Intervista a LAURA BALDO, Premio Speciale per la Narrativa al XIV° Premio Letterario Internazionale Napoli Cultural Classic luglio 29, 2019 \\


Scrivere mi è sempre venuto facile…


Laura Baldo, autrice del racconto “La crepa” (pubblicato in fondo all’intervista) vincitore del Premio Speciale assegnato dalla giuria del XIV° Premio Letterario Napoli Cultural Classic, cosa l’ha spinta a intraprendere l’arte della scrittura?

La mia passione per la scrittura è nata un po' per caso. Scrivere mi è sempre venuto facile, ma non ho mai pensato di avere le capacità per diventare una scrittrice pubblicata. Poi, qualche anno fa, ho deciso di tirare fuori dal cassetto un abbozzo di trama per un romanzo fantasy pensato molti anni prima per gioco insieme al mio compagno, che avevo conservato più che altro per ricordo. Ho mantenuto l'idea iniziale e ne ho fatto una saga, e nel frattempo ho letto libri e articoli sulla scrittura e mi sono iscritta a un forum per confrontarmi con altri, cosa che mi ha spinta a migliorare e anche a desiderare di sperimentare altri generi. Non avevo mai scritto racconti, ma poi, circa un anno fa, ho pensato di scriverne uno per un concorso e, con mia sorpresa, mi sono classificata tra i finalisti. Così ho preso coraggio e ne ho scritti un altro paio, entrambi selezionati e pubblicati in antologie.


Quanto tempo le porta via questa sua nuova passione?

Vivendo da sola e con un lavoro part-time, il tempo non mi manca. Quando ho un'idea per una storia le dedico ogni momento libero, spesso rimanendo alzata buona parte della notte. Anche se alcune parti del processo di scrittura sono più impegnative di altre, in generale lo vedo come un grande piacere, quindi spesso volano via diverse ore senza che me ne accorga.


Ci parli della sua formazione e dei suoi gusti letterari.

Penso di avere gusti letterari molto eterogenei, l'importante è che ci sia una buona storia, che faccia emozionare e/o riflettere, e sia scritta bene. L'ultimo romanzo che ho letto e che ho adorato è "Tutta la luce che non vediamo" di Anthony Doerr. Fin dalle scuole medie rubavo tutti i libri di mia sorella maggiore, autori che lei leggeva al liceo come D'Annunzio (L'innocente, Forse che sì, forse che no i miei preferiti), Dostoewskij (L'idiota, soprattutto), Garcia Marquez (romanzi e racconti), Flaubert, Oscar Wilde, ecc. Magari non capivo proprio tutto, ma mi piacevano le storie complesse e il suono della buona prosa, e imparavo parole e concetti nuovi. Oltre a questi, i romanzi del '900 che ci davano per scuola: Remarque ("Niente di nuovo sul fronte occidentale" resta uno dei miei romanzi di guerra preferiti), Primo Levi, Berto, Silone... Crescendo ho scoperto generi e scrittori nuovi, come Benni, Pennac, Stephen King, Agatha Christie, i romanzi storici della McCullough e moltissimi altri. Poi ho scoperto il genere fantasy, alternando le letture più d'evasione con autori contemporanei di tutto il mondo. In mezzo ci stavano anche saggi di psicologia o sociologia, che mi hanno sempre affascinato, tanto che la mia intenzione iniziale, finito il Liceo classico, era iscrivermi alla facoltà di Psicologia. Poi mi sono appassionata ai viaggi, così ho optato per un corso a tema turismo culturale. Purtroppo, per questioni famigliari e finanziarie, ho abbandonato dopo il primo anno e ho avuto una vita lavorativa un po' movimentata, ma la curiosità e la passione per i libri non mi hanno mai abbandonata.


Coltiva altre passioni oltre a quella della scrittura?

