Mesinversi (Giuseppe Vetromile) novembre 10, 2009 \\

<< Gennaio >>

Resta un opaco quartiere smontato: ristagna
nelle lunghe noie fredde d’inverno.

Nel doponatale
abbiamo staccato la via di Betlemme
dal sughero d’oriente, incartocciato i re magi,
deposto il popolo di creta (riserva di speranza)
nell’oscuro scantinato. Il giorno è melenso.
Come l’asciutto cuore dell’accontentato.

Il nostro occhio fariseo
– assuefatto a pagane lune d’argento –
ammicca infastidito al riverbero
d’una perduta lontanissima novità/cometa.

 

<< Febbraio >>

Insiste ruvido in mezzo ai caseggiati,
incatena di gelo la sera infinita.
Alza la sua voce il vento prepotente
e disperde gli abbai dei cani
in cerca di ospiti garages.
Un livido tondo è la luna
affacciata al balcone oscuro delle nuvole.

Attendo che passi l’amarezza:
intreccio versi e preghiere in grembo
nell’angolo buono
tutto il tempo aggrovigliandomi
alle vampe della vecchia stufa a cherosene.

 

<< Marzo >>
Da un po’ mi sono aperto: riecco
l’amore che slega i colori dal cielo!

Nulla è più forte d’una gemma di pesco
che sfora l’uggia del quotidiano torpore.
Lungo questa strada
i miei occhi hanno sempre bivi
verso i falsi paesi di cuccagna, mai
un orizzonte in fiore che appaghi
il penoso andare alle fabbriche del pane.

E la vita non è nulla di meglio
che stare a godersi il passo del contadino a fianco
quando è l’ora della terra pregna.

 

<< Aprile >>
A volte risento la Pasqua che s’apre di verde
e intarsia di sole il risorto cammino
verso l’eterno chissà. In quell’ora
quaggiù dilaga una lenta maestosa viacrucis
oltre l’uscio d’una preghiera assai terrestre:

Imploro un passaggio
almeno fino a pentecoste.

In questo fervore
sono quello che,
crocifisso fuori casa, ora procede
carico di chiassose cianfrusaglie,
travestito da buon samaritano.

 

<< Maggio >>
Strilla ancora nella teca dei ricordi
l’antica fioraia laggiù
al diciassette del vicolo Santamaria:
<<’e rrose ‘e maggio!… ‘e rrose ‘e maggio!>>

Nulla più che lo stelo del sole
in un canestro ambulante: eppure
vi raccoglieva un’implosa gioventù,
un disseminare abbracci al domani,
un fascio d’amore per il mazzetto di tempo
che ci è concesso.

In questa stazione ‘e rrose ‘e maggio
non le ho più ritrovate:
giacciono appassite all’edicola del crocevia,
dove è sbarrato ogni ritorno.

 

<< Giugno >>
E’ il mio sogno che rievoca l’inizio della vita,
vergine che inondi d’azzurro le brevi coltri della terra:
giugno è la ciliegia matura che si stacca
ad una ad una dalla madre albero
per un viaggio nell’incertezza della carne

– Oh delimitata stagione di amplessi fugaci! –
io mi ricordo di quel balcone fiorito
e degli usignoli che spargevi nel cielo
come messe d’alati desideri: acerbi,
ancora colmi di proposte e di costruzioni aeree.

Lontano da quel giugno, amore mio in fiore,
ho intravisto il ritorno d’un vecchio padre:

il mio chicco di materia che s’apre e s’abbandona
lungo il solco dell’andare.

 

<< Luglio >>
Dai pinnacoli del cielo svetta il sole
caldissimo sulle nostre opere disumane:
sembra voler disciogliere in fuoco
il calcestruzzo e il ferro dei rottami.
Ma poca gloria resta a questa natura
intrisa d’ossido e rifiuti, miserie di piccole
anime alla deriva, rinunce d’armonia.
Dai numerosi lager ancora in luce
s’eleva l’inferno di babele e le croci
fiammeggiano in una diversa apocalisse
(siamo bravi ad inventare nuove morti).

Il sole di luglio tenta di fondere
in un unico crogiolo
la vita e la morte
l’amore e l’odio
il mare e la terra
di noi incontentabili.

