Raffaele Messina: " Ritrovarsi parla anche del riscatto di Napoli, prima illusa dalla propaganda fascista, poi piegata da oltre cento bombardamenti e, infine umiliata dall’occupazione nazista. E, nel momento della disperazione, prima città.." maggio 6, 2019 \\

Descrivi il tuo giorno lavorativo perfetto.
Giorno lavorativo ‘perfetto’? Vorrei tanto dirti che la mia giornata inizia verso le otto, quando mi siedo alla scrivania, nel mio studio caprese con vetrata panoramica sul Golfo di Napoli e la Penisola sorrentina… 
In realtà, non ho una villa a Capri e mi alzo già prima delle sei del mattino. A partire dalle otto sono nelle aule del Liceo linguistico “Mario Pagano” di Napoli, a fare lezione, e ci resto tutta la mattinata. Dopo pranzo leggo i romanzi che devo recensire per «l’Espresso Napoletano» o le altre riviste alle quali collaboro; poi, per qualche ora, mi dedico alla mia attività di editor indipendente. Ed è subito sera… come diceva Quasimodo. Dopo cena difficilmente lavoro, leggo per un po’ ciò che mi piace.
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Cosa ti ha portato verso il mondo della scrittura?
Vorrei rispondere la passione, secondo un consolidato cliché romantico che vuole il narratore animato da un’incontenibile fiamma interiore. E, invece, ti dirò: la crisi. È stata la crisi economica del 2009 che mi ha spinto alla produzione narrativa. Prima praticavo altre forme di scrittura, prevalentemente manualistica o saggistica, legate alle mie attività di autore di testi scolastici e di docente universitario. Poi è arrivata la crisi: l’Università degli Studi di Salerno non mi ha rinnovato i contratti; la casa editrice Loffredo è fallita dopo cento anni di gloriosa attività editoriale… È stato allora che mi sono ritrovato con tanto tempo libero e una scelta da fare: cedere alla depressione o inventarmi un’altra identità. Così sono passato dall’analisi dei classici della letteratura italiana alla produzione in prima persona di racconti e romanzi.

Se potessi svegliarti domani con una nuova dote, quale sceglieresti?
Non saprei dire. Forse sono talmente presuntuoso da non volere cambiare niente di come sono. Da adolescente ho desiderato tanto essere un po’più alto, magari d’un solo palmo. Poi con gli anni ho imparato a convivere con la mia statura e oggi non mi lamento più neanche di quella.
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A che sei più grato per la tua passione letteraria?
Al mio professore di Italiano e Latino al Liceo. Si chiama Nicola Iasiello. 

