Alessandro Baricco dicembre 29, 2009 \\

BARICCO? UN MOCCIA DI SINISTRA! - AMATO E ODIATO, CRITICATO E IDOLATRATO, SEMPRE IN TESTA ALLE CLASSIFICHE. NEGARNE IL TALENTO È OPERA DI MALAFEDE. MA NELL'ULTIMA FATICA NON FUNZIONA QUASI NIENTE. PIÙ CHE UN CALVARIO ESISTENZIALE, ‘EMMAUS’ SEMBRA IL BIGNAMI DEL CATTOLICESIMO VISTO DALL'OTTICA DI UN ATEO CHE RITIENE I CREDENTI POCO PIÙ CHE GIOVANI MARMOTTE TONTE - SEMBRA POI CHE IN OGNI PAGINA L'AUTORE CI DICA: GUARDATE QUANTO CE L'HO LUNGO…
Parlare di Alessandro Baricco significa infognarsi. All'apparenza lo scrittore torinese non piace a nessuno. Gli esperti, i critici, i sapienti (soprattutto di sinistra), dicono che è uno scrittore finto: fumo e niente arrosto. Quindi vade retro. Quelli di destra, poi, non ne parliamo. Il Giornale, anche di recente, lo ha devastato. E Libero, con toni oggettivamente esilaranti, ne ha messo alla berlina l'atavica tendenza narcisa e autocelebrativa.

Nessuno il coraggio di dire, pubblicamente, che Baricco qualche dote ce l'ha. E che - vendite alla mano - piace a molti. Quindi, forse, non è poi così illeggibile (anche se la tendenza è ritenerlo poco più che un Moccia di sinistra).
E' un po' come quando c'era Craxi: lo votavano tutti, ma se ne fosse trovato uno col coraggio di dire che lo votava.
 Baricco non è Craxi (ah sì?), ma il meccanismo è quello. Oltretutto lui ci mette del suo. Debordante di sé, uno e trino, uomo di teatro e regista, ubiquo e sentenziante. Ogni tanto scrive un editoriale su Repubblica, generando puntualmente un dibattito che finisce sempre così: il suo gineceo esala "Ooooh quanto sei fico e bravo"; di rimando, i detrattori rispondono di tornare a specchiarsi tra un boccolo o l'altro.
Ogni cosa che fa genera dibattito. Persino il suo momentaneo passaggio dalla Feltrinelli alla Fandango, fu commentato quasi come la cessione di Ibrahimovic dall'Inter al Barcellona (sembrava un amore eterno, per la cronaca, ma Baricco è già tornato all'ovile).
Nel mio piccolo, faccio outing. Mi sono reso conto di avere letto tutto quello che Baricco ha scritto. Oddio, tutto no: certe cose (Omero, Iliade; Next; I barbari) non ce l'ho fatta. Ma il resto sì. E lo rileggerei.
Stroncarlo a prescindere sarebbe cosa alla moda e foriera di sicuri applausi, ma vorrebbe dire essere in malafede.
 
Forse erano libri adatti a quella età (i vent'anni), può essere, ma fatico - anche retroattivamente - a sbertucciare Castelli di rabbia, Oceano mare, Novecento. Contenevano pagine senz'altro estetizzanti, quindi a rischio vacuità, ma funzionavano. Dirò di più: a me piacque anche City, perlomeno alcuni snodi. E trovo ancora che le prime pagine di Questa storia, formalmente, siano straordinarie.
Rileggetevi la narrazione della gara automobilistica iniziale: è alta scuola. Astenersi invidiosi.
Di contro non amai per nulla Seta, libro vuoto, e Senza sangue era il classico romanzetto da fine contratto: pagine esangui. Senza sangue, per l'appunto.

I problemi di Baricco - a parte quell'antipatia contagiosa, molto Nannimorettigurudesinistra - sono notoriamente due; il non essere quasi mai essenziale e una spiccata disinvoltura nelle trame.
 Prima o poi i suoi libri hanno accelerate narrative incredibili, nel senso proprio di non credibili, che paiono tradire un non sapere dove andare a parare (da qui l'escamotage tanto esagerato quanto infelice). 
Riguardo alla forma, sembra poi che in ogni pagina l'autore ci dica: guardate quanto ce l'ho lungo. Se fosse un calciatore, sarebbe un fantasista feticista del tacco (nel senso di somigliante a Socrates, non di aduso al Retifismo).
Va da sé che la forma è sostanza, e quindi non può certo essere una colpa quella di scrivere "troppo bene". Tutt'altro. Diventa però un problema se, dietro e dentro la forma, non c'è nulla. E all'ultimo Baricco è accaduto.
 