Per ora la scrittura assorbe gran parte delle mie energie. L'altra mia grande passione sono i viaggi, che purtroppo non posso concedermi spesso quanto vorrei. Ultimamente ho cominciato a collegare le due cose, visitando luoghi di cui ho parlato nei miei romanzi, o di cui ho intenzione di scrivere in futuro.


Il racconto da lei presentato è stato particolarmente apprezzato da ciascun giurato, sia per la compostezza formale del testo, quanto per l'assenza di retorica, ci svela il percorso che le ha consentito di evitare questo rischio?

Premetto che mi ha fatto particolarmente felice che questo racconto sia piaciuto, perché è il primo che scrivo non per un concorso preciso, ma perché avevo davvero voglia di scriverlo. Quindi non avevo una direzione chiara in mente o un concetto da dimostrare. L'idea mi è venuta tempo fa leggendo un racconto ambientato ad Auschwitz che parlava di una bambina. Mi ha portato a riflettere su come le storie di questo tipo siano tutte dal punto di vista dei prigionieri, mi sono resa conto di non aver mai letto il punto di vista di chi in quei posti ci lavorava. Cosa pensavano? Come giustificavano a loro stessi quel che vedevano o facevano? Alcuni saranno anche stati dei sociopatici, ma per lo più erano persone normali, quindi come ci erano arrivati lì? Immedesimarsi in una delle vittime non era così difficile, ma in uno dei carcerieri? Era una sfida. Così ho iniziato a fare ricerche sul periodo storico e i campi di concentramento. La visione che avevo all'inizio era piuttosto nebulosa, ma man mano che scrivevo mi sono accorta che funzionava: ho immaginato il mio protagonista vivere in una sorta di nebbia ottundente, data dall'assuefazione alla violenza e agli orrori, che finiva per creare una visione nichilista del mondo, tanto da voler rimuovere dalla propria coscienza anche le cose buone, perché creavano un disturbo a quella visione. Quindi in realtà non ho progettato una storia nei dettagli, non sapevo cosa ne sarebbe uscito, mi sono limitata a immedesimarmi e vedere con gli occhi del protagonista. E, dopo aver studiato più a fondo il periodo, mi sono resa conto che era meno difficile di quanto pensavo.


A cosa sta lavorando attualmente?

Nell'ultimo anno ho scritto tre romanzi: un giallo, un romanzo storico dal titolo "Il lato sbagliato del cielo", che prende spunto proprio dal racconto presentato al concorso e si svolge in Baviera durante gli ultimi mesi della II guerra mondiale. L'ultimo, che ho finito da poco, è un romance storico, sempre ambientato durante la guerra, stavolta in Polonia. L'ho scritto appositamente per un concorso online (anche se il romance non è il genere che mi è più familiare), e ora sto pensando a come potrei migliorarlo e ampliarlo. Nel frattempo mi prendo una pausa prima di cominciare a dedicarmi a un altro progetto.


Ha già proposto i suoi lavori a un editore, oppure sta valutando l’idea di concorrere in competizioni che le diano visibilità?

A parte la saga fantasy, che ho terminato poco più di un anno fa, e che finora non ha trovato una casa, il romanzo giallo e quello storico sono stati spediti negli ultimi mesi ad alcune case editrici e agenzie letterarie, e sono ancora in valutazione. Nel frattempo, oltre al concorso per romanzi rosa, sto partecipando ad altri tre concorsi per racconti brevi, ma non avrò i risultati prima della fine dell'estate. Penso che il mondo dei concorsi sia un ottimo modo, specie per chi come me è sconosciuto, di mettersi alla prova e riuscire ad essere letti e valutati da chi di scrittura se ne intende.

Link ai miei lavori:

Romanzo attualmente in concorso: https://www.kobo.com/it/en/ebook/per-odio-o-per-amore

Racconto "La tana", parte dell'antologia: The dark side of the woman- edizioni Il Foglio

 

Che valore dà al mestiere di scrittore, la ritiene una professione ancora possibile?

