L'autore e regista Gianmarco Cesario : "Far vivere le emozioni dei personaggi e trasmetterle al pubblico, mediandole con la mia sensibilità ed il mio punto di vista .." aprile 1, 2020 \\

Gianmarco ci racconti di Lei, chi è Gianmarco Cesario come persona?
58 anni, napoletano, ho scelto di dedicarmi professionalmente al teatro, mio grande amore, dopo studi classici ed un primo periodo di lavoro nell’agenzia di commercio di cui era titolare mio padre. Per quel che riguarda le mie caratteristiche personali, mi ritengo ironico, polemico, nostalgico (non certo dal punto di vista politico, sia inteso).

Descriva il suo giorno lavorativo perfetto….
Non esiste una giornata standard, perché mi occupo di tante cose, dall’organizzazione eventi e comunicazione, alla scrittura, dalla regia, alla docenza nelle scuole e laboratori di teatro, e quindi le attività mutano a seconda del periodo. La mattina solitamente la occupo ad organizzare gli impegni giornalieri, che, quasi sempre, hanno luogo a partire dal primissimo pomeriggio fino alla sera inoltrata. Poi la notte la dedico alla scrittura ed allo studio.

Come nasce la sua passione per il teatro?
La mia generazione ha avuto il privilegio di crescere durante il periodo più ricco, dal punto di vista culturale, dei palinsesti televisivi. Il servizio pubblico aveva il monopolio, ma offriva una varietà di trasmissioni di alta qualità, e, tra questi, il venerdì della prosa. Quando da ragazzo ho poi avuto l’occasione di assistere al teatro dal vivo, ero ampiamente preparato a quel linguaggio che oggi appare, ahimè, ostico, a chi è nato dopo il 1980. Ma l’amore, quello vero, per il teatro, risale ad una sera di luglio del 1979, quando al Teatro Grande di Pompei ho assistito ad una meravigliosa edizione de “La dodicesima notte” di William Shakespeare diretta da Aldo Trionfo, con Glauco Mauri, Aldo Reggiani, Pino Micol, Nino Castelnuovo e tanti altri bravissimi attori. Rimasi così folgorato da quella magia, che ancora oggi ho i brividi solo a pensarci.

È più difficile stare in scena come autore o regista?
Io vivo entrambi i ruoli con estrema cautela. Per quel che riguarda gli adattamenti teatrali dei classici, li dirigo con la finalità di realizzare sulla scena quello che immagino nella scrittura, quindi i due ruoli, in quel caso, si sovrappongono naturalmente. Poi, da pochi anni, è nata anche l’attività di autore di testi originali, che ritengo, però, semplicemente degli omaggi ai grandi della musica (mia seconda passione), si tratta di testi scritti quasi sempre a quattro mani (tre con Antonio Mocciola due con Delia Morea), e sono dei raccordi che narrano la poetica di artisti quali Umberto Bindi, Charles Aznavour, Edith Piaf, i cantautori della scuola genovese, Raffaele Viviani. In questo caso non ho mai curato l’aspetto registico. Infine mi fa piacere ricordare la collaborazione con un uomo di raffinata cultura e di grande talento quale Massimo Andrei, che mi ha onorato nel volermi come collaboratore per la scrittura di due suoi format, nei quali la divulgazione culturale si è abbinata con leggerezza e profondità al teatro.

Quali sono i personaggi dai quali si sente maggiormente influenzato o da cui trae ispirazione?
Amo tutti quegli autori e registi che hanno saputo parlare tramite il teatro alle persone, con messaggi non dichiarati, e per questo molto efficaci. Soprattutto prediligo coloro che si esprimono con linguaggi semplici, ma non banali, non dimentichi che il teatro nasce come il primo grande mass media della storia dell’umanità.

Se potesse svegliarsi domani con una nuova dote, quale sceglierebbe?
La possibilità di riavvolgere il nastro, di poter recuperare il tempo perduto, e di affrontare le scelte con maggiore fiducia in me stesso, dote, quest’ultima, che in gioventù mi è mancata.

