Martino Sgobba (I classificata) novembre 27, 2009 \\

Poidomani

 

 

 

 

Il letto vicino alla finestra si era abituato alla sua progressiva leggerezza e, in quel lungo domenicale pomeriggio di primavera, taceva in attesa dell’orario delle visite. In ospedale, quando entrano i parenti, gli amici e i turisti del dolore, alcuni riprendono a vivere, altri si esercitano a non ascoltare, a non vedere, a non muoversi, ad essere già morti.

Il letto tratteneva il respiro mentre lo sentiva piegato su un fianco, a guardare, con gli occhi chiusi, il cielo. Sapeva che non sarebbe venuto nessuno. Aveva ascoltato il proprio ospite rispondere ai medici di non aver nessuno. Forse, in un’altra città, in un’altra nazione, dopo un altro mare, qualcuno lo stava dimenticando. Il letto gli voleva bene, ma non capiva i suoi silenzi, anche con gli infermieri, i suoi sorrisi di risposta al “come va?”, al “come ti senti oggi?”, al “vedrai che uscirai presto”. Lo osservava attento quando si sollevava per poter caritare, senza bussare a nessuna porta, la minestra. La mangiava lentamente per farla durare più a lungo. Col passare dei giorni, la lentezza era diventata fatica. Ora il cibo lacrimava dagli aghi, senza più nutrirlo. Il letto percepiva il colpo di ogni stilla e si chiedeva, ogni volta, se il suo amico avesse mai regalato una goccia di splendore al mondo. Un seme che, da qualche parte, fosse fiorito in cerca di acqua, aria, terra e fuoco.

La sedia, a lato del letto, era stanca di essere spostata dai visitatori dell’altro malato. Quanti ne erano passati? Uno, due, tre, tanti. Mancava soltanto l’ultimo. Avrebbe voluto restargli vicino, in attesa della dita della sua mano leggera. Ogni tanto, la sfioravano. Forse per caso. Ma la sedia tratteneva quella carezza come un dono prezioso, come uno sorriso che indugia e riconosce. Già sentiva le scarpe risuonare sulle scale d’accesso al reparto. Si preparò alla separazione.

La finestra aveva cercato di abbassarsi all’altezza dei suoi occhi, di riflettere gli alberi e la vita del piazzale. Ma si era dovuta accontentare di regalargli i tanti colori del cielo, la folla di forme delle nuvole, i righi della pioggia, il veloce velo del vento.

Lo chiamavano “Poidomani”, perché a chi, a fine serata, gli dava la mancia della domanda “quando esci?”, rispondeva: “poi, domani”.

 

Poidomani non pensava più. Per anni aveva dovuto, tutti i giorni, sbattersi per strade e piazze, a vendere cianfrusaglie, in attesa di pietà nascosta in un acquisto o di spilorceria mascherata da pietà. Un letto così comodo non lo aveva mai avuto. Una stanza così ordinata non era riuscito nemmeno a immaginarla. Quella finestra non era mai stata disponibile negli scantinati o nei capannoni abbandonati. A volte, era riuscito ad affacciarsi col respiro al finestrino di un treno dimenticato su un binario sepolto fra le pietre e l’erba. Il silenzio gli era mancato. Quando era ancora a casa, le notti inghiottivano ogni rumore e lasciavano la scena solo alla danza e alle parole dei sogni. In quella stanza d’ospedale, la sua pelle e il suo italiano oscuro lo avevano consegnato alla quiete. Nessuno da aspettare. Nessuno da chiamare. Nessuno da distrarre dalla distrazione. Né sole, né pioggia. Nulla. Lentamente si era accomodato nella malattia. Senza lamentarsi e senza curiosità. Un sorriso per tutti e una risposta “poi, domani”.

Non pensava più, ma piangeva. Da quando avevano cominciato a lavarlo nella stanza, piangeva. Dopo i gesti di veloce efficacia, ma privi di sguardo, dopo le parole nervose di frettolosa o scadente o imbarazzata umanità, piangeva. Si sentiva bambino. Intuiva che molti secoli prima era stato bambino. Gli appariva la madre e capiva di non avere più tempo per imparare il ritorno. Poi la giornata riprendeva. Voci, porte chiuse ed aperte, gli aghi, la sera, la notte. Sempre più freddo.

 

Poidomani non sognava più. Ma nell’ultima notte entrò in un sogno. Non riuscì a riconoscere il sognatore, ma rispose alle sue domande. Seduto su un tappeto, davanti a un fuoco, cominciò a raccontare e, storia dopo storia, incontro dopo incontro, viaggio dopo viaggio, la fiamma disegnò il suo volto: sorridente, piangente, bambino, giovane e anche come sarebbe stato da vecchio, se il tempo avesse concesso l’onore delle rughe. Si vide con una donna, con dei figli: in una casa, in un giardino, in un’automobile, in una piazza, in una preghiera, davanti al mare, a due passi da un lago, caduti nella neve. Si ascoltò scherzare in un bar, in fabbrica durante il lavoro. Si addormentò in metropolitana e si risvegliò.  Infine,  si stancò e chiese al sognatore di indicargli la porta.

Il sognatore lo svegliò e gli soffiò negli occhi i segni del suo nome. Le lettere si sciolsero e lo avvolsero come un sudario; poi scivolarono fino alla sabbia e divennero pietre, una vicina all’altra, in attesa di un viandante.

L’infermiere gli passò la mano sugli occhi e andò a riferire che Poidomani era già ieri.

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