Laura Bruno Palmi (III classificata) novembre 27, 2009 \\

IL PIU’ PURO DEI PECCATI

 

Le mani affondano piano nel fango, gli occhi troppo azzurri, troppo occupati a liberarsi delle lacrime per notare lo spettacolo che gli si prospetta davanti: un’aurora diluita dalla pioggia.

Inestimabilmente fragile e bionda, nuda sotto quel vestito, nebbioso, bianco, bagnato, dissolto nelle gocce celesti, piante dal cielo appena nato. Elegante, anche se spogliata, anche se immobile e misera, circondata dagli steli d’erba più verdi e zuccherati che la natura abbia mai saputo nutrire. Bella. E lo sguardo tanto triste, e le labbra tanto piccole, il viso tanto antico. Punita, tradita da un’innata perfezione che molesta e sacra irrora ogni ignoto atomo della sua essenza pallida. Disumanamente incantevole in ogni nota del suo profilo. I capelli lisci e colorati della più candida luce, raggruppati dall’acqua in ciocche, alcuni incollati al viso. Irrilevantemente donna o bambina o viva. Inscindibile tra incandescenza fredda o ghiaccio caldo. Il viso, ovale e morbido si alza, forse pensa, ma il pensiero immortale è irraggiungibile dalle umane brame, e scruta l’orizzonte interpretando trascurabile e consueta, quell’alba di paradisiaco colore. Troppo poco divina, troppo poco terrena, ignora il primo mattino in cui i suoi iridi azzurri assaggiano il cielo guardandolo da prospettive invertite, e non ha sapore perché forse non è importante. Solleva gli arti superiori dal fango, dai polsi s’intravedono blu le vene, ancora cinta da un’aura d’argento che è cosciente di dover perdere da un momento all’altro, ma le sue dita sono protette, le unghie immacolate restano dieci mezzelune impeccabili. Il suo peccato è impresso su di lei, perché possiede un corpo e la pelle bianchissima è pur sempre tangibile. La sua condanna: perdita totale di un’evanescenza sempre avuta, perché mai generata, né creata, né morta. E non sa se è estate o inverno, perché viene dall’eterna primavera. Non è evidente alcun segno: il suo precipitare è stato latente. Un immediato incondiscendente tribunale salvifico di grazia, ha condannato la sua colpa. Amare un uomo, fondersi insieme ad un mortale, amare al di là degli schemi dettati dalla suprema gerarchia razziale e… precipitare. Un corpo: punizione ad uno sgarro non concesso all’intelligenza della sua razza. E la terra, sconosciuta alla personale esperienza tattile, era una sfera verde e bluastra da osservare e visitare come inadatta soprannaturale ospite. Ma un letto, un desiderio, forti braccia, occhi verdi, e un familiare e traditore cielo stellato l’hanno condannata. Si alza, convinta di aver commesso il più puro e ingiustificatamente dolce peccato, che ricommetterebbe mille e mille altre volte ancora. Cessa a pioggia. Nuda, essenza corporea, cammina ed ha ancora le sue ali, l’angelo sporco, scalza ma senza paura, senza pudore. Cammina, e stagliato contro l’azzurro di quel cielo appoggiato sulla collina erbosa, riconosce il suo carnefice e lo ama, come ama la sua colpa, e lo abbraccia, perché si accorge di un dettaglio che il buio della notte le aveva celato: nota che non è la sola a possedere un paio di bianchissime, splendide, candide ali.

Laura Bruno  Palmi  (RC)

 

 

MOTIVAZIONE

“Caratterizzato  da un andamento narrativo quasi surreale, capace di mettere in mostra, in coincise brevissime riflessioni, sequenze di un flusso vitale che a tratti registra una straordinaria pulsione lirica, il  breve racconto riesce, in un avvincente  gioco di parole, in una forma a tratti quasi diaristica, a lasciare una viva impressione nel lettore trasferendogli, con delicata naturalezza, un imperioso desiderio di meditazione”.

                                                         Claudio Perillo

 

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