Nicola Perilli novembre 9, 2009 \\

Mat. 3019090

di Nicola Perilli - Foggia

Il rumore non è assordante, ma continuo, una cantilena di metallo che tocca direttamente al centro del fastidio, che scopre i nervi. Un concerto ripetuto all’infinito, di presse, pistoni e pulegge, e di movimenti sempre uguali, di mani che ormai si muovono sole, di pensieri che pensano in silenzio, di tempo che brucia via, e non torna, perso per sempre. Le tute grigie. I guanti sporchi. Ecco cosa diventano i sogni, ecco cosa diventi tu: un numero, una matricola, una tuta grigia, dei guanti sporchi, e millecentotrenta euro al mese, al netto. Mi chiamano “l’artista”. E sorridono, qui i sorrisi hanno il loro peso, sono pacche sulle spalle, sono un regalo, il regalo della gente semplice che ha nelle tasche, solo sigarette, spiccioli e qualche sorriso. Il rumore ormai non lo sento più, il rumore l’ho ingoiato, e dentro intacca piano la sopportazione.

Mi chiamo Luca, ma qui, mi chiamano “l’artista”.

* * *

Quando sono riusciti a tirarlo fuori dalla pressa, aveva addosso la tuta grigia. Dicono: una sicura non messa. Ma poi che importa il perchè? Dicono: non ha sofferto. E questo dovrebbe bastarmi? No, non mi basta, mi dispiace. Dicono: Luca sii forte. Forte? Riuscite a capire che non è una questione di forza? Sul grigio di quel pavimento, nel grigio della sua tuta grigia, c’è mio padre, e lì, sopra di lui, sotto quel lenzuolo bianco, c’è il grigio del mio dolore.

* * *

Matricola 3019090. Un tesserino marcatore con una foto uscita male. Una tuta grigia, chiusa in un cellophane trasparente. Guanti nuovi, duri, non ancora modellati dalle nocche, puliti, viene quasi voglia di lavorare a mani nude, per non sporcarli, per tenerli lontani dal nero che mangerà il loro chiaro, come qualcosa da cancellare. Mi rigiro il tesserino tra dita. Da un lato la striscia magnetica, nera lucida, dall’altra una foto uscita male, non sembro neanche io, lo sguardo è perso oltre l’obbiettivo, mi sforzo di ricordare cosa stessi pensando mentre i quattro flash scoppiavano nella cabina, ma niente, non ho ricordi a portata di mano. Guardo nella foto quel volto liofilizzato in quattro centimetri per cinque, e quella è la mia faccia, ma quello non sono io, quello è il mio involucro, la mia maschera di carnevale. Scarto via la tuta dal cellophane, nel crepitio della plastica i pensieri si arricciano, tocco il cotone rigido, spesso, e lo conosco da sempre, quel cotone era mio padre, quella stoffa ora sono io. Raccolgo la mia dote, sorrido amaro, nel cambio non devo esserci andato proprio bene, sorrido ironico, una tuta, dei guanti, e un pezzo di plastica in cambio di mio padre, non mi sembra un grande affare, non sorrido più.

Matricola 3019090, ma qui, mi chiamano “l’artista”.

Spengo la sigaretta. Schiaccio il filtro e la piccola brace sotto la scarpa da lavoro, il cilindretto di spugna si appiattisce, il tabacco abbrustolito lascia il suo rosso fuoco e diventa nero. La pausa è finita. Come una processione di desideri irrisolti rientriamo ognuno al suo posto, ognuno al suo compito, ognuno a schiacciare, premere, tirare, svitare, pressare. Ci penso spesso, visti dall’alto, ognuno col suo bel numeretto, incasellati al proprio posto, siamo poco più di uno schedario.
Infilo i guanti, che come me sono sempre più scuri. Loro fuori. Io dentro. Infilo i guanti e prendo parte a questo gioco di ruolo, per vincere, devo riuscire a non sentirmi chiuso in un recinto, devo farmi bastare questi pochi movimenti obbligati e ripetuti, devo abituarmi all’odore di metallo e grasso, che tutto sommato è il meno peggio, devo riuscire a non pensare e quello che scoppia dentro. Dovrei riuscire a non pensare a mio padre. Mi sento perdente.

* * *

Il telefono squilla e io ho le mani sporche di colore e una tela già colpita dal pennello sul cavalleto, il telefono squilla mentre cerco di correggere il rosso bruno di una sfumatura, il telefono squilla e il rosso del sangue di mio padre ha smesso di fare la sua parte, si è licenziato dalle sue vene, ha smesso di prendere ordini dal suo cuore, corre rosso sul grigio del pavimento. Al telefono mia madre continua solo a ripetere: «tuo padre, tuo padre», la voce le viene dritta dagli occhi e si impasta alle lacrime, ogni tanto intervalla la sua salmodia per dire «in fabbrica», ma quello che è successo non riusce a dirlo, come un difetto nell’impalcatura del linguaggio, come se lei quelle parole non le avesse dentro. Come se non le fossero mai dovute servire. Io cerco di trovare appigli, possibilità, ma le lacrime di mia madre sono le parole che lei non ha, il pennello mi cade dalle mani, una macchia rossa si sparge sul pavimento e io precipito nel cuore liquido del dolore.

* * *

Ora ingoio rumore, respiro metallo e i miei guanti sono sempre più sporchi.

Mi chiamo Luca, matricola 3019090 la stessa di mio padre, ma qui, mi chiamano “l’artista”.

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