Marina Bruno: "La musica è potente. Può dare messaggi altissimi. La tristezza è ascoltare “musica giovane” priva di contenuti." maggio 25, 2020 \\

Marina, ci racconti di Lei, chi è Marina Bruno come persona?     
M - Marina è la sesta di sette figli, prima femmina dopo cinque maschi, alla quale mamma e papà decisero di donare un’altra sorellina (e furono fortunati, perché arrivò Valentina!). La mia provenienza da una famiglia d’amore così numerosa riveste un’importanza fondamentale per la persona che sono. I miei genitori, Bernardo e Adriana, sono stati un esempio da emulare, come persone singole e come coppia, per il loro modo di stare insieme, per la loro forza unica di mandare avanti una famiglia e contemporaneamente il loro lavoro (papà primario di neonatologia, mamma maestra alle elementari). “Marina Bruno” non avrebbe MAI potuto rinunciare ad una famiglia tutta sua. Ed è per questo che il percorso artistico si è dovuto sempre confrontare con quello delle mie scelte sentimentali, che mi hanno anche donato, grazie a Dio, quattro splendidi figli. Per questo Marina è “favolosamente incasinata”! Cerca di essere una brava mamma ed una brava cantattrice, barcamenandosi tra panni da lavare e copioni da studiare, favole da leggere e compiti da ascoltare, tra dieta da seguire e manicaretti da preparare per tre adolescenti in crescita (che divorerebbero anche me!) ed una cucciolotta di tre anni che si è completamente adeguata ai nostri ritmi rock. E così Marina, che sin da piccola avrebbe voluto essere tante Marine (l’archeologa, la pediatra, la maestra…) da mamma si trasforma in cantante, affidandosi a trucco e parrucco ed al suo dono divino, con il rammarico di non riuscire mai a studiare come vorrebbe, e con il pensiero positivo di poterci riuscire il giorno dopo, potendo contare anche sull’aiuto del marito perfetto, Giuseppe Di Capua, che ha avuto la fortuna d’incontrare, del quale s’innamorò per il suo modo di essere padre, compagno nella vita e sulla scena, pianista e docente del dipartimento di jazz del Cimarosa di Avellino.
Marina Bruno presenta "Parthenoplay" - IL CIRIACO - Quotidiano on ...   
Come nasce la sua passione per la musica?                                                                                        
M - La mia passione per la musica ed il teatro nasce da bambina. Il primo ricordo, immortalato anche da una polaroid, è quello di una esecuzione della canzone di “Heidi” all’età di quattro anni alla fine di una recita scolastica degli alunni di mia madre, che mi vollero far salire sul palco truccata e con un costume di carta improvvisato con tanto di cappellino. I miei genitori, quando avevo 10 anni,  mi iscrissero ad una scuola di recitazione, dizione e danza, ”La Ribalta”, di Marianna De Martino, allieva di Zietta Liù. Alle medie, grazie ad un team di professori appassionati di teatro, entrai in contatto con il mondo di Raffaele Viviani, cantai per la prima volta, a 13 anni, Bambenella, Canzone ‘e sotto ‘o carcere, ‘A Rumba d’e scugnizzi…. Canzoni che mi sono rimaste sotto la pelle, per le emozioni capaci di provocare, anche ad una ragazzina giovanissima che a stento sapeva parlare napoletano, e che rimase folgorata da un mondo che non conosceva ancora, nonostante fosse nata a Castellammare di Stabia, città che diede i natali a Viviani, proprio nel centro storico sul quale la mia casa si affacciava. Di lì tutti capirono che la mia voce andava “coltivata”; io per prima sentivo il desiderio di fare qualcosa per essa, di studiare per poterla gestire tecnicamente. Le mie lezioni di canto cominciarono allora per non finire mai più.

 Nello specifico a chi è più grato per la sua passione artistica?     
M - In primis ai miei genitori, che non l’hanno mai ostacolata, dandomi supporto anche accompagnandomi in ogni dove per lezioni di canto o provini. Proprio mio padre mi fece conoscere il dottor Ciro Madonna, commediografo, drammaturgo e regista stabiese, con il quale ebbi anche la mia prima esperienza discografica, incidendo una sua ninna nanna nella sala d’incisione di Fausto Mesolella a Santa Maria Capua Vetere, vinile che custodisco gelosamente… avevo 14 anni ed ero terribilmente raffreddata! Devo poi molto ad un altra “insegnante/guida”, del liceo questa volta, Camilla Scala, che non era una delle mie professoresse, ma “LA” professoressa che si dedicava al gruppo teatrale. Camilla mi ha coinvolto in spettacoli meravigliosi che hanno vinto premi a livello nazionale, fummo battezzati i pulcini dell’ETI. Lei mi portò a fare un’audizione da Roberto De Simone, facendomi conoscere un altro meraviglioso mondo, quello di un genio della composizione, del teatro, della storia, un pozzo di sapienza infinito, ricco di affascinanti conoscenze etnomusicologiche, dal quale ho attinto e continuerò ad attingere con gratitudine e meraviglia.

