Intervista ad ANDREA CIRESOLA, vincitore per la Narrativa Inedita al XIV° Premio Letterario Napoli Cultural Classic giugno 26, 2019 \\


Andrea Ciresola, vincitore per la Sezione B del XIV° Premio Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic, il suo racconto ha un titolo - Andante con malinconia – che lascia intuire nostalgia. Il suo lavoro è forse il frutto di un’esperienza da lei realmente vissuta?

 

In tutti i miei racconti, romanzi e testi teatrali prodotti, il canovaccio di partenza della storia è un momento di vita vissuta sul quale si inserisce l’aspetto più propriamente creativo, dove la storia assume i connotati di un’invenzione. Va da sé che la parte fantastica  spesso è la congiunzione con  altri pezzi di vita vissuta che si collegano per formare una storia capace di promuovere quelli che da sempre sono i miei temi di riferimento, le urgenze che sento di dover raccontare.

 

Quanto ha influito la disciplina musicale nella sua formazione?

 

Uno dei pochi rimpianti che ho è di non aver proseguito nello studio del violino. Mio padre, che aveva suonato nell’orchestra dell’Arena di Verona, quando ero bambino mi aveva spinto a entrare nel Conservatorio. Non ero pronto e avevo accettato solo per fargli piacere. Poi l’ho  lasciato per scegliere l’arte figurativa. Tuttavia, l’educazione all’ascolto della musica, che veniva da mio padre, e l’esperienza al Conservatorio si sono sedimentate e sono cresciute dentro di me durante gli anni di formazione e nella mia vita. A quanto pare continuano a generare frutti, come per esempio il racconto che ho presentato qui al Premio e spesso la musica è per me il sottofondo ideale mentre scrivo e dipingo.

 


Tenuto conto dell’intensità dei rapporti da lei descritti in maniera efficace, e vissuti col suo Maestro, ritiene sia possibile per i giovani vivere un’esperienza simile alla sua?

 

Non so se questo sia possibile. Credo che i Maestri oggi siano pochi e poco considerati perché si tende a non  riconoscerne il valore. È un problema culturale, di trasmissione del sapere che quando viene meno genera una società povera e una ancor più povera classe di intellettuali. Non si tratta quindi, a mio avviso, di un aspetto solo legato alla cultura delle Arti o del  pensiero, il tema è quello che potremmo non esser stati in grado, in questo periodo di pensiero debole, di generare donne e uomini capaci di una visone del futuro in grado di affrontare le sfide che abbiamo davanti. La mia esperienza con i Maestri (ho avuto la fortuna di incontrarne più d’uno…) mi ha reso capace di leggere fra le righe della vita e di districarmi fra meandri delle vicende anche drammatiche che ho vissuto.

Voglio qui inserire un appunto rispetto al mio ruolo di padre, ruolo assimilabile a quello di un Maestro almeno per i propri figli;  ritengo di aver  cresciuto dei figli in grado di camminare nelle vie del mondo da soli, autonomi e che stanno trovando la loro strada consapevolmente. Fanno fatica, molta più fatica di alcuni loro compagni che hanno grandi possibilità economiche, ma non hanno paura di nulla, anche se sono dall’altra parte del mondo, ed è uno spettacolo vederli. Ne sono molto orgoglioso e quando tornano a casa è bellissimo stare con loro, nessun legame si è rotto per la lontananza, anzi si è rafforzato.

 

È stata l’esigenza di raccontare questa storia ad avvicinarla alla scrittura?

