IL REGISTA STEFANO TAMMARO: "Mi piace raccontare storie di provincia, di periferia, di persone dimenticate che però hanno ancora qualcosa da raccontare .." maggio 20, 2020 \\

Stefano ci racconti di Lei, chi è Stefano Tammaro come persona?
Raccontare una qualsiasi persona in poche righe è un’impresa ardua per chiunque. Sono tante le sfaccettature e le particolarità che rendono ognuno di noi diverso dall’altro e in generale preferisco far parlare i miei lavori e chi mi ha conosciuto, cogliendo ciascuno una mia peculiarità, piuttosto che fare un elenco dei miei pregi e difetti.
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 Descriva il suo giorno lavorativo perfetto….
Chi lavora nel cinema sa che non esiste il giorno perfetto. Sono tanti gli imprevisti e le complicazioni che possono accadere su un set e seppure dovesse andare tutto bene, difficilmente si percepisce la sensazione di perfezione. Magari si sarebbe voluta girare un'altra inquadratura o non si era convinti su una determinata battuta. C’è sempre quella voglia di fare di più e farlo meglio.
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Come nasce la sua passione per la regia cinematografica?
Ho amato da sempre il cinema ma la scelta di intraprendere la strada della regia nasce dall’esigenza di raccontare storie, vere o verosimili, che magari in pochi conoscono e che per qualche motivo mi hanno affascinato particolarmente. Mi piace raccontare storie di provincia, di periferia, di persone dimenticate che però hanno ancora qualcosa da raccontare e nel loro piccolo essere d’ispirazione per tanti.
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Nello specifico a chi è più grato per la sua passione artistica?
Alla mia famiglia, che mi ha sempre appoggiato e incoraggiato, senza la quale la mia sarebbe rimasta solo una passione.

Quali sono i registi dai quali si sente maggiormente influenzato o da cui trae ispirazione?
Il neorealismo italiano è un genere che sento molto vicino a me. Come i grandi maestri De Sica, Rossellini e Visconti mi piacerebbe raccontare le classi più povere e disagiate eppure ricche di grande dignità e forza d’animo.

Se potessi svegliarsi domani con una nuova dote, quale sceglierebbe?
La calma. Spesso avrei bisogno di “respirare e contare fino a dieci”


Che cosa vuol dire per Lei girare un buon corto ?
Significa emozionare lo spettatore e immergerlo in questa nuova realtà avendo pochissimi minuti a disposizione. Ma girare un buon corto significa anche creare un bel rapporto e un lavoro di squadra con tutti gli artisti e tecnici durante i giorni di set. Quando succede questi rapporti continuano anche fuori dall’ ambito lavorativo.

Cambierebbe qualcosa nel mondo del cinema in cui si è formato?
Spesso in Italia ci soffermiamo troppo sulla teoria dimenticando che il cinema è essenzialmente un mestiere e il miglior modo per imparare è sul campo.


Che messaggio trasmette oggi il mondo del cinema?
Il cinema come ogni arte è figlia del proprio tempo e del proprio pubblico. Tuttavia dopo anni in cui a dominare nelle sale erano commedie spesso banali e volgari, mi sembra sia tornato nel pubblico e quindi nei registi e produttori, l’interesse verso storie ricche di significato, che possano far riflettere ed emozionare.  

C’è spazio in Italia per giovani autori e registi come lei?
A prescindere dal cinema, ritengo che questo sia un problema che riguarda ogni attività. In Italia è molto difficile trovare qualcuno che creda davvero nei giovani e nelle loro idee. Si tende a investire più su progetti sicuri piuttosto che su quelli più ambiziosi.

 Il rapporto con la sua città Natale.
Sono orgogliosamente lucano. Orgoglioso di essere cresciuto in un luogo (quasi) incontaminato, dove le persone sono ancora genuine ed ospitali. Una terra dove i valori e i rapporti tra le persone hanno radici ben salde. E’ per questo forte legame con la mia regione che ho deciso di girare il mio primo cortometraggio proprio in Basilicata, precisamente a Rivello. Ma devo tanto ad ogni città che mi ha ospitato, che sia per qualche giorno o per anni. Credo sia questo lo scopo del viaggio: conoscere e apprendere senza mai dimenticare le proprie radici.