Quali sono i personaggi artistici dai quali si sente maggiormente influenzata o da cui trae ispirazione?                                                                                                                                       
M - Chiaramente sono sempre stata attratta dalle grandi voci. Da ragazza il mio sguardo si rivolgeva sempre dapprima alla musica straniera; ho trascorso molte sere della mia adolescenza a cantare a letto con la copertina interna che conteneva tutti i testi delle canzoni del vinile di Whitney Houston (quello di I Wanna dance with somebody!), che di nascosto prendevo in prestito dalla collezione di dischi di mio fratello Marcello, grande appassionato di musica e di alta fedeltà. Solo più tardi ho cominciato ad amare profondamente Mina e le grandi voci italiane. Adoro Tosca, che trovo straordinaria come forza scenica e passionalità, viscerale ed elegante. Ammiro tutti i giovani performer che con costanza e perseveranza costruiscono il loro percorso artistico. Il mio desiderio di essere “più Marine” ritorna anche qui, adoro e mi ispiro a Liza Minelli (New York, New York è stato un mio cavallo di battaglia) come a Dulce Pontes, passo da Bjork ad Elisa, da Stevie Wonder a Joe Barbieri. Nel 2017 ho conosciuto Vinicio Capossela dopo un suo intervento in conservatorio ad Avellino, mi avvicinai per complimentarmi e salutarlo con i miei ragazzi, suoi fans; gli chiesi con curiosità se avesse mai conosciuto il Maestro Roberto De Simone, il suo recente lavoro discografico Canzoni della cupa stuzzicò tale curiosità, per la ricerca e la valorizzazione della cultura del territorio irpino che lo caratterizza. Vinicio non aveva mai incontrato De Simone, mi proposi di accompagnarlo a casa sua per farglielo conoscere, ne fu entusiasta. L’incontro avvenne, alla presenza della mia piccola Valérie che aveva solo un mese di vita e che allattai godendomi la partecipazione privilegiata a questo caffè letterario. Fu naturale per Vinicio chiedermi di partecipare al suo concerto “In-Sanità”  per lo Sky Arte Festival, girato a Napoli nella Basilica di Santa Maria della Sanità. Da allora ho desiderato approfondire la conoscenza della sua produzione artistica, traendone grande ispirazione.

Se potesse svegliarsi domani con una nuova dote, quale sceglierebbe?         
M - Mi piacerebbe poter andare avanti e indietro nel tempo con i miei figli, un pò come in “Ritorno al futuro”, per rivivere certi momenti della nostra vita, o per viverne altri storici del passato. Poter vivere nel corpo di un’altra persona, sempre ispirandomi a certi film, per vedere con altri occhi, per sentire cosa si prova da un’altra “parte”. Se poi parliamo di cose possibili, vorrei imparare a non perdere MAI la calma.

 Che cosa vuol dire per Lei fare della buona musica?                                                                  
M - Creare prima la giusta armonia ed empatia con chi divide la scena con me, scegliendo i compagni di viaggio giusti, e poi lasciarsi andare anche alle emozioni e non solo all’esecuzione tecnica perfetta.            
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Cambierebbe qualcosa nel mondo della musica  in cui si è formata?   
M - Si! Quando io ero ragazzina, in conservatorio si poteva studiare solo canto lirico, e, ahimè, allora non fui pronta per fare quella scelta, troppo distante dai miei gusti musicali (oggi ancora coltivo il sogno nel cassetto di cantare un’opera lirica!!!). Credo che il mio “non essere pronta” sia colpa di una superficialità spaventosa nei confronti della materia, inammissibile in un paese come l’Italia, patria del Belcanto, dell’Opera Lirica; la nostra tradizione musicale è riconosciuta come una delle più importanti al mondo, eppure nelle nostre scuole la musica è spesso considerata alla stregua di uno svago, un’ora libera per ripetere altre materie, tutt’al più per suonare “tuttinsiemeappasionatamente” flauti o tristi diamoniche. Certo in questi anni la situazione è migliorata, con le scuole medie ad indirizzo musicale, il liceo musicale, ma l’ideale, per me, sarebbe insegnarla fin dall’asilo, educare piccoli esseri umani, suggerendo loro tutti i generi musicali, stimolando ascolti a tutto tondo, proponendo classica, sinfonica, popolare, etnica attraverso un approccio giocoso. Per qualche anno mi sono dedicata al metodo Orff-Schulwerk, meraviglioso modo di avvicinare i piccoli alla esperienza musicale con un approccio creativo dagli incredibili risultati, sarebbe fantastico averlo in pianta stabile nelle nostre scuole dell’infanzia.

Quali sono gli spettacoli a cui si sente più legata?
 
