Giangi Poli .... i grandi autori febbraio 23, 2014 \\

I grandi autori ...... Giangi Poli si confessa..

Come è nata l'idea di intraprendere la sua carriera professionale di giornalista scientifico ?

Per un motivo molto semplice. Già frequentando l’università (a Padova) avevo notato quanti inutili  errori di comportamento e di giudizio e quante inutili angosce e ansie della gente fossero dovuti all’ignoranza scientifica dei fatti e in generale alla assenza di quell’approccio critico che deriva dalle conoscenze scientifiche, o, meglio, dal metodo di ragionamento razionale scientifico. Questo non mi sembrava giusto e quindi ho pensato, invece di intraprendere la allora facilmente accessibile e remunerativa professione del geologo, di dedicarmi alla più incerta, e all’inizio largamente meno remunerativa, divulgazione scientifica, scritta e televisiva. Anche se già da allora la dizione “divulgazione“ della scienza mi dava fastidio perchè includeva il concetto di informare il volgo,  cioè la plebe, il popolino bue. Ho sempre preferito il termine “diffusione” della scienza anche perchè nella mia beneamata bianca città natale (Vicenza) l’ignoranza della scienza e l’assenza del metodo critico che ne deriva erano ben diffuse in tutte le classi sociali.

Lei è stato redattore scientifico delle famose trasmissioni televisive “Quark" e “Superquark", ideate e dirette da Piero Angela. Ci racconta brevemente come sono nate le idee di realizzare questi programmi? 
           Le idee per “Quark”per il successivo “SuperQuark”  nascevano spesso dalla lettura di presigiose  riviste scientifiche  internazionali. Ho passato centinaia di ore in biblioteca lavorando sul cartaceo. Per questo i servizi  per “Quark” (iniziato nell’81) erano sempre di estrema avanguardia tanto che moltissimi  fatti scientifici descritti allora come possibili si stanno puntualmente verificando oggi, dopo un bel pò di anni. Seguivo inoltre attentamente sulla stampa e per la strada la quantità di inutili e gratuiti problemi derivanti dalla ignoranza scientifica e cercavo di dare informazioni. Era una situzione gravissima che purtroppo sussiste tuttora, aggravata, non alleggerita, dall’uso di Internet e dalle notizie incontrollate di tutti i generi che vi si trovano. Prima c’era l’”Ipse dixit”, poi ci fu, e in parte c’è ancora, il “TV dixit”, ora impera il “GOOGLE dixit”. Così va la vita.

Che cosa hanno rappresentato i programmi “Quark” e “Superquark” nella sua carriera?  
         Le decine, centinaia, di servizi di attualità scientifica di “Quark” e, poi, di “SuperQuark”, girati in tutto il mondo, sono stati solamente una tappa, anche se lunghetta della mia carriera. Attorno all’80 la RAI decise - ma non lo dicevano in faccia a noi dipendenti - che, in generale, le trasmissioni di approfondimento a puntate che si facevano prima, non solo le mie inchieste, annoiavano (leggi: svegliavano troppo  la gente, facendola ragionare più del desiderato). Avvisò quindi, bocciando sistematicamente tutte le proposte “lunghe”, che erano gradite trasmissioni più brevi. Per esempio  rubriche  articolate in brevi servizi di pura informazione, ovviamente senza tanti approfondimenti, vista la brevità. Nacque così la rubrica “Quark” che non era affatto una novità come tutti pensano ora.  Dieci anni prima  era terminata una rubrica simile, ma con molto maggiori approfondimenti, che si chiamava “Orizzonti della scienza e della tecnica”, diretta da Giulio Macchi, per la quale, nel ’66 credo, feci un servizio, di un’ora, molto critico e costruttivo, intervistando un sacco di personalità napoletane, sulla “Napoli sotterranea” e sul piano regolatore tridimensionale, se rammento bene. Un lavoro entusiasmante che ricordo quasi con affetto e del quale conservo ancora una copia.
 Con “Quark” mi dovetti adattare, con una certa fatica, a un diverso tipo di comunicazione  della scienza  secondo la linea editoriale, più da telegiornale, scelta da Piero Angela. Brevi, interessanti servizi di informazione scientifica, molto superficiali,  senza più quell'approfondimento che ero abituato a fare da solo, senza un caporedattore, con le mie lunghe inchieste precedenti di solito di 5 ore suddivise a puntate settimanali. Devo dire che  l’abbandono dell’approfondimento scientifico non è stata una scelta di Piero.  Anche lui ha dovuto mollare le sue interessantissime inchieste giornalistiche precedenti. Molla tu, molla io ci siamo trovati insieme. Non c’era altro da fare se si voleva continuare a fare diffusione della scienza. Amen.

