Intervista a LAURA VARGIU Vincitrice del Premio Speciale per i Monologhi. settembre 23, 2019 \\

Intervista a Laura Vargiu

Vincitrice del Premio Speciale riservato alla Sezione Monologo Teatrale

alla XIV Edizione del Premio Letterario Internazionale

Napoli Cultural Classic

Col testo “Chiamatemi Giulio” l'autrice ha saputo dar voce al senso di incredulità e di smarrimento che invade chiunque si trovi all'improvviso a subire o anche ad assistere ad una ingiustizia. Il testo, che arriva quasi come una confidenza, con parole attinte da un lessico mite e finalizzate a non turbare oltre il dovuto, dice delle ambizioni e dell'approccio di un giovane - in questo caso si parla di Giulio Regeni - con la realtà di una diversa cultura. All'autrice chiediamo di spiegarci cosa l'ha spinta a trattare questa vicenda?

Quello di Giulio Regeni è un caso che, come sa chi mi conosce, seguo fin dall’inizio e che mi sta particolarmente a cuore. Anzitutto, perché quanto è accaduto in Egitto al nostro giovane connazionale è qualcosa di a dir poco terribile e raccapricciante che non dovrebbe mai succedere a nessuno; in secondo luogo, perché anni fa anch’io, come Giulio, mi recai al Cairo per motivi di studio (diversamente da lui, però, mi dedicavo soltanto alla lingua araba), vivendo quotidianamente una città che affascina e travolge al tempo stesso. Posso dunque comprendere la passione che lo aveva condotto fin là, così come la sua forte motivazione, perché per andare in certi luoghi occorre essere motivati per davvero. Inoltre, nel mio piccolo, so che cosa possa significare avere a che fare direttamente con la polizia di quei posti, troppo spesso armata di sospetto e ottusità che magari scattano per un nonnulla. Per mia fortuna, non mi sono certo mai trovata nella situazione vissuta da Giulio, anche perché non svolgevo ricerche specifiche né andavo in giro a fare domande sulle condizioni politiche e sociali, cosa che può risultare molto pericolosa da quelle parti (al massimo, mi azzardavo a porle soltanto a qualche tassista, vista la proverbiale loquacità della categoria!); tuttavia, non in Egitto ma in un altro Paese arabo in cui sono stata sempre per motivi di studio, non era mancato qualche isolato episodio che mi aveva lasciato addosso una certa inquietudine e posso garantire che, a seconda dei casi, mettere piede in un loro commissariato, anche solo per far registrare la tua presenza e richiedere il permesso di soggiorno, può rivelarsi un’esperienza poco piacevole, specie se ci si ritrova faccia a faccia con un agente che, a giudicare dai modi sbrigativi e dalla stazza massiccia, sembra essere avvezzo a tutt’altro che compilare scartoffie. Non dimenticherò quella volta in cui, nella città giordana di Irbid, uno studente venne fermato e malmenato a pochi passi da me, senza apparente motivo, da parte della polizia all’ingresso del campus universitario che frequentavo o quando, all’improvviso, mi vidi circondata da alcuni agenti che erano di guardia a una delle porte di accesso allo stesso campus solo perché avevo avuto l’ingenua idea di scattare qualche foto ricordo proprio a quell’ingresso dell’università (non ne capivano il motivo, non so, ai loro occhi poteva apparire come un atto di spionaggio; temevo mi sequestrassero la macchina fotografica o peggio, ma alla fine mi andò bene). Piccole cose, naturalmente, se paragonate a ciò che ha subito Giulio Regeni, ma che forse hanno condizionato la mia sensibilità nei confronti di questo caso. Purtroppo, non diversamente dall’Egitto di Mubarak, anche in quello del post Piazza Tahrir tanti, troppi giovani egiziani spariscono nello stesso identico modo. Il rispetto dei diritti umani – e questo è un discorso che si può estendere al mondo arabo nel suo insieme – viene impunemente calpestato. Pretendere giustizia e verità per il nostro Giulio significa, nel contempo, chiederle anche per tutto il popolo egiziano che meriterebbe un futuro ben diverso da quello imposto da governi dittatoriali nei cui confronti, purtroppo, l’ipocrisia delle diplomazie occidentali non agisce come dovrebbe.


Abbiamo avuto modo di osservare come la scrittura in prosa non sia in realtà la sua sola passione, la conosciamo infatti anche in veste di fine poetessa. Con quale tra queste due forme espressive riesce a sentirsi subito a proprio agio? Vorrebbe dircene il perché?

