Alberto Caputi (I classificata) novembre 9, 2009 \\

....POLIS

di Alberto Caputi - Nola (NA)

Questa tosse ormai non passa più, arriverà il giorno in cui non riuscirò a riprendere l’aria che esplode ed anche la voce sfinita di queste parole smetterà di suonare.
Sarà il giorno in cui finalmente s’asciugheranno i panni stesi all’umido dei vicoli che indosso sporchi di traffico e rumore. Se potessi vedere quelle fibre nere e incatramate di clacson e motorini senza casco, tra spavento e rassegnazione le paragonerei agli alveoli ritratti dei miei polmoni, per analizzare la passione che anima la morte del respiro.
Ho visto la luce che taglia gli angoli dei vicoli, la pioggia che lustra il basolato scivoloso, gli scorci di paradiso dalle colline tra le fronde acuminate dei pini. Ho visto ogni granello di questa sediziosa bellezza, ho coltivato il silenzio dell’autodistruzione che i vocabolari chiamano omertà, ed ho consumato parole, copertoni e suole, e poi ancora occhi, orecchie e inumana speranza sulle strade di questa città.
Di macchine come la mia se ne vedono poche, se poi le anima il giallo tassì ed il gracchiare della radio, tutto riporta al malore epatico, al rantolo polmonare d’un vecchio che si trascina sulla vita e tracima ricordi incerti sulle gambe.
Sono un cavallo zoppo che ancora vuole correre, un pittore che cerca di riempire una tela vuota orma da decenni e ritrae sempre la stessa vista. L’unico scorcio vissuto dai poeti, dai pittori, dai pubblicitari e dai ricordi è sempre e solo quel pino che curva il suo orizzonte sul golfo e l’asfissia delle case.
Io sono il pittore che si domanda, senza mai ritrarre altro, perchè le cartoline di Napoli sono sempre e solo quel pino, ormai morto da secoli, corroso dall’aria, corroso dalla sete e dal naufragio di fronte al golfo salato che secca le radici. Potrebbe essere il biglietto del parcheggiatore abusivo la nuova cartolina-emblema della città, il vuoto del portafoglio che lascia freddo il gluteo stordito, un pacchetto di fazzoletti o qualunque mina depositata ai piedi dei semafori, che blocca il traffico ed ogni speranza d’orario.
Porto in giro turisti e giacchette sbarbate, strozzate da cravatte cielo ormai lontano nel ricordo, quando il vento climatizzato dei bar spazza il golfo, e luccica un albero all’orizzonte nel porto di Marina Grande. Solco le strade, trasporto contrabbandieri e camorra, vecchie sbaffate e grigie tra le macerie di lamiere e ruote che girano scansando i buchi.
A volte mi capita un ragazzo incuriosito, un inviato di guerra che al bivio con la Palestina ha sbagliato strada e si è trovato a Granturco, e li porto in giro tra i fasti francesi del centro direzionale, la grandiosità di questa Versailles di carte e vetri che non ha incenerito le lordure dei Luigi, lasciando spazio all’innaturale pulizia dei turisti che serpeggiano disciplinati in attesa di un bagno. Invito chiunque a scendere dalla mia portantina gialla e urinare negli angoli, e con grazia e diletto, se trovano un’edicola o un’icona opaca di fumo, a depositare come un nobile francese imparruccato di pulci il peso dei liquidi sull’umido dei secoli.
Sotto le mura di Gerico Poggioreale, le grigie e possenti lastre che compongono l’enigmistico perimetro carcerario, le migliaia di quadrati da riempire coi nomi dei galeotti e l’unico nascosto spazio del delitto. Passo mentre le mura scricchiolano tentate dalle trombe dei motorini, dallo strombettare antico dei tram senza biglietto, e m’allungo zigzagando tra le strade fino ad un albergo con bandiere di nazioni europee e sporcizia di paesi africani.
