Francesco Petruzzelli: ".. ho continuato a testa bassa ad alimentare il mio bisogno di fare il mestiere dell'attore. Una delle componenti principali è senza dubbio la sensazione schizoide di coincidere con me stesso solo quando indosso una maschera.." novembre 14, 2019 \\

Descrivi il tuo giorno lavorativo perfetto….
Sveglia alle 7:00 con imprecazioni allegate.
Colazione.
Altre imprecazioni.
Ingresso alle prove alle ore 9:00.
Un'ora di yoga per riscaldarsi prima di cominciare il lavoro e per trasformare le imprecazioni in respirazione.
Ore 10:00 quindicesimo caffè della giornata.
Riscaldamento vocale e canto.
Ore 11:00 inizio delle prove fino a pausa pranzo.
A questo punto le imprecazioni arrivano dal regista...
Se il regista sono io, speriamo di aver avuto il tempo di fare yoga.
Pausa Pranzo.
ìOre 14:00- 17:00  sessione pomeridiana di prove e imprecazioni e fine prove.
Ore 17:00 chi è sopravvissuto torna a casa e si lava.
Quel che accade dalle 17:00 fno alle 7:00 del mattino del giorno dopo viene improvvisato di volta in volta, ma spesso c'entrano Netflix e il vodka Lemon.
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 Vedo che l'ironia è una tua sana dote. Cosa ti ha portato verso il teatro?
Il giorno che saprò rispondere a questa domanda, probabilmente, vorrò smettere di fare teatro. Credo sia il non sapere davvero perchè ho iniziato (all'età di dodici anni) ed ho continuato a testa bassa ad alimentare il mio bisogno di fare il mestiere dell'attore. Una delle componenti principali è senza dubbio la sensazione schizoide di coincidere con me stesso solo quando indosso una maschera, un costume, ed una parte che nella vita reale non mi apparterrà mai.
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 Se potessi svegliarti domani con una nuova dote, quale sceglieresti?
Sono un nerd, specializzato in fumetti Marvel, con dottorato in x-men, quindi la prima cosa che mi viene in mente dovendo rispondere a questa domanda è : Il teletrasporto...ma poi penso anche alla manipolazione degli agenti atmosferici, alla telecinesi e mi incarto. Quindi rimango nell'ambito delle mie passioni terrene e dico: Contorsionismo. Sono nato con una spiccata flessibilità e sono sempre stato affascinato da questa disciplina circense, ma la scarsa pratica di qualsiasi attività fisica da adolescente ( con conseguente frustrazione materna) mi ha impedito di raggiungere i livelli di un vero provessionista, le cui capacità, oggi mi sarebbero utilissime nello svolgimento del mio lavoro. L'attore deve avere una padronanza perfetta del proprio corpo oltre che della propria voce. Almeno io la penso così.


A chi sei più grato per la tua passione artistica?
Per quanto suoni banale, sono grato soprattutto a mia madre che ha sempre supportato la mia passione e riempito ogni stanza di casa con valanghe di libri e film e tutto quanto potesse essere una fonte di ispirazione per una giovane mente in cerca di una direzione. La genitrice ha sempre sostenuto che io e mia sorella dovessimo fare di tutto per perseguire ciò che ci avrebbe resi felici, anche se questo avesse significato la non sempre appagante carriera artistica. “La sola cosa che vi proibisco”, ci ha sempre ripetuto “E' di fare i medici. E' una vita d'Inferno”. Quello è il suo lavoro.

Nel tuo percorso professionale, quali sono stati i personaggi e gli spettacoli più significativi che hai portato in scena?
In veste di autore, lo spettacolo a cui sono più affezionato è sicuramente “Vox Family” con cui io ed i miei colleghi ci siamo aggiudicati il primo premio dell'edizione 2017 del Festival InDivenire, creato da Alessandro Longobardi e Giampiero Cicciò. Questa commedia ha per me un valore particolare, perchè ha segnato l'uscita da un periodo molto duro della mia vita professionale e personale e mi ha dato la possibilità di lavorare nel mondo post-accademico con excompagni di classe della Silvio D'amico (Roberta Azzarone, Carlotta Mangione, Michele Lisi) suggellando così un'intesa artistica nata dieci anni fa, e di conoscere nuovi preziosi colleghi ed alleati ( Lorenzo Parrotto, Cristina Poccardi, Irene Ciani, Luigi Biava, Giulia Gallone e Cristina Pelliccia) che rappresentano una risorsa vitale nella giungla del mestiere.
Il personaggio di “Jack il Poeta”, da: “Quel che Accadde a Jack, Jack, Jack e Jack”, è invece stato forse la sfida interpretativa più grande fino ad ora, poiché si tratta di una figura onnipresente nella commedia, costantemente in scena anche in assenza di battute e nel vestire i panni del quale mi sono anche dovuto dirigere. Aiutato in questo però, lo confesso, dall'occhio chirurgico di Francesca Caprioli, una brillante regista ed oggi mia carissima amica, diplomata a sua volta alla Silvio D'Amico.



