La sostanza di cui sono fatti i sogni aprile 19, 2010 \\

 

Intervista al Dott. Arturo Nucci, autore del nuovo libro “La sostanza di cui sono fatti i sogni”.

D. Che cosa l’ ha spinto a scrivere il libro “La sostanza di cui sono fatti i sogni?

R. La voglia di raccontare è un qualcosa che ho cominciato a provare molto  presto, sin dall’ infanzia quando una attiva fantasia mi riempiva la testa di stimoli. Bastavano lievi fatti accaduti e subito dentro di me scattava il desiderio di costruire piccole e avvincenti storie, solamente immaginate, che restavano di mio solo ed esclusivo godimento. Ma ho dovuto attendere diversi  anni prima di poter intraprendere la stesura materiale di questo lungo racconto, che però  già nella mente aveva cominciato a prendere forma. In attesa del momento giusto mi accontentavo di raccogliere appunti, annotazioni volanti e intanto andavo iniziando un processo sotterraneo di  immagazzinamento di idee,  di informazioni ed osservazioni critiche del mondo esterno. Poi tutto è venuto fuori con semplicità, quando superati gli anni sessanta, mi sono finalmente ritrovato tempo disponibile ed energie ancora sufficienti per cominciare a scrivere.

D. Il libro ha un contenuto autobiografico?

R. Pochi talenti, eccezionalmente dotati, hanno la capacità di inventarsi del tutto quello che stampano. Invece la maggior parte degli autori, tra i quali mi inserisco anche io, costruiscono  storie mescolando frammenti di propria vita vissuti con altre cose conosciute e con altre ancora frutto di pura fantasia; tutto ciò purché la vicenda narrata sia scorrevole ed abbia un carattere verosimile, specie poi quando in questa si denunziano fatti di  gravità morale e sociale. Per quanto mi riguarda è anche vero che a un determinato momento ho avvertito la storia raccontata, come facente parte della mia stessa vita e, forse per un eccesso di partecipazione a quanto andavo scrivendo, mi è capitato a volte di confondere invenzione e realtà.

D. Che cosa significa cominciare il mestiere di scrittore dopo i sessanta anni?

R. Certamente se non si è giovani diviene cosa molto  difficile tracciarsi una carriera letteraria in un contesto dove sembra vi siano più aspiranti scrittori che lettori. Però è anche vero che quando si è vissuto e conosciuto si dispone di maggiori fonti di ispirazione, che possono aiutare la stesura.

 

 

D. Perché il suo libro è stato scritto in prima persona?

R. La formula del soggetto narrante in prima persona mi ha subito coinvolto, perché mi è sembrato un modo più partecipativo di raccontare; ma devo confessare che a volte ho temuto di cadere in una troppa emotività, ed ho poi cercato di contenerla. Spero di esserci riuscito.

D. In conclusione se dovesse sottolineare ai suoi lettori un aspetto prevalente del romanzo quale indicherebbe?

R. La storia abbraccia un lungo arco di tempo e contiene molti spunti: ma la considerazione, più volte espressa, che le popolazioni meridionali vivono da moltissimi anni in un atteggiamento di estraneità alla realtà, atteggiamento tuttora perseguito, è stato il motivo dominante del racconto. Parlo di quell’ insopprimibile disagio che affligge i protagonisti, Massimo e Maria Grazia, quando scoprono che le cose che si vedono sono sempre diverse da quello che sono.  

 

 

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