Qui c’è il mondo con tutte le sue stragi e le sue bellezze, il coperchio rotto di Pandora e il cestino sotto la scrivania dei presidenti, la diaspora dei disoccupati e l’Auschwitz dei pensionati, il campo di marcia per i caschi blu e la prova del nove per i ragazzini no global, qui dove lame e proiettili sono più acidi dell’uranio e nei sottoscala pensionate ormai cieche cuciono borse di coccodrillo per gli Champs Elysee.
Ma senza la mia freccia gialla è difficile stanare le crepe nei muri, le depressioni d’asfalto che culminano nelle voragini di tufo. La luce fa male al cuore, la luce è troppo forte, acceca gli occhi d’arancio rancido a meno che non serva a tinteggiarsi la pelle, ed anche le ombre non sono un mimo divertente, sono troppo cariche di odio e scippi, troppo simili agli angoli innervati di moto che un attimo di luce scopre luoghi di cimici e scarafaggi.
Potrei continuare a pestare i piedi nel fango, macchiarmi le frange dei pantaloni per sperimentare il rossore incollato sulle guance dagli schiaffi di mia madre, ma ormai la barba s’è fatta ispida, ed io sono incancrenito di deliri e fumo.
Il mio turno volge alla fine, sfinisco l’ultima sigaretta di questo minuto e pesto sull’acceleratore staccando le mani dallo sterzo. Mi butto a tutta velocità dove la curva è più stretta, tra i vicoli della Sanità che raddrizza le sue strade in un invito che inghiotte fumo e albe, notti e incendi, passioni e dolori di questa città morta che vive ogni giorno più vite, più di quante qualunque spettatore di se stesso possa mai sognare di vedere.
Arrivo al mio angolo preferito e scendo lasciando motore e porte aperte trionfanti di rumore, e senza ginocchia, senza alcuna emozione prego la Madonna delle Viti.
La piccola edicola tralasciata da voti e fiammelle, la santa delirante senz’occhi che qualcuno ha bucato nelle pupille d’azzurro merluzzo, forando la parete dalla casa in corrispondenza.
Sarà stata una beghina, nel timore che l’attaccapanni non riuscisse a reggere il peso liso del suo cappotto d’anni e inverni, o un bambino per una mensola sbilenca di barattoli e pesci rossi, o la precisione grottesca dell’autodistruzione, i millimetri che sbandano tra stucchi e mattoni fino all’azzurro infertile di quelle pupille che ormai non vedono più, un miracolo di cecità e silenzio che tappa gli occhi e la bocca a noi codardi controvento, noi che seminiamo spazzatura e parole proprio dove solo noi, in linea con la brezza salmastra di Napoli, possiamo aspirare l’unguento mefitico dei nostri giusti deliri.

 

 

MOTIVAZIONE

Analisi spietata di una …polis che vive aggrovigliata nelle sue storture continuando a leccare ferite che non intende rimarginare.
L’Autore presenta la …polis filtrando la realtà attraverso opinioni ed emozioni che non sono soltanto sue, bensì scaturenti da un tessuto sociale di convincimento collettivo.
Affascinante e prezioso il linguaggio, originali gli accostamenti geografici con risonanze storiche, come a dire che tutto il mondo è paese, purtroppo.
Giuseppe Bianco

Facebook
Disclaimer.

Le foto presenti su www.culturalclassic.it sono state in larga parte prese da Internet,e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione - indirizzo e-mail info@culturalclassic.it, che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.

Photo Stream.
Chi Siamo

Siamo una Associazione nata nel 2000, apartitica e interconfessionale, denominata “Napoli Cultural Classic” (Associazione Culturale volta alla diffusione dell’arte e della cultura, diretta alla promozione di artisti e di studiosi in fase di  affermazione nel campo del cinema, teatro, televisione, musica, danza, arte figurativa, moda, scrittura, scienze giuridiche e tecnologiche e di tutte le altre forme di scibile che i soci ordinari riterranno opportuno inserire.).

Privacy Policy