Laura Rossi Mortara (II classificata) novembre 27, 2009 \\

Il coraggio di Alessandra

 

E’ di nuovo mattino.

Lo capisco dalla luce che filtra con violenza dalle finestre, lo capisco ancora prima di aver aperto gli occhi. La luce è troppo forte e mi rendo conto che il mio desiderio di oscurità e silenzio è forte.

Non lo voglio questo nuovo giorno.

Mi sento indolenzita e non ho la forza di alzarmi. Sono stanca.

Stanca di lottare da sola, stanca di non piangere quando ne avrei voglia, ma comunque mai di fronte a lui e mentre sto con le mie figlie, già stanno soffrendo tutti troppo a causa mia.

Così fingo. E mi chiedo se sia meno doloroso regalare un sorriso falso e stanco o una lacrima sincera.

 

Un dolore al braccio mi distoglie dai pensieri. Mi sento pulsare quell’appendice che non riconosco.

E’ gonfia, fa male. Sembra un ridicolo salsicciotto che non riesco a governare. Come tutto il mio corpo che si sta trasformando in qualcosa che non voglio.

Mi sembra di essere una fragile barchetta, tra le braccia del mare.

Non sono più io a governare la mia vita.

“Coraggio Alessandra, ce la puoi fare”. Me lo ripeto, me lo ripetono.

Oggi no, oggi non riesco. Oggi è uno di quei giorni in cui vorrei solo dormire e firmare la resa.

 

Che senso ha tutto questo, Dio?

Se sono barca fammi naufragare, che senso ha questa sofferenza, questo lasciarmi morire lentamente con gli occhi di tutti che fuggono il mio sguardo ed estraggono poche e penose parole per farmi coraggio. Perché?

Sguardi impauriti sulla mia testa rasata, sulla mia faccia livida, sembrano interrogarmi e capire il mio terrore, che non sempre riesco a nascondere.

So come andrà a finire, lo so bene e quell’orologio appeso al muro sembra ricordarmelo ogni secondo.

 

Però ho Fede. O forse ne avevo.

Perché è con quell’unica arma che mi sono attaccata alla vita, provo a tenerla con me, a stringerla, a non farla andar via.

Lo devo a me stessa e alle mie bambine. E’ un tormento troppo grande pensare che se qualcuno spegnerà la luce, io dovrò rinunciare a loro e gran parte del loro cammino.

Restano i ricordi.

Candeline di compleanni che stanno per spegnersi.

Quando soffierai, Dio?

 

Eppure non ho mai dubitato, non l’ho mai fatto fino a quando non mi hanno pronunciato quella parola.

Metastasi.

E’ breve, e non ha neppure un brutto suono se non viene rivolta a te. Quando però sei tu il mittente, il rumore di quelle lettere ti rimbombano dentro, e ti fanno sentire il terrore.

Mi hanno spiegato per bene cosa significa. Troppo bene. Potevano far prima e dirmi che in fondo è uno dei sinonimi per chiamare la morte.

Ne ho ovunque.

 

Mia madre, appena l’ha saputo, ha cominciato a pregare, rispolverando tutta la sua collezione di Santini. E’ una donna devota e credo che abbia chiesto la grazia a tutti quelli che abitano il cielo o sono da quelle parti.

Solo lei crede nel miracolo. Forse anche  mio marito ci crede. Lo capisco da come mi guarda.

Sempre sorridente e pieno di speranza.

 

Mia madre continua a crederci ostinatamente e mi tiene la mano per lunghi momenti passandomi un po’ della sua ostinata forza.

 

La capisco, per lei sono sempre la sua bambina, una bambina di 46 anni, che non può andarsene così. Non adesso, non ora, non in questo modo.

Io la guardo con tenerezza e con lei non devo fingere, anche se ci provo. Mi capisce al volo. Sono carne della sua carne in fondo. Le dico che mi sento leggermente meglio, anche quando faccio la chemio e passo tutto il tempo in bagno a vomitare e sembro un fantasma nel mio pigiama bianco.

Ascolta le mie bugie e mi accarezza la fronte, quando sono troppo stanca o sudata.

Quando lo fa, il dolore, che batte sulle mie tempie, sembra allentare la sua morsa.

Molte volte mi addormento così, con lei vicino.

 

Figlia e madre. A quante cose dovrò rinunciare interrompendo qui il mio cammino.

 

Spesso quando mi sveglio la ritrovo lì. Con la testa ciondolante e il rosario tra le mani.

Recita qualche preghiera, parole stanche, che cadono più che salire al cielo.

Le dico sempre di andare a casa.

Non mi ascolta mai e quando lo fa, è solo perché è sfinita e non vuole darmi altre preoccupazioni.

La vedo alzarsi e rimettere nell’angolo la sedia, mi rimbocca le coperte, in un gesto antico e mi dà un bacio.

Poi va via, con la sua andatura incerta, e senza voltarsi indietro chiude la porta della mia stanza.

Lo fa piano, quasi avesse paura di disturbare.

 

Solo in quel momento il silenzio si impossessa di me.

Vorrei tanto urlarle di tornare, di restare vicino a me che forse domani non la vedrò più e che mai avrei voluto darle un dolore così grande.

Poi capisco che non posso, tiro fuori briciole di orgoglio. Mi dico che sono una donna, sono madre, e allora annego nelle mie lacrime, nascondendomi sotto le lenzuola, come facevo da bambina e resto lì, al buio fino a quando il respiro torna regolare.

 

Chissà mamma.

Forse è proprio come dicevi tu.

Quando mi stavi accanto nelle mie sere da bambina e per calmarmi dicevi sempre le stesse parole:

“Se stai buona e in silenzio, l’uomo nero, non ti troverà”.

 

Laura Rossi  Mortara  (PV)

 

 

           

MOTIVAZIONE

 

Il racconto, con una fluida comunicatività, descrive la grande sofferenza della protagonista; sofferenza sua e delle persone che ama. Ben scritto, nel finale lascia una piccola speranza, inattesa, dopo il sofferto narrato.

 

                                                           Giuseppe Bianco

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