La Poesia che disseta l’anima: intervista ad ANTONIO FASULO. marzo 7, 2020 \\

“La Poesia, da sempre nobile arte, acquieta
il senso disperato che ha l’anima
di dissetarsi ad una sorgente di dolcezza”

scrive Antonio Fasulo, classe 1966, poeta e scrittore campano che ormai da tanti anni vive e lavora in Abruzzo.


La sua prima raccolta poetica, Turbolenze (Daimon Edizioni), è stata pubblicata nel gennaio del 2019, mentre a poco più di un anno prima risale il romanzo Con gli occhi del fanciullo (Arkhè Edizioni), menzione d’onore all’edizione 2018, sezione libro edito, del Premio Internazionale AUPI di Milano; al suo attivo, anche varie pubblicazioni in antologie, nonché diversi riconoscimenti nell’ambito dei concorsi letterari, tra cui quello di vincitore assoluto del Premio Internazionale “Il Poeta dell’Anno” che si svolge a Milano (2018). Impegnato nelle attività della Compagnia dei Poeti dell’Aquila, di cui fa parte da qualche anno, si divide tra la scrittura, soprattutto in versi, e una professione in apparenza ben lontana dal mondo letterario…

Antonio, lei è un appassionato di informatica e nella vita si occupa del montaggio di apparecchi elettronici per lo spazio. Non è infrequente trovare scrittori e poeti che abbiano una formazione di tipo scientifico (mi viene in mente, per esempio, Alberto Cavaliere e la sua Chimica in versi), ma di certo la cosa suscita sempre un po’ di meraviglia e curiosità. Come concilia il suo lavoro con la passione per la poesia? Il suo amore per la letteratura e la scrittura poetica in particolare esiste da sempre o è nato strada facendo?

- Rispondo a questa domanda partendo da molto, molto lontano. Era il 1978 e su Raidue avevano iniziato a trasmettere i cartoni animati di Atlas Ufo Robot (Goldrake) e Superman, avevo dodici anni, ricordo ancora perfettamente quel periodo, l’amore per la fantascienza (poi confluito nell’amore per la scienza) e l’amore per la scrittura nacquero proprio allora. Pochi mesi dopo aver iniziato a guardare quelle trasmissioni scrissi i primi due capitoli di quello che doveva essere il racconto delle avventure del mio super eroe, inventato da me, “The Fantastic man”. Da allora la mia sete di conoscenza per la scienza non si è mai placata e la voglia di scrivere è sempre presente. L’amore per la poesia credo che sia nato con me. Conciliare un lavoro tecnologico con la passione per la poesia non è complicato essendo la passione per la poesia innata. Qualsiasi emozione che provo può essere spunto per scrivere. Le poesie nascono spontaneamente, non uso artifizi per scrivere, per questo motivo sono il primo ad emozionarmi leggendo le mie poesie.

- Come si legge nella sua nota biografica, lei vive in Abruzzo dalla metà degli anni Ottanta, ma è nato a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Che cosa le manca di più della sua terra d’origine? Questa – al di là degli affetti familiari, naturalmente presenti – ritorna mai nei suoi scritti?

- Sì esatto, vivo in Abruzzo da tantissimo tempo, trentacinque anni sono veramente tanti. Della mia terra mi manca, oltre alla mia famiglia naturalmente, l’affabilità della gente del Sud, il calore dei loro caratteri e il colore dei loro modi espressivi. A L’Aquila, dove ho vissuto fino a due anni fa, le persone sono un po’ più schive e diffidenti, anche se molto generose e dal cuore grande. Ad Avezzano, dove vivo adesso, il rapporto con le persone è un po’ migliorato, gli abitanti della Marsica sono un po’ più aperti, ma in generale, sia a L’aquila che ad Avezzano sono sempre stato felice. La mia terra ritorna spesso nei miei versi, specialmente in quelli in vernacolo, in quei versi canto i luoghi nativi, la nostalgia, la gioia e la forte espressività della gente del Sud. Nelle poesie: Caturano, Int’o core, Ammore, A morte, si legge tutto l’amore e la passione che provo per la mia terra.

- Ho fatto la sua conoscenza attraverso una bellissima lirica facente parte di una antologia (La poesia a dieci anni dal sisma de La Compagnia dei Poeti dell’Aquila, Daimon Edizioni) pubblicata lo scorso anno in occasione del decennale del terremoto che colpì L’Aquila nell’aprile del 2009. Quel suo testo, intitolato Città dell’Aquila, tra i più significativi di tutta la raccolta, mi ha molto colpita. Ci può raccontare il suo legame con il capoluogo abruzzese?