 

<< Agosto >>
Ride il sole sull’incauto supino:
ancora un poco e il letto di sabbia
sarà pira o supplizio cocente.
Del mare di fronte non v’è
che una tabula rasa melliflua
scaldata di celeste liquido immoto.
Lì tra gli ulivi stabili dietro le dune,
ferma e zitta neanche una cicala pazza resiste
al più forte strido di calura ferragostana.
Nonostante le crepe fra gli scogli scotti
fresche di alghe bizzarre, sta
un granchio di sghimbescio e mormora
alcune litanie al bianchiccio andirivieni
della spuma. Come un ramarro in attesa
giaccio nel deserto caseggiato:
vado elencando refoli di bosco
nell’immagine del tempo evaporato.

 

<< Settembre >>
La sera va ad aprirsi un varco di frescura
oltre le colline riciclate di mattoni. Agita la quiete
lo strombazzo polifonico dei guagliuni
nello spiazzo invaso dal violetto del tramonto.
E’ questa la sede dei ritrovi accanto al bar
dei circoli chioccianti e garruli di sogni
sopra il muretto discrepato del cortile:
vi so di storie alate per l’indomani
se il sole ancora vorrà concedere
un tratto d’estate: l’ultima stagione
prima che l’uomo riprenda
la sua fabbrica del pane
(dura gelo nel cuore a sentirne,
quando ormai è perduta la quota
dei diciottanni d’allegria
nelle mille latte di cocacola
e centomila patatine al ketchup
consumate in sella al motorino).

Settembre passa come una ferrari
va veloce verso il traguardo
e non torna che al prossimo giro d’anno

se si rifarà un nuovo campionato.
 

<< Ottobre >>
Se ascolti il canto del cielo
troverai vuoti anfratti, echi di rondini
migrate e di alzavole lontane. Mai
universo è più sconsolato di questo
come d’un bimbo che gli viene smesso
l’allegro suono del carillon.

Oggi deturpa di grigio il languido palazzo
l’acido di pioggia a catinelle, ma
sarà un sanfrancesco ancora umido d’afa,
l’ultima coda dell’estate, a far rimpiangere
il trascorso frizzante d’una vita
alla ricerca incauta del vivere.

Sarò oltremodo guardingo
nel non concedere al prato vecchio
il mio fogliame caduco.

 

<< Novembre >>
Si sente quasi finito il tempo
in questo fagotto di freddo pesante.
Entra nella pelle l’idea della morte,
smorto anche nella pronuncia, novembre,
antonomasia di morte.

E un pallore tenue copre i giorni
indifferenti e frivoli, cadenzati.

Basta un nonnulla
e il brivido d’una sera diaccia
s’insinua nei ricordi: talvolta
una lucentezza di stelle immobili
addolcisce le tenebre
dissolvendo disperazioni a venire
(misterioso il domani e quasi alieno)
quando l’età è ormai albero
che distacca le sue foglie vecchie
per risorgere ad un nuovo ciclo.

 

<< Dicembre >>
E aggiungi quest’altro giro, Sisifo tenace. Ancòra
l’eterna massa ha raggiunto il culmine d’un tempo
inesistente, e poi scivolerà all’inizio ripetibile,
dato per certo, come è certo che l’uno di gennaio
comincia ogni nuovo calendario. E tu
riprenderai quel negozio pesante,
quelle tue vettovaglie arrugginite,
quei tuoi spiccioli di giorni smarginati
tra la memoria in bilico e la speranza.
Vedi? stenta pure il sole
a dipingere i gerani sul davanzale del mattino,
e repentino t’avvolge l’orco del tramonto
nelle coperte della notte. Necessaria
è quindi la fretta del rientro nel nebbioso caseggiato
(dove pure c’è un calore di minestra
nell’angolo solito di cucina accanto alla finestra).

E’ dunque qui che si conclude, Sisifo testardo,
l’inconcludenza della vita, l’attesa,
la tua attesa!, che si rompa finalmente
questo giro di pietra incessante e dispendioso,
o Sisifo pregante, buono che sei solo
a contemplare meraviglie, mentre
ti trascini la materia senza senso
delle tue pene fino all’apice del mondo.

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