È difficile rispondere a questa domanda… Iniziai con la scrittura in prosa, quella in versi subentrò solo in un secondo momento. Fino a non troppi anni fa scrivevo abbondantemente più prosa che poesia, mentre da forse due-tre anni avviene esattamente il contrario. Non so, quando arriva l’ispirazione giusta, penso di sentirmi a mio agio con entrambe queste forme espressive, solo che in alcuni periodi prevale la prosa, in altri la scrittura poetica. All’inizio pensavo che scrivere in prosa fosse molto più impegnativo del comporre versi, ma adesso ho cambiato decisamente opinione. La vita di tutti i giorni non permette di dedicarsi alla scrittura come si vorrebbe, credo sia anche questo a condizionare a volte la preferenza di un genere o dell’altro.

Tra i vari riconoscimenti ottenuti in campo letterario ce n’è qualcuno a cui tiene in maniera particolare?


In verità, ce ne sono tanti, anche perché ogni singolo premio si lega a un determinato momento della vita e il suo ricordo finisce per trasmettere emozioni uniche e particolari. Comunque, tra i riconoscimenti cui sono più legata – e che infatti cito sempre quando devo scrivere una mia nota biografica – compare senza dubbio il primo posto alla XXVIIa edizione del Premio “La Mole”, organizzato dalla Associazione Culturale “Talento” di Torino con il patrocinio del Consiglio Regionale del Piemonte e del  Ministero per i Beni e le Attività Culturali: era il giugno dell’ormai lontano 2013 e la poesia premiata s’intitolava “I cieli di Gerusalemme”, fra i primissimi testi in versi che ho scritto e a cui sono ancora molto legata. Il presidente di Giuria era il professor Claudio Gorlier, persona gentilissima e di grandissima cultura, scrittore, traduttore e critico letterario di rilievo del panorama letterario nazionale scomparso pochi anni fa, il quale mi onorò della sua calorosa stretta di mano e di tanti commenti positivi nei confronti del mio testo poetico. Conservo del professor Gorlier un ottimo ricordo e quando, poco tempo dopo la sua morte, trovai una sua nota critica tra le pagine di un romanzo di John Steinbeck che leggevo in quel periodo, ne rimasi commossa. Tra i premi ricevuti a cui tengo in modo particolare, posso però ricordare anche il primo posto per un racconto presentato a un piccolo concorso letterario che si svolgeva in un paese non troppo lontano dalla mia zona: era stato in assoluto il mio primo concorso, nel 2010, pertanto il suo ricordo conserverà sempre un’emozione speciale. Tra quelli invece più recenti, cito senz’altro i riconoscimenti ottenuti nell’anno in corso al Premio “Napoli Cultural Classic”, in primavera, e al Concorso “Invito alla poesia”, sul finire dell’estate, che mi hanno permesso, oltretutto, di visitare per la prima volta rispettivamente le città di Napoli (anche se la cerimonia di premiazione del primo si è svolta in una cittadina di provincia) e Trieste. Per me, recarmi a ritirare di persona i premi che nel corso del tempo sono stati assegnati ai miei testi ha significato anche la possibilità di conoscere meglio questa nostra bella Italia!


 


Le va di omaggiare i lettori con una sua poesia?


Molto volentieri! Dal momento che abbiamo parlato del caso di Giulio Regeni, propongo un componimento dedicato alla sua memoria e premiato di recente, con un terzo posto, proprio all’ultima edizione del Concorso Internazionale “Invito alla poesia” che si svolge a Trieste, e che ho citato sopra. Ecco il testo, dal titolo “I passi spezzati”:


Abbandonato, com’estremo inganno

nell’umiliata nudità delle tue spoglie

lungo l’indifferenza della strada in corsa

ai margini d’un deserto divorato

da frastuoni di solitudine antica

là dove s’infrange la vita

sugli sguardi acuminati del sospetto

 

Avvolto con disprezzo

in quel sudario rappreso e maledetto

che stilla ancor silenzio e sangue…

Quale strazio ha mai patito la tua carne

precipitata negli inferi del mondo?

In quale inatteso feroce disincanto

è scivolato il sorriso del tuo sguardo?

 

Pari a prolifici fantasmi

troppi perché galleggiano inevasi

nella veglia senza requie del tempo

in ascolto inquieto e inerme

dei muti sussurri del tramonto

tra le arcane voci dei muezzìn d’Oriente

ch’esplodono all’unisono la sera

 

Ma svuotati ormai d’ogni preghiera 

andiamo in cerca del tuo nome

e di quei giovani tuoi passi spezzati

in quest’abietta landa di disumanità

su cui invochiamo cieli tersi di giustizia

mentre le loro più torbide menzogne

impietosa han già raccontato la verità.



Quale invece il suo apporto alla cultura in veste di lettrice?