Che cosa vuol dire per Lei portare in scena un buon testo teatrale?
Far vivere le emozioni dei personaggi e trasmetterle al pubblico, mediandole con la mia sensibilità ed il mio punto di vista

Cambierebbe qualcosa nel mondo del teatro in cui si è formato?
In quello nel quale mi sono formato no, in quello in cui vivo ora, beh, sì, molto, dalla politica economico-organizzativa alla spocchia intellettualistica di alcuni artisti e critici.

Quali sono gli spettacoli a cui si sente più legato?
Come spettatore, oltre a quello di Trionfo che ho già citato, “Arlecchino servitore di due padroni” di Strehler (che vidi nel 1980 al teatro Mediterraneo di Napoli), “Masaniello” di Porta con Mariano Rigillo, “La Gatta Cenerentola” di De Simone, “Lungo viaggio del giorno verso la notte” di Eugene ‘O Neil con la grande Anna Proclemer e la regia di Mario Missiroli. Di recente “Lipsynch” di Lepage e “Macbettu” di Alessandro Serra

Come critico teatrale e docente di Storia del Teatro mi può dire se il teatro versa in buone condizioni di salute e che messaggio dà oggi il mondo del teatro?
Le condizioni di salute sono precarie, dal punto di vista artistico credo sia responsabilità, come dicevo prima, dell’intellettualismo spinto e spocchioso di alcuni autori e teatranti contemporanei, attenti più ad appagare il proprio ego e quello dei critici che a comunicare con gli spettatori. Questo ha dato poi spazio al relativo rovescio della medaglia, il finto teatro, quello di matrice tele-cabarettistica, a cui il pubblico, orfano di un teatro nel quale potesse riconoscersi, si è avvicinato pigramente e massicciamente. A questo va aggiunta l’ingerenza politica che condiziona, da circa un trentennio, scelte e direzioni artistiche.

C’è spazio in Italia per giovani artisti talentuosi e se dovesse dare un consiglio appassionato a un aspirante attore o regista , cosa gli direbbe?
Di spazio ce n’è sempre meno, e, per assurdo, molti giovani cadono nell’equivoco che basta avere un bell’aspetto o una partecipazione di una posa in una fiction, per definirsi attori, senza nemmeno preoccuparsi di avere le basi. Per questo non posso che consigliare di studiare: nessun talento può fare a meno dello studio, della conoscenza.

Il rapporto con la sua città Natale.
Conflittuale. Napoli è una città fucina di tanta cultura, ma forse questo è anche il suo limite, che la porta troppo spesso all’autoreferenzialità

Che cosa è troppo serio per scherzarci su?
Tutto va affrontato seriamente ma non seriosamente.

Come regista di recente ha diretto classici di Moliere, Sofocle, Shakespeare, Beaumarchais (“Don Giovanni”, “Edipo Re_O”, “Il barbiere di Siviglia - Pop Opera”, “Sogno di una notte di Metà Estate”). Perchè ha deciso di dirigere i classici?
Perché come divulgatore ho sempre l’obiettivo di far avvicinare giovani e meno giovani, alla grande storia del teatro. Il progetto Pop-Opera, ad esempio, nasce proprio per estendere questo intento alla lirica, rendendola fruibile ad un pubblico che, dopo aver ascoltato un’opera con arrangiamenti più vicini alla contemporaneità, magari incuriosito approfondisce la conoscenza approdando alle versioni originali dei grandi autori.

I suoi prossimi impegni?
Sperando che l’emergenza del CVD-19 termini presto mi aspetterebbero le attività previste per l’Estate: la rassegna teatrale Classico Contemporaneo (che dirigo da sei anni con Mirko Di Martino), il Positano Teatro Festival, di cui sono consulente, e poi in autunno mi aspetta la XV edizione de “I Corti della Formica”, la rassegna di corti teatrali che ho ideato e dirigo dal 2005, e infine, spero di riprendere Teatro Match, che quest’anno era approdato al teatro Nazionale e che i recenti fatti ci hanno costretti a sospendere.

 

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