- Amore. Ecco, se dovessi descrivere con un’unica parola ciò che provo per L’Aquila, questa sarebbe la parola giusta. L’Aquila mi ha accolto quando, appena maggiorenne, ho lasciato la mia casa in cerca di un lavoro. In questa città mi sono subito sentito a casa, qui ho realizzato tutti i miei sogni. L’ho vista bella nel suo splendore e quando dieci anni fa, quella notte, è stata ferita da un così tragico evento, come quello del forte terremoto, il mio cuore si è distrutto con lei. Il giorno in cui ho scritto la poesia: Città dell’Aquila passeggiavo per il centro storico e guardare quei palazzi feriti, incastonati tra ferri che li tenevano “ingessati”, immobili e senza vita, mi ha squarciato di nuovo il cuore e i sentimenti che ho provato non potevano rimanere inespressi. Quel giorno i miei sentimenti sono confluiti in quei versi, dove si avverte il grande amore, la forte rabbia e la struggente nostalgia che ho provato.

- Turbolenze è il titolo della sua prima silloge, pubblicata anch’essa, circa un anno fa, dalla giovane casa editrice aquilana Daimon Edizioni. Caratterizzata da una scrittura non avara di rime e assonanze, la raccolta appare come un viaggio interiore, intriso di dolore, delusione, persino rabbia, che non tocca soltanto vicende personali, ma getta anche uno sguardo più ampio sulla vita e sul mondo che ci circonda. Ci può parlare meglio di queste “turbolenze”?

- Noto con piacere che il senso che racchiude questa silloge è stato da lei colto appieno. Il viaggio interiore che lei accenna è un percorso che ho fatto dentro di me, un percorso che mi ha portato a guardare quei momenti che generano sentimenti di tristezza, di malinconia, di rabbia, di paura e, talvolta, anche di vergogna di appartenere al genere umano, momenti che descrivo con sguardo attento e riflessivo. Le ho chiamate Turbolenze perché ti agitano, ti fanno vivere momenti difficili ed è proprio in quei momenti che senti il bisogno di scrivere, di fissare quell’attimo per renderlo eterno. Sembra assurdo ma, proprio in quel gesto, in quello scritto, in quei versi, trasferendo al lettore le emozioni che hai provato, assurgi al compito a cui l’arte della Poesia ti porta: emozionare.


- Tra i tanti bei testi della raccolta, non passa inosservato Fanciullo mio di Aleppo che, fin dal titolo, evoca naturalmente la guerra in Siria. È una poesia che, a mio parere, denota attenzione e grande sensibilità nei confronti di ciò che accade attorno a noi, anche se lontano. In una società come quella attuale, frenetica, distratta, indifferente, molto spesso volgare, priva di sostanza e profondamente disumana, quale ruolo ha il poeta, secondo lei?

- È ancora vivo in me il ricordo di quel Natale, era il 2016, periodo che segnò l’apice più cruento della guerra in Siria. Noi, popoli occidentali, cristiani, benestanti, ci apprestavamo a festeggiare con parche feste questa ricorrenza, mentre in quei luoghi si stava spargendo sangue, soprattutto innocente. L’immagine che mi ha commosso, e nello stesso tempo fatto provare vergogna di appartenere al genere umano, è stata quella di un bambino, insanguinato e impolverato, dopo che un missile aveva distrutto la sua casa. Seduto su quella che poteva essere una barella di uno pseudo ospedale con a fianco sua madre che cercava di rassicurarlo, i suoi occhi cercavano di capire ciò che non potevano capire: il perché? Ecco, in quel momento è nata Figlio mio di Aleppo, una lirica scritta volutamente con rima baciata, tipo filastrocca, dove parlo a quel bambino, dove gli spiego la crudeltà degli uomini e dei loro sporchi interessi, chiedendogli infine scusa per il “furto” dei suoi sogni, del suo futuro, promettendogli di non dimenticarlo mai.
Un poeta sente il bisogno di esprimere con versi i sentimenti che prova, oltre al dovere di raccontare/denunciare fatti di immorale mostruosità.

- Nel 2017 aveva pubblicato già un romanzo: Con gli occhi del fanciullo, Arkhé Edizioni. Che cosa raccontano queste pagine?

- Con gli occhi del fanciullo è un viaggio, un viaggio psicologico dentro i miei ricordi, dove sono “dovuto tornare” alla fine di un periodo brutto della mia vita per ritrovare quei sogni che ogni bambino fa, sogni che con il crescere perde, purtroppo. Con gli occhi del fanciullo è un viaggio negli anni Settanta/Ottanta, che racconta modi di vivere, valori, amicizie, giochi ed anche di gravi perdite.
Con gli occhi del fanciullo racconta la storia di una famiglia “normale”, dove il lettore, accompagnato dal piccolo Tonino, ritrova il suo passato, quasi identico a quello descritto nel libro. L’augurio che faccio, proprio in quelle pagine, è che ognuno riesca a guardare la vita con gli occhi del fanciullo che è stato, ritrovando i propri sogni sicuramente dimenticati.


