Intervista a Claudia Valenti: "Penso che saper sorridere di ciò che accade sia una grande qualità, che aiuta ad affrontare meglio la vita" maggio 18, 2020 \\

Claudia ci racconti di Lei, chi è Claudia Valenti come persona?
Ho 27 anni, vivo a Roma e mi piace scrivere. Amo camminare, in montagna, e correre, in città, per imparare a gestire le mie energie; amo cucinare, soprattutto biscotti, crostate e lievitati; amo fotografare, specialmente le persone. Sono curiosa e dinamica, per questo le mie giornate sono sempre movimentate e spesso affollate. Mi piace condividere i miei pensieri con gli altri, soprattutto ultimamente sono diventata una gran chiacchierona.

Descriva il suo giorno lavorativo perfetto….
Mi sveglierei la mattina e uscirei presto di casa per andare a fare interviste: mi piacerebbe visitare ogni giorno un posto nuovo, ascoltare persone sconosciute, assistere ad eventi particolari. Poi, nel pomeriggio, mi raccoglierei nel mio studio per riflettere e scrivere su quanto ho appreso. Passerei quindi la metà della mia giornata a stretto contatto con le persone, ad arricchirmi e imparare cose nuove, e l’altra metà da sola, a pensarci su, seguendo un ritmo tutto mio.

Come nasce la sua passione per la scrittura?
Per me scrivere è sempre stato il modo più facile per esprimermi. Quando scrivo, i miei pensieri vengono fuori più chiari e comprensibili di quando parlo e, attraverso la scrittura, riesco sempre a comunicare quello che voglio, senza fraintendimenti né ritrosie. Fin da piccola sono stata così. Ricordo che i miei primi testi erano delle semplici cronache della mia giornata: tengo un diario da quando ho sei anni. Poi alle cronache si sono aggiunte delle riflessioni e, qualche anno più tardi, delle invenzioni, che mi hanno portato alla stesura dei primi racconti. Ho iniziato a scrivere, quindi, per comprendere meglio le mie giornate e tenerne il ricordo. Ho proseguito con un obiettivo in più, quello di esprimere attraverso la scrittura le mie opinioni su ciò che mi stava più a cuore.
Poi chissà, alla nascita di questa mia passione avrà contribuito anche mio nonno, Paolo Valenti, che era giornalista e scrittore: non sarà riuscito a trasmettere la professione ai figli, ma magari ha lasciato davvero qualcosa nei nipoti.

Invece il suo lavoro da giornalista come nasce...
Mentre preparavo la tesi di laurea magistrale, mi sono ritrovata a fare ricerca nella biblioteca della Fondazione Lelio Basso, a Roma. Un luogo molto stimolante, che per me si sarebbe rivelato davvero prezioso. Un giorno, girando fra i tavoli della Fondazione, ho trovato un volantino che parlava della loro scuola di giornalismo, che si sarebbe avviata da lì a qualche mese. In quel periodo non avevo ancora una visione ben definita del mio futuro: desideravo fare la giornalista, ma d’altra parte ero attratta dal mondo della didattica e dello studio. Presi quel volantino e lo portai a casa, ripromettendomi di pensarci. Poi, dopo la laurea, desiderosa di intraprendere un’esperienza nuova, decisi di iscrivermi. E fu la scelta giusta. Quell’anno imparai tantissime cose, che non avevano a che fare solo con la tecnica giornalistica: fu grazie alla scuola che inizia ad interessarmi, ad esempio, alla tutela dei diritti umani. La Fondazione infatti è un centro di formazione e ricerca, ma è anche sede dell’Osservatorio sul rispetto dei diritti fondamentali in Europa e del Tribunale Permanente dei Popoli. Prepara quindi i suoi studenti alla professione giornalistica, ma punta soprattutto a coinvolgerli nei temi e nei valori di cui si fa promotrice. Uscita da lì, avevo una gran voglia di scrivere. Ero convinta che un buon testo avrebbe potuto fare la differenza in certe situazioni. Volevo contribuire, anche un minimo, al miglioramento della nostra società attraverso la mia scrittura.