 Che cosa è troppo serio per scherzarci su?
Nulla. L’ ironia è una libertà inviolabile, che aiuta a confrontarci anche con noi stessi delle volte. Bisogna saperlo fare però con educazione e sensibilità, senza mai scadere nella volgarità.

Il lavoro al tempo del “coronavirus” come stanno rispondendo gli artisti a questa emergenza virale ed umanitaria che ha colpito tutta l’Italia e il mondo intero e che ha messo in crisi l'intero sistema artistico.
Insieme agli altri organizzatori del festival “Visioni Verticali” di Potenza abbiamo deciso di lanciare l’iniziativa Corti a Casa, dando ai registi di tutto il mondo la possibilità di pubblicare sul nostro sito i loro cortometraggi, per tutta la durata della quarantena. La risposta è stata molto positiva e ci sono pervenuti tantissimi cortometraggi, dimostrando ancora una volta quanto il mondo dell’ arte sappia reinventarsi per meravigliare e sorprendere il suo pubblico.

E' soddisfatto dei vincitori del premio il David di  Donatello.
Avrei premiato ulteriormente “Il primo re”, un film che ritengo coraggioso e simbolo di un nuovo cinema italiano con grandi e rinnovate ambizioni.

Di cosa parla il suo ultimo lavoro.
“Marinai di foresta” ha rappresentato per me l’opportunità di raccontare un fatto storico realmente accaduto da un punto di vista che non è quello del personaggio famoso, bensì dell’anti eroe, il bandito.  Il contesto narrativo è il rapimento di Fabrizio de André e sua moglie in Sardegna nel 1979. Rilasciato dopo tre mesi di sequestro, il cantautore dichiarò: “Fondamentalmente i veri prigionieri continuano a essere i sequestratori, non noi. Tant’è vero che noi siamo usciti e loro stanno ancora lì. E se mai dovessero uscire lo faranno per prendersi una pallottola”. C’è questa circostanza storica e questa dichiarazione alla base del progetto “Marinai di foresta”, che come fosse una canzone del celebre cantautore italiano, s’interessa al rapporto sequestrato-sequestratore approfondendo la condizione di quest’ultimo, prigioniero anch’esso ma della sua stessa realtà. E se per l’ostaggio, il periodo di prigionia è comunque limitato e destinato a finire in seguito al pagamento del riscatto, per il bandito, una volta che ha intrapreso il percorso criminale, questa condizione è eterna e sarà veramente libero solo nel momento della morte. Ho provato a raccontare con le immagini questa storia, rispettando l’etica del grande autore genovese, che nelle sue canzoni ci ha parlato delle vicende dei poveri, degli ultimi, del mondo della grande provincia italiana.
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I suoi prossimi impegni?
Sto girando insieme al mio collega Edoardo Bellino “La fortuna non esiste”, un documentario a cui tengo davvero tanto perché ritengo possa essere d’esempio e d’ incoraggiamento a tanti che si trovano nella stessa situazione del nostro protagonista. Il film racconterà la vita di Carlos Clay França, attaccante del Potenza Calcio, e le sfide che ha dovuto affrontare fin da quando, giovanissimo, parti da Jaguariuna in Brasile per inseguire il suo sogno: diventare un calciatore professionista. Tuttavia a 26 anni, nel pieno della sua carriera viene diagnosticato a Carlos un tumore alla colonna vertebrale.  Lui non si arrende anzi lotta, crede e raggiunge i suoi obiettivi. E nella malattia incontra la fede in Dio. Sconfigge il tumore, e torna in campo più forte di prima. Inizia il suo giro per il Nord-Italia segnando gol a raffica e diventando il giocatore più prolifico della penisola degli ultimi anni. E’ amato ovunque sia stato, questo perché è un giocatore fuori dall’ordinario. L’opposto dello stereotipo del calciatore moderno. “La fortuna non esiste” è un racconto che attraversa due continenti e diverse città. Parla di sport, sacrificio, amore e rinascita grazie alla Fede in Dio. Una storia universale, come lo è il calcio.




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