Stefania Giovando novembre 9, 2009 \\

rosso irlandese

di Stefania Giovando - La Spezia

Il sentiero s’inerpicava leggermente, dipanandosi lungo la grigia scogliera, alla base della quale, trecento metri più in basso, una verde risacca calamitava gli sguardi dei turisti in cerca di emozioni forti…. Ed emozionante era davvero quel percorso a fil di precipizio: le famose Cliff of Moher promettevano una scarica di adrenalina a chi si fosse affacciato dal dirupo che precipitava verticalmente in mare, per ritrarsi subito dopo spaventato e insieme affascinato dall’orrida bellezza del baratro. Liana camminava con un po’ di affanno, lungo quel sentiero polveroso, decisa a raggiungere un costone che impediva al suo sguardo di spaziare all’orizzonte, quando, all’improvviso, sentì il suono. Era sottile, vivace, penetrante…Un violino! Quello era un violino…Serghey! - quasi un urlo, nella sua mente. Si alzò e si affrettò verso la roccia che si frapponeva tra lei ed il suono, ma, mentre si avvicinava, capì che questo era in realtà un’armonia di suoni: non un violino, ma più di uno… Percorse gli ultimi passi quasi di corsa e, finalmente, fu dall’altra parte del costone: tre ragazzine erano intente a suonare con espressione assorta e rapita. Le prime due avevano sui tredici anni, la terza non doveva averne più di otto o nove. Sottili e slanciate, avevano i visetti cosparsi di efelidi ed una cascata di capelli rosso fiamma, il rosso irlandese… il rosso siberiano. Suonavano un’allegra ballata, accompagnando la musica con il battito ritmico del piede. Erano appoggiate ad un basso muretto di sassi, sull’orlo dell’abisso, con la tranquilla noncuranza dell’età. La melodia era travolgente ed alcuni turisti avevano già iniziato a seguirla, battendo le mani e inventando passi di danza, quando il ritmo cessò all’improvviso. Non ci fu neppure il tempo di accennare ad un battimani, perché la bambina più piccola si staccò dal muretto, fece un passo avanti ed attaccò una melodia lenta e solenne, seguita subito dalle altre due ragazzine, che le facevano da accompagnamento. La musica era triste, parlava di nostalgia, di rimpianto, di addii, di emigranti, di terre straniere, della paura dell’ignoto, di un oceano da attraversare, della famiglia lontana, dell’amore perduto per sempre…Tutti erano zitti, assorti. Ognuno aveva qualcosa da rammentare, un luogo, una persona, un addio… Aveva i capelli rossi, Serghey, e gli occhi di ghiaccio, ma solo per il colore, azzurro chiaro, quasi argenteo, perché dentro vi ardeva una fiamma di entusiasmo e di passione. Anche lui suonava il violino, in quel fumoso piano bar, e per lei, nella stanzetta sul fiume. Proveniva dalla Siberia orientale, così fredda, così lontana. Frequentava, forse, l’università, ma non studiava mai, tra il lavoro, la musica e Liana. Vent’anni lui, diciassette lei, e un mondo tutto da scoprire. Le corse lungo il fiume, le risate nei giardini, i pomeriggi sonnolenti, nel calore di quell’ultima estate. Lo mandavano via, sospetto perché straniero, e straniero dell’est, quando ancora si credeva che i russi mangiassero i bambini. “Non posso rimanere, vieni via con me” “Non posso venire, tu sai che non posso” “Vieni via, ti prego” “Così mi uccidi, amore mio” . Era partito una luminosa mattina d’autunno, negli occhi già il calare delle brume. L’aveva salutato sorridendo, e le lacrime le avevano fatto da barriera. L’ultima immagine del suo viso, e i capelli, che si muovevano, come una rossa bandiera, mentre il treno si avviava lento e già correva via.
Liana si riscosse, sentendo un brivido correrle lungo le braccia. “Hai freddo?” le chiese, sottovoce, suo marito. “Un po’, sì” rispose lei, ma non sapeva se fosse vero. Oh, Serghey! Suoni ancora il tuo violino?…Ma sorrise all’uomo che da trent’anni divideva la sua vita e si appoggiò al suo braccio, già pronta a proseguire.
L’aria si era fatta un po’ più fredda ed il sole stava tramontando, incendiando l’orizzonte e traendo bagliori di fuoco dai capelli delle tre ragazzine, che si muovevano appena alla brezza di mare.
 

Un’ultima nota vibrò nell’aria, rimanendovi sospesa a prolungare l’incanto, poi i violini tacquero e le bambine li riposero ordinatamente nelle loro custodie, avviandosi quindi lungo il sentiero, con aria seria e compunta. Nessuno dei presenti fiatava, ognuno ancora sotto l’effetto della musica e dei rimpianti.
Qualcuno cominciò a muoversi, riprendendo la strada in silenzio. Liana ripiegò nell’anima i suoi ricordi.
Già molto lontani, capelli di fiamma fluttuavano lievi nel vento.

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