Di cosa si sta occupando attualmente e quali saranno i suoi prossimi impegni professionali ?  
                Mi sono dato una calmata dopo più di 40 anni di vagabondaggi per il mondo, piacevolissimi, ma per la maggior parte faticosissimi per i tempi sempre ristretti. Una cosa che mi manca è  la puzza di benzina degli aeroporti.  Quella puzza significava la partenza per settimane, o mesi, per nuove avventure, per nuove difficoltà da superare e per nuove interessantissime conoscenze culturali. Mi dava una carica incredibile. Oggi la puzza di benzina incombusta degli scarichi degli automezzi per le strade mi deprime.  Ora mi dedico  fondamentalmente a tenere, a costo zero, conferenze, molto illustrate, sugli attuali problemi che coinvolgono la scienza e la società. Specialmente i più controversi. Anche se penso che tutto quello che ho fatto (e che altri divulgatori - diffusori della scienza hanno faticosamente fatto) sia stato praticamente vano. L’ignoranza scientifica e le ansie , le angoscie inutili di oggi  sono quasi peggio di quelle del passato anche perchè vengono abilmente e subdolamente sfruttate a danno di tutti. Senza che nessuno se ne accorga.

Lei è autore di volumi di divulgazione scientifica, tra i quali due libri di testo per le scuole medie superiori. Come nasce la sua passione della divulgazione didattico scientifica tra i ragazzi ? 
        Nasce dalla  costatazione che la padronanza della scienza e, più ancora, del metodo razionale scientifico che permette di non farsi  abbindolare dal primo cacciatore di consensi che passa, sviluppa una mentalità critica utilissima. E che questa mentalità deve essere creata nei ragazzi, in primis ovviamente dalla scuola, per essere usata poi, durante la maggiore età, in tutti i settori. Ormai non ci sono più dubbi. E’ esattamente per evitare che la gente impari a criticare razionalmente e a protestare  che nelle scuole si fa poca scienza e che i libri di testo di scienza  sono un elenco telefonico di fenomeni scientifici senza alcun collegamento con la realtà quotidiana dove quelle informazioni andrebbero assiduamente inserite. Una vergogna nazionale. Voluta.

Lei è stato autore della trasmissione a puntate di astronomia "Planetario 68”, ci può raccontare brevemente questa straordinaria esperienza "?
          L’inchiesta “Planetario ’68” (1968) in 4 puntate di un’ora  in prime time è stata la mia prima vera straordinaria esperienza professionale perchè mi ha dato la imprevedibile possibilità di conoscere tutti i più importanti astronomi e cosmologi del mondo dandomi l’occasione di discutere a lungo con loro. Ben 12 anni prima della celebre trasmissione di astronomia “Cosmos“ di Carl Sagan. La conoscenza di quanto siamo piccoli, e passeggeri, nell’Universo ha dato una spianata pesantissima alla mia giovanile presunzione, antropocentrica, derivata dall’ambiente culturale nel quale ero cresciuto nella mia cara, ma, ripeto, bianca, bianchissima Vicenza. 
Non per niente ne ho tratto, quasi 20 anni dopo, una seconda serie, “Planetario”, in diretta dallo Studio 4 della Rai di Napoli. Ricordo veramente con gratitudine la dedizione assoluta e la sopportazione dell’intero personale per i due mesi estivi di dirette quotidiane, tutte  alle 23, l’ora degli astrofili. Parteciparono tutti i più grandi astronomi e cosmologi italiani:  Pacini, Bertola, la Hack (che venne 4 sere) ecc. Trasmissione seguitissima e apprezzatissima, ma che dubito abbia appiattito la presunzione umana di qualcuno, come speravo. Ma ho tentato.

