Tutta la vita dietro un dito di Verde e Oriani giugno 10, 2019 \\

Che cosa racconta Tutta la vita dietro un dito?
Alex: È la storia di Sebastiano, un ragazzo di 22 anni che si è trasferito dalla provincia a Torino con l’obiettivo di laurearsi e vivere finalmente la vita sociale che non ha mai avuto. Dopo pochi mesi in città, Sebastiano si ritrova senza nulla di quello che sperava: ha lasciato l’università, lavora in un centro stampa e continua a essere solo come prima. I suoi problemi vengono da lontano e lo seguono anche a Torino: una certa incapacità sociale, il rapporto con una madre anaffettiva, il bullismo subito a scuola...

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È da lì che viene il titolo, dai tempi della scuola…

Carmen: Lo dirà a un certo punto Sebastiano: “Ho cominciato a sparire un giorno a scuola...”. Erano tutti lì per la foto, lui nell’ultima fila. Ma, al momento dello scatto, quello davanti a lui alzò un mano e nella foto un dito di quella mano finì proprio davanti alla sua faccia. Non se ne accorse nessuno. È da quel momento che Sebastiano ha cominciato a sparire: dietro quel dito. Quel dito è stato la sua ‘linea d’ombra’.
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Verde e Oriani vincitori del Premio Cultural Classic sezione scrittura edita 2019

Da allora continua a sparire, giorno dopo giorno. Fino a diventare invisibile: “come un supereroe, ma senza che nessuno ti chieda di salvare il mondo. Senza che nessuno ti chieda niente”.
A: Sì. Nel frattempo Sebastiano si costruisce una vita sociale alternativa: dirotta in casa sua gli invitati della festa del vicino, sceglie i suoi amici tra gli ospiti di una casa di riposo (che spesso nemmeno si ricordano di lui, il giorno dopo), va ai funerali di persone sconosciute... Soluzioni assurde che non gli permettono di costruire legami veri, forse perché sono proprio i legami che lo spaventano. Poi, una notte, tappezza la città con decine di manifestini fotocopiati: “SCOMPARSO. Se vedete questa persona, chiamate il numero…”. Il numero è il suo, e da quel momento il telefono comincia a squillare. Sebastiano coinvolge le persone che chiamano in una paradossale ricerca di sé in giro per la città: una ricerca metaforica ma anche reale, fisica. E alla fine anche lui troverà se stesso.

Troverà anche l’amore. Tutta la vita dietro un dito, in fondo, è anche una storia d’amore, non è così?

C: Sì, è un po’ l’educazione sentimentale di Sebastiano. Il suo atteggiamento nei confronti dell’amore cambia nel corso della storia. Lui ha idealizzato una compagna di scuola, che in realtà non vede più da anni. È una storia d’amore che vive da solo, come il resto della sua vita. Poi, però, incontra Irene (Irene è una delle persone che chiamano per ritrovare il ragazzo scomparso). Da subito prova attrazione per lei, che è un’altra anima smarrita, candida, innocente: tra loro nasce una storia d’amicizia, che presto diventa d’amore. Sono due persone ferite dalla vita.
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È stata definita una storia di tras-formazione. Vi ci ritrovate?
C: È una definizione molto azzeccata. Nel romanzo ognuno cambia: a modo suo, per strade sue, che non sono sempre le più normali, inciampando nelle proprie paure, nelle propri fantasmi. Sebastiano, che si vede come modello negativo per il mondo (perché è solo, perché ha fallito), finisce per essere un modello positivo per gli altri. Lui che è un escluso ha la possibilità di diventare una specie di redentore: in un mondo dominato da rapporti virtuali, lui riuscirà a costruire relazioni davvero autentiche. E gli altri personaggi a loro modo a anche loro ‘scomparsi’, perché il mondo li ha messo da parte, tutti percorrono itinerari tracciati dal destino che trasformano quello che non poteva che essere così in qualcosa di diverso. Per il resto, gli ingredienti sono quelli delle fiabe: il manifestino è un messaggio nella bottiglia al quale ciascuno risponde a modo suo. Tutta la vita dietro un dito è anche una fiaba.

