Il fotografo e regista Shady Habash è morto a 24 anni nella prigione egiziana, diceva:"La prigione non uccide, la solitudine lo fa. Ho bisogno del tuo sostegno per non morire." maggio 4, 2020 \\

Il fotografo e regista egiziano Shady Habash è morto nel silenzio assoluto  nella prigione di Tora, al Cairo, all'età di 24 anni senza aver  visto dall'Egitto la garanzia di un solo diritto umano. Shady aveva uno sguardo profondo e un sorriso intelligente nei confronti della vita e soprattutto nei confronti di un mondo  che doveva molto di più ai suoi giovani figli egiziani.

Dopo quasi 800 giorni di prigione l'artista, fotografo e regista di video musicali Shady Habash muore nella prigione di Tora, al Cairo, il 2 maggio 2020, per problemi di salute non ancora specificati.
Shady Habash è stato imprigionato dal marzo 2018, a causa della regia del video musicale per la canzone dell'artista egiziano Ramy Essam Balaha. Shady non aveva nulla a che fare con il contenuto della canzone. Come fotografo e regista riconosciuto, Shady ha lavorato costantemente a progetti mediorientali e Balaha era solo uno dei molti video musicali che Shady ha diretto nella sua carriera.
Le accuse contro Shady Habash includevano l'essere membri di un gruppo terroristico, diffondere false notizie, abusi delle reti di social media, blasfemia, disprezzo della religione e insulti ai militari. Non è mai stato emesso un verdetto.
Franco Maria Fontana's tweet - "Crimini contro l'umanità Egitto ...
L'ultima toccante lettera di Shady

La prigione non uccide, la solitudine lo fa.Ho bisogno del tuo sostegno per non morire.
Negli ultimi due anni ho cercato di resistere da solo a tutto ciò che mi accadeva, in modo da poter uscire di prigione la stessa persona che hai sempre conosciuto, ma non posso andare avanti.
Resistenza in prigione significa resistere a te stesso - proteggere te stesso e la tua umanità dall'impatto di ciò che vedi e vivi ogni giorno. Significa impedirti di perdere la testa o di morire lentamente, perché sei stato gettato in una stanza due anni fa, dimenticato, senza sapere quando o come uscirai.
Quindi sono ancora in prigione. Ogni 45 giorni vado davanti a un giudice che mi concede altri 45 giorni in prigione, senza nemmeno guardarmi né i documenti del caso in cui tutti gli altri sono stati rilasciati 6 mesi fa. Comunque, la mia prossima apparizione in tribunale sarà martedì 19 novembre.
Ho bisogno del tuo sostegno e ho bisogno che tu ricordi loro che sono ancora in prigione e che mi hanno dimenticato - e che sto morendo lentamente perché so che sono da solo di fronte a tutto. So che molti amici che mi amano hanno paura di scrivere su di me, pensando che sarò rilasciato comunque senza il loro supporto.
Ho bisogno di te e ho bisogno del tuo supporto più che mai.
- Shady Habash, 26 ottobre 2019

Egitto, nel carcere di Zaky muore un regista: Shady Habash era in ...
Caso giudiziario 480: fine per decesso. Shady Habash è rimasto un numero, anche da morto. Il resto delle comunicazioni su quanto accaduto l’altra notte dentro la prigione di Tora, al Cairo, dove il 22enne ha perso la vita dopo essere rimasto in carcere oltre due anni per un videoclip satirico contro il presidente Abdel Fattah al-Sisi, sono ridotte al minimo: “Signora, suo figlio è morto poco fa in cella, può venire a riprendersi la salma“, si è sentita dire da un funzionario della prigione più temuta d’Egitto la madre del giovane regista.