Lei ha ricevuto numerosi importanti riconoscimenti tra i quali il premio "Medicina, città della scienza" per la carriera di divulgatore scientifico televisivo. Ci racconta brevemente che cosa hanno rappresentato questi premi per lei ? 
      Medicina è una cittadina, vicina a  Bologna, sede di un gigantesco radiotelescopio a croce col quale sono state fatte importantissime scoperte già riportate in “Planetario ’68”. Il premio mi è giunto quindi particolarmente gradito anche se il primo pensiero è stato: ahimè siamo arrivati al Premio alla carriera, guardati la faccia. I riconoscimenti sono serviti a darmi la spinta a continuare, a verificare l’efficacia del mio lavoro, a farmi approvare nuovi importanti e costosi progetti dal mio Consiglio di Amministrazione della Rai e soprattutto a non farmi rompere più di tanto le scatole da dirigenti saputelli (leggi censori). Hanno quindi rappresentato sempre maggior libertà espressiva. Specialmente per le inchieste in 5 puntate trasmesse per 5 settimane tipo “L’ultimo pianeta” (1970) sull’inquinamento globale fisico e mentale, “Minimo comune” (1974) sui danni dell’ignoranza in Italia, “Alfa - Alla ricerca della vita” (1980) con i suoi primi casi di bambini concepiti in provetta in Inghilterra, di embrioni congelati in Australia,  di screening prenatale e di donne donatrici di ovuli e di utero in America - tutto oggi di estrema attualità. I riconoscimenti mi hanno portato un ulteriore e sicuramente più importante beneficio. Tutte le grandi inchieste, loro risultato, mi hanno permesso di allargare enormente tutta la mia cultura, non solamente la sua parte scientifica. Ho avuti lunghi incontri e interviste con molti Premi Nobel - da Wald a Robbins, a Murphy, a Sperry, a Dulbecco, a Szent-Gyorgyi, da Luria a Kornberg senior, ecc - con economisti quali Sweezy, con ambientalisti ante litteram quali Nader e Commoner, ma anche con grandi poeti quali Allen Ginsberg. Questo risultato dei riconoscimenti, ottenuto essendo pagato e spesato, mi sembra il massimo. 

Lei ritiene che, in una società tecnologica in continua evoluzione, la carta stampata sia ormai da superare completamente per lasciare spazio soltanto al giornalismo online e a quello televisivo ? 

Credo di no. Secondo me il giornalismo stampato e quello on line potranno sicuramente coesistere - non si è smesso di disegnare o di dipingere perchè è arrivata la fotografia - fra l’altro a uso e consumo di chi può e di chi non può. Già leggiamo pochissimi giornali che tutti possono comperare per poco dal giornalaio.  Figurarsi se si dovesse comprare tutti, obbligatoriamente, un collegamento wifi e un iPad per leggervi le notizie nei posti più strani nei quali si porta un giornale. La portabilità del giornale è una delle sue prerogative.Per vedere un tele-giornale bisogna muoversi, accendere  la TV a ore fisse, stare lì fino alla fine. In altre parole tu devi seguire le notizie e te le devi vedere tutte come te le propinano. Col giornale le notizie seguono te, le leggi quando vuoi e puoi saltare quelle che non ti interessano. Ti seguono ovunque, anche al bagno, magari unico luogo di pace di tutta la casa.

Lei ha sposato una bravissima e famosa pittrice americana Patricia Glee Smith. Qual è il suo rapporto con l'arte? 
        
E già. Abbiamo fatto in casa “Arti e scienze” che era il titolo di una ormai antica (finita nel ’63), interessantissima rubrica, quella sì culturale davvero, della prima RAI.  Il mio rapporto con l’arte è molto coinvolgente con quella, per esempio, pittorica del passato. Non tutta ovviamente. Molte croste del passato, ora esposte con gran clamore solamente perchè vengono dal passato, rimangono croste. Ho un ottimo rapporto con l’arte-contro, cioè con tutta la pittura  e i disegni contro i regimi. In questo caso sono disposto a chiudere un occhio, e talvolta anche un occhio e mezzo, sul talento del pittore. Sono particolarmente interessato a quello che si può definire il figurativo contemporaneo. Lì sì che si vede, secondo me, il talento e la sensibilità innati dell’autore che ci sono o non ci sono, che non si possono acquisire e che pertanto sono  rari, rarissimi  e preziosi per la cultura. E che andrebbero quindi sostenuti, valorizzati e diffusi. Figuriamoci. Sono estremamente critico sull’arte astratta, specialmente quella contemporanea, sulle performances, sugli squali in formalina esposti come opere d’arte e in generale su chi, non essendo Kandinskij, Mondrian o Klee, fa l’astratto di un cavallo semplicemente - ma non lo ammetterà mai - perchè non ha lo straordinario talento necessario per disegnare perfettamente bene, interpretandone, diciamo così, la “personalità” lo stesso cavallo del quale fa l’astrazione. Altrocchè astrattismo come libertà totale da ogni forma imitativa. Non so nemmeno se tutto questo si possa chiamare arte, parola che viene da artigiano, dalle qualità creative e dal talento dell’artigiano. Chi si rotola nudo e pittato su un lenzuolo e poi lo espone è un artigiano? Forse è un giudizio duro e magari ingiusto dovuto alla mia deformazione professionale risultato dall’aver passato tutta la vita a tentare di comunicare pensieri, emozioni, sentimenti, stati d’animo ecc attraverso la macchina da presa e la videocamera. Cosa vuole comunicare l’astratto? Forse nemmeno gli autori lo sanno. Forse non vogliono comunicare niente. O forse vogliono solamente comunicare con se stessi.Il critico d’arte del Los Angeles Times al quale chiesi (nel 1986, credo)  se  i computer graffiti, allora all’inizio, fossero arte, mi rispose di no, che non lo erano, ma che sarebbero sicuramente diventati arte quando i critici lo avessero deciso. Ovviamente dopo averne comprato un gran numero, a tre lire, dagli autori. Non era e non è un metodo nuovo.
           Oggi l’arte pittorica di qualunque tipo è considerata solamente  un investimento, non una fonte di emozioni, di godimento. C’e’ gente che tiene i quadri, acquistati magari a carissimo prezzo, nei caveau delle banche, senza goderseli nemmeno un giorno. La riprova che le opere siano acquistate  esclusivamente per investimento è semplice e agghiacciante.  I critici e i galleristi che si occupano, per esempio, di pittura, ma lo stesso avviene anche fra le case editrici, non sostengono, e rifiutano di esporre, l’opera di un autore non più giovane, pur riconoscendone e apprezzandone  le emozioni che comunica, la bellezza intrinseca,  la tecnica magistrale, il talento che sprigiona da ogni pennellata, solamente perchè non conviene far conoscere al mondo quel talento dato che quello stesso talento non potrà, ovviamente, produrre continuativamente opere altrettanto pregevoli, fonti di guadagni crescenti, nei prosimi 30 o 40 anni. Una vergogna.