Cambieresti qualcosa nel mondo della scrittura in cui ti muovi?
La valutazione del libro come prodotto commerciale. Certo lo è sempre stato, ma oggi questo aspetto ha un peso preponderante. Io, invece, sono stato formato ad una visione del romanzo come prodotto artistico ‘alto’, quindi unico, espressione della maturità artistica dell’autore. Quando chiesi al mio insegnante di Filosofia perché non scrivesse un libro, lui mi rispose che era troppo giovane per scrivere. Fino ai cinquant’anni – mi spiegò - un uomo deve leggere, poi meditare per un decennio e soltanto dopo i sessant’anni può avere maturare qualcosa da scrivere e pubblicare. 
Oggi l’industria editoriale promuove narratori sempre più giovani, meglio se già provenienti dal mondo dello spettacolo, e li lega a sé con contratti “seriali” (non per un singolo romanzo, ma per una serie), perché soltanto così, dopo averli promossi con cospicui investimenti pubblicitari,può deve avere il tempo di recuperare il denaro investito.
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Descrivi il rapporto con la tua città natale.
Sono nato in una clinica di Catania, ma le radici della mia famiglia sono ad Acireale, dove tuttora vivono i miei zii, mio fratello e i miei cugini. Io, però, sono cresciuto, mi sono formato e lavoro a Napoli. Tranne alcuni anni d’infanzia trascorsi a Capri e un triennio in Brianza, dove sono andato a guadagnarmi il pane, ho sempre vissuto a Napoli, pur mantenendo contatti strettissimi con i miei parenti siciliani. Anche se non è la mia città natale, Napoli, dunque, è stata ed è rimasta il baricentro della mia esistenza. 
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“Ritrovarsi” (Guida editori) è il titolo del tuo nuovo romanzo. Di cosa parla e che emozioni dobbiamo aspettarci?
“Ritrovarsi” narra le vicende di Francesco, un ragazzo che, tra Capri e Napoli, si scontra col padre e cerca la sua Patrizia, dalla quale lo hanno separato le leggi razziali e la Seconda guerra mondiale. Ma è molto di più di una storia d’amore: è un ritratto crudo e delicato della giovinezza che vive nonostante la guerra.È un romanzo di formazione, ma è anche l’epopea di Napoli che combatte per la libertà. Il titolo, pertanto, condensa in una sola parola i tre assi su cui si snoda la narrazione: a) la legittima aspirazione di Francesco di ritrovare la propria fidanzatina; b) il destino di ciascun figlio di riscoprire il proprio padre dopo la frattura negli anni dell’adolescenza; c) il riscatto di una citta, Napoli, prima illusa dalla propaganda fascista, poi piegata da oltre cento bombardamenti e, infine umiliata dall’occupazione nazista. E, nel momento della disperazione, prima città in Europaa trovare la forza del proprio riscatto.
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Quali emozioni aspettarsi? 
Ti rispondo con il messaggio che mi ha inviato una lettrice: «Il suo romanzo l’avrei letto tutto in una sola giornata, tanto mi è piaciuto, ma ho cercato di leggerlo nell’arco di una settimana per far durare l’emozione più a lungo. Complimenti. Mi ha emozionata tantissimo. È scritto chiaro, semplice e scorrevole come io amo leggere. Mi ha fatto rivivere i racconti del mio papà, che ha vissuto quel periodo. Se fosse ancora vivo i complimenti glieli avrebbe fatti anche lui».

Tre domande in una: il tuo romanzo preferito; il tuo film preferito; il tuo spettacolo teatrale preferito.
Immagino che ti riferisca a romanzi recenti, altrimenti l’elenco sarebbe troppo lungo. Diciamo che nell’ultimo quinquennio resta primo “La Mammana” di Antonella Ossorio. Il film che amo di più è “Kaos”, dei fratelli Taviani. Lo spettacolo teatrale è “Eleonora. Con civica espansione di cuore” di Riccardo de Luca e con l’interpretazione di Annalisa Renzulli.

Che cos’è troppo serio per scherzarci su?
La violenza sulle donne, lo stupro. Eppure, talvolta mi capita di sentile qualcuno che ci scherza su. 
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C’è posto per giovani autori talentuosi con idee innovative in Italia?
In Italia mi pare che l’ascensore sociale si sia bloccato, da troppi anni ormai. È dagli anni Ottanta che, al posto del talento e del merito, ha preso piede un ‘familismo’ vergognoso e sempre più spudorato. Un tempo un giovane cercava di farsi strada da solo: il figlio di Luigi Pirandello firmava le proprie opere con lo pseudonimo di Stefano Landi, per presentarsi agli spettatori senza essere associato al padre. Oggi il lavoro dei padri passa ai figli in tutti i settori e non soltanto negli studi professionali privati. Anche nella docenza universitaria, ad esempio. Nel mondo dello spettacolo, poi, si passano il testimone sul palco o in televisione, senza alcun pudore.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?
A Giugno sarò nelle librerie con un racconto breve intitolato “Nella bottega di Caravaggio”. Si tratta di un noir storico e lo pubblica la casa editrice Colonnese, con testo inglese a fronte. 

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