Leggere mi è sempre piaciuto, fin da bambina; non riuscirei a immaginare la mia vita senza la lettura, sarebbe un vuoto che non saprei come colmare. Ogni anno leggo un discreto numero di libri: narrativa, poesia, saggistica… Mi piace spaziare e sperimentare talvolta nuovi generi di lettura. Leggo e recensisco alcune novità editoriali, anche per via di una mia collaborazione con un sito internet intrapresa da più di un anno. Inoltre, già da molto tempo, mi dedico anche alla lettura di numerosi autori emergenti perché credo sia doveroso concedere loro attenzione; io stessa lo sono, un’autrice emergente, e capisco pertanto quanto possa essere importante ricevere critiche (intese come positive, negative e, soprattutto, costruttive) da parte dei lettori. Da quel che sento, non tutti sono propensi a prendere in mano il libro di un autore sconosciuto o semisconosciuto se la casa editrice è piccola e per niente nota, forse pensando, semplicisticamente, che non vi siano contenuti di qualità; io sono del parere esattamente opposto: i nomi famosi e i grandi marchi che oggi dominano il difficile mercato editoriale, puntando più che altro alla quantità, non sono sempre sinonimi di alta letteratura, anzi. Tra le pubblicazioni di editori piccoli e sconosciuti, spesso mi è capitato di trovare buone cose, talvolta addirittura sorprendenti, ed è sconfortante pensare che tanti giovani e meno giovani aspiranti scrittori non riescano a emergere del tutto soltanto perché non hanno la fortuna di pubblicare con importanti case editrici dai nomi altisonanti. Dunque, più attenzione ai nuovi autori!


Ci parli ora della sua formazione, dei suoi autori preferiti e, se c'è stato, dell'incontro divenuto fondamentale per la sua crescita intellettuale.


Dopo aver conseguito la maturità classica nel 1995, studiai per alcuni anni Lettere antiche, ma a un certo punto, per quanto mi piacesse l’affascinante mondo greco e latino, dovetti confessare a me stessa che quel campo di studi non mi appagava completamente. Avevo desiderio, sia pure attraverso i testi universitari, di scoprire nuovi orizzonti, viaggiare, aprire più di una finestra sul mondo e non mi sono mai pentita, neanche all’inizio quando appariva tutto in salita, di essermi trasferita alla facoltà di Scienze Politiche, seguendone poi l’indirizzo politico-internazionale che mi ha permesso di appassionarmi, e come mai era accaduto prima nella mia vita, al mondo arabo e islamico più in generale, su cui poi alla fine del 2003 avrei infatti discusso la mia tesi di laurea. Per quanto riguarda i miei autori preferiti, ammetto subito di nutrire una grande passione per Gabriele d’Annunzio, del quale finora ho letto diverse opere e sulla cui figura di uomo e poeta mi sono documentata, nel corso del tempo, proprio per passione personale; sono consapevole del fatto che in molti non lo apprezzino, più per motivi per così dire ideologici e pregiudizi vari, ma il Vate resta, a mio parere, uno dei più importanti protagonisti della nostra Letteratura. La sua “La pioggia nel Pineto”, facente parte della raccolta “Alcyone”, è per me una delle liriche più belle che siano mai state composte! A parte d’Annunzio, esistono anche tanti altri autori che amo, dai nostri grandi “classici” della poesia e della narrativa a importanti nomi stranieri, tra cui, negli ultimi anni, lo scrittore maghrebino Tahar Ben Jelloun, che ho avuto occasione di leggere più di una volta anche in lingua francese, e i poeti Mahmud Darwish e Nizar Qabbani (palestinese il primo, siriano il secondo). Sono dell’idea che ogni singolo autore che ho letto finora mi abbia aiutata a crescere intellettualmente, ognuno mi ha lasciato qualcosa, così come accade a tutti. Voglio però ricordare, in particolare, Tiziano Terzani, eccezionale giornalista e scrittore la cui scoperta, all’epoca dell’università, mi aprì all’improvviso infiniti mondi; ecco, nella mia crescita, lui occupa senz’altro un posto di rilievo, anche per il suo modo di vedere la vita e la speranza che nutriva in un futuro caratterizzato dall’incontro (e non scontro) tra le diverse culture.


Qual è il suo rapporto di isolana con il resto del "continente"? A quale altra regione italiana si sente più vicina?