Credo che farne una professione a tempo pieno al giorno d'oggi sia difficile, almeno per quanto riguarda la narrativa. Ma se si ha la passione il modo di scrivere si trova sempre. Secondo me gli scrittori saranno sempre indispensabili, perché spesso è attraverso di loro che riusciamo a comprendere e interpretare la realtà che ci circonda.



La scrittura è un piacere, ma la stesura di un romanzo vede alternarsi momenti di elaborazione a tempi riservati alla sedimentazione e alla rilettura, qual è il momento che la impegna di più e quale quello che preferisce?

Quello che preferisco è sicuramente la prima stesura, anche se devo prima avere le idee abbastanza chiare sulla scena che sto per scrivere. Delineare la trama a mente lucida perché risulti interessante e credibile mi risulta invece più faticoso, quindi di solito parto con un'idea generale e poi butto giù una scaletta più dettagliata per le prossime due o tre scene, nel frattempo spesso mi vengono idee nuove che possono cambiare anche molto lo svolgimento della storia. Rileggere e sistemare di solito non mi pesa, anche se sono piuttosto perfezionista, e ogni volta che rileggo e qualcosa non mi convince continuo a fare piccole correzioni e cambiamenti.

 

Ringraziamo l'autrice Laura Baldo di cui proponiamo il racconto vincitore del Premio Speciale.

LA CREPA

C’è una crepa in ogni cosa

è così che la luce riesce a entrare

-Leonard Cohen-

È la luce a dare forma alle ombre. Ma qui anche la luce del giorno è incerta, e distinguere le ombre è più difficile.

L’alba si fa strada in una bassa foschia grigia, che sfiora con mille lingue gelide le cime degli abeti e ci taglia fuori dal cielo. Febbraio sta per terminare, ma l’inverno sembra intenzionato a mantenere ancora a lungo la sua presa, sulle colline innevate, sul suolo gelato delle cave, sui reticoli di filo spinato merlettati di brina.

Se mi avessero dato come alternativa l’inferno, la mia scelta non sarebbe stata affatto ovvia. Lì almeno farebbe caldo. Ma, se proprio uno deve stare all’inferno, meglio tra i demoni che tra i dannati.

Per quanto incredibile, c’è chi è perfettamente a suo agio qui. Come Otto Scholz. Una sera, poco dopo il mio arrivo, si parlava della guerra e Otto si lasciò sfuggire che probabilmente ci daranno ordine di eliminare buona parte dei prigionieri, se il campo verrà smantellato. Io non dissi niente, ma per qualche motivo lui aggiunse: «Non preoccuparti. Sei stato al fronte, no? Qui è ancora più facile, visto che sono tutti in un recinto. Come quando da ragazzini si dava fuoco ai gatti randagi, dopo averli chiusi in una cantina». A quel punto devo aver fatto qualcosa, forse sollevato un sopracciglio, perché si premurò di spiegarmi: «Se scappano via ti perdi tutto il divertimento».

Lentamente, i dannati emergono dalle ombre tra le baracche, in un silenzio grigio e pesante quanto i loro volti, e si riuniscono nella piazza dell’appello, calpestando la neve già sudicia. Oggi ce n’è un gruppo nuovo, un centinaio. Quasi ogni giorno ormai ne arrivano di nuovi. Molti proseguono verso altri campi, quelli che invece restano si schiacciano nelle baracche stracolme.

La banda intona la polonaise in re maggiore di Beethoven, le squadre di lavoro si avviano. Alla fine rimangono solo i nuovi. Gli sguardi guizzano attorno, smarriti o ansiosi, mentre il Lagerführer Greiser tiene il suo discorso di “accoglienza”. Lo stesso a ogni gruppo, nei tre mesi da che sono qui. E, come per gli altri gruppi, quasi nessuno parla tedesco abbastanza bene da capire quel che dice.