 

No, questa storia è solo una delle tante che ho scritto. Parliamo di almeno quattro romanzi (di cui solo uno pubblicato con una micro casa editrice…), una trentina di racconti brevi, tre commedie per il teatro, oltre mille poesie e un’infinita quantità di testi per l’arte contemporanea. In realtà l’esigenza che mi spinge a scrivere, così come quella che mi spinge a illustrare libri e a dipingere (per chi vuole può vedere qualcosa su www.ciresola.net), è di cercare il mistero nelle cose apparentemente prive di mistero. Ne consegue che la mia opera intera è legata all’apparente banalità del quotidiano che nasconde invece un mondo sommerso che io vedo ogni giorno, in ogni sguardo, in ogni angolo delle città, della mia casa, della mia strada…  In questo contesto, nella scrittura l’angolo visuale è quello dei visionari (del resto le righe qui sopra raccontano che tipo di uomo io sia, un visionario appunto) e delle loro storie spesso nascoste. Penso che una storia possa esser appesa in ogni angolo della stanza e nello sguardo di ogni uomo o donna o bambino.

 


Oltre alla musica e alla scrittura esercita altre passioni? Ce ne parli.

 

L’arte e in particolare l’arte contemporanea, di cui mi “vanto” di essere un divulgatore ( ho tenuto oltre 300 serate pubbliche a tema) è un’altra delle mie passioni. Metto a disposizione in modo del tutto volontario le mie conoscenze e la mia passione per le persone che sono a digiuno di questa disciplina così intrigante e spiazzante. Fa effetto che altre discipline contemporanee come la musica, la letteratura e la poesia siano più vicine e conosciute dalla gente rispetto all’arte contemporanea di 100 anni fa. Capisco che le ultime tendenze come la video art o la perfomance siano così nuove da non esser ancora digerite, quello che mi spiazza è che ancor oggi non sia capita l’opera di Picasso o di Magritte, e che sempre più spesso davanti ad un opera di Mirò si senta dire: “…sono capace di farlo anch’io …” Con tutto questo sono anni che sto ingaggiando un corpo a corpo estenuante. Infine non posso sottacere che la mia attività di Restauratore di Beni Culturali mi ha fatto amare la grande Arte da Giotto a Tiepolo di cui ho avuto la fortuna di restaurare alcune opere di grande spessore. Penso ai dipinti della casa di Giorgione, ai teleri del Tintoretto, ad alcune opere della scuola di Giotto e in questo periodo ho avuto l’incarico per redigere (in team con un gruppo di professionisti che si sono occupati degli impianti e della statica) il progetto del restauro delle superfici dell’Arena di Verona e ora di esserne il Direttore dei Lavori del lotto da poco iniziato.



La partecipazione al nostro Premio, invece, c’è stata per il desiderio che qualcuno leggesse il suo lavoro o aveva già avuto modo di mettersi in gioco attraverso altri concorsi letterari?

 

Il vostro Premio mi è parso interessante dopo aver valutato le edizioni precedenti e il livello della Giuria: queste sono le cose che mi hanno convinto. Ho partecipato con uguale fortuna anche ad altri Premi  letterari alcuni anni fa, poi c’è stata la lunga parentesi della mia attività artistica nel campo della pittura iperrealista. Oggi le cose coesistono e hanno trovato un equilibrio tale che una disciplina genera stimoli per l’altra. Ricordo il  Primo premio  ricevuto al Concorso “I paesaggi del vino” indetto in Toscana (cui ne sono seguiti altri in tutta Italia), rimasi folgorato dalla gioia per aver vinto e aver sentito la stessa emozione anche durante la premiazione a Palma Campania. In questi giorni ho ricevuto un altro bel riconoscimento in Piemonte sempre per un racconto breve. Un bellissimo periodo per la mia scrittura.

 


L’essere stato valutato da un editore come Giuseppe Laterza, che nel suo caso ha ribaltato la classifica, cosa ha significato?

 

Per me è stato un grande onore e ha generato  la speranza di poter avviare una collaborazione con una prestigiosa casa editrice come quella guidata dal dott. Giuseppe Laterza. Non m’illudo e adesso capisco di esser solo io l’artefice del mio destino, mi rendo conto che se le parole che ho scritto sono all’altezza avranno una possibilità di pubblicazione, altrimenti sarà necessario ancora tanto lavoro, consapevole che chi scrive risponde a un’urgenza interiore che non è possibile fermare. Scrivere non è una possibilità, scrivere è una necessità, perché come dice un poeta sudamericano narrare è resistere.

