“DOGMAN” FINALMENTE UN GRANDE FILM BELLISSIMO E PERFETTO DI MATTEO GARRONE maggio 17, 2018 \\

Il regista romano torna a Cannes con il film ispirato alla storia del "canaro della Magliana" con Marcello Fonte e Edoardo Pesce
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Dopo il viaggio fantasy di Il racconto dei racconti, Matteo Garrone è tornato a casa. Cinque anni dopo il kolossal con cui il regista aveva lanciato una sfida al pubblico e al cinema realizzando un film di genere, in inglese, tratto dai racconti napoletani seicenteschi di Basile senza riportare da Cannes nessun riconoscimento, il regista romano è di nuovo in concorso. E ambisce alla Palma.
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Con Dogman Garrone torna al festival - dove ha vinto due volte il Grand Prix con Gomorra e Reality - con un film che ricorda per stile del racconto e dell'immagine il suo primo grande successo L'imbalsamatore (2001). Girato su quello stesso litorale domizio dove il tassidermista Peppino prestava la sua opera alla camorra, Dogman ha per protagonista Marcello (Marcello Fonte), toelettatore mite e gentile che vive per due cose: la figlia Alida, che ha la passione per le immersioni e che sogna di portare in qualche isola esotica, e per i cani, che cura e custodisce e che vezzeggia con parole d'affetto (il suo "amooore" con la r arrotata che grida agli amici a quattro zampe è un suono che accompagna lo spettatore per tutto il film ed è già diventato un tormentone tra gli italiani al festival).
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Marcello è un uomo buono e docile anche se non privo di ombre. Nella sua gentilezza c'è la debolezza che Simoncino, ex pugile che terrorizza il quartiere (un irriconoscibile Edoardo Pesce), sfrutta ottenendo da lui quello che vuole: complicità in un colpo, droga senza pagare, le chiavi del suo negozio per poter svaligiare quelle del vicino "compro oro". È un rapporto di sudditanza che Marcello non riesce a spezzare in un'escalation di sopraffazione.
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"Dogman è un film che si ispira liberamente a un fatto di cronaca nera accaduto trent'anni fa, ma che non vuole in alcun modo ricostruire i fatti come si dice che siano avvenuti". Garrone fa riferimento alla storia del "canaro della Magliana", una pagina di nera che ha sconvolto la Roma di fine anni Ottanta. Una brutta storia, raccontata anche in forma di romanzo da Massimo Lugli e Antonio Del Greco in Il canaro della Magliana (Newton Compton Editori), libro che esce in contemporanea con il film, che arriva in sala dal 17 maggio per 01 Distribution con il divieto ai minori di 14 anni.
Garrone torna a Cannes, anche Benigni sul red carpet per 'Dogman'

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"Ho iniziato a lavorare alla sceneggiatura dodici anni fa: nel corso del tempo l'ho ripresa in mano tante volte, cercando di adattarla ai miei cambiamenti. Finalmente, un anno fa, l'incontro con il protagonista del film, Marcello Fonte, con la sua umanità, ha chiarito dentro di me come affrontare una materia così cupa e violenta, e il personaggio che volevo raccontare: un uomo che nel tentativo di riscattarsi dopo una vita di umiliazioni, si illude di aver liberato non solo se stesso, ma anche il proprio quartiere e forse persino il mondo. Che invece rimane sempre uguale, e quasi indifferente".