- Una domanda che rischia di suonare scontata, ma che aiuta a completare il ritratto di un autore: quali sono i suoi nomi di riferimento, ed eventuali modelli, sia per la prosa che per la poesia?

- Beh! Se la domanda rischia di suonare scontata, la risposta, ahimè, lo sarà sicuramente, ma non posso esimermi dal rispondere la verità. Io amo la poesia tutta, ma ci sono tre poeti che me l’hanno fatta amare oltre ogni limite, che hanno acceso in me la fiamma di questo amore: Dante Alighieri, Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi. Tre poeti molto diversi tra loro e ognuno a modo suo mi ha “innestato” dentro il seme di questa arte, facendo germogliare una passione così forte. È chiaro che ce ne sarebbero molti altri da citare, per esempio Umberto Saba, Emily Dickinson, Pablo Neruda Charles Baudelaire e altri ancora, ma questi, per la poesia, oltre ad essere i miei riferimenti sono anche quelli chi mi piacciono di più.  Per la prosa, invece, i nomi che mi hanno fatto appassionare di più sono: Alessandro Manzoni (ma a scuola non l’amavo), Wilbur Smith, Lev Tolstoj, Victor Hugo, Luigi Pirandello, giusto per citare quelli che mi hanno dato l’imprinting, la voglia, la curiosità, la meraviglia di scrivere.

- I suoi scritti hanno finora ricevuto diversi riconoscimenti, in termini di premi a vario titolo. Come vede il settore dei concorsi letterari? A suo avviso, questi possono ancora essere un valido luogo di confronto e una buona “palestra” per chi ama scrivere?

- Rispondo alla prima questione citando un mio carissimo amico Emilio Roselli, scrittore di opere teatrali e presidente dell’associazione Teatro Fiore di Gioia dei Marsi (AQ) nonché presidente del Premio Nazionale di Poesia Patrizio Graziani, che quando parliamo di concorsi mi chiede: “ Secondo te è il poeta che prende lustro dalla partecipazione (e vittoria) ad un concorso letterario o è il concorso letterario che si fregia dell’onore della partecipazione dei poeti pluripremiati?”
Beh, come spesso accade la verità è nel mezzo, entrambi traggono beneficio, visibilità e onore da questa unione.
Ci sono molti concorsi portati avanti da persone stimabili e passionarie, amanti della poesia, che fanno onore a questa sublime arte e per questo vanno ammirati. Dall’altra parte il poeta che ha poche opportunità di uscire fuori dal contesto sociale ove dimora e, nell’era dei media e dei social network, i concorsi danno la giusta visibilità.
In risposta alla seconda domanda,  io credo che i confronti facciano sempre bene. Il confronto, la miscelazione, lo scambio di idee, formano il poeta che comunque, se forte e di carattere, trae da esso beneficio e ispirazione. Il poeta, non uniformandosi o diluendosi nelle idee degli altri ma restando fedele al suo stile, si arricchisce.

- Lei fa parte della Compagnia dei Poeti dell’Aquila, fondata nel 2016 dai poeti Valter Marcone e Alessandra Prospero (quest’ultima è anche titolare della Daimon Edizioni). Oltre a eventuali pubblicazioni come quella citata sopra, immagino che la Compagnia organizzi diverse iniziative. Ci può raccontare qualcosa in relazione a questo vostro importante impegno poetico a L’Aquila?

- La Compagnia dei poeti dell’Aquila è nata da un’idea e desiderio di Valter Marcone condivisa e fatta propria, con il suo impegno e il suo amore, da Alessandra Prospero. L’idea venne a Valter Marcone, uomo di immane cultura e poeta di grande spessore, perché desiderava portare la poesia a tutti, voleva restituire a questa nobile arte la luce di cui ha bisogno e che merita, per farla amare e apprezzare ai più, anche a quelli che ne sono distanti. Molti poeti risposero alla chiamata, era il 2016, in molti – ripeto – risposero a quell’invito a cui i due coordinatori così attivi e con enfasi amorevole avevano chiamato a partecipare, a unirsi a quel progetto. Nacque la prima Festa della Poesia. Ecco, le iniziative della Compagnia sono solo ed unicamente per questo scopo, divulgare quest’arte e gioire con essa. Sono molti i recital che vedono protagonisti tutti i membri della Compagnia, dalla Festa della poesia, il giorno di primavera, giunto ormai alla quarta edizione, al recital Miti e Muse, che ha portato i poeti in giro per tutto l’Abruzzo, ai recital nel format horror/poesia maledetta, durante il “L’Aquila Horror Festival”, ai recital natalizi o quelli dedicati alla festa della Perdonanza Celestiniana.