M - Ho avuto l’onore e l’onere di cominciare il mio percorso teatrale attraverso un portone principale, a 21 anni ho debuttato con il Maestro Roberto De Simone ne “L’Opera dei Centosedici”, e, dopo due anni, il Maestro mi scelse come Cenerentola per il suo capolavoro,  “Gatta”. Dire che questo spettacolo sia stato importantissimo per me è un’ovvietà . L’imprinting che ha lasciato ad una giovane artista che ha avuto la fortuna di poter cominciare il suo percorso di professionista da uno dei livelli più alti è stato straordinario.
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Che messaggio dà oggi la musica?
 M - La musica è potente. Può dare messaggi altissimi. La tristezza è ascoltare “musica giovane” priva di contenuti, diseducativa e negativa. Chi la fa dovrebbe avere sempre la coscienza e la consapevolezza che sta usando uno strumento importante di comunicazione. Le persone fanno la differenza, anche nella musica.  La musica potrebbe salvare il mondo!!    

C’è spazio in Italia per giovani artisti talentuosi e se dovesse dare un consiglio appassionato a un aspirante  cantante musicista cosa gli direbbe?                                                                               
M - Lo spazio manca, bisogna cercarselo in maniera faticosa, a tratti è demotivante. Siamo nell’epoca dei Talent, dove tutti possono avere un’opportunità, talentuosi e non, ma spesso conta solo l’essere  “personaggio” più dell’essere bravi. Ciò nonostante ho sempre detto ai giovani di studiare e di seguire le strade più lunghe da percorrere, facendo tante esperienze per “imparare l’arte e metterla da parte” per l’occasione giusta da cercare, anche lontano da casa…
Marina Bruno canta Napoli in "Parthenoplay" - Campania - ANSA.it
Parthenoplay è il suo tributo a Napoli; di cosa si tratta e qual è il suo rapporto con la città natale?
M - Parthenoplay è, aggiungo “finalmente”, il mio tributo a Napoli, incessante fonte di ispirazione per una moltitudine di musicisti, compositori, parolieri, poeti, arrangiatori. Ho sentito la necessità di fermare nel tempo le mie versioni di capolavori senza tempo di Viviani, Bovio, Nicolardi, Denza, E.A.Mario fino a Renato Carosone e Pino Daniele, ed ho chiesto aiuto alle voci testimonianti di Erri De Luca (nel brano Io te vurria vasà), di Lorenzo Marone (in Napule è) e di Mariano Rigillo (ne ‘O surdato ‘nnamurato). Ne è venuto fuori, grazie agli arrangiamenti di Giuseppe Di Capua, che è anche il pianista del disco, una sorta di “meticciato” musicale. Come se queste canzoni immortali abbiano intrapreso un virtuale giro del mondo per “sporcarsi” delle influenze musicali più varie, dalla bossanova al dixieland, dallo swing al bolero, dal tango al latin. Per farlo ho coinvolto nell’ operazione il meglio dei musicisti campani, come Gianfranco Campagnoli, Pierpaolo Bisogno, Peppe La Pusata, Tommaso Scannapieco, Aldo Vigorito, Claudio Romano ed Alessio Busanca. Ne è venuto fuori un lavoro del quale sono orgogliosa, dal fortissimo impatto nei live, con momenti di grande delicatezza che si alternano a esplosioni di energia musicale.  Contrasti, certo, ma di bellezze, come solo a Napoli può succedere.

Che cosa è troppo serio per scherzarci su?
M - Le gravi patologie… pure per queste vorrei avere una “dote magica”, per guarire tutti. L’impotenza in alcune situazioni è straziante.
New York New York - Marina Bruno & The Fab Five - MB Concerti ...
 Il lavoro al tempo del “coronavirus”: come stanno rispondendo gli artisti  a questa emergenza virale ed umanitaria che ha colpito tutta l’Italia e il mondo intero?
M - Ognuno ha cercato di dare il proprio contributo. Personalmente, all’inizio della quarantena non avevo nessuna voglia di “performare” da casa. Poi il desiderio di entrare in contatto, seppur virtualmente, con un pubblico si è fatto sentire in maniera prepotente, e così ho accettato inviti a dirette per piccoli concerti e interviste. Ma l’umore è rimasto altalenante tra la voglia di fare e la tristezza di poterlo fare solo in un certo modo, e quindi di non volerlo fare… C’è stato però un bello spiraglio di luce, aria, ossigeno, arte e bellezza dal vivo il 9 maggio. Sono stata scritturata dal comune di Napoli per il Maggio dei monumenti 2020, insieme ad Ernesto Lama, Francesco Rivieccio e Giuseppe Di Capua. Abbiamo girato, con tutte le misure di sicurezza di questo periodo, tre puntate dedicate alla figura di Giordano Bruno nello splendido Museo di San Martino a Napoli. La prima è stata trasmessa il 12 maggio, sulla pagina Facebook dell’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli; seconda e terza puntata saranno trasmesse il 17 maggio e il 21 maggio alle ore 18. La trilogia resterà visibile on demand, sempre sulla stessa pagina.

I suoi prossimi impegni?  
M - Riprendere ciò che è stato bruscamente interrotto, i concerti di “Parthenoplay” , il debutto di “Emily, Emily, Emily”, spettacolo su Emily Dickinson di C. Scala, e il prossimo capolavoro di Roberto De Simone, la “Giovanna d’Arco”, alla Reggia di Capodimonte.

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