Intervista a GIUSEPPE RAINERI, vincitore per la Sezione Monologhi al XIV° Premio Letterario Napoli Cultural Classic luglio 12, 2019 \\

Il mio nome è…

Monologo Teatrale 1° Classificato 

 

Non odio chi mi ha fatto del male. Non potrei nemmeno se lo volessi.

Mi hanno rubato gli occhi, la pelle, il cuore, la vita con una ferocia che non è di bestie, non è di uomini.

Ho scelto di vivere da persona, non da uomo, non da donna.

Poche ore di dolore, di un dolore acuto, disumano, intenso, inimmaginabile, hanno fatto di me qualcosa di speciale, di indimenticabile.

Quando mi è stata inflitta una condanna ingiusta e mi è toccata una morte ignominiosa, ho gridato, ho avuto paura, ho dubitato.

La verità non ha un prezzo, vale più della mia stessa vita, più della vita di noi tutti messi insieme.

Non mi aspetto né mi auguro che tocchi in sorte anche a voi quello che è capitato a me.

Ho camminato in mezzo a voi tutti i giorni, mi avete osannato, ammirato, portato in trionfo per la mia sapienza, la mia saggezza, perfino quando ho rimproverato, denunciato senza pudore e senza reticenze le debolezze, le piccinerie, le incoerenze degli uomini.

Ho parlato di verità e di tolleranza per sconfiggere l’ignoranza.

Quando ho avuto bisogno di aiuto, non c’era più nessuno. Nessuno che sapesse portarmi conforto anche tacito, non avrei preteso la salvezza con un atto eroico a costo della propria vita, no, questo no; ho dovuto assaporare il gusto amaro della solitudine, della sconfitta, dell’indifferenza.

Il potere e chi lo regge ha addotto la giustificazione di difendere, di salvaguardare il benessere e gli equilibri della società, ma hanno mentito nascondendo la verità e si sono macchiati di mancanze ben più gravi dell’ingiusta condanna e del martirio di un singolo. 

Dove vi eravate nascosti tutti? Paura, codardia e omertà si sono trasformate in silenziosa complicità. Perché avete taciuto? Il silenzio, il distogliere lo sguardo sono stati la condanna peggiore.

Che cosa volete che me ne faccia della memoria nei secoli, dei dibattiti, delle parole che verranno spese per condannare i miei carnefici, per fare emergere la verità o piuttosto camuffarla, piegarla alla convenienza del momento?

Quello che vedo con profonda amarezza è che non avete tratto nessun insegnamento da quello che mi è stato fatto; non sono serviti di lezione, uno, mille martirii.

Quale progresso sarà mai possibile se la bellezza dell’universo e delle leggi che lo governano non prevarrà su una natura umana sottomessa alla grettezza e all’ignoranza?

I miei assassini non mi hanno rubato solamente la vita, ma anche e soprattutto mi hanno defraudato della mia essenza, di ciò che ero e sono veramente: una persona a servizio della verità e non di una parte dell’umanità contro o a favore di un’altra.

Rimane di me il ricordo dell’affronto, della violenza subita, poco degli insegnamenti, poco della parola. Questo è ciò che non posso perdonare loro, sottomessi a giochi di potere, alla stupidità ed al pregiudizio che gli si rivolterà inutilmente contro e contro l’intera umanità.

Gli sono stati padri e figli tutti quelli che hanno ripetuto lo stesso crimine nella storia, prima e dopo di me.

La violenza, l’odio instillati dall’ignoranza non possono trovare giustificazioni in nessun momento della nostra storia: sono inutili e un banale segno della follia e della disumanità.

La conoscenza è vita e combatte ogni falsità.

Se il sapere è destinato a crescere e arricchirsi con il tempo, la natura dell’uomo no, quella rimarrà ancorata ai bisogni e all’obbligo di sopravvivere e per salvare sé stessa si perderà. Questo feroce attaccamento alla vita ad ogni costo renderà immutabilmente gli uomini ciechi, sordi e questo istinto primitivo renderà vano ogni progresso.

Non accusatemi di insensibilità, e come potrei proprio io che ho sofferto dolori atroci, se più della scomparsa di persone, piango la perdita immensa del pensiero, l’unica cosa che sopravvive alla morte, alla caducità dei corpi.