Cambieresti qualcosa nel mondo del cinema e del teatro in cui ti sei formato?
Ancora una volta sono costretto alla banalità, ma non cadrò nella trappola del dibattuto generazionale, affermando che non si lascia abbastanza spazio ai giovani e che chi ci precede dovrebbe saper riconoscere quando arriva il momento opportuno di farsi da parte. Mi tuffo invece di testa nel dibattito politico: non solo nel teatro, ma nella stragrande maggioranza dei mestieri in questo paese, l'età pensionabile viene periodicamente spostata sempre più vicino all'orlo della tomba e la cultura, come la scuola e la sanità e tutti i settori che a rigor di logica rappresentano le maggiori fonti di reddito e benessere per il paese stesso, nonché granzia di futuro, subiscono dei tagli finanziari che nemmeno le teste degli aristocratisci sotto il Terrore francesce.
Io non sono un politico e non so come si possa inondare di denaro, quindi di linfa vitale, il mondo dell'arte e, per proprietà transitiva, del teatro e dello spettacolo e francamente non sono neanche tenuto a saperlo, proprio perché non sono un politico e non vengo profumatamente pagato per trovare una soluzione.
Da professionista del settore, tuttavia, so che attualmente il rischio di impresa di produzioni pubbliche e private è troppo alto perchè si possa fare dei seri investimenti su giovani rampanti e sconosciuti al grande pubblico. Il margine di guadango è, in previsione di allestimenti privi di nomi importanti o di titoli ormai disossati dall'usura, troppo esiguo. Esistono ovviamente realtà eccezionali, la gavetta ha  asempre fatto parte del gioco e nessuno pretende che la vita sia una passeggiata, specialmente in un lavoro così accorsato, ma non farebbe certo male se l'intero settore ricevesse dei consistenti finanziamenti da parte della classe politica, in modo da garantire a tutte le parti coinvolte nella macchina teatrale una maggiore stabilità e imprenditività ( se questa parola non esiste, la coniamo adesso). Con maggiori tutele, chi ha già fatto la propria parte può lasciare la scena a chi ancora deve emergere o, meglio ancora, la puà condividere, convertendo il dilaniante conflitto tra generazioni in una sinergia.


C’è qualcosa che hai sognato di fare e non hai fatto?
Sogno che la Disney mi chiami per darmi un ruolo nei prossimi re-boot degli x-men, ma la realizzazione di questo sogno, come quello di lavorare con Quentin Tarantino, non dipende da me. Non so suonare nessuno strumento e infatti, per quanto sia intonato, ho un'estrema difficoltà a stare a tempo con la musica. Se potessi tornare bambino, metterei in croce mia madre per prendere lezioni di violino. E non dimentichiamo il contorsionismo!

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Tre domande in una… il tuo romanzo preferito… il tuo film preferito…il tuo psettacolo teatrale preferito…

I Miserabili di. V.Hugo
Chicago di. B. Marshall
Baskers di A. Barton
Andiamo avanti, che se ci penso un secondo di più, cambio risposte altre dieci volte.

Che cosa è troppo serio per scherzarci su?

Nulla. Penso che gli unici ostacoli tra un argomento e la comicità ad esso riferita siano: il tempo e il ruolo di chi fa dello spirito.
Trascorsa la giusta quantità di tempo ( si tratti di un anno o di un secondo) dall'impatto di un accadimento, per quanto atroce esso sia, farvi dell'umorismo è, non solo accettabile, ma sano. Non bisogna confondere la risata con la derisione.
 La risata porta alla riflessione ed all'analisi critica, mai alla minimizzazione dell'oggetto di cui si fa ironia. E l'ironia, come il sarcasmo ( suo fratello cattivo), richiede un esercizio di intelligenza tanto dell'attore quanto del pubblico. Anna Marchesini, che ho avuto l'onore di avere come insegnante, ebbe l'acume di spiegarmi che il comico non esiste: il comico è il tragico raccontato in modo diverso, ma non certo con un grado di investimento emotivo o intellitivo inferiore da parte di chi lo interpreta.
Il ruolo di chi fa ironia poi è fondamentale: Io forse posso ironizzare, scegliendo con cura stile e registro, sull'olocausto, un ebreo sopravvisuto ai campi di concentramento quasi sicuramente lo farà, di tanto in tanto,  ma che a farlo sia un neonazista, ecco, questo non lo auspicherei.
Cerco di spiegarmi ancora meglio: quando mio padre morì, la notizia mi fu data per telefono. Poco dopo averla ricevuta, ho parlato con mia sorella con la quale, spontaneamente, tra le lacrime, abbiamo cominciato a scherzare sul fatto appena successo. “Poteva andare peggio” ci siamo detti “poteva morire mamma”.
Così facendo, nella tragicità dell'evento e nei flutti del pianto, ci siamo strappati una risata e siamo stati ancora più vicini, per quanto fisicamente distanti.
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Il rapporto con la tua città Natale.
Bologna è la città più bella del mondo, chiunque dica il contrario è un folle ( o vive a Parigi). Ci tornerò sempre e non la lascerò mai, per quanto lontano mi dovessero portare la vita o il lavoro.
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I tuoi prossimi impegni?
Sto preparando uno spettacolo di Stand-Up Comedy per la serata di apertura del festival Contaminazioni, il festival dell'Accademia Silvio D'Amico, che andrà in scena presso il Teatro India a Roma, il 23 settembre. Si intitola “Sarò Greve” e si tratta di una performance di cabaret all'americana, in cui, per l'appunto, io, Edoardo Coen ed Irene Ciani, metteremo alla prova i limiti che la comicità può raggiungere prima di arrivare alla denuncia per atti osceni. Lo faremo attraverso  battute, canzoni e favole classiche riadattate appositamente per l'occasione e per l'epoca in cui viviamo.
Spero di vedervi tra il pubblico!

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