Memoria è sempre, memoria è vita! gennaio 28, 2020 \\

a cura di Laura Vargiu

Pubblicato nel 1958, “La notte” è uno di quei libri che dovremmo leggere non soltanto nel periodo a ridosso della Giornata della Memoria del 27 gennaio, ma in tutto l'arco dell'anno. Memoria è sempre, si potrebbe dire parafrasando Primo Levi.


Libri come questo di Elie Wiesel (1928-2016), premio Nobel per la Pace nel 1986, sono stati scritti proprio a imperitura memoria della tragedia causata da un male annidato subdolamente tra le pieghe della mediocrità e, come disse qualcuno, della banalità più sconcertanti. Un male che, in verità, non è mai stato debellato e contro il quale il solo antidoto può essere quello di coltivare la memoria poiché – come ha affermato anche di recente Tatiana Bucci, un'altra superstite della Shoah – “memoria è vita”.

File:Elie Wiesel age 15.jpg

Wiesel era adolescente quando, nel corso del secondo conflitto mondiale, quel male piombò addosso a lui e alla sua famiglia, così come a tutti gli ebrei della cittadina transilvana di Sighet. Dapprima fu il ghetto, poi il lungo e difficile viaggio a bordo di un convoglio di carri bestiame verso l'ignoto; infine, Auschwitz-Birkenau e Buchenwald. E la notte, pesante, agghiacciante, infinita, calò sulla vita di uomini, donne e bambini, inermi fuscelli in balia d'un vento vigliacco e assassino.


“Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.


Mai dimenticherò quel fumo.


Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.


 Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.


Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.


Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.


Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.”


“La notte” non è un testo che si possa raccontare: non esistono parole adeguate né sufficienti, neppure scavando nel profondo del vocabolario del cuore, per descrivere l'orrore di queste pagine. Occorre leggerle, queste pagine, lasciandosi avviluppare da paura, freddo, fame, anche se non riusciremo a comprendere mai fino in fondo il loro significato autentico sullo sfondo di un mattatoio come quello, dove un figlio può arrivare ad abbandonare il proprio padre, o a ucciderlo per una briciola di pane, e Dio assume le sembianze di un bambino agonizzante appeso a una forca.
La scrittura di Wiesel, lucida, coraggiosa, arida ormai di lacrime, non risparmia niente al lettore di ciò che viene raccontato, ma di certo molto ha taciuto. Essere un “eletto di Dio – come lo definisce lo scrittore François Mauriac nella sua prefazione – […] nutrito di Talmud, […] consacrato all'Eterno” non conforta il giovanissimo Elie dinnanzi a una tragedia come quella dell'Olocausto e la millenaria e incrollabile fede dei padri sembra volare via, impotente, al pari delle volute di fumo che escono dai crematori. È la stessa fiducia nell'uomo che sembra svanire.

Viene da domandarsi che cosa la Storia, quella Storia, abbia insegnato alla nostra umanità malata d'onnipotenza se ancora oggi, a distanza di oltre sette decenni dall'arrivo dei sovietici ad Auschwitz, qualcuno osa sbefeggiare quel macabro simbolo con t-shirt che non dovrebbero nemmeno essere mai state pensate o, come ci racconta la fresca cronaca di questi giorni, su alcune porte si scrive Juden vigliaccamente. Nemmeno le comitive in pellegrinaggio a Predappio ci porteranno lontano, né l'intitolare vie nelle nostre città ai firmatari di manifesti della razza di cui si cerca di riabilitare la memoria agli occhi della società attuale, tutti sintomi che, semmai, ci stanno già facendo scivolare negli abissi più truci di quella Storia che avrebbe dovuto esserci maestra. Ma il passato insegna sempre, siamo noi pessimi allievi; noi che, nessuno escluso, tendiamo a ripercorrere strade sbagliate, considerato tutto quel che è accaduto dal '45 a oggi, reiterando genocidi e pulizie etniche in giro per il mondo. Dunque, i Wiesel, i Levi, le Frank e tutti gli altri hanno lasciato invano la propria tragica testimonianza? Soprattutto in tempi come questi in cui, dati alla mano, non solo l'antisemitismo è vivo e vegeto, ma l'intolleranza si estende a macchia d'olio contro diverse categorie a guisa di capri espiatori, la Giornata della Memoria deve per davvero cadere ogni giorno dell'anno affinché si levi sempre la voce a difesa di qualcuno e non si rischi così di assistere a rastrellamenti lenti e silenziosi nei nuovi ghetti del pregiudizio e dell'ignoranza. Altrimenti, un giorno, quando verranno infine a prendere anche noi – per citare un altro testo ben noto – non resterà nessuno a protestare.

Laura Vargiu

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