Il mio nome è Ipazia, cittadina di Alessandria d’Egitto, figlia di Teone, ultimo direttore del Museo, andato perduto con l’intera biblioteca e il Serapeo era la mia casa.

Giuseppe Raineri

alias Giulio Irneari


Giuseppe Raineri o Giulio Irneari... Alla fine, sono sempre io.


- Giuseppe Raineri, autore del monologo “Il mio nome è...”, vincitore per la Sezione C del XIV° Premio Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic, ci parli di lei.

Sono nato a Bergamo nel 1959 e lì vivo da sempre, ma per sangue sono bergamasco solo a metà; l'altra, viene divisa con un certo orgoglio e in ugual misura tra Marche e Puglia.

Sposato con tre figli, ho fatto studi ad orientamento scientifico dal liceo all'università dove mi sono iscritto alla Facoltà di Fisica senza però ultimare gli studi.

Lavoro ormai da molti anni nel settore informatico e quotidianamente viaggio tra la mia città e Milano. 

Dopo una lunga, ricca e variegata esperienza di lettore, durata almeno mezzo secolo, si è fatto strada il desiderio di mettere per iscritto pensieri, fatti reali e di pura fantasia e dare vita a progetti narrativi abbozzati o rimasti incompleti per molto tempo.

Quando scrivo e pubblico, utilizzo lo pseudonimo di Giulio Irneari per sottolineare una chiara separazione tra i due aspetti che segnano la mia vita dal punto di vista professionale e personale ed in ricordo di un nonno che ho particolarmente amato e da cui credo di aver ereditato il profondo amore per la lettura.

L’anagramma del cognome vero nello pseudonimo indica che comunque un legame, una certa continuità è ineludibile, anche se spesso ho pagato il fio di questa scelta “scellerata” sentendomi chiamato in causa nelle quattro possibili combinazioni di nome e cognome.

Alla fine, sono sempre io.

La mia professione mi impone una doverosa attenzione alle novità tecnologiche tipiche del mio settore ma questo non mi impedisce di dedicarmi, quando possibile, alla lettura di testi di narrativa e saggistica, scienza, storia e musica soprattutto, ed all’ascolto della musica classica per cui nutro un profondo, intenso interesse.

Non disdegno nessuna forma di musica, ma le mie preferenze vanno alla produzione musicale che spazia dal 1600 alla fine del 1700 e ad un autore in particolare: J.S. Bach.

Gershwin, Piazzolla e Bernstein sono gli autori più vicini alla nostra epoca che ascolto maggiormente.

Denuncio invece una profonda ignoranza ed una forte difficoltà di ascolto per la musica contemporanea che non abbia una linea melodica e per la quale non sono riuscito fino ad ora a provare trasporto né emotivo, né intellettuale.


“Plissé” è il mio primo romanzo ed è stato pubblicato ad inizio 2016 dalla casa editrice Silele. In buona parte può essere considerato autobiografico, perché affronta il tema della malattia di Alzheimer che ho vissuto in prima persona attraverso il ricovero di mio padre in un reparto predisposto all’assistenza di coloro che ne sono affetti. Dopo un inizio molto realistico, il romanzo si snoda attraverso i temi della memoria, del rapporto genitori/figli, toccando argomenti a me cari come la musica, la fede, i libri.

 

Dal 2017 è disponibile su Amazon in formato elettronico, un romanzo breve o racconto lungo dal titolo “La biblioteca delle memorie minime” pubblicato dalla casa editrice Lupi di Sulmona; è in corso un lavoro di estensione e completamento che lo trasformeranno in un romanzo di maggior respiro che spero si accompagni ad una versione cartacea.

È un omaggio di fantasia ai libri, alle biblioteche, a Borges, a Escher, a Tomasi di Lampedusa.

Ad aprile 2018 è stato pubblicato il mio secondo romanzo con tinte di giallo e di nero, dal titolo “Il patto” con la casa editrice Silele.

In questo libro ho sperimentato l’abbinamento di una tipica trama poliziesca con una seconda parte dove accompagno il lettore dentro i fatti come realmente sono avvenuti.

Il mio commissario è un po’ atipico; colpito da SLA, comunica tramite un piccolo robot che ho dotato di particolari requisiti che anticipano quello che ci aspetterà in un futuro non troppo lontano.

“La prima notte di quiete” è il mio ultimo romanzo, non ancora pubblicato e che sto presentando ad alcuni concorsi letterari nella sezione inediti.

