Brigida Di Palma novembre 9, 2009 \\

Grazie al cielo

di Brigida Di Palma - Somma Vesuviana (NA)


A quindici anni, la vita scorre in modo superficiale e Angela aspettava che il tempo trascorresse così, tra una litigata con i genitori ed un giro con gli amici. Tutto procedeva piatto come l’elettrocardiogramma di un cadavere; il dj suonava sempre lo stesso disco. In questi suoi anni adolescenziali, Angela pensava che tutto ciò che la circondava non le appartenesse davvero e allora decise di creare il suo mondo: imbrattò le pareti della sua stanza con foto e frasi filtrate dalle canzoni, oppure prese dai tanti libri che divorava. In quella stanza ci piangeva, ci rideva, ci parlava…era tutto ciò che aveva. Si era rinchiusa lì e anche se fisicamente se ne allontanava,, il suo pensiero tornava sempre a quelle quattro mura. Amava il cielo, le stelle ed in uno dei libri letti trovò una frase: “Se alzi la mano al cielo gratti la pancia alle stelle”. Da allora il suo mondo si allargò: quattro mura e un cielo infinito. Nessuno vi ci poteva entrare. Dopo un anno conobbe Luca: credette di aver trovato l’amore, ma non era così: quello non era il ragazzo giusto e ovviamente questo fu un altro motivo di discussione tra lei ed i suoi genitori. Angela continuava a lottare, si fidava di quella figura che credeva avesse tanto da insegnarle. Da allora la sua vita divenne un inferno, quella persona che tanto ammirava era schiavo di qualcosa troppo grande e altrettanto pericoloso. Luca si drogava. I suoi genitori, intanto, avevano paura per la loro bambina e la paura portava a continui litigi. Angela continuava per la sua strada, o meglio da sola, continuava a muovere i suoi passi in quella palude buia. Era vicino il suo diciottesimo compleanno, il suo papà iniziava ad avere un’aria strana, un aspetto sempre stanco e lei, finalmente, si costrinse ad uscire da quel suo mondo per capire cosa stesse accadendo alla sua famiglia. Qualche giorno dopo la sua festa, scoprì che il papà era malato. La sua casa, il suo mondo, il suo cielo non le davano più tanta sicurezza: si rese conto che là fuori c’era qualcosa che non poteva gestire, la vita. Dall’altra parte Luca continuava a procedere nella direzione sbagliata e Angela gli correva dietro, rimettendolo ogni volta in sesto, trascorrendo così le sue giornate fra un letto sul quale c’era il suo ragazzo e un altro sul quale c’era il suo papà. La notte, quando rientrava, anche se stanca , non riusciva a riposare e allora passava ore intere a pensare; pensava magari ad un sorriso che precedentemente aveva ignorato, ma che ora le sarebbe servito molto. Una di queste tante sere, con razionalità mise a confronto le due storie che stava vivendo e si rese conto che mentre il suo papà, non volendo, passeggiava sull’orlo di un precipizio, il suo ragazzo, volontariamente, ne scavava uno: così si alzò dal letto, salì sulla terrazza e promise al suo cielo che non si sarebbe mai abbattuta e che avrebbe fatto il possibile per far capire a chi ancora non se ne era reso conto, di quanto fosse straordinaria la vita. Suo padre si allontanava e lei dietro, non pensò mai al peggio, voleva solo un’altra possibilità, voleva ringraziarlo per averla messa al mondo e voleva rimediare a tutti quei baci schivati e a quelle carezze. Tutto quello che non aveva voluto, ora che lo voleva le mancava. Trascorsero così sei mesi. Per il suo papà sarebbero stati gli ultimi se non si fosse trovato un nuovo organo da sostituire al suo, ormai troppo malridotto. Un’odissea fino a quel giorno, il 17 giugno, Angela sola in casa, stava piangendo. Dopo quella promessa al cielo, non si era mai abbattuta, ma ora non ce la faceva più, gli nascondeva le sue lacrime, non voleva che il cielo scoprisse che era venuta meno alla parola data. Poi, una telefonata cambiò tutto: “Pronto?”-chiese Angela e dall’altra parte una voce soave disse: “Sono il primario dell’ospedale . abbiamo l’organo per il suo papà”. Lei si fece ripetere la frase per un paio di volte, perché non riusciva a crederci. Era la realtà! Riattaccò la cornetta ed iniziò ad urlare. Spalancò la finestra e gridò al suo cielo: “Scusami!”.
Corse all’ospedale, dove sarebbe dovuto arrivare con l’elicottero da Bologna il suo papà; attese qualche ora, ma non ebbe paura. Tutto già era stato vissuto. Quante volte aveva sognato quella scena. Eccolo il suo papà: riusciva a vederlo, era magrissimo. Lei non poteva avvicinarsi, ma aveva con sé un campanello. Lo fece suonare e così lui riuscì a capire quel suo modo per dirgli: “Sono qui”. Angela corse dietro all’autoambulanza fino a che riuscì a guardare i suoi occhi, lui le sorrise: era tanto tempo che su quel volto bianco mancava quel sorriso. Angela accompagnò il suo papà steso su di una barella vicino ad una grande porta: erano tutti lì. Più di trenta persone guardavano quella porta, finchè questa si aprì e prese il suo papà. Dodici ore di agonia: Angela si stese sulla panchina in fondo al reparto, lei e il suo cielo. Salutò la luna e diede il benvenuto al sole; quando vide gli occhi di sua madre brillare di gioia, si corsero incontro, si abbracciarono e allora tutti capirono che era fatta, era finita l’odissea.
Angela avrebbe avuto l’occasione di avvicinare il suo papà, di abbracciarlo e di baciarlo. Durante i mesi successivi, investì tutta se stessa e riuscì a tirare fuori anche il suo ragazzo da quel buio, aveva mantenuto la sua promessa al cielo…il papà era tornato a casa e Luca le sorrideva, non più con quello sguardo spento, ma pieno di voglia di vivere.
Ridipinse la sua stanza e sul soffitto scrisse una sola frase: GRAZIE AL CIELO!

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