Gli uomini qui davanti sono di almeno dieci nazionalità diverse, i più provenienti dai campi dell’est smantellati, mentre altri sono civili o membri della resistenza rastrellati da poco. Si capisce alla prima occhiata quelli che non vengono dai campi, perché hanno ancora gran parte della loro carne addosso, sotto gli informi cenci a strisce.

Evitano di guardare noi, schierati intorno al comandante. Lui seguita coi suoi latrati, emettendo sbuffi di vapore che si condensano sul colletto inamidato dell’uniforme. Il Lagerführer Greiser è uno dei vecchi: è qui da anni, insieme a qualche altro. I giovani sono pochi, per lo più riservisti e soldati invalidi delle SS, come me, o della Wehrmacht.

Mentre il discorso finisce, lascio vagare lo sguardo sui prigionieri, che si affrettano a distogliere il loro. Uno però, uno di quelli più robusti e sani, incrocia il mio sguardo e lo sostiene.

Porta il triangolo rosso dei prigionieri politici e la P di polacco, avrà sì e no diciassette anni. Gli occhi spiccano lucidi e attenti nel volto pallido da ragazzino. Ciò che si legge in essi non è propriamente sfida, né rabbia, non riesco a definire cosa sia.

Vorrei andare là e colpirlo, fino a fargli abbassare quegli occhi. A trattenermi è la consapevolezza che Greiser sarebbe irritato per l’interruzione.

Il discorso finisce poco dopo e lo sguardo del ragazzo torna a confondersi nel gruppo che si allontana, diretto allo smistamento.

Mi scordo quasi subito di lui, così come ho scordato gli innumerevoli altri volti che mi è capitato di notare qui e là. Pallidi guizzi di vita nella marea grigia che subito torna a inghiottirli, pesci che emergono un istante da un mare inquieto.

Allo stesso modo ho scordato molti di quelli visti al fronte, amici e nemici. Una confusione di elmetti e fucili, sangue, neve e fiamme. Spesso tornano nei sogni, per poi sciogliersi insieme alla nebbia del mattino. Come quest’ultima però, tornano ad addensarsi e si ripresentano implacabili la notte seguente.

Tre anni. Prima che la scheggia di una granata facesse a pezzi la mia gamba sinistra, insieme agli ultimi brandelli dei sogni di gloria.

Nessuno parla davvero di sconfitta, ma la cura con cui si evita di pronunciare quella parola la trasforma in una presenza viva, opprimente, un lupo affamato in attesa tra le ombre sussurranti della foresta.

Lo rivedo qualche giorno dopo, il ragazzo polacco. Prigioniero 49076, riesco a leggere sulla divisa sporca del grasso dell’officina. Come la volta prima, non l’avrei notato affatto, in mezzo alla lunga fila per cinque che rientra dal cancello a ritmo di marcia. Se non fosse perché mi accorgo che mi fissa.

La mia irritazione cresce. Perché continua a fissarmi? Distolgo con sdegno lo sguardo, fingo che non esista. In fondo è così: non esiste davvero, è solo un numero, il numero di una lotteria truccata in cui tutti prima o poi saranno estratti ma nessuno vincerà.

In quel momento un prigioniero perde il ritmo, barcolla e cade, a pochi passi da me. Prima ancora che sia il kapò a intervenire, ho già in mano il frustino. Bastano un paio di colpi ben assestati e un secco comando perché il disgraziato si alzi e si affretti a rimettersi in riga.

Scruto le file in cerca di un’irregolarità, una qualsiasi, che mi dia una buona scusa. Con mio disappunto non ne trovo nessuna: anche i nuovi hanno imparato in fretta. La disavventura del loro compagno ha ridato un po’ di energia alle loro gambe, gli sguardi sfilano bassi davanti a me. Anche il ragazzo polacco deve aver abbassato la testa, perché non lo distinguo più.