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Ora Garrone è pronto per la sfida che da un po' di tempo rincorre: riportare sul grande schermo il Pinocchio di Collodi in una versione il più possibile vicina al testo letterario. Sono anni che il regista romano ha in testa questo progetto, aveva già iniziato i provini per trovare il suo bambino-burattino e un paio di anni fa diceva: "Quando lavori a un progetto finisci per vedere dappertutto i tuoi personaggi: burattini, volpi, gatti. Parlo con qualcuno e improvvisamente vedo un grillo parlante". Forse gli occorreva un po' più di tempo per riuscire a trovare il tono giusto per quello che nelle intenzioni del regista è un "horror per bambini". "La sfida è raccontare la storia che tutti credono di conoscere, ma in realtà in  pochi conoscono veramente - ha detto il regista a Variety - perché pochissime persone hanno veramente letto Collodi".
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Se Lo cunto de li cunti di Basile è stato pubblicato per la prima volta in cirillico quando il film è uscito in Russia, per Pinocchio l'augurio non è che venga pubblicato in altri Paesi, visto che il racconto di Collodi è il testo italiano più tradotto al mondo (addirittura in 240 lingue), ma venga finalmente letto anche da chi è convinto di conoscerlo sbagliando.
È in concorso per la Palma d’Oro. Di nuovo. Matteo Garrone (gallery) torna sulla Croisette con Dogman, dove con Reality e con Gomorra ha già vinto due volte il Gran Premio della Giuria. Ma non parlategli di premi: Matteo Garrone, scaramantico, non vuole sapere che gli addetti ai lavori puntano molto su di lui…
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“Cannes è fatto di tante persone, non saprei dire cosa pensi ‘Cannes’…”, ti dice. I premi verranno assegnati il 19 maggio, quando il film sarà già nei cinema italiani da due giorni (esce il 17 maggio).

La storia ispiratrice è quella del ‘Canaro della Magliana’, che occupò la cronaca nera nel febbraio del 1988. Ma dimenticatela… Matteo Garrone l’ha liberamente riadattata, in modo da farne un’opera personale. Molto lontana dai fatti.

“La cosa più importante è che il film va in una direzione autonoma e indipendente da quel che fu o si dice sia stato il fatto di cronaca, e dalle torture che il parrucchiere per cani del quartiere, esasperato, perpetrò contro il bullo.

 

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Molti pensano che sia una storia splatter, piena di sangue, ma cosi non è. C’è violenza, certo, ma è psicologica. Ci tengo a sottolinearlo, per un fatto di corretta comunicazione. Per evitare che chi andrà a vedere Dogman cercandovi aspetti morbosi e tinte horror possa restare deluso”.

Inevitabile però parlarne: qual è stato il tuo rapporto con la storia originale?
La prima volta lessi di questa storia nel libro di Vincenzo Cerami del 1997, Fattacci. Era il racconto di quattro delitti italiani. Ma la prima stesura di Dogman risale almeno al 2005, quando ancora si chiamava L’amico dell’uomo.

All’epoca la portai a Roberto Benigni, ma non volle farlo. Già allora c’era l’idea di immaginare un protagonista che avesse degli elementi comici, e quindi un collegamento con certi personaggi del cinema muto alla Buster Keaton.

Alla fine sono contento del risultato. E di averlo fatto con Marcello Fonte ed Edoardo Pesce. Perché il film ha preso una direzione inaspettata, rispetto persino all’ultima versione, proprio grazie all’incontro con loro.


Edoardo pesce e Marcello Fonte in ‘Dogman’ di Matteo Garrone

 

 

Inaspettata in che senso?
Si perché la cosa che mi piace di più è proprio lo sviluppo finale. Che è cambiato, ma restando coerente rispetto al personaggio e alla sua umanità. Il protagonista comunque rimane umano fino alla fine.

Forse ho capito perché in tutti questi anni ho sempre rimandato questo film: forse per elementi presenti nella storia che rimandavano ad altri film, come Cane di paglia con Dustin Hoffmann vessato fino a ribellarsi in modo altrettanto violento, o Un borghese piccolo piccolo. L’idea del buono che si trasforma in mostro che abbiamo tante volte.

Insieme a loro, invece, abbiamo trovato una strada meno battuta, più nostra, personale, che ho sentito più vicina a me. Come è stato per il personaggio principale, ma anche per il Simoncino di Edoardo, bravissimo in un ruolo chiave, perché se sbagli l’antagonista sbagli il film, lo sappiamo.

 


 

 

Perché ha scelto di deludere gli appassionati del gore e della violenza estrema?
Perché l’aspetto psicologico era quello che mi interessava di più. Quando mi avvicino a una storia parto dal personaggio e cerco di vivere con lui le sue sfumature e i suoi conflitti. Marcello, il protagonista, è un soggetto molto ricco, non segue mai scelte lineari.

