo che, sepolto dalle coperte, dormiva tranquillo succhiando con impegno il pollice sinistro perché era mancino anche quando dormiva.
Lo avvolgeva in una coperta, prendeva le chiavi e lo infilava subito in macchina.
I giorni, i mesi, gli anni erano trascorsi, era trascorsa anche parte della vita di Anna e Filippo era diventato grande.
Forse i mille pezzi della vita di Anna si erano in qualche modo ricomposti.
Questo raccontava Filippo ai suoi ragazzi, quando vedeva i loro occhi attraversati da un lampo passeggero.

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