Un giorno, l’alba strappa il velo all’ennesima notte e ci accorgiamo che c’è ancora un cielo sopra di noi. Di un azzurro sbiadito, polveroso, con un sole altrettanto pallido, che però illumina e, una volta tanto, scalda. Il primo segno tangibile della primavera rianima tutto il campo, come una corrente sfuggita ai reticoli di filo spinato per diffondersi nell’aria e riversarsi nelle nostre vene.

Rivedo quello sguardo un altro paio di volte. Sembra cambiato però, più incerto, scivola via in fretta. Lo ignoro e cerco di concentrarmi su qualcos’altro, ma c’è ben poco con cui distrarsi qui.

Finché una domenica pomeriggio prendo la decisione e vado al blocco 5 a cercarlo.

Lo scorgo già da lontano, fuori dalla baracca, che discute col suo capoblocco. Quest’ultimo urla in uno stridente miscuglio di tedesco e francese, e a un certo punto inizia a colpirlo. Vedo il ragazzo stringere i denti, senza reagire. Stringo i denti anch’io, con la rabbia che mi risale in gola, e affretto il passo per quanto la gamba malata me lo consente.

Sono venuto qui col proposito di fare in modo che cambi atteggiamento. Ma ora questo bruto si permette di precedermi. Quale che sia il motivo, non può essere valido quanto il mio.

«Halt

Il bruto solleva il frustino, si guarda in giro, gli occhi si sgranano quando mi scorge. Non è l’unico, molti altri nei paraggi hanno espressioni stupite, prima di defilarsi. Il ragazzo per una volta tiene lo sguardo a terra, mentre si tocca la faccia, dove spicca una striscia violacea.

«Che succede qui?»

L’uomo si lancia in una sconnessa spiegazione, il cui senso è che l’altro disobbedisce agli ordini. Non aggiunge però alcun dettaglio, se ne sta lì con la frusta che penzola dimenticata dalla mano e guarda con odio il ragazzo. Lui da parte sua non parla, si limita a scuotere la testa. Ci deve essere sotto qualcosa di irregolare, ma non mi va di approfondire.

Alla fine, esasperato, mando via il capoblocco. Ora c’è il vuoto intorno a noi due, così nessuno può sentire quando mi decido a dire: «Perché ti trovo sempre a fissarmi?»

L’altro spalanca gli occhi e impiega qualche istante a rispondere, come si stesse chiedendo se può esserci una risposta sbagliata. Infine dice, in un tedesco stentato: «Ti conosco. Eri a Varsavia, in settembre».

Cerco automaticamente di recuperare i ricordi di quel periodo, ma devo scuotere la testa. I volti, amici e nemici, sono una macchia sfocata e indistinta. E perché poi questo ragazzo si ricorda di me?

La risposta a questa domanda inespressa giunge sotto forma di un cenno verso la mia gamba. Anche ora che sono fermo, rimane rigida e leggermente fuori asse. Si nota di più quando cammino, anche se pochi oserebbero fissarla. «Come…»

«Ero lì» dice lui. «Con altri della resistenza. Quando è esplosa la granata, in quella strada c’era anche un bambino che conoscevo, il figlio di una vicina». Ora mi guarda con una strana espressione, come se di fronte alla mia incredulità iniziasse a dubitare di aver sbagliato persona. «Ti ho visto buttarti all’ultimo momento davanti a lui».

Lo fisso come inebetito, ho solo vaghi ricordi di quel giorno. Non ricordo affatto il bambino. «Cosa vuoi da me? Cosa ti aspetti?»

Sembra sorpreso dalla domanda, o forse dalla rabbia nella mia voce. «Niente. Non riuscivo a convincermi».

«Di cosa?»

«Che la stessa persona che ha salvato quel bambino fosse in un posto come questo».

Il giorno dopo il ragazzo non c’è. Parlando con un sorvegliante, vengo a sapere che è in infermeria. La cosa mi insospettisce e, quando ho un momento libero, vado a vedere.