Le sue azioni spesso sono contraddittorie, come la sua ha personalità, che è scissa: è affascinato da Simoncino, ma al tempo stesso lo teme. Potrebbe sbarazzarsene, ma lo salva. Ha un rapporto complesso con lui.

Marcello ha una fisicità che rimanda a un’Italia antica, ma ha una complessità psicologica che è molto legata ai nostri tempi: vorrebbe riuscire ad avere un rapporto pacifico con tutti, è buono di indole, e per questo entra in conflitto con il contesto in cui vive.

 


 

 

Dobbiamo prepararci a un finale molto diverso rispetto alla realtà, quindi?
Nella sceneggiatura erano rimasti dei residui del fatto di cronaca, poi spariti in maniera naturale. Noi stessi abbiamo trovato il finale progressivamente. Per la prima volta, rispetto ai miei film precedenti, ho provato tutto il film prima di girarlo.
E mano mano capivano i limiti delle scene, quello che funzionava e quello che no. La parte finale è l’unica che invece non abbiamo provato, ma è quella che abbiamo cambiato di più, ma seguendo i personaggi.
Gli attori sono riusciti in qualche modo a ricreare certe dinamiche, anche comiche a volte, che sono importanti. Soprattutto danno una luce e una leggerezza alla prima parte che contrasta con la seconda, in cui Marcello scivola nel baratro e i toni diventano più scuri.
Una umanità diversa che dà la possibilità allo spettatore di vivere il film in soggettiva. Fino all’amaro finale.

Le location sono splendide: non è la Magliana, ma un paesaggo lunare…
L’idea era proprio quella di trovare un luogo che fosse ‘frontiera’, che richiamasse un’atmosfera western, ma dove la comunità è presente col suo giudizio. È la metafora della società contemporanea, dove la violenza e presente esattamente come in passato.

Nel villaggio ci sono caratteri che rappresentano personaggi che oggi possono essere riconoscibili in qualsiasi parte del mondo. Almeno stando alle nostre premesse e alle intenzioni.
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Cercavo anche un luogo in cui la periferia non fosse quella che rimandava a un immaginario già visto, da impegno sociale, nel quale ci fosse una sospensione più metafisica. Abbiamo girato al Villaggio Coppola (frazione di Castel Volturno nota anche come Pinetamare, in provincia di Caserta, ndr).
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Un luogo che avete trasformato anche visivamente, secondo dei riferimenti anche pittorici…
Sicuramente ci si può trovare Edward Hopper, anche se in maniera quasi incidentale e non studiata. È evidente. Ma la mia formazione pittorica fa uscire sempre il Caravaggio che è in me.

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I luoghi sono gli stessi dell’Imbalsamatore, un altro dei tuoi film?
E anche di alcune parti di Gomorra, come l’episodio dei due ragazzini per esempio. Sono di casa lì, mi trovo come a casa.

È il momento giusto per questo film?
Di certo è il momento giusto all’interno del mio percorso personale. Sono contento di averlo fatto oggi, rispetto a 12 anni fa, anche perché nel frattempo sono diventato papà di un bambino di 9 anni che ha l’età di Alida, la figlia del protagonista. Nel film l’aspetto emotivo, di pancia, è centrale. Ho volutamente cercato di non cadere mai negli intellettualismi e restare molto semplice e diretto.

Dopo un film internazionale come il Racconto dei racconti sentivi il bisogno di uno più piccolo?
Dopo la complessità produttiva, organizzativa, tecnica di quel film davvero difficilissimo, avevo voglia di fare un film più intimo. Ma poi non è nemmeno troppo vero, visto che stavo per fare Pinocchio.

Lo riprenderai in mano, adesso?
È un film impossibile, ma è ancora in piedi. Pinocchio c’e sempre nei miei film, mio malgrado. Anche qui. È un film che non andrebbe fatto, dicono tutti che porta male. Per questo voglio farlo.

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