 


Racconto vincitore della XIV Edizione del Premio:

 

Andante con malinconia

Poiché dall’ultimo concerto come primo violino nell’orchestra sinfonica della città erano passati vent’anni, al funerale del Maestro de Guidi parteciparono in pochi, a dimostrare che in quella parte di millennio la musica classica non godeva delsuccesso di altre discipline. L’alta sartoria per esempio, con le Maison di Parigi o le mirabolanti imprese della Formula Uno che attraversava gli schermi di tutto il mondo con bolidi lanciati nel dubbio di città gremite un giorno sì e trecentosessantaquattro no. Avremmo potuto paragonare il successo di Francesco De Guidi a quello di un numero  acrobatico del Circo Americano, con voli appesi alla speranza mai vana di incontrare la mano per la presa al termine di un doppio salto nel vuoto del tendone, e nel silenzio degli sguardi.

Ventidue novembre, chiesa di San Pietro, giorno di Santa Cecilia.

Non fu certo uno scherzo del destino se quell’orazione funebre in memoria del Maestro cadde nel giorno della santa patrona della musica; il merito fu di una  regia dall’alto.

Quando iniziai a frequentare il Conservatorio, ancora bambino, capivo poco di musica e meno ancora di solfeggio, con quel misterioso alfabeto di aste e palline, frazioni e chiavi, ma la passione di mio padre e le sue legittime speranze che almeno un figlio intraprendesse quella strada, mi catapultarono dentro al palazzo rinascimentale da sempre conosciuto come  il Conservatorio.

Varcai per la prima volta la soglia di quello palazzo addormentato nel cuore della città e vi trovai un nome così importante da restare scolpito nella fantasia dei miei pensieri. Si trattava della lapide che dedicava il Conservatorio a Evaristo Felice dall’Abaco. 1675 – 1742.

Felice Evaristo: che nome! Fu la prima scoperta di una lunga di  serie di rivelazioni legate a quel mondo.

Per anni calpestai le pietre dell’androne scivolato nella storia che immetteva nel chiostro di colonne rosse e pietra bianca, oro colato dalle cave della provincia e sudore di artigiani dalla fede incrollabile. Imparai subito che le scale potevano portare al cielo senza alzarti da terra, e così quelle scorribande sul pianoforte si mescolavano con il cesello della viola da gamba, mentre il corno inglese risuonava come a Roncisvalle in una felice, quanto improbabile, macedonia di voci abbandonate all’ordine sparso.

Era un mondo sicuro e varcando quel portone in legno, presidiato da una testa di Pergolesi  scolpita nel tufo, si aveva la netta sensazione di abbandonare la città per entrare nel pagano eden degli artisti.

Eppure i primi anni furono un inferno per me, che non capivo nulla di quei frutti proibiti, né del perché altri allievi alla mia età fossero già così virtuosi. Quelli suonavano il violino dai tempi dell’asilo e sembravano destinati al Konzerthaus di Vienna, il sogno di mio padre!

Ecco, da quel momento cominciai a trovare scuse per difendermi dalla mia pochezza; pensavo che, per una malformazione genetica, quelli fossero nati con il violino sulla spalla… questo pensavo mentre tentavo qualcosa  su quel tema di Haendel che proprio non voleva uscire dal mio mediocre strumento.

Al terzo anno fui ammesso alla classe del Maestro Francesco De Guidi, un uomo felice, già anziano, scarmigliato e dalla parlata romagnola.

Io tredici anni, lui sessantacinque.

Fin dal primo giorno, capii  gli arcani maggiori e i minori, con tutto quello che il suono nascondeva. In seguito imparai la passione, il senso, la simmetria della musica… come la chiamava De Guidi.

La simmetria.

Una curiosa simmetria a dire il vero, dove l’asse era il violino e i due punti di simmetria, le mani del musicista da un lato e l’animo dall’altro.