Scanso la lunga fila di scheletri viventi in attesa di entrare e procedo con attenzione sulle assi sporche del pavimento. Nel frattempo trattengo il respiro più che posso. C’è di tutto qui dentro, dalla semplice dissenteria al tifo. Per fortuna il ragazzo è in un reparto per feriti lievi, in cui le condizioni sono migliori.

Si rizzano tutti a fatica nei letti appena mi affaccio. Gli occhi del ragazzo mi fissano spaventati e increduli, circondati da lividi.

Li indico, dicendo solo: «Il capoblocco Meyer?» Un esitante cenno affermativo. Sospiro. «Bene. In ogni caso non sarebbe male per te restare in infermeria per un po’».

«Perché?»

Prima di rispondere mi avvicino di più al ragazzo e abbasso la voce. «È probabile che il campo sarà smantellato presto. In quel caso, tutti quelli in grado di camminare saranno trasferiti, ma i malati saranno lasciati indietro».

L’altro mi fissa senza dire niente, più perplesso che sorpreso, è probabile che la voce giri già tra i prigionieri. Mi chiedo se sappiano anche che fine fanno, buona parte di quelli costretti a partire.

«Non so niente di certo, ma restare qui potrebbe essere più sicuro» concludo, scrollando le spalle. Non so perché gli sto dicendo queste cose, non so nemmeno se mi capisca, o mi creda.

Lo lascio e vado da Schaub, dell’ufficio del lavoro, che mi deve un favore. Il giorno successivo il blocco 5 ha un nuovo capoblocco.

Le settimane passano, il nervosismo aumenta. Il nemico è vicino. Nonostante la paura, il pensiero che niente può durare per sempre, nemmeno l’inferno, in qualche modo mi conforta.

Una sera d’inizio aprile il suono lugubre e snervante della sirena rompe la monotonia del campo: un gruppo di prigionieri manca all’appello. Gli assenti, una dozzina, sono tutti della stessa squadra di lavoro, il che mi spinge a ripercorrere le fila in cerca del ragazzo polacco, uscito ieri dall’infermeria. So già che non c’è, ancora prima che i numeri mancanti vengano ripetuti.

Mentre la maledetta sirena continua a suonare, un ufficiale raduna gli uomini per le ricerche. Escono a squadre, con i cani. Io resto per ultimo e vengo messo con Otto.

Ci addentriamo nei boschi alla luce della torcia, e lui mi spiega che i tentativi di evasione sono rari, e che di solito li riprendono sempre.

Otto è ormai vicino ai sessanta, ed è umiliante constatare che cammina più spedito di me. Lui sembra irritato dalla mia lentezza. Vorrei dirgli che se potessi correre sarei ancora al fronte, non qui. Vorrei dirgli anche che non ho mai bruciato gatti, e che non ho alcun desiderio di sparare a qualcuno.

Mi sembra di arrancare all’infinito, seguendo l’ululato dei cani e i passi pesanti del mio collega.

Ma ecco, i cani hanno trovato qualcosa. Stringo le labbra e mi concentro sul fatto che almeno dopo potrò tornare indietro, stendermi sulla branda e chiudere gli occhi, sostituire i morti di oggi coi fantasmi di quelli di ieri.

La luce violenta della torcia ci mostra tre figure ansanti strette contro un albero, assediate dai cani. Uno dei tre è lui.

Non so decidere se ritenerla una fortuna o no. Almeno potrò riportarlo vivo, ma non è gran cosa: è probabile che sarà impiccato domani. Mentre io resto a guardarli come tramortito, è Otto a ordinare loro di arrendersi.

La voce risuona nel silenzio col rumore di un ramo spezzato. «Schnell!» abbaia subito dopo.

I tre esitano, più per il terrore, secondo me, che per una cosciente volontà di resistere.