In questo caso la trama si sviluppa attraverso sette sogni, ognuno dei quali è legato ad uno dei peccati capitali, che metteranno a dura prova le intime convinzioni di chi dovrà confrontarsi con il potere evocatore dei sogni e la solida razionalità su cui aveva fondato la propria vita.

Recentemente mi sono dedicato alla scrittura di racconti, in alcuni casi possono essere uno studio preparatorio, un preludio a possibili romanzi, che affrontano tematiche molto diverse tra loro.   

L’ultimo dei miei lavori, in fase di rifinitura, è un romanzo fortemente centrato sui libri e sulle biblioteche. Si intitolerà “Il collezionista”.

  

- Quando è nata la sua passione per la scrittura?

Non ricordo né una data né un evento precisi perché ritengo che sia stata una naturale evoluzione della passione per la lettura, nata durante l’età delle scuole elementari e che poi si è definitivamente espressa con una forma ai limiti di una patologia di cui sono felice di essere affetto in modo incurabile. Nell’età dell’adolescenza penso di aver fatto felici molte librerie quando acquistavo pile di libri che divoravo con passione soprattutto durante le vacanze scolastiche.

La loro gioia credo duri tuttora.

Amo circondarmi dei libri letti da sfogliare nuovamente, di quelli in attesa di lettura secondo priorità che possono cambiare nel tempo, sconvolte da un nuovo interesse, da sollecitazioni sopraggiunte in modo inaspettato. Spesso succede che si vengano a creare inattese e sorprendenti correlazioni tra curiosità recenti, domande che non avevano ancora trovato risposte e testi in attesa di essere letti o appena editi.

Il profumo della carta conserva un fascino particolare e quando penso ad un ambiente per me ideale, non posso che identificarlo con una biblioteca che mi circondi con armadi in legno massiccio, in sale dai soffitti alti, dove gli scaffali siano raggiungibili con scale che scorrano lungo le pareti.

Nei miei lavori più recenti ho cercato spesso di trasporre questa magia e farla rivivere in chi mi legge.

Dopo aver molto letto, ho trovato naturale cimentarmi nella scrittura, ma in un primo momento solo a titolo personale, fissando su carta idee da sviluppare, impressioni e soprattutto registrando frasi, passi interi che trovavo stimolanti nei libri che leggevo.

A chi ritiene che la narrativa e la poesia siano un inutile spreco di tempo, rispondo spesso che invece questo sia un validissimo modo di imparare a conoscere l’essenza dell’uomo e dell’umanità purché si leggano autori grandi e ricchi di talento.

Anche la fantasia più estrema è capace di trasmettere conoscenza e far maturare una sensibilità che ho trovato di grande aiuto nella vita di tutti i giorni.

Parlo di autori che scrivono con grande onestà intellettuale, che scrivono bene, che inducono a pensare anche se in disaccordo con le loro posizioni, che non scrivono per compiacere il pubblico. La mia predilezione va verso autori che siano capaci di includere nei propri romanzi il mondo, l’umanità intera in tutte le sue manifestazioni, anche trascendendo l’ambientazione sociale e storica delle loro opere.

A questo proposito cito spesso due autori come esempio; uno italiano, Ugo Riccarelli ed uno straniero, Robert Musil. Ovviamente, non sono i soli.

Nello scrivere per essere letti, c’è probabilmente una minima componente di protagonismo, di narcisismo, ma se viene fatto con l’onestà intellettuale cui accennavo prima, significa mettersi a nudo di fronte ai propri lettori ed esporsi a giudizi e critiche anche aspre oltreché a possibili apprezzamenti.

Nutro invece poca fiducia nelle scuole di scrittura creativa, temo che siano di maggiore utilità ad un pubblicitario che ad uno scrittore. Oltre al talento la vera scuola è la lettura dei giganti della letteratura.

Per questo motivo, durante la presentazione di miei libri ho l’abitudine di terminare con alcuni suggerimenti letterari di autori italiani e stranieri che, a mio modesto giudizio, ho trovato ricchi di sollecitazioni e spunti di riflessione o semplicemente belli.

 


- Che lavoro svolge e come riesce a conciliarlo con questa passione?

Esercito la mia professione da più di trent’anni nel mondo dell’informatica e mi occupo dell’analisi e dello sviluppo di sistemi informativi aziendali. Dal 2017 lavoro per un’azienda finanziaria di Milano e faccio la vita da pendolare tra la mia città, Bergamo, e la metropoli lombarda.