Un’altra domanda non semplice a cui dare risposta! Già, noi sardi siamo abituati a chiamare “continente” la penisola, quell’Italia un po’ matrigna che però è stata sempre un polo di attrazione anzitutto per quanto riguarda il lavoro, ma anche la cultura in generale. Da isolana, il mio rapporto con il resto del territorio nazionale è ottimo: l’Italia – lasciamo da parte qualsiasi discorso di natura politica – è meravigliosa da Nord a Sud e ovunque, come ho potuto constatare, esistono realtà sociali che agiscono attivamente per migliorare, andare avanti con coraggio e dignità, dare talvolta a territori problematici speranza in un futuro migliore; la cultura in questo senso può fare moltissimo e me ne accorgo ogni volta che ho modo di ritirare un premio letterario anche in piccolissimi centri. Non saprei dire con esattezza a quale altra regione mi senta più vicina; forse in questa fase della mia vita, per motivi personali, al Nord-Ovest, che a poco a poco imparo a conoscere, ma amo moltissimo anche il Sud, anche se non ho ancora avuto occasione di visitarlo tutto. Ecco, da isolana, mi piacerebbe conoscere in maniera più approfondita l’altra grande isola del Mediterrano, la Sicilia, che reputo uno scrigno di ricchezza culturale incommensurabile.



Cosa rimprovera alla politica odierna in relazione alla cultura?


L’ormai cronico disimpegno nel mondo della scuola, la pubblica istruzione lasciata in parte alla deriva da troppo tempo. Gli edifici scolastici spesso fatiscenti che cadono a pezzi sono l’emblema perfetto, ahinoi!, della situazione culturale generale del nostro Paese. È ben triste che giovani studenti, magari anche prossimi al diploma, non conoscano la Storia anzitutto del Paese o che addirittura studenti universitari abbiano seri problemi a scrivere correttamente in lingua italiana. Ovviamente, il mio è un discorso generale, esistono ancora i ragazzi che studiano con impegno, così come gli insegnanti che svolgono con coscienza il proprio lavoro. Quando ci si guarda intorno, però, è desolante constatare quanta ignoranza e persino maleducazione (che, a seconda dei casi, sfocia in violenza vera e propria) esistano tra le giovani generazioni. Si ha bisogno di più cultura, strumento validissimo per far progredire questo Paese.


Se potesse, cosa farebbe a tutela della nostra identità culturale?


Da lettrice, anzitutto, proporrei di incentivare la lettura, soprattutto tra i giovani e i giovanissimi. Anche il Presidente della Repubblica di recente si è appellato alle istituzioni affinché sviluppino la lettura, ponendo l’accento sul suo valore importantissimo e imprescindibile per la crescita personale e collettiva. Occorrono politiche mirate in questo senso: in primis, incentivi e agevolazioni per l’acquisto dei libri, il cui prezzo può risultare spesso poco incoraggiante; manifestazioni frequenti legate appunto al mondo del libro che coinvolgano le scuole di ogni ordine e grado; rivitalizzare le biblioteche comunali, tanto quelle delle grandi città quanto quelle dei piccoli centri dove, in molti casi, non funzionano al meglio perché patiscono la cronica carenza di fondi messi a loro disposizione. Per tutelare la nostra identità culturale, inoltre, a mio avviso, occorrerebbe custodire con maggior attenzione la lingua italiana, pur senza naturalmente abbandonarsi a estremismi linguistici inutili e ridicoli che in un mondo come quello attuale non avrebbero senso; i mass media (pronunciati alla latina!) e gli stessi politici dovrebbero dare maggior peso alla nostra lingua, anche perché non tutti possono capire parole ed espressioni inglesi che, a seconda dei casi, confondono i cittadini, specie in ambito politico ed economico. E anche le singole regioni dovrebbero preservare ancor di più l’immenso patrimonio rappresentato da lingue e tradizioni locali, una ricchezza che non merita di essere scavalcata da qualche evento d’importazione nel cui solco, ormai, stanno crescendo intere generazioni di ragazzini. La società multiculturale arricchisce tutti, ma la globalizzazione più spregiudicata significa soltanto appiattimento della peggior specie ed è ciò contro cui vorrei si combattesse. 



Si ringrazia l'autrice Laura Vargiu per la pazienza nel rispondere alle nostre forse "impertinenti" domande e la salutiamo con l'augurio di nuovi ed appaganti riscontri in ambito letterario.


A cura di Assunta Spedicato.

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Siamo una Associazione nata nel 2000, apartitica e interconfessionale, denominata “Napoli Cultural Classic” (Associazione Culturale volta alla diffusione dell’arte e della cultura, diretta alla promozione di artisti e di studiosi in fase di  affermazione nel campo del cinema, teatro, televisione, musica, danza, arte figurativa, moda, scrittura, scienze giuridiche e tecnologiche e di tutte le altre forme di scibile che i soci ordinari riterranno opportuno inserire.).

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