Egitto, muore in prigione per videoclip contro al-Sisi: il regista Shady Habash è l’ultima vittima del carcere dove si trova Patrick Zaki

E così la donna ha fatto, recuperando i resti del figlio e procedendo all’immediata sepoltura nella tomba di famiglia, in un cimitero alla periferia est della capitale. Sulle cause della morte di Shady Habash le nuvole si stanno diradando. Già ieri l’ipotesi dell’incuria da parte del personale carcerario di Tora aveva iniziato a emergere, ora i suoi ultimi giorni di vita sono stati praticamente ricostruiti: “Da tre giorni Shady stava male, una volta è finito in infermeria, ma invece di curarlo e trasferirlo in un ospedale fuori dal carcere lo hanno risbattuto in cella”, spiega l’avvocato della famiglia, Ahmed el-Khawaja. Che poi aggiunge: “Sulle cause esatte di quel malessere stiamo ricostruendo quanto accaduto”.
Il legale della famiglia di Habash preferisce tenere un profilo basso, eppure la dinamica appare nitida. Circa tre giorni prima, a seguito di uno degli ormai ripetuti attacchi depressivi provocati dalla forzata detenzione, Habash avrebbe ingerito del detersivo o un liquido corrosivo, qualcuno parla anche di alcol medicale. Un atto dimostrativo più che un tentato suicidio. Ma nonostante le lesioni riportate a seguito dell’ingestione, le autorità carcerarie non hanno ritenuto necessario il ricovero presso una struttura ospedaliera vera e propria. Habash è stato portato nell’infermeria della prigione, visitato e poi rispedito in cella dove l’altra notte è deceduto.
C’è poi un dettaglio procedurale fondamentale dietro la morte del ragazzo: Shady Habash non doveva essere in carcere. La procura, stando alla legge egiziana, avrebbe dovuto rilasciarlo il 1 marzo scorso per scadenza dei termini della detenzione preventiva, ossia due anni. Non essendo mai stato processato, Habash doveva essere fuori da Tora da oltre due mesi e invece è stato lasciato morire in cella.
Una prassi assurda quella della giustizia egiziana: udienze ripetutamente fissate e poi rimandate di 15 giorni nella prima fase e di 45 nella seconda. Il caso lasciato correre così, secondo una strategia il cui effetto è quello di logorare il detenuto e i suoi cari. È successo ad Habash e ad altre centinaia di detenuti, specie agli oppositori politici, membri della Fratellanza Musulmana e non, come il fotogiornalista Shawkan, oppure come Patrick Zaki, ancora in una fase embrionale del suo incubo. Zaki, anch’egli rinchiuso a Tora, sezione II ‘Scorpion’, è stato arrestato tre mesi fa e da quando è stato trasferito dalla prigione di Mansoura, a fine febbraio, continua a vedere la discussione del suo caso sempre rimandata di 15 giorni.
Shady Habash è stato arrestato nel marzo del 2018, in piena campagna elettorale per le presidenziali-farsa vinte dal presidente uscente, Abdel Fattah al-Sisi. Al regime non era piaciuto il videoclip della canzone Balaha (“dattero”, termine dispregiativo in arabo, diventato il nomignolo del presidente) cantata da Ramy Essam, uno dei cantori della Rivoluzione di piazza Tahrir nel 2011, oppositore del regime scappato in Svezia nel 2014. A girare quel video era stato proprio Habash, per questo arrestato e finito in prigione con le accuse, tra le tante, di essersi unito ad un gruppo terroristico, diffusione di notizie false e insulto ai militari.
La morte di Habash ha suscitato una vasta eco in Egitto: “Un altro campanello d’allarme per la giustizia e la libertà nel Paese, la conferma di una situazione sempre più critica” è il commento di Mohamed Lotfy, vicepresidente di Ecrf, l’organizzazione che dall’inizio del 2016 segue, tra gli altri, il caso della morte di Giulio Regeni per conto della sua famiglia. “Che siano maledetti il ministero dell’Interno e della Giustizia che ignorano gli appelli dei prigionieri”, attacca Mona Seif, attivista antiregime con il fratello Alaa rinchiuso a Tora e in sciopero della fame da alcune settimane. Infine Khaled Ali, noto avvocato del Cairo e politico che nel 2018 ha ritirato la sua candidatura alle presidenziali: “A meno che su di lui non penda una condanna a morte, dopo due anni senza processo il detenuto va rilasciato. Per Habash questo non è accaduto”.
Proteggi te stesso e la tua umanità”. Una preghiera per Shady ...

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