Lei si è poi avvicinata sempre di più alla forma del reportage sociale, si è quindi cimentata in articoli di approfondimento sociale, quali temi ha trattato?
Ho realizzato uno dei miei primi lavori proprio mentre stavo finendo la scuola di giornalismo. Insieme a due amiche e colleghe della Fondazione, abbiamo realizzato un’inchiesta sulla cura del comportamento dei disturbi alimentari in Italia. Abbiamo affrontato sia le questioni psico-sociali che ruotano intorno a queste patologie, sia quelle relative all’organizzazione della sanità italiana e alla distribuzione delle sue risorse, spesso disarmonica in base alle regioni. In seguito, mi sono interessata al tema del celibato nella Chiesa cattolica e ho portato a termine un reportage sui preti estromessi e abbandonati dalla Chiesa, perché innamorati non solo di Dio. Ho scoperto che nel nostro paese esiste una grande comunità di preti sposati, a cui andrebbe data la giusta voce.

Se potesse svegliarsi domani con una nuova dote, quale sceglierebbe?
Mi piacerebbe essere più paziente, perché ammetto di non saper proprio aspettare. Attendere qualcuno o qualcosa mi mette in difficoltà e mi innervosisce. Quando agisco, vorrei subito vederne i risultati. Ma non è così, razionalmente so che non è sempre possibile. So che ci sono alcune cose che vanno coltivate con calma, che non danno risultati immediati, che hanno bisogno di tempo per avverarsi. Ma io non resisto e mi aggiro comunque impaziente e ansiosa, finché non le vedo realizzarsi.

Che cosa vuol dire per Lei scrivere racconti.
Scrivere un racconto mi permette di riorganizzare le idee. Alcune volte mi capita di affrontare una situazione che comprendo poco, o di vedere qualcosa che mi colpisce particolarmente e su cui vorrei tornare a riflettere. Così provo a scriverla, per chiarirmela. Scelgo alcuni elementi della realtà che mi trovo di fronte e li fisso su carta. Cerco di capire quale messaggio mi trasmettono e lo raccolgo. Spesso, nel chiarirmi le idee in questo modo, mi rendo conto di aver creato delle storie che potrebbero risultare interessanti anche ad altri e piacevoli da leggere. Allora mi viene voglia di condividerle ed è a quel punto do vita ai miei racconti: riprendo in mano il testo e lo rielaboro, aggiustando alcune cose, amplificandone delle altre. Finché non mi sembra che il messaggio sia forte e chiaro, pronto a colpire chi lo leggerà.

Ci parli del suo ultimo racconto.
Il mio ultimo racconto s’intitola “Pressioni”. Parla della fine di un amore molto intenso, viscerale, fra due ragazzi che diventano adulti insieme, ma che a un certo punto scelgono di separarsi. È un testo che ho scritto più di un anno fa e che ha dell’autobiografico. Una mattina mi sono seduta alla scrivania e l’ho scritto di getto, per cercare di sentirmi meglio. Le parole sono fluite in maniera spontanea, una dietro l’altra. Ho visto il testo prendere forma sulla pagina senza alcun intoppo, perché evidentemente era già ben costruito nella mia testa, ma io non me ne ero ancora accorta. Non ho modificato quasi nulla di quella versione originale. Quando l’ho pubblicato, moltissime persone mi hanno contattato per comunicarmi la loro commozione. Sapere di aver suscitato emozioni in qualcun altro solo attraverso l’uso della parola scritta, mi ha reso felicissima e orgogliosa.
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Cambierebbe qualcosa nel mondo della comunicazione in cui si sta formando?
Mi piacerebbe se la comunicazione potesse tornare ad essere più lenta. Oggi si richiede al mondo dell’informazione un’estrema rapidità. Ma rapido, a mio parere, è il contrario di approfondito. Ciò che è rapido è superficiale, parziale, di passaggio, ben presto sostituito dall’arrivo di qualcos’altro e dimenticato. Una comunicazione che arriva lentamente, invece, ha modo di essere analizzata con più calma, assimilata al punto giusto da far scaturire idee, domande, riflessioni. Molti sostengono che in questo momento non si possano proporre prodotti giornalistici o editoriali lunghi: il mercato li respingerebbe, perché nessuno vorrebbe leggerli. Ma io non credo che sia esattamente così. Ci sono ancora tante persone che amano leggere i testi fino in fondo, se questi sono interessanti. Non possiamo mica deluderli.