- Non credo che gli altri vedano tutto questo… obiettai un giorno.

- Certo che non lo vedono… rispose lui lasciando, ad arte,  le parole in sospeso.

- E allora?

De Guidi prese il suo Guarneri del Gesù, ne sfiorò le corde, toccò il mio animo e  suonò una melodia che non si sarebbe mai più sentita, confinata nel fondo del pensiero, aria rinchiusa da una tagliola negli occhi del suo primo amore. Alla fine disse:

- Sono d’accordo, non lo vedono…  ma lo sentono!

Tornai a casa felice e mi sembrava che tutto intorno fosse nuovo. La strada di porfido, la fontana medievale, persino il tram 27 così arrugginito e dalla voce roca. Tuttavia ero convinto che non sarei mai riuscito a raggiungere l’arte del mio maestro anche per colpa del mio strumento, un violino costruito in fabbrica, prodotto in catena di montaggio. Altro che legno della foresta di Paneveggio!

Che presunzione la mia.

La questione era un’altra e la vita mi avrebbe impartito una lezione che non avrei mai trovato sul pentagramma dello spartito.

Anche al nono anno di studio, dopo aver dato l’esame che mi avrebbe condotto al diploma, sentii inarrivabile come una vetta delle Ande, il suono partorito dalle mani  di de Guidi e confidai a lui le mie perplessità anche sul mio ultimo violino.

L’uomo sorrise.

-Non è così… guarda i nostri violini… hanno anche la stessa custodia!

Rimasi imbambolato. Cosa voleva dire? Possibile che quell’uomo così colto scegliesse una banalità per convincermi?

Era la presunzione a parlarmi, e io  la ascoltavo!

Subito dopo il maestro mi propose di accompagnarlo l’indomani, dopo la nostra lezione, a quello che sarebbe stato il suo ultimo concerto.

-… e porta il tuo violino, non si sa mai… io alla mia età potrei anche non farcela…

- Suvvia…” conclusi io.

Lo assecondai per quel legame che unisce il maestro e l’allievo anche se per me quell’invito risultava un mistero. Dietro le quinte del teatro c’era fermento, come in ogni occasione dove compare la musica.

Io con la mia custodia, lui con la sua.

Entrambe sottobraccio.

A casa avevo provato  la Quarta di Brahms, ma non ce ne fu bisogno, ovviamente;  De Guidi era già al sesto cielo, prossimo al settimo. Lo sguardo parlava di una serata memorabile, le mani ferme. Calde. Sicure.

Lo lasciai, insieme al mio violino, in camerino, per prendere posto in prima fila da dove gustai la perfezione del musicista fatta di gorgheggi, pause, trilli che solcavano l’aria della platea e imperlavano quella del loggione. La voce dello strumento deliziò chiunque come le sirene soggiogarono Ulisse. Applausi a scena aperta in quella sala chiusa dal resto del mondo, e lacrime.

Lente, timide,  tremule, instancabili.

E quel violino tra le mani.

E di come scese le scale.

E di come si avvicinò.

E di come quelle mani mi porsero il violino.

Chiusi gli occhi emozionato, e in quel dare e in quel ricevere sentivo la simmetria della musica, del maestro con l’allievo.

Poi aprii gli occhi.

Piano.

Avevo tra le mani il più incredibile degli strumenti che mai artigiano avesse montato, intagliato, cesellato.

Ma non era il suo Guarneri del Gesù, era il mio violino!

Un violino con la musica dentro.

Tutto l’onore tributato al Maestro finì presto in quella città di polvere, dai portoni annoiati fra gli sbadigli e il sonno.

Ai giorni si sommarono gli anni. Non rinunciai alle lezioni con il maestro, nemmeno dopo il diploma, almeno fino a quando si ritirò in una casa di riposo. Condivideva la stanza ora con vecchi immobilizzati a letto e trattati come corpi la cui preoccupazione era il riempimento e lo svuotamento, ora con logorroici la cui ragione era abbandonata sulla strada di fronte, vicino alle donne notturne che vendevano sogni come amori di fortuna. A malapena qualcuno di loro trascinava il girello lungo il corridoio che li portava verso la fine…

Come poteva il Maestro non arrendersi?

