Carmen Castiello racconta : "L’OPALESCENTE MALINCONIA E LA DELICATA ARMONIA DI PIETROBURGO​" maggio 8, 2020 \\

T’amo o creazione di Pietro, amo il tuo aspetto severo e armonioso,

il corso regale della Neva, il granito delle tue sponde,

il ricamo metallico delle tue cancellate, il trasparente crepuscolo,

lo splendore senza luna delle tue notti pensose...”

(Aleksandr Sergeevič Puškin)

 

Ciò che spinge a viaggiare non sempre è solo il desiderio di muoversi e conoscere nuovi mondi e culture. Talvolta viaggiare è metafora stessa del divenire e l’inizio di un viaggio coincide con l’inizio di un percorso dal significato molto profondo. Questo viaggio inizia il 22 agosto 1991, giorno in cui ebbi  la straordinaria possibilità, insieme ad altre colleghe italiane, di recarmi alla volta di San Pietroburgo (allora Leningrado), a tre giorni di distanza ​ dal tentativo di colpo di stato sovietico. Scopo del viaggio era un corso di danza presso la celebre Accademia Vaganova, tempio del Balletto Classico. ​

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Fondata il 4 maggio 1738 a San Pietroburgo con decreto dell’imperatrice Anna Ivanovna, l’Accademia fu la prima scuola russa di danza teatrale conosciuta come la Scuola del Teatro Imperiale dove si sono formati i più grandi ballerini di tutti i tempi, da Anna Pavlova a Rudol’f Nureev, da Natal’ja Makarova a Michail Baryšnikov, da Faruch Ruzimatov a Ul’jana Lopatkina, Diana Višneva, Igor Zelenskij, Svetlana Jur’evna Zacharova, Andrian Fadeev e,fra le ultime stelle nascenti, Alina Somova, Viktorija Terëškina e Olesja Novikova.

Partite da Milano con un volo della compagnia sovietica,dopo un viaggio turbolento, atterrammo a Pietroburgo,dove fummo accolte da un danzatore dell’Accademia con dei bellissimi garofani rossi, il fiore degli déi, simbolo di ammirazione molto cari ai russi. 

 

Pietroburgo è una città originale che non somiglia a nessun’altra. Venne eretta in modo insolito, tutta in una volta, quasi fosse un giardino fiorito per magia. Lo Zar Pietro I il Grande non fece altro che dare l’ordine ed essa, come d’incanto, si affacciò sulle acque superba come una Dea. All’epoca fu emanato un decreto imperiale speciale secondo cui l’altezza degli edifici non doveva superare la larghezza delle strade. Il risultato è stato un amabile senso delle proporzioni.

 

Le strade periferiche apparvero grigie e desolate ,ma appena giunte nel cuore della città, lo splendore pietroburghese si dispiegò ai nostri occhi in tutta la sua magnificenza, con la stessa potenza della musica di​ Čajkovskij, che di quello spirito riflette perfettamente l’architettura e lo spirito italiano ed insieme mozartiano. Dopo aver attraversato un ponte sulla Neva,giungemmo infine all’Accademia: un’elegante e maestosa struttura inondata di luce che proveniva dalle ampie sale di danza dalle pareti color pastello che portavano i nomi dei grandi maestri e danzatori della loro tradizione.  

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Un profumo di legno e di antico inebriava le lunghe giornate trascorse a studiare la tecnica Vaganova, elaborata ​tra il 1917 e gli anni ‘50.  L’analisi e la decomposizione dei passi tradizionali del Balletto Classico erano la principale caratteristica di questo stile che giunse ad un​ risultato importante: un armonioso lavoro su tutte le parti del corpo ed un approccio cosciente e di continuo autocontrollo del danzatore. 

 

Le ore trascorse in quel tempio sacro svelarono d’un tratto il significato profondo di quel viaggio, cambiando radicalmente il modo di intendere la danza. Il lavoro era impressionante e, nonostante il rigore, sfociava ​ in un intenso abbandono artistico. I ragazzi dell’Accademia avevano molto rispetto per le artiste italiane e quando ci incrociavano  nei dormitori, si inchinavano e donavano cioccolato dell’esercito e foto con i loro familiari.

 

A fine giornata eravamo ospiti sempre gradite dello splendido Teatro Mariinskij, regno dell’Arte in cui le più importanti opere musicali e i grandi balletti russi hanno visto il proprio debutto. Quando l’Orchestra iniziava a suonare le note dei grandi balletti di​ Čajkovskij l’effetto era l’immersione in un limbo di emozioni. La musica, il palcoscenico, il fatto stesso di essere lì, tutto aveva il sapore di un sogno delicato e al tempo stesso di un’intensità inesprimibile.


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Il pubblico, numeroso tutte le sere, era motivato ed appassionato, in grado di comprendere il virtuosismo dei danzatori e la grandiosità delle opere rappresentate. Allo spettacolo seguivano poi le passeggiate notturne sulla solitaria​ Prospettiva Nevskij o l’ascolto delle poesie di Puškin in intimi locali dove servivano panetti caldi e vodka. 

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Dopo tanti anni, il riaffiorare di questi ricordi lascia una scia di dolci memorie e riflessioni che illuminano. Il fascino di una città come Pietroburgo può costituire la presa di coscienza di una bellezza artistica, una dimensione spirituale intesa come capacità di innovazione, consapevolezza, responsabilità, una bellezza che tocca tutte le dimensioni del nostro essere.Il senso del viaggio, come il senso della vita stessa, risiedeforse proprio in questo, nella ricerca della bellezza che solo può nutrire l’anima.

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