Lenio Vallati novembre 9, 2009 \\

ciao come ti va'?

di Lenio Vallati - Sesto Fiorentino

C’ero anch’io il diciassette a Casal di Principe ad ascoltare Roberto Saviano. La sua voce era ferma, chiara, decisa nell’accusa a un’ intero sistema che da sempre soffoca la nostra terra. Qualcuno lo ha contestato, “la camorra non esiste” ha urlato, qualcuno lo ha accusato di volersi fare propaganda per essere eletto deputato. Avrei voluto gridare anch’io a quel modo, dissociarmi dalle sue parole, credere che le sue fossero tutte menzogne. E invece è tutto vero. Mi chiamo Ciro, ho quindici anni e da tre faccio parte di questo sistema criminale. Ho letto il libro di Roberto. Io non mi intendo molto di economia e ho fatto fatica a capire le sue argomentazioni al riguardo. Conosco diverse persone che lui rammenta nel libro e ho sentito parlare più volte di tutti quei nomi. Ma la mia conoscenza della camorra si ferma poco più in là di queste strade dove ogni giorno io ed altri miei amici spacciamo droga. E’ cominciato tutto il giorno in cui ho desiderato di avere anch’io la moto nuova fiammante da mostrare con orgoglio agli amici e il rolex al polso. Mario ce l’aveva, come pure aveva la ragazza da portare al cinema dopo cena. La volevo anch’io, così come volevo suscitare negli altri ragazzini della mia età l’invidia per essere diventato un vero uomo. E’ bastato consegnare qualche pacchetto, vendere qualche dose al tossico all’angolo perché tutti i miei sogni di ragazzo si avverassero. Finalmente avevo i soldi per portare Vera al cinema, e per dare anche qualche soldo a mio padre che da quel momento mi guardava con occhio diverso. Io non pensavo che dietro quei soldi ci fosse l’organizzazione criminale di cui Roberto parla. Credevo che fosse tutto lecito. Poi qualcuno mi ha messo in mano una pistola e mi ha detto chi fare fuori. Non ero solo, naturalmente, quella sera che ammazzammo quei due, non ricordo i nomi, al bar. Dovevo farlo, altrimenti addio moto, e rolex, e Vera. La prima volta fu duro, tutto quel sangue! Ma poi non ci si fa più caso, continui ad uccidere perché vuoi mantenere quello che hai, e poi le tue vittime non le conosci neppure, magari sono di queste parti o dei paesi vicini, ma non le hai mai viste prima. Poi un giorno ti chiedono di uccidere un amico. Come fai, dico, a sparargli mentre lui ti guarda negli occhi? E allora ti avvicini, lo saluti “ciao, come ti va?” e non appena si distrae gli spari alla nuca. Il suo corpo si affloscia, sembra quasi come quando mentre giochi al calcio il pallone si buca, l’aria esce tutta insieme con uno strano sbuffo. E poi c’è sangue, sangue dappertutto, col suo odore dolciastro che ti si attacca addosso e non ti lascia più. Le morti si susseguono a ritmo impressionante. Non c’é via, o piazza, che non ne sia intrisa. Non c’è abitazione che non sia stata testimone del massacro di vittime innocenti. Perché insieme a coloro che regolano il gioco muoiono anche persone che non c’entrano niente, che passano lì per caso. Ma quel giorno, a Casal di Principe, ho sentito qualcosa rompersi dentro di me. Ho sentito forte il desiderio di voler cambiare, come se la vita che avevo condotto fino ad allora non mi bastasse più. Basta droga, basta uccidere. Voglio un lavoro onesto, diceva una voce troppo a lungo nascosta nella mia anima. La gente della mia terra non si merita di essere associata alla camorra. Molti miei concittadini sono gente onesta che si guadagna da vivere ogni giorno col sudore della fronte, non si meritano di essere considerati nel mondo come biechi assassini. Voglio camminare per strada senza la continua paura di essere catturato dalla polizia o di essere crivellato di colpi. Voglio finalmente respirare l’aria fresca della mia terra, e riempirmi i polmoni dell’odore acre dei suoi limoni. E gridare al mondo che, nonostante tutto, la vita è bella. Basta immondizia sepolta sotto le nostre carni. Ricordo ancora le parole di Roberto : “Abbiamo, avete il diritto alla felicità. La forza di opporsi a questa realtà deve venire da voi. Voi sapete da che parte stare”. Roberto ha chiamato i padrini per nome : “mon valete nulla” ha detto loro “ poggiate la vostra potenza sulla paura, ve ne dovete andare da questa terra”. Ho ammirato il suo grande coraggio che lo ha portato a mettere in pericolo la sua vita, ad esporsi alla vendetta della camorra. E così l’ho detto qualche giorno fa a un paio di miei amici. E l’ho detto anche a Vera che mi ha guardato in un modo strano. So che la perderò, ma acquisterò un bene ancora più prezioso, il rispetto di me stesso. Ma ecco spuntare Mario col suo ciondolare lento. E’ lui che mi ha portato, tre anni fa, su questa strada, ma non gliene faccio una colpa. Anzi, cercherò di convincerlo a cambiare vita. Mi si avvicina, mi abbraccia e in tono sommesso mi dice : “ciao, come ti va?”. Poi tutto intorno a me si fa buio, sento freddo nell’anima, mentre un odore dolciastro mi si attacca addosso e non mi lascia più.

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