Valerio Bruner ..... scrivi, suoni e metti su carta.... con la notte, quando il silenzio dà voce a tutto quello che mi frulla in testa. dicembre 16, 2018 \\

Descrivi il tuo giorno lavorativo perfetto ….
Il mio giorno lavorativo perfetto è figlio di una notte insonne, inquieta, di quelle che non riesci a chiudere occhio perché hai in testa quella melodia, quella strofa, quella storia che non ti danno tregua. Ti alzi, appunti da qualche parte le idee perché non fuggano via e torni a dormire, o almeno ci provi. La mattina dopo ti metti all’opera: caffè, fogli sparsi, penna (sì, scrivo ancora a mano), qualche disco e un posto che ti permetta di essere ricettivo. Ho sempre bisogno di essere all’aperto, di percepire i suoni, i rumori, i colori che ho intorno. E, puntualmente, non accade niente. Più cerchi di razionalizzare l’ispirazione più ti rendi conto che non stai andando da nessuna parte. Poi, all'improvviso, quando non ci stai pensando neanche più… tac! Tutto prende a fluire, come se quella canzone o quella storia fossero sempre state lì ad aspettare che ti accorgessi di loro. E allora scrivi, suoni e metti su carta. Per me questo momento coincide sempre con la notte, quando il silenzio dà voce a tutto quello che mi frulla in testa. Poi, nei giorni successivi, perfezioni, sistemi, asciughi, trovi la forma definitiva. Insomma, il giorno lavorativo perfetto è un gran casino. 
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Cosa ti ha portato verso la recitazione e soprattutto cosa spinge un giovane laureato modello verso il mondo dell’arte ….
Fin da bambino sono sempre stato attratto dalla musica e dal teatro e, in generale, da ogni forma d’arte. Ai tempi dell’università iniziai a frequentare un laboratorio teatrale con la compagnia Te.Co. Teatro di Contrabbando di cui sarei entrato a far parte qualche anno dopo. Più che la recitazione, non sono un attore, mi ha sempre affascinato la drammaturgia, la scrittura teatrale, ed è da lì che ho iniziato a muovere i primi passi in campo artistico. Nel frattempo mi laureai, provai anche a lavorare stando dietro una scrivania, ma il richiamo della strada è stato sempre più forte. 

Se potessi svegliarti domani con una nuova dote, quale sceglieresti?
Vorrei volare. Se non è possibile, vorrei almeno imparare a suonare il piano. 


A chi sei più grato per la tua passione artistica?
Alla mia famiglia. A partire da mia nonna, con cui ascoltavo le canzoni classiche napoletane, e mio nonno che mi raccontava mille e più storie. E poi mamma, che mi ha sempre spinto a leggere e scrivere e papà, che mi ha trasmesso la passione per la chitarra e insegnato a far vibrare quelle sei corde, tra mille difficoltà. E mio fratello, siamo cresciuti inventandoci le avventure più strampalate. Ci sono proprio tutti, e mi ritengo fortunato per questo. 


 Nel tuo percorso professionali quali sono stati i personaggi  più significativi che hai portato in scena?
Ce n’è uno a cui sono particolarmente legato, il cantastorie di “Nonsense a nord del Tamigi”, lo spettacolo con cui vincemmo Stazioni d’Emergenza nel 2016. Nel testo originale che scrissi questo personaggio non esisteva, fu Alessandro Palladino, compagno di teatro che curò l’adattamento e la regia, a crearlo. Un giorno mi disse: “Questo testo trasuda musica e questa musica avrà la tua faccia.” Da lì è iniziato tutto, davvero tutto. 

Cambieresti qualcosa nel mondo del teatro e della musica in cui ti sei formato?
No. Seppur tra tante difficoltà, e quando dico tante lo intendo davvero, non cambierei una virgola. Mi sono formato in quelli che oggi vengono definiti “spazi off”, per la maggior parte dei sottoscala freddi ed umidi in cui dei folli, e io fra questi, decidono di fare teatro e musica: anticonvenzionali, antistituzionali e testardi. Ma cos’è che anima l’arte dopotutto? 
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L'artwork della copertina del libro è invece di Ivano Bruner.