Non vivendo di scrittura, ho dovuto imparare a fare un uso sapiente del tempo, scrivendo durante i viaggi in treno da e verso il posto di lavoro, di notte, durante i fine settimana quando gli impegni famigliari e di lavoro me lo consentono.

Ho sempre con me un taccuino dove annoto immediatamente idee, frasi, situazioni che altrimenti rischierei di dimenticare nell’esatta forma in cui sono affiorate alla mente.

Il tempo limitato da dedicare alla scrittura è motivo di tormento, spesso di insoddisfazione nella difficoltà di voler leggere e rileggere più volte i testi, lasciare trascorrere del tempo e riprendere il lavoro scoprendo la necessità di intervenire per migliorare la scorrevolezza, la chiarezza del testo. Operando però in gran parte da solo, rischio di non vedere con il necessario distacco quanto scrivo.

A distanza di tempo riscriverei gli stessi passi in modo diverso; non mi sento mai completamente soddisfatto del mio lavoro, ma ad un certo punto mi impongo di chiuderlo e non sempre questo atteggiamento mi ripaga appieno degli sforzi profusi.

 


- Il suo monologo è dedicato a Ipazia di Alessandria, perché questo soggetto?

Ho conosciuto la figura di Ipazia casualmente attraverso uno scritto che la citava tra le poche donne scienziate. Nello stesso periodo e in un modo altrettanto casuale venni a sapere che era in arrivo un film sulla sua figura dal titolo “Agorà”.

È stata una folgorazione, per quanto il film sia una libera rappresentazione dei già scarsi fatti storici noti.

La sua figura è pietra di scandalo non tanto per le responsabilità di chi possa avere ordinato ed eseguito di fatto il suo omicidio in un modo così violento. Piuttosto, diventa l’emblema di cosa possa produrre il fanatismo di ogni genere, quando l’irrazionale irrompe nella vita di singoli o gruppi e trasforma in possibili, atti di una ferocia e di una disumanità impensabili.

Ho giocato sull’incertezza dell’identità fino alle ultime righe per dare risalto a ciò che lega ogni vittima della intemperanza, del fanatismo come ideologia che calpesta uomini e donne perché non allineati o semplicemente diversi per genere, cultura, colore della pelle, religione ma nasconde debolezze dietro false sicurezze, figlie essenzialmente dell’ignoranza e della paura.

Poteva trattarsi di Cristo, di una vittima della Shoah, di Giordano Bruno di altri, tutti accomunati dal destino di essere trucidati per le loro idee, i loro comportamenti e messi a tacere per sempre con una costante riedizione della “damnatio memoriae”.

Non dimenticare dovrebbe servire da monito. 

 

- Partecipa spesso a concorsi letterari, li ritiene utili?

Guardo con un certo interesse ai concorsi letterari e dopo essermi fatto un po’ di esperienza, cerco di scegliere quelli che ritengo seri e selettivi nei loro giudizi.

Comprendo l’enorme fatica di organizzare e portare a termine un’iniziativa tanto impegnativa ma come autore, da una parte auspico che vengano presentati lavori dignitosi e rispettosi di chi li debba leggere e dall’altra mi aspetto che le opere vengano affrontate nella loro interezza, invece in qualche occasione ho avuto la sensazione netta che fossero state lette solo in parte.

I concorsi dovrebbero essere utili per diversi motivi.

Offrono l’occasione di sottoporsi ad un giudizio autorevole, dovrebbero essere fonte importante di scoperta di nuovi autori da parte delle case editrici; per un autore, dovrebbero essere d’aiuto per capire i propri limiti, i propri errori e superarli.

Inoltre, le cerimonie di premiazione regalano sicuramente occasioni straordinarie di confronto degli autori con altri autori e con i giudici, ma spesso, anche se comprensibilmente, rischiano di chiudersi intorno alla cerchia di parenti ed amici

 

 

- Come valuta nel suo insieme l’esperienza con l’Associazione Napoli Cultural Classic?

Ho conosciuto l’Associazione attraverso il bando di concorso; ho partecipato con un racconto e con un monologo teatrale. Questa seconda sezione ha attirato il mio interesse perché rappresentava per me una novità, una sfida personale da raccogliere in un ambito in cui non mi ero mai cimentato prima e con l’intento di essere incisivo e coinvolgente in un numero limitato di caratteri.

