Il regista Andrea Natale: "Il linguaggio cinematografico da sempre propone infinite chiavi interpretative, mi ha sempre affascinato il suo essere una “macchina che fabbrica sogni”." maggio 28, 2020 \\

Andrea ci racconti di Lei, chi è Andrea Natale come persona?
Non è facile rispondere a questa domanda, dovrebbe chiedere a chi mi conosce. Mi reputo una persona capace di ascoltare gli altri, amante delle novità, ostinato e tenace, e questi sono pregi ma anche difetti a seconda delle situazioni. 
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Descriva il suo giorno lavorativo perfetto….
Un giorno lavorativo perfetto... Magari! Scherzi a parte, sveglia al mattino, spostamento su un set, nessun imprevisto (nella realtà è quasi impossibile), tutti pronti in perfetto orario, si gira, ciak e... “azione”! 

Come nasce la sua passione per la regia?
Il mio amore per il cinema è nato durante la mia infanzia. Fin da piccolo, ho sempre avuto il desiderio di far parte di quel mondo così affascinante, che mi incuriosiva e appassionava. Vedevo molti film, volevo saperne sempre di più, una passione tramandata da mio nonno paterno.

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Quali sono i personaggi dai quali si sente maggiormente influenzato o da cui trae ispirazione?
Se intendiamo i personaggi fittizi, quelli dei film romani interpretati in particolare da Alberto Sordi, Nino Manfredi, Aldo Fabrizi e il primo Carlo Verdone, fanno parte di un immaginario parallelo alla mia realtà e sicuramente mi hanno influenzato, dal punto di vista narