Storia di Montevergine... La Madonna Schiavona.... agosto 17, 2017 \\

Marino Niola per “la Repubblica”
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Dea Cibele
A Montevergine nell'avellinese, sorge il luogo di culto particolarmente caro ai devoti omosessuali e transgender. Qui si rinnovano in chiave cristiana gli antichi riti dedicati alla dea Cibele, la Grande Madre delle divinità. Millequattrocento metri di ascesa e duemila anni di discesa. È il cammino che compiono i pellegrini per raggiungere la cima impervia del Monte Partenio. La grande mole che sovrasta Avellino.
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la Madonna Schiavona
Passo dopo passo ripercorrono le orme di Virgilio che attorno al 40 a. C. sarebbe venuto fin quassù per interrogare Cibele. La Grande Madre degli dèi, evocata con incantesimi ed erbe magiche, rivelò al poeta che, di lì a poco, una vergine avrebbe dato miracolosamente alla luce un dio bambino che avrebbe salvato il mondo. Di questa profezia l’autore dell’Eneide avrebbe lasciato una traccia, tra il metaforico e l’esoterico, nella quarta Ecloga. Considerata da sempre la sliding door tra il mondo pagano e quello cristiano.
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VIRGILIO
La Virgo in questione, infatti, sarebbe Maria e il puer Gesù. Un passaggio di consegne in piena regola. Dalla madre degli dèi alla Madre di Dio. Oggi, al posto dell’antico tempio, c’è il santuario dedicato alla Madonna di Montevergine. Un’icona nera che i devoti chiamano la Mamma Schiavona a causa delle sue fattezze orientali. Da secoli schiere di devoti arrivano in cima al monte per chiedere grazia e giustizia alla Signora del Partenio. E, nel corso di una lunga scalata notturna, ripetono, senza saperlo, l’antichissimo rito dell’ascensione al tempio della Magna Mater.
 
Una volta i fedeli dormivano all’interno della chiesa, ripetendo la pratica pagana dell’incubatio, che consisteva nel passare la notte all’interno dello spazio sacro perché la divinità potesse manifestarsi nel sonno sussurrando agli adepti i suoi responsi enigmatici. Oggi quest’uso è stato interdetto dalle autorità ecclesiastiche, ma i pellegrini non rinunciano alla veglia e si radunano sul sagrato del santuario per cantare le tradizionali Fronne al ritmo incalzante dei tamburelli e dei sonagli, che accompagnano le danze fino alle prime luci dell’alba.

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Una scena che sembra evocare echi remoti delle litanie in onore della dea, salmodiate, tra cimbali tintinnanti, flauti orientaleggianti e fumi d’incenso, dai suoi mitici sacerdoti. Erano i “venerabili Coribanti”, come li chiama Euripide nell’Ippolito, o Galli come li soprannominano altri autori. Secondo il mito sono stati loro a inventare il tamburo. Il più sfrenato degli strumenti. Quello che traduce in musica il bioritmo corporeo. E in più hanno inventato anche la musicoterapia.
 
Le loro danze orgiastiche avevano il potere di guarire mali come l’epilessia, che non a caso Ippocrate chiama malattia sacra. I Galli si donavano a Cibele anima e corpo. Al punto da evirarsi per sacrificare la loro identità maschile e ricominciare una nuova vita che, con le parole di oggi, diremmo da transessuali. La cruenta cerimonia si chiamavadies sanguinis, il giorno del sangue, e aveva luogo nell’ultima decade di marzo sotto la guida del cosiddetto Arcigallo, sommo officiante di questa devozione estrema.
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A Roma, dove il culto era stato introdotto nel 204 a. C., questi eunuchi si vestivano da donna con sete gialle, arancione, rosa e altri colori sgargianti. Indossavano pennacchi e cimieri come i castrati dell’opera barocca. Si bistravano pesantemente gli occhi, si adornavano con gioielli vistosissimi e attraversavano in corteo le città suscitando un misto di curiosità e di scandalo, anche per il loro erotismo ostentato e la sfrontatezza delle loro allusioni sessuali.
 
Insomma, questi pandemoni processionali a base di canti, balli e suoni di tamburo erano in qualche modo i Gay Pride dell’antichità. E, allora più di ora, suscitavano l’indignazione dei benpensanti. Tanto che ai cittadini romani era vietato abbracciare questo sacerdozio. E ai sacri trans era interdetta la possibilità di ereditare beni. Secondo il diritto, erano senza identità. Esodati sia dal maschile che dal femminile. In un between che costituiva un pericolo per le istituzioni.

Il monte Partenio è ancora oggi la meta prediletta di un’umanità en travesti. Con un passaggio di testimone millenario tra il popolo di Cibele e la galassia LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer e Intersessuali), che ha eletto a sua protettrice la Mamma Schiavona “che tutto concede e tutto perdona”. E corre a venerarla il 2 febbraio, giorno della Candelora.
 
La chiamano la juta dei femminielli. E se il rapporto tra la dea e i suoi preti trasgressivi è un capitolo di storia pagana, quello tra la Madonna e gli omosessuali, appartiene alla storia del cristianesimo popolare. Lo dice a chiare lettere una leggenda secondo la quale nel 1256 la Vergine salvò due giovani uomini che, per lo scandalo provocato dalla loro relazione, erano stati legati a un albero e abbandonati sulla montagna a morire di stenti.

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L’Avvocata celeste inviò un raggio di sole che sciolse la neve e le catene. Il miracolo fu visto come un segno di tolleranza soprannaturale. Il prodigio progressista di una Madonna gay friendly. E, proprio come nell’antichità, anche ai nostri giorni a Montevergine l’esagerazione è di rito. Travestimenti, canzoni, percussioni, frastuono orgiastico di nacchere e tamburelli accompagnano l’ingresso nel santuario. Poi cala il silenzio e si leva altissimo un canto, che fa risuonare un’eco mediterranea lontana.
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«Non c’è uomo che non sia femmina e non c’è femmina che non sia uomo», la frase viene ripetuta come un mantra. Mentre, all’esterno, il rito libera tutto il suo fondo precristiano e gli avvitamenti sensuali della tammurriata ricordano in maniera impressionante il volteggio sinuoso della danzatrice pompeiana della Villa dei Misteri che fa ondeggiare il suo velo.

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Pier Paolo Pasolini, nel 1960, andò in pellegrinaggio sul Partenio per registrare dalla viva voce di queste muse inquietanti i canti da riversare nella colonna sonora del suo Decameron, come schegge spaesanti di una storia nostra e non più nostra. E, ancora prima, Zavattini e De Sica nel 1953, quando scrivevano la sceneggiatura de L’oro di Napoli si mescolarono alla folla dei devoti per cogliere i palpiti originari del cuore antico del Sud.

 
«Da secoli le persone diverse si sono riconosciute in questa Madonna diversa», dice Vladimir Luxuria, la prima parlamentare transgender, attivista del movimento LGBT e assidua della Juta. «È una madre che guarda solo nel nostro cuore e non si interessa all’involucro che lo contiene». Così la rivendicazione dei nuovi diritti accosta due lembi lontani della storia. Un passato millenario e un futuro necessario.   
 

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