In Italia viene fatto un buon giornalismo?
Sì, a mio parere ci sono ottimi esempi di giornalismo. Solo che spesso vengono offuscati da un tipo di giornalismo diverso, purtroppo più in voga, che ha poco a che fare con la qualità dei contenuti e che punta invece a dare una notizia a tutti i costi. Questo genere di giornalismo vuole apparire e creare scalpore, accetta quindi di comunicare anche in modo scorretto, dimenticando l’enorme responsabilità sociale che hanno i sistemi d’informazione.
Inoltre, benché esistano ottimi giornalisti, il mondo della comunicazione attuale non lascia loro una completa libertà di espressione: può con difficoltà definirsi indipendente. Si trova infatti nelle mani di pochi grandi editori, che dettano le linee editoriali da seguire e danno direttive che rispondono a logiche di convenienza e profitto, senza ascoltare le reali necessità sociali. Ecco perché spesso alcuni temi, che potrebbero essere benissimo ignorati, diventano prioritari e arrivano alle orecchie di tutta la società in maniera ingiustificata; mentre altri, che invece sono importantissimi, vengono trascurati e ed ignorati dalla maggior parte delle persone, solo perché gli editori hanno deciso che per loro non era conveniente trattarli.

C’è spazio in Italia per giovani autori, giornalisti, sceneggiatori e scrittori?
Lo spazio ci sarebbe, la mia impressione è che non ci venga concesso davvero. C’è ancora all’opera una vecchia generazione di autori, giornalisti, sceneggiatori e scrittori, che sembrano gelosi di ciò che hanno imparato ed ottenuto e non intendono insegnarlo né condividerlo con chi sta arrivando dopo di loro. Il mondo del lavoro giovanile italiano sta vivendo un momento drammatico dal punto di vista dell’inserimento professionale: i ragazzi fanno fatica ad avviarsi alla professione, perché le aziende e le organizzazioni non li accolgono davvero. Li formano, li fanno lavorare pagandoli poco e poi li mandano via, senza mai attivare loro un contratto di lavoro vero e a lungo termine. Il settore culturale ed intellettuale, in cui si muovono gli autori, i giornalisti, gli sceneggiatori e gli scrittori, è uno di quelli più colpiti da questa situazione. I giovani aspiranti non riescono quasi mai a farsi pagare per il lavoro che svolgono e arrivano alla soglia dei trent’anni senza aver mai ricevuto uno stipendio, con tutte le conseguenze che questo comporta. Credo che in questo sistema, quindi, ci sia qualcosa che proprio non vada. Ci sarebbe molto da cambiare.
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Il rapporto con la sua città natale.
Provo dei sentimenti contrastanti verso Roma. A volte la amo, perché è un luogo meraviglioso. Le sue strade imponenti, i suoi vicoli nascosti, le botteghe, i parchi, il Tevere. Offre moltissimo a chi vuole viverla davvero. Anche da un punto di vista culturale, volendo, non ci si annoia mai. Altre volte invece vorrei che fosse una città completamente diversa da come è oggi. Mi piacerebbe vederla più pulita, più ordinata. Senza traffico, magari, con dei mezzi pubblici degni della sua estensione e con un’attenzione maggiore alle periferie.
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Che cosa è troppo serio per scherzarci su?
Nulla è troppo serio per scherzarci su. Penso che saper sorridere di ciò che accade sia una grande qualità, che aiuta ad affrontare meglio la vita. Ancor più importante poi è saper ridere di sé stessi, essere autoironici.

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I suoi prossimi impegni?
Durante i giorni di reclusione a casa, ho portato avanti un nuovo progetto di scrittura. Si tratta di un testo a quattro mani, scritto con la mia amica e collega giornalista, Eleonora Savona. È un carteggio, partito casualmente il 9 di marzo, che ha continuato ad accompagnare le nostre giornate fino alla fine del lock down. Il testo mescola narrativa a reportage giornalistico e parte dalla strana vita ai tempi del Coronavirus, seguendone tutto lo sviluppo attraverso i giornali, per poi raccontare tutt'altro e lasciarsi andare a riflessioni sull’esistenza e sulle esperienze tipiche della nostra generazione. Già stiamo provvedendo a fare un piccolo editing di quanto abbiamo scritto. Speriamo di riuscire a trasformare questo progetto in una pubblicazione vera e propria.


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