Veronica Borgo (III classificata) novembre 9, 2009 \\

Ceci n’est pas le portrait d’un rêve

di Veronica Borgo - Bergamo

 

Fu il peso che gravava sul mio petto a svegliarmi. Dovevo aver dormito poco e male perché, pur continuando a sbattere le palpebre, faticavo a tenere aperti gli occhi. Il peso si faceva insostenibile e rendeva faticoso ogni respiro, come se un macigno fosse appoggiato sul mio cuore e aumentasse la pressione con andamento costante. Quello che, poi, i miei occhi riuscirono a mettere a fuoco era talmente incredibile che allungai una mano per appurare, attraverso la sensazione tattile, che la visione fosse reale e non frutto di una mia contorta fantasia o di un sogno che cercava con invisibili tentacoli di trattenermi a sé, impedendomi di librarmi nella realtà: era un pettine, il mio pettine di tartaruga, che con il dorso si appoggiava e riposava, in perfetto equilibrio, sul mio sterno. Alzando un braccio, a mo’ di misura, calcolai che copriva solo un terzo della sua lunghezza: il pettine mostruoso sfiorava infatti il soffitto con una delle estremità. Provai a sollevarmi dal letto, digrignando i denti nello sforzo. Il mio corpo agì come una leva e il pettine si capovolse, cadde oltre l’intelaiatura che reggeva il materasso, rotolò a terra, come una sedia a dondolo colpita da un calcio rabbioso. Fu solo allora che mi accorsi che s’era fatto giorno. Da ogni parete della stanza, come fossero tutte del cristallo più puro, potevo vedere il cielo, di un blu perfetto, e le nuvole galleggiare, soffici gomitoli di zucchero filato. Se quella era la morte, era il miracolo più inaspettato.
Appoggiati i piedi a terra, vidi a pochi passi da me un bicchiere talmente alto che mi superava di almeno una spanna. Era un calice di un azzurro così intenso da competere in bellezza con quello del cielo. I contorni delle ante dell’armadio, dei braccioli del divano, le stesse pareti si deformavano, si curvavano come attraverso l’occhio di un grandangolo mentre circumnavigavo l’enorme bicchiere precipitato al centro della mia stanza, guardandoci attraverso. Vidi anche un fiammifero a terra, accanto alla porta, un fiammifero che, per grandezza, poteva essere paragonato a una torcia. Silenziosamente sbirciai fuori, sul pianerottolo, e, sorpresa!, fui assalita dal buio, da una tenebra così profonda che mi parve di inghiottirla, uno schiaffo di acqua salata in pieno viso. Tornai sui miei passi, raccolsi il fiammifero e lo sfregai in un angolo, tra l’impiantito di legno e la parete celestiale. Si accese, in un gran crepitio. Alla sua luce varcai la soglia dell’ignoto. Camminai a lungo in un corridoio cupo, stretto, umido come una vulva; la fiamma creava un’aureola di luce intorno a me e mi colmava di una dolce speranza. Improvvisamente si spense. E cadde. Il cuore iniziò a battermi furiosamente nel petto. Con le mani tastavo le pareti intorno a me, viscide, alla ricerca di una via di fuga. Trovai una maniglia, gelida. Ghiaccio. Un brivido freddo mi percorse, poi si ritirò, furtivo, appena spalancai la nuova porta per ritrovarmi in un’altra stanza, più grande e ingrigita. Era una sorta di anticamera ad un altro locale che si affacciava su monti innevati e ritti come piccoli seni di donna. L’ambiente era lindo, essenziale, solo una cornice di marmo ad abbellire il profilo della glabra parete. Non ero sola. Un triclinio dalla fodera e dai cuscini sanguigni occupava il centro della sala, e bianca, nei rigori della morte, giaceva una donna, reclinata mollemente, la bocca squarciata e sanguinante, una sciarpa candida abbandonata attorno al collo. Cera immobile e fluida. Rimasi a contemplare quel cadavere in silenzio. Un uomo, poco distante, si chinava su un vecchio grammofono. Mi parve di sentire lievi note sgorgare, piccole ninfee che fiorivano e fluttuavano, spandendo un dolce profumo. Ma sentivo freddo: mi allungai per afferrare un cappello e un soprabito che scorsi abbandonati su una scarna sedia, della stessa tonalità grigia che ammantava la stanza con la gravità di un’atmosfera.
«Signorina…» una tesa voce maschile interruppe il mio gesto; ritirai la mano, smarrita, colpevole. «Signorina, si chiude».
Alle mie spalle sentii, appena mi riscossi, uno scalpiccio costante. Mi avviai, mi incorporai nel flusso di passi in partenza. L’aria fresca mi accarezzò la guancia, mentre varcavo l’uscita dei Musées Royaux des Beaux-Artes di Bruxelles.

 

Nota al testo:

Le opere di Magritte descritte nel racconto non si trovano tutte presso i Musées Royaux des Beaux-Artes di Bruxelles.
I valori personali, 1951-52 (Les valeurs personelles, olio su tela, 80x100 cm) si trova a New York in una collezione privata.
L’assassino minacciato, 1926 (L’assasin menacé, olio su tela, 150x195,2 cm) sempre a New York, Collection, The Museum of Modern Art, Foundation Kay Sage Tanguy.
 
  

MOTIVAZIONE

“I valori personali”, “L’assassino minacciato” e “La risposta imprevista” sono i tre dipinti di Magritte che si offrono a tessuto narrativo di un incubo.
L’Autrice ricompone gli elementi costitutivi dei quadri in una sorta di collage originale e convincente dove ogni elemento si ritaglia un suo spazio, ma è compartecipe del tutto. La conclusione è liberatoria, come in ogni incubo che si rispetti. Giuseppe Bianco
 

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