Francesca Ceci (I classificata) novembre 9, 2009 \\

UN SORSO DI MIO PADRE

di Francesca Ceci - Roma
 

Da qualche parte, in qualche momento, ho sentito dire che la memoria inizia a tre anni. È una di quelle cose che si sanno senza bisogno di approfondire, di cercarne la fonte. Sono cresciuto con questa idea, senza rendermene conto, senza mai pensarci davvero.
E così adesso so che il primo ricordo di mio padre risale ad allora. Deve essere proprio così.
Rivedo ogni venatura della sua mano grande e scura, le unghie tagliate troppo corte e i calli che abitavano il suo palmo. Rivivo il loro tremore, il non riuscire e fermarsi e la mia prima sensazione che allora le giornate non finivano mai davvero, che il mondo di fuori con il suo movimento convulso e con il suo isterismo te lo porti a casa ogni sera. Che neanche lì riesci a fermarti perché ti senti sempre più fuori che dentro e i tuoi gesti non hanno tregua.
Eppure lui ci provava, gli piaceva tornare a casa, gli piaceva che io lo aspettassi per insegnarmi qualcosa.
E quando avevo proprio tre anni sono entrato nel mondo dei grandi, me l'ha detto anche lui, deve essere stato allora, altrimenti non lo ricorderei. Una sera come tante mi ha fatto entrare un po' nella sua vita.
Io mi ero sempre chiesto perché i bicchieri dei grandi erano così scuri e colorati, perché quello di mio padre era sempre rosso scuro e non si vedeva mai il fondo, mentre il mio era bianco, trasparente e inconsistente. Lui rispondeva sempre e solo "adesso no, quando sarai più grande".
E così che ho capito di essere cresciuto.
Quella sera inaspettata lui mi spiegò che in quell'acqua colorata avrei potuto trovare ogni mia sensazione e tutti i miei desideri.
Mi disse che però dovevo restare attento e pensare intensamente. Dovevo pensare così forte da riuscire a dare un colore ai miei pensieri e lui era sicuro che quel colore avrebbe finito con l'assomigliare al rosso. Mi spiegò che ogni cosa ha mille sfumature e che nel rosso del vino avrei trovato tutte quelle che potevano servirmi, ma soprattutto quelle che non sapevo di stare cercando.
Io chiusi gli occhi ma ogni tanto sbirciavo fuori dalla mia mente, lui diceva che non sapevo concentrarmi abbastanza e che non ero pronto.
Qualche sera si arrabbiava davvero.
Ma io volevo più di tutto entrare nel suo mondo e sentire ciò che sentiva lui ad ogni sorso e strizzavo gli occhi fino a farli lacrimare, ma alla fine riuscivo con difficoltà a raccontargli cosa avevo visto, qual'era il colore della mia curiosità, dell'invidia, della voglia di giocare e di diventare subito grande.
Lui qualche volta riuscì e dirmi quali erano i colori che vedeva lui e qualche volta coincidevano con i miei, altre ancora non li capivo perché non sapevo provarli.Mio padre mi disse che dovevo tenere bene ci mente che le emozioni potevo colorarle io come volevo e in qualunque momento e che non dovevo credere a chi diceva che esistevano definizioni già stabilite, che nessuno poteva dire che il mio capriccio era rosso rubino o la mia risata era quel rosso chiaro o brillante. Solo noi sapevamo che le lacrime erano scure come le foglie che trovavamo sul davanzale le mattine d'ottobre e che mio padre che si arrabbiava era uguale alle foglie di tè bruciacchiate che lasciava sempre sul fondo della tazza e che cadere per terra senza farsi male aveva il colore dei campi di tennis.
Mi raccontava che crescendo avrei provato così tanti rossi che avrei faticato a riconoscerli tutti ma mi fece promettere che anche allora non avrei desistito e non avrei smesso di cercarli in ogni immagine, in ogni paesaggio, in ogni bicchiere e nei ricordi che riuscivo a conservare.
Ero diventato bravo e mio padre mi disse di avvicinarmi perché ero pronto e lui era orgoglioso. Avrei conosciuto un altro pezzo di lui che non mi avrebbe più lasciato. Ma questo non me lo disse.
Accostò quella mano enorme al bicchiere che gli faceva compagnia la sera, vi immerse solo la punta del dito, poi la avvicinò rapida ma attenta alle mie labbra e vi lasciò cadere solo una goccia, così scura che sembrava nera e che non ricordavo di aver mai conosciuto nei miei vagabondare colorati ed astratti, né di aver mai visto nella mia collezione di pennarelli rossi e matite colorate.
Quello era il suo colore e il suo vino preferito.
L'ho cercato tanto volte dopo ma non l'ho mai ritrovato.
Così come non ho più ritrovato mio padre, tranne che nelle pietre levigate dal mare, nelle lande deserte, nei chicchi di melograno, nei quadri astratti di pittori che non conosco, nel sangue sull'asfalto, nelle more troppo mature, nel tramonto qualche volta, nel sorso di rosso che bevo ogni sera cercando un po' lui, un po' me, un po' i nostri colori.

 

Motivazione
Racconto emozionante e coinvolgente, un viaggio tra i ricordi ed i legami più segreti, protagonista la memoria che torna indietro nel tempo per ritrovare la figura paterna così cara all’autore.
Una composizione dunque che sussurra commossa, canta lieve, ricorda, densa di umano, comprensibile sentimento che ripropone la nostalgia per un mondo perduto, un mondo di affetti che il tempo ha confinato inesorabilmente in un posto ormai irraggiungibile. Claudio Perillo

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