Nel 2016 hai  pubblicato “None But The Brave, un viaggio immaginario nell’America di Bruce Springsteen”, un’antologia di racconti incentrati su alcune canzoni di Springsteen, che hai portato in giroin diversi club, locali e teatri di Napoli e provincia, esibendoti in un reading musicale che alterni a canzoni inedite e letture drammatizzate tratte sempre dai tuoi scritti … come nasce questa idea ….
I primi racconti che compongono la raccolta risalgono al 2012. Mi stuzzicava l’idea di abbinare le mie storiea delle canzoni di Springsteen, di cui sono un grande fan, che le facessero da colonna sonora. Nel 2016 questi, insieme ad altri racconti che nel frattempo avevo scritto, videro la luce nella loro forma definitiva. Durante le presentazioni del libro, abbinavo alcune letture drammatizzate a delle canzoni che avevo cominciato a scrivere dalle ultime repliche di “Nonsense a nord del Tamigi”. Vidi che funzionava, che piaceva al pubblico, così mi inventai “Down The River”, una performance a metà tra musica e teatro, in cui un attore dava voce alle mie storie e io curavo la parte musicale. 


Cosa vuol dire essere viaggiatori …
Vuol dire essere sempre in movimento, con il corpo e con la mente, non fermarsi mai. Per dirla alla Kerouac vuol dire assaporare “la purezza della strada, la riga bianca nel mezzo che si srotola e si stringe alla ruota anteriore sinistra come se fosse incollata alla gomma.”

A fine ottobre 2017 esce il tuo primo disco, dal titolo “Down The River” , un bel traguardo
Sì, è davvero un traguardo. Iniziai le registrazioni in estate, in un periodo per me molto difficile, da lì a poche settimane avrei perso mia nonna, una delle persone più importanti della mia vita. Eppure andai avanti e chiusi le cinque tracce che lo compongono. Ancora oggi, quando lo ascolto, non posso fare a meno di pensare a quanta forza mi ci sia voluta per non affogare nel dolore che scandiva quei lunghissimi giorni. Sono storie di vita vissuta, la maggior parte delle quali risale al mio soggiorno londinese, storie di amore, di passione, di viaggi, ma anche di rimorsi e di rimpianti per i sogni e le promesse infrante. Filo conduttore è il fiume, da qui il titolo, custode del nostro presente, passato e futuro. 


Tre domande in una …. Il tuo romanzo preferito ….. il tuo film preferito … la tua canzone preferita 
Potrei passare interi giorni a pensarci e non troverei comunque la risposta definitiva. Così, di getto, Sulla strada, Braveheart, Racing in the Street. 
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 il rapporto con la tua città Natale…..
Amo Napoli e sono fiero di essere napoletano, non avrei voluto nascere in nessun altro posto. Ma sono consapevole dei limiti e delle zone d’ombra che caratterizzano questa città. Ciononostante sono fiducioso. Le cose cambieranno, in meglio. 
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Che cosa è troppo serio per scherzarci su?
Il rispetto per l’artista e la sua arte. 


 In generale cosa pensi del mondo della Rete  intesa come social o  webseries?  Secondo te La Rete sarà la strada del futuro per l’arte?
Oggi è innegabile l’importanza dei social e del web in generale, soprattutto per far conoscere e diffondere su vasta scala quello che si fa. È un nuovo modo di relazionarsi con sé e con gli altri, se utilizzato nel modo e nella misura appropriati. Sono però fermamente convinto che bisogna restare saldi, con i piedi ben piantati a terra, senza mai perdere il contatto con il mondo reale. E questo vale soprattutto per l’arte: i like, i followers, gli haters non varranno mai quanto il rapporto sincero, sacro e vero, che si crea tra l’artista e il suo pubblico durante un concerto o uno spettacolo teatrale. Sentire addosso lo sguardo degli spettatori, percepirne il respiro, il sudore, le emozioni e farli viaggiare al ritmo della tua arte, è questa la sola cosa che conta e che vale. Notte dopo notte.  

C’è posto per giovani artisti talentuosi con idee innovative in Italia?
Deve esserci e ci sarà. Se hai talento e perseveranza, se resti onesto e sincero con te stesso, se lavori sodo, qualcosa prima o poi succede. C’è un tempo per la semina e uno per il raccolto.
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 I tuoi prossimi impegni?
Il 29 dicembre suonerò a Sala Ichos. Le assi del teatro, la mia chitarra e le mie storie. Il 6 gennaio sarò invece al TIN, insieme ad Antonio Tricomi, per la presentazione del suo ultimo libro dedicato a Bob Dylan. Poi chissà…la strada è imprevedibile, l’importante è “andare”. 

Le Fotografie, sono Lino Verdicchio, Federica Rubino e Davide Visca. 

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