Ecco: il manifestino è il ‘messaggio nella bottiglia’? C’è un messaggio anche nella vostra storia?
A: Più che un messaggio, c’è una domanda, se vogliamo sociologica: cosa devono fare le persone per ‘trovarsi’? Il romanzo è anche una storia allegorica. Racconta un desiderio che forse ogni essere umano, prima o poi, ha avuto nella vita: simulare di sparire, lasciarsi tutto alle spalle. Ma lo racconta al contrario: il nostro protagonista finge di scomparire per essere finalmente cercato e trovato da qualcuno. L’idea alla base di questa storia è che non è necessario essere delle persone particolarmente strane o bizzarre, per finire tagliati fuori da un determinato contesto sociale.
C: Se c’è un messaggio, speriamo di averlo offerto discretamente, senza proclami. Abbiamo fatto molta attenzione a non far filtrare il nostro ‘giudizio’ sui personaggi. Qualcuno ha notato che, alla fine, nemmeno più i personaggi si giudicano tra loro… e noi di questo siamo in qualche modo fieri.

Il vostro romanzo è ambientato in un posto da cui nessuno dei due proviene. Perché questa scelta narrativa di raccontare luoghi che non conoscete?

C: Sebastiano viene da Felizzano, un paesino in provincia di Alessandria, dove vive un nostro caro amico. Io ho vissuto in un piccolo centro, forse un po’ più grande, ma comunque di provincia. Felizzano perciò è anche il ‘mio’ paese, la realtà della mia infanzia, della mia adolescenza. Torino è una grande città, piena di ombre come tutte le grandi città dove scomparire è anche più facile.

Il Premio Calvino vi ha premiato “Per la gradevolezza, la sensibilità e l’ironia”.
C: Sì, e la motivazione ci è piaciuta molto. Tutta la vita dietro un dito l’abbiamo voluto così: permeato di leggerezza, anche se la storia in fondo è drammatica. L’adolescenza è fatta di grandi speranze e grandi delusioni: è l’età in cui tutte le cose ti accadono per la prima volta, e le cose che vivi per la prima volta le vivi sempre drammaticamente. Allora bisogna intendersi su cosa vuol dire essere ‘leggeri’. Noi volevamo descrivere la leggerezza di chi non ha mai avuto le ali né potrà mai averle, ma un bel giorno comincia lo stesso a volare…  Ricevere oggi dal Napoli Cultural Classic un premio che ha le ali è proprio una felicissima coincidenza.
A: E volevamo evitare la trappola del sentimentalismo, dando comunque alla storia un finale di speranza. Non siamo per l’happy ending a tutti i costi. Ma un elemento essenziale di Tutta la vita dietro un dito è proprio la speranza.

A che genere di storie vi siete ispirati?
A: Il nostro genere di riferimento è quello delle storie di  formazione con un pizzico di black comedy, come Harold e Maude. Ma anche le storie di Nick Hornby, di Ian McEwan quando scrive storie così, di Storia di Elling del norvegese Ambjornsen. Storie che raccontano le debolezze, le alienazioni con profondità, ma anche umorismo, storie in cui si ride e ci si commuove.

È un libro young adult?

A: Definire un genere e un’età di pubblico a cui ci si rivolge è difficile. Il cosiddetto genere young adult oggi comprende storie così diverse che si fa fatica a dire se la nostra ne faccia parte. Noi abbiamo provato a raccontare una storia leggera con giovani protagonisti ma nella quale c’è anche solitudine, alienazione, autoerotismo da frustrazione, dolore da perdita di un genitore.

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi, notte e spazio al chiusoCom’è scrivere in due? Come si fa?
C: È più difficile che scrivere da soli. Inevitabilmente cambia il modo di scrivere di ciascuno dei due. Per esempio, io sono abituata a trovare la storia scrivendola, a cercarla attraverso le parole; ma quando si scrive in due c’è bisogno che la storia sia ben definita dall’inizio, altrimenti si finisce per scrivere due storie diverse. Il lavoro più importante diventa quindi trovare una lingua unica e adatta alla storia che si vuole raccontare, una lingua che appartenga soltanto ai personaggi della storia che si sta scrivendo.
A: Io avevo già avuto lunghe esperienze di scrittura in coppia, come sceneggiatore. Il lavoro letterario è differente. Per esempio, per quanto riguarda me, ho dovuto limitare un certo tipo di scrittura brillante e umoristica che mi è propria in quanto incompatibile con la modalità del narratore immerso che abbiamo utilizzato per questa storia. Scrivere in due ha dato forma corale a una storia che è, a suo modo, è una storia corale.
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