Molti ritengono che la dote migliore di Baricco sia la capacità divulgativa. Detta a uno scrittore, non è un gran complimento. Vero è che, grazie a lui, migliaia di italiani si sono avvicinati a certi libri. Penso al suo programma Pickwick, penso al suo Totem a teatro. Ad averne.
 
Grazie a lui, ad esempio, mi sono avvicinato a Daniel Pennac e alla Elegie Duinesi di Rilke (mentre ha continuato a rimanermi indigesto William Least-Heat-Moon).
Ebbene: ho il timore che quei molti, dopo aver letto Emmaus, siano aumentati.
Il libro, anche da fuori, è molto baricchiano (che, per Berselli, ricorda fin dal cognome la barrique, cioè la sofistificazione, l'abuso di artifici per celare un sostanziale nulla).
Copertina bianca, niente risvolti, niente note sull'autore. Giusto un estratto misero (e non esaltante). Baricco è così: ti fa vedere che ce l'ha lungo anche senza fare niente. E' fatto così.
Non sarebbe un problema, uno scrittore che non sia narcisista devo ancora incontrarlo e vendere (avere il polso del mercato) non è una colpa (anche se i critici tendono a pensarlo), ma il problema è che in Emmaus non funziona quasi niente.
Baricco punta in alto, alla narrazione dell'arrovellamento morale di quattro giovani credenti, disturbati nel canonico processo di beatificazione cattolica dalla tentazione, ma non si capisce se ci sia o ci faccia nel tratteggiare i quattro apostoli mancati come caricature.
C'è il protagonista che è l'unico a resistere (ma a quale prezzo), c'è Bobby (chiamato così perché suo fratello è uguale a JFK) che si dà alla droga, c'è Luca che si suicida come avrebbe voluto fare il padre (o così dicevano). E c'è Il Santo, che ammazza una prostituta nel più frettoloso dei finali barricchiani.
Più che un calvario esistenziale, sembra il bignami del cattolicesimo visto dall'ottica di un ateo che ritiene i credenti poco più che giovani marmotte tonte. 
A voler essere cattivi, andrebbe detto all'autore che basarsi solo sulla Binetti, per narrare l'universo cattolico, è forse un po' poco. Non siamo cattivi, quindi non lo scriviamo. Ma la sensazione, ahinoi, è spesso quella.
 Baricco non rinuncia a simbologie più grandi di lui, dal titolo biblico al tragico destino generazionale delle famiglie dei "ricchi" (schematicamente contrapposte a quelle "povere" dei credenti), dove per una vita che termina ce n'è subito un'altra che comincia. Accade alla famiglia di Andre, figura femminile a metà strada tra la femme fatale e la Edwige Fenech dei film pecorecci, tentatrice dei quattro ragazzotti che un bel (?) giorno non si fanno bastare più i cori in chiesa e il volontariato negli ospizi.
Tutto è tagliato con l'accetta, spesso si tocca l'involontariamente comico (è il caso del "sandwich sessuale" che sbriciola definitivamente le aspirazioni cristologiche dei ragazzi) e stavolta non c'è neanche l'appiglio della forma aurea.

Il testo, tutto in prima persona, scorre malino. I colpi di tacchi sono pochi, quasi tutti sbagliati. L'unico colpo di prestigio, ripetuto fino allo sfinimento, è l'uso del trattino che ritarda la fine del periodo (esempio tra i tanti: "La cosa li predispone a lievitare inevitabilmente nella leggenda - e in effetti di questa storia esistono numerosi varianti". Gran parte delle 140 pagine segue pedissequamente questa formula).
Per i puristi questo sarà un miglioramento formale (se non altro stavolta mancano le formattazioni a casaccio o altre giochesse analoghe), eppure siamo ben lontani dall'essenzialità. Che a Baricco non piace, e va bene perché è il suo stile, ma frasi come questa sono al limite del paradossale: "Il nonno se n'era andato anni prima, va detto, per completare il quadro. Morto, a essere precisi".
 Quell'aggiunta finale - "Morto, a essere precisi" - non è neanche un dribbling pleonastico: è un'aggiunta egotica, totalmente superflua, che qualsiasi editor avrebbe cassato (sbuffando) in fase di prime bozze.
Emmaus è un libro sbagliato, non ispirato. Interlocutorio (a volergli bene).
Succede anche ai migliori - decidete voi se Baricco ne faccia parte.

P.S. Il trattino dell'ultima frase è una dedica all'ultima svolta stilistica dell'autore

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