Finché durò, la lotta fu vana.

Trovavo spesso De Guidi davanti al vetro della finestra.

- Guardo il mondo e trovo ancora suoni… mi diceva soddisfatto.

A fianco del letto un violino da milioni, muto, faceva guardia al padrone con la testa piena di musiche nate dalla voce dell’inserviente o, peggio, dall’agonia di una flebo fisiologica. Per lui tutto aveva un senso armonico, le foglie si staccavano dagli alberi in tre ottavi e le macchine sfidavano il traffico  come in un tango di Piazzolla.

- Senti, è un fa diesis! Era il lamento di un uomo nel naufragio della memoria del letto quattordici; la padella per l’incontinente era un sol e la donna legata al letto una sinfonia in mi minore. Un’ininterrotta partitura che durava da sei anni. Giorno e notte.

Giorno.

E notte.

Dirigeva sinfonie per campanile e forchetta, quando cercava il purè nel piatto e alle diciotto la chiesa di San Tommaso suonava il vespro per la città.

Costretto per un anno a letto anche lì trovava modo di comporre arie, guardando le H color cartadazucchero disegnate sulle lenzuola candide di lisciva e sulle coperte grosse come cartoni da imballaggio.

Qualche giorno prima di morire, il vecchio maestro impartì la sua ultima lezione.

- Non mi piacciono gli addii.

-Non devo partire…” risposi.

-Sai cosa intendo. Pausa.                          

 Occhi lucidi suoi. Dentro i miei.

I miei.

Una nuova simmetria.

-Prendi il Guarneri, è tuo!

Tentai di rispondere, ma lui al mio aprir bocca alzò la mano destra incerta fra un monito e una benedizione.

Lo lasciai in quella casa per anziani, sconfitto dalla malinconia di un qualcosa che mi abbandonava senza appello.

Prima di chiudere la bara di mogano appoggiai sul suo petto di mani incrociate il Guarneri e il mio violino.

Uno a fianco dell’altro e come asse di simmetria,

in mezzo,

la Musica.

 

Motivazione della Giuria

La musica fa da sfondo a un intreccio di emozioni trascritto nella memoria. Il titolo stesso sta a indicare l'andamento di esecuzione di una trama piacevole, dalla scrittura fluida che osserva l'allievo sperimentare la "disciplina" musicale e portarla avanti, anche se privo di uno spiccato talento, per una sorta di venerazione nutrita nei confronti dell'anziano maestro. Il protagonista ne insegue "l'armonia", sino alla fine, quando, nell'abbandonare definitivamente la "partitura", capirà di dover produrre in altra forma quel suono pizzicato che ancora gli fa vibrare le corde dell' anima.

Assunta Spedicato.

 

Motivazione del Presidente di Giuria

Un bel racconto, carico di poesia e di sentimento. La musica applicata alla letteratura, la passione per un’arte che pulsa con le sue sette note, descritta amorevolmente da un allievo riconoscente verso il suo Maestro. Il giusto scambio generazionale di esperienze e tradizioni che ha luogo quando nasce l’amore per l’arte e il riconoscimento del Maestro, qualora egli è capace di far uscire il maestro che è nascosto nell’animo dell’Allievo.

In un susseguirsi di fluidi modulazioni della scrittura, con la capacità del musicista, che rende i silenzi e le pause attimi di attesa e preludi di meraviglie dell’ascolto, l’autore intreccia, in rapide successioni armoniose di immagini, tutti i passaggi di una esistenza votata alla bellezza, allo studio, al dono di sé, per giungere al dignitoso epilogo di una vita, memore e consapevole di averne fatto per intero, di ogni momento, un atto d’amore da tramandare.

Un buon lavoro, un’ottima scrittura.

Giuseppe Laterza.



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