Luigi Tarantino (II classificata) novembre 9, 2009 \\

PRIMA CHE IL TEMPO VENISSE A CONSUMARCI

di Luigi Tarantino - Palermo
 

Soli, siamo soli, immersi nel silenzio di queste stanze vuote.
Io e te nel buio trafitto qui e li dal sole di maggio che lento trascorre, promettendo nulla di buono.
Mi dondolo su una sedia che mi sostiene appena, mi guardo attorno cercando qualcosa che possa cogliere la mia attenzione, portarmi lontano da queste mura che quasi mi soffocano, da questa casa testimone della tua vicenda, della tua solitudine,dei tuoi pianti nascosti, della tua rabbia, del dolore. Essa già sa tutto, eppure tace e mi priva perfino di allontanarmi con la mente.
Ti fisso mentre riposi, cercando di ascoltare ogni tuo respiro, coglierlo attraverso il movimento delle lenzuola che coprono il tuo petto divorato.
Ti osservo e scelgo di perdermi nel tuo volto……..lo scruto con attenzione e in un attimo finalmente mi allontano, col pensiero fuggo ciò che ormai mi sembra insostenibile.
All’improvviso vedo una strada e lontano su di essa tra la folla una donna e un bambino.
Siamo io e te prima che il tempo venisse a consumarci.
Camminiamo dandoci la mano e nel mio volto è chiaro il mio essere contento per averti accanto.
Mi sento protetto e nello stesso tempo tuo protettore.
Tu come al solito sei bella, perfetta, con i tuoi capelli lunghi e raccolti, la tua pelle liscia segnata qua e la simpaticamente dal tempo, le tue parole che più di tutto mi rendono sicuro.
È un sogno, triste e meraviglioso in cui mi perdo fino a quando mi sveglio, destato dalla tua tosse.
Apri gli occhi e anche tu ti guardi e ti fermi ad osservare il tetto.
Ti chiamo ma non mi ascolti; allora mi nascondo e piango, ripensando a tutte le parole che fino a qualche tempo fa mi hai detto e di cui adesso mi privi. Non riesco a fermarmi, cosi sono costretto ad allontanarmi per evitare che tu possa sentirmi. Mi ritrovo nel balcone e anche qui ogni cosa mi ricorda il passato:dai pomeriggi estivi passati insieme a chiacchierare e a sorridere nel balcone al tuo grande amore per le rose che da giorni non innaffi e che tuttavia stanno continuando a sbocciare.
Rientro in casa e subito sento la tua voce. Allora corro illudendomi che tu mi stia chiamando per dirmi chissà cosa. Mi illudo, perché in realtà non chiami me ma tutti coloro che non sono più. È un susseguirsi di nomi, di vite, storie ormai passate ma che per te all’improvviso sembrano realtà. Allora ti scuoto e tutto ciò che ho dentro viene all’improvviso sconvolto dai tuoi occhi che mi fissano come mai prima..
Non riesco a decifrare il messaggio, non riesco a comprenderti e allora mi sento impotente. Ti accarezzo mentre ancora mi guardi, mi stendo accanto a te e comincio ad invocare Dio perché venga a liberarci da questo vicolo cieco in cui ci ritroviamo.
Afferro la tua mano, quasi a trasmetterti il mio affetto attraverso di essa.
Fisso il tetto che ci guarda, poiché non ho più il coraggio di guardarti.
Sicuramente penserai che ti ho tradito e che tutte le parole che in questi anni ti ho detto sono solo menzogne. Mi sembra di impazzire, afferro il cuscino e piango cercando anche questa volta di nascondermi da te.
Mentalmente grido, grido che nella mie parole io ci credevo veramente e che non era mia intenzione ingannarti.
Decido di parlarti e di dirti tutto, non mi importa se non mi ascolterai. Decido di dirti che le nostre strade stanno per dividersi, che per me sei stata importante, decido di chiederti scusa per tutto ciò che ho paura di rivelarti ma che ben presto saprai.
Decido ma non lo faccio.
Intanto anche questa giornata sta finendo; il sole sta tramontando e allora prima che sia troppo tardi apro tutte le finestre perché i suoi raggi possano baciarti per l’ultima volta.
È ora di cenare. Mi illudo che lo farai. Preparo tutto come se niente fosse. Stendo la tovaglia e vengo attratto dalle tue rose. Sono ancora più belle all’ombra della sera.
Scelgo di portartele nel letto dal momento che non puoi andarle ad ammirare da sola.
Non mi importa della terra e dell’acqua che continuano a gocciolarmi addosso e sul pavimento. Non mi importa voglio solo farti contenta.
Improvvisamente le lascio cadere per terra……………………
Loro, le tue rose all’improvviso sono petali infangati sparsi per la stanza.
Come statua di ghiaccio, ti osservo. Anche io mi lascio cadere, come vetro per terra mi distruggo. Il dolore mi soffoca. Rimango impassibile.
Siamo soli, io a pezzi per terra, tu ormai lontana, finalmente spensierata ……chissà dove.

Solo, sono solo nel silenzio di queste stanze rese ancora più vuote dalla tua assenza. Scrivo ma non trovo pace neanche in questo.
Ti chiamo. Ti racconto tutte quante le mie vicende e anche se tutto tace, io ti sento vicina ad ascoltarmi.
Ti vedo nelle tue rose sopravvissute, nell’odore delle stanze, negli improvvisi rumori e li in quella sedia che più non dondola ma in cui ti immagino ad osservarmi nel silenzio che ormai mi circonda.

 

Motivazione
Racconto breve, incontro felice tra rapidi, fulgidi voli di fantasia e profonde, inalterate dolcezze; immagini particolari in cui s’intravedono chiari il velo di amarezza e di mistero che avvolgono insieme, comprensibilmente l’anima dell’autore.La dolcezza del brano esplode nel commovente epilogo, vera e propria severa riflessione attorno a sogni filtrati dalle delusioni, dalle speranze e dai desideri capaci di nascondere il disincanto, la disperazione, la sfiducia nonché il rimpianto ossessivo di una dimensione ormai perduta. Claudio Perillo

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