Senza preavviso, il mio collega alza il fucile e spara. Un corpo cade a terra. Gli altri due sussultano, ma non si muovono. Uno di loro è il ragazzo polacco. Non guarda me, forse dietro la luce accecante non mi ha nemmeno scorto.

Ma il fucile è sul punto di sparare ancora, o questo è ciò che percepisce il mio cervello, mentre dà ordine al braccio di muoversi.

Un secondo colpo disturba la notte, le foglioline nuove fremono sui loro rami. Non è un prigioniero a cadere, ma Otto.

Fisso incredulo la mia mano tremante, stretta intorno alla pistola. «Sparite». Il sussurro rauco esce a fatica, forse dallo stesso recesso oscuro che ha ordinato alla mano di sparare.

Passa qualche istante, in un’immobilità irreale, poi uno dei due si volta e corre via. I cani ringhiano e fanno per seguirlo, li richiamo con un ordine secco.

Il ragazzo però non si muove, mi accorgo che mi sta parlando, ma ho le orecchie rintronate per il colpo. «Perché?» afferro infine.

Non mi sento obbligato a rispondere, ma la verità è che non ho una risposta, nemmeno per me stesso. «Sai sparare?» chiedo invece.

Gli lancio la pistola di Otto e la torcia, a lui non serviranno più. Vincendo il ribrezzo, mi induco a prendere anche la giacca e gli stivali. Mi avvicino per tendergli le cose, a cui aggiungo i pochi spiccioli che ho in tasca. Nemmeno io ne avrò più bisogno. Sono già morto.

Come intuendo i miei pensieri, lui indica il corpo a terra. Potrei dire che sono stati i fuggitivi, che erano armati, che sono rimasto indietro e l’ho trovato così. Oppure che è stato un incidente, al buio, con la visione ostruita dagli alberi… Scrollo le spalle.

Il ragazzo fa un cenno con la testa, un saluto, un ringraziamento, chi lo sa. Quindi si volta e si addentra silenzioso tra gli alberi verso ovest. Verso gli americani e la salvezza.

Lungo la via del ritorno, penso ancora a quella risposta, come se trovarla potesse in qualche modo illuminare l’oscurità, o decidere il mio destino.

A un certo punto le mie gambe devono aver assunto il controllo, perché mi sto allontanando gradualmente dalla strada. Lontano dalle urla, dagli spari, di nuovo verso il folto del bosco, lì dove le ombre sono più decise, e non soccombono alla luce.


Motivazione della Giuria

L'autrice elabora un punto di vista nuovo che affronta con coraggio una trama storica, tutt'oggi vista con riluttanza. Forte di una scrittura pregnante, il testo scorre a indagare la sordità del male, fino a insinuare un inedito dubbio in quello stesso meccanismo che vedremo incepparsi, e dalla crepa formatasi fuoriuscire un coagulo di repressa umanità.

Assunta Spedicato.

 

Motivazione del Presidente di Giuria

Il tema affrontato dall’autrice pur diffusamente frequentato nella letteratura del dopoguerra, ancora ai giorni nostri non risparmia sconcerti e amarezze, mentre alcuni fanatici rifiutano di ammettere le verità acclarate sulle tante stragi di innocenti nei campi di concentramento nazisti, ritenendole perfino pura fantasia.

Ma il racconto ci riporta ad un probabile caso di umanità, pur nel contesto di un mondo infernale dove la dignità umana veniva ripetutamente offesa per poi, comunque, giungere ad un epilogo funesto per milioni di persone.

Il bene, infine, prevale pur esile fiammella accesa, rispetto allo straripare del male, capace, in quanto tale, di organizzarsi in “male collettivo” contro il bene che è e rimane opera individuale.

Il testo, ben scritto, scorre veloce e diventa imprevedibile nell’epilogo finale e sollecita tutta una serie di riflessioni sull’animo umano, capace di inattesi eroismi.

Giuseppe Laterza.



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