Da tempo meditavo sulla storia di Ipazia e stimolato dalla partecipazione al concorso mi è risultato semplice svilupparne la trama.

La serata della premiazione si è rivelata una piacevole sorpresa per la bellezza della Chiesa che ci ha ospitati, per l’organizzazione, i tempi, un po’ per tutto il contesto nel suo insieme.

È stata una appagante occasione per incontrare altri autori, parte dei giurati e condividere interessi comuni.

Lodevole l’intenzione di qualificare il territorio portandovi iniziative culturali di prestigio, scegliendo una sede che in un primo momento potrebbe essere considerata soprattutto e solo scomoda ed invece rientra in una logica perfettamente comprensibile e condivisibile e ritengo si sia trasformata in un’opportunità interessante sia per chi ha partecipato, sia per chi ha ospitato la manifestazione.

 


- Ha dei suggerimenti da offrire?

Più che un suggerimento, mi sento di fare una considerazione che varrebbe in generale per buona parte delle iniziative collegate ai premi letterari.

Penso all’opportunità di creare maggiori occasioni d’incontro tra gli autori oltre a quelle spontanee che maturano casualmente durante la manifestazione.

Nel caso specifico della vostra iniziativa che privilegia opere di dimensione contenuta come poesie, racconti brevi, monologhi teatrali brevi, potrebbe essere interessante la condivisione dei testi, con le debite autorizzazioni degli autori.

Si tratterebbe di diffondere e rendere noti i testi, almeno dei finalisti prima della data della cerimonia e/o favorire occasioni di incontro tra gli autori che permetta loro di parlare delle proprie opere.

 

Motivazione della Giuria

Quale può essere il nome di chi non odia chi ha deciso ed eseguito la sua uccisione, la tortura, l’imposizione dell’intolleranza e dell’ignoranza? Come ci si può sentire quando si è abbandonati dai propri amici, conoscenti, concittadini solo per paura?

Sembra di ascoltare le poesie epiche di Brecht in questa solitudine che colpisce più ancora che il dolore e la certezza della morte.

Nascondere la verità, che è troppo spesso la prerogativa del potere, diventa in questo caso una sconfitta storica della scienza, della conoscenza, della libertà di pensiero difesa nel corso dei secoli da uomini e donne a prezzo di sanguinose battaglie.

A nulla serve la Storia se non si impara dalle esperienze passate, dagli errori.

Ci sono voluti secoli perché si riuscissero finalmente a studiare senza pregiudizi il cielo e la terra, gli uomini e la loro storia.

Eppure periodicamente ritorna chi, per credenze religiose, morali, necessità sociali di sopraffazione, vuole rimandare il genere umano nella sordida ignoranza che ha generato solo mostri. E come avrebbe potuto generare altro?

Un atto di accusa questo breve monologo che ha, oggi più che mai, il pregio di affermare il diritto inalienabile alla libertà, alla vita, a un mondo bello e non abbrutito dall’interesse e dal profitto.

Che la conoscenza, il pensiero, la scienza, la letteratura sono le uniche cose che restano, di ognuno a tutti gli altri.

A nome di chi, ancora ora, riconosce il tuo sacrificio per noi tutti, grazie Ipazia. E grazie all’autore del monologo che ha riproposto all’attenzione un momento significativo della lotta contro l’oscurantismo e per la libertà di pensiero, parte prioritaria e inderogabile della vita dell’uomo.

Mauro Milani.

Motivazione del Presidente di Giuria

Nulla da eccepire a questo racconto breve, ma intenso e pregno di significati. La scrittura scorrevole è un crescendo di sensazioni, di precise stilettate al cuore del lettore. Potrebbe pure non esserci l’esplicito epilogo in cui viene svelato il nome, pur rilevante nella storia della umanità, a cui si riferisce l’autore, ma il lettore è indotto, percorrendo tutte le righe, a fare riferimento a qualunque nome gli ricordi di tanti martiri, vittime del pregiudizio, del sospetto, delle tirannie, che hanno lottato e dato la vita per la libertà dello spirito, prima ancora che del pensiero e della parola.

Uno per tutti, Giordano Bruno, il nolano, e con lui tanti altri ancora, in tutti i tempi.

Giuseppe Laterza.

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