- L’odierno mercato editoriale, si sa, non è semplice; ancor meno, nel settore poetico, dal momento che in tanti scrivono poesia, ma in pochi la leggono e la acquistano. Che cosa può consigliare a un autore, giovane o meno giovane, che desideri portare fuori i propri testi dal classico cassetto? Vale ancora la pena di scrivere versi? Quale futuro ha la poesia?

- Purtroppo l’analisi è tanto triste quanto vera: in pochi leggono poesia. Però c’è da dire che chi la ama, l’ama di un amore puro e intenso. Durante i miei incontri culturali, tipo il giovedì quando ci incontravamo al Caffè Letterario dell’Aquila o durante i recital di poesie,  mi è capitato spesso di incontrare persone che mi confessavano di scrivere. Io li ho sempre esortati a continuare, anche a costo di lasciare quegli scritti in un cassetto, magari sarebbero restati lì per poco o molto, questo non era importante, ma sicuramente sarebbero restati lì solo il tempo necessario per far maturare la propria consapevolezza. Il futuro della poesia è roseo e questo lo affermo con un po’ di orgoglio, perché finché ci saranno persone come noi che la amiamo e la portiamo tra la gente, questa nobile arte godrà dell’amore che sgorga dai cuori di chi allieta.

- Il grande autore libanese Khalil Gibran sosteneva che “i poeti sono persone infelici poiché, per quanto il loro spirito si elevi, saranno sempre racchiusi in un involucro di lacrime” (da “Le ali spezzate”, 1912): condivide questa visione?

- A metà! e mi spiego. Un poeta soffre due volte e la seconda è per sempre. La prima volta soffre quando avverte quel forte dolore dentro, a causa della sua sensibilità, che lo spinge a scrivere. La seconda volta soffre dopo che ha scritto e che ha fissato quel dolore in quei versi eterni, dolore che resterà per sempre. La citazione di Gibran mi ha portato alla mente il pensiero e le poesie del più grande poeta iraniano Ahmad Shamlu dove l’angoscia per la sofferenza dell’umanità, la mancanza di libertà del popolo e la tragica situazione del destino dell’uomo sono evidenti in tutte le sue poesie e dalla lettura di esse si evince il dolore che lo ha accompagnato per tutta la vita. Ho detto a metà perché poi c’è l’altro lato del pensiero: il poeta è mosso anche dal sentimento dell’amore e citando Dante: “L’amor che move il sole e l’altre stelle…” e sia esso divino o umano, l’amore è la gioia e il carburante degli esseri viventi. La mia prossima silloge poetica, per esempio, ruoterà tutta intorno a questo meraviglioso sentimento e sarà un inno alla gioia e qui si leggerà solo l’amore, non ci saranno lacrime o tristezza.

- Infine, regali ai lettori una lirica tratta dalla silloge Turbolenze, una tra quelle a lei più care e rappresentative della sua scrittura poetica.

- La poesia da me scelta rappresenta un aspetto di quelle “turbolenze” descritte nella nota dell’autore presente all’inizio della silloge. In Ritorna la pace ho fissato l’attimo in cui un ricordo triste, incuneatosi nella mente, ruba il sorriso e genera dolore. Dopo quella “caduta” però, ci si rialza, perché la speranza non ha paura anzi dà forza e dopo aver scacciato il dolore si riprende la gioia ( “indosso il sorriso”) e ritorna la pace nel cuore.


Ritorna la pace

 Pensiero triste impigliato nella mente,
sottile ricordo, ma atroce tormento,
come una spina conficcata in un fianco
il mio sorriso per un attimo hai spento;
sulla psiche… sussurrata violenza.

Speranza vacilla;

mesto ma lesto
mi appresto
a scacciarti dal vasto
orizzonte del posto
ove spazi all’interno
della mia testa.

Non basta; cado.

Mi rialzo, ma resto
ancorato in quel punto
ove tu sempre resti,
irritante ed effimero
chiodo fisso.

Speme non teme.

Con calmo coraggio
affronto la vita
e con l’ultimo filo di voce
lancio al mondo
le mie silenziose grida,
la direzione dell’eco
la mia unica guida.

Ancora non basta.

Rispondo con forza.
Con insolente solerzia
rafforzo la scorza.

Decido di andare avanti.

Ti scaccio.
Ritorno al  presente.

Ed infine;
indosso il sorriso,
accendo la luce
e sul mio gelido viso
ritorna la pace.


E dopo questi versi, che invitano alla lettura dell’intera raccolta Turbolenze, ringraziamo Antonio per la sua gentilezza e questa lunga chiacchierata davvero molto interessante e ricca di spunti di riflessione, augurandogli di cuore nuove soddisfazioni letterarie e, naturalmente, tanta fortuna per la sua vita in generale.

A cura di Laura Vargiu


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