 Che cosa consiglierebbe ai giovani che nel nostro Paese, considerata l'attuale situazione socio-economica, vorrebbero intraprendere la sua stessa carriera professionale ?  
         Di starsene accuratamente alla larga. Sono sorte, vista la grande richiesta, moltissime scuole, alcune ottime, work shop, corsi di giornalismo specialmente televisivo, che creano un mare di disoccupati che tali resterebbero anche senza la crisi economica in corso. I posti sono strutturalmente pochissimi nelle TV. Eppure se poi vai a vedere quali sono le motivazioni degli studenti  (a parte quelle dello sparuto stimatissimo drappello di giovani che hanno qualcosa  da dire, da comunicare, da proporre nel campo sociale e che vogliono imparare a farlo nel modo migliore) troverai, ma nessuno te lo dirà apertamente, che la loro aspirazione è proprio quella di lavorare per la TV. L’interesse per la carta stampata è bassissimo. 
Non importa diventare un bravo giornalista. Anche un cattivo giornalista che appare in TV ha i suoi vantaggi che vanno ben al di là  della cosiddetta umana gratificazione di essere riconoscito per per strada. Per esempio la richiesta della sua partecipazione, non certamente a costo zero, a qualche manifestazione, o progetto editoriale, come attrazione per tutti gli altri che lo hanno “visto in TV”.       Del l’ottimo giornalista della carta stampata, invece, si ricorda raramente il nome perfino fra gli addetti ai lavori. Ritorni esterni zero. Oggi infatti non si dice più “Cogito ergo sum” ma “Appareo ergo sum””. L’apparizione, parola già di per sè interessante, in Tv, anche nelle TV locali, porta  autorevolezza, credibilità, successo. E spesso soldi. Che abbiano ragione, i ragazzi, a provare a fare i giornalisti televisivi?  E i moltissimi che non ci riescono e che, spinti dalla moda, pudicamente oggi chiamata “trend”, hanno perduto i migliori anni della loro vita inseguendo un sogno cosa faranno? Saranno costretti, se va bene, a vendere porta a porta enciclopedie, come si diceva quando esistevano le enciclopedie, crisi o non crisi? Pochi posti nelle TV. E nei giornali? Tutti sanno che siamo un Paese che non legge i giornali  e che in Europa siamo in coda per i giornali on line. Ecco perchè suggerisco un altro mestiere. A me è andata bene in RAI, ma solamente perchè allora sulla piazza c’erano solo quattro gatti, fra l'altro con interessi diversi, e zero gatti interessati alla diffusione televisiva della scienza e dei rapporti fra scienza e società.

Quali sono i suoi sogni per il futuro ?

Un sogno, che, penso, rimarrà tale, è quello di vedere in giro meno angosce inutili, spesso indotte, e meno comportamenti irrazionali, spesso pericolosi, dovuti all'ignoranza scientifica o, meglio, alla mancanza di un metodo di ragionamento razionale. Un sogno, più prosaico, ma non meno importante e, paradossalmente, più realizzabile del primo, è quello di continuare a contribuire  ad alzare la media nazionale di aspettativa di vita sperando di continuare ad aggiungere però vita agli anni e non solamente anni alla vita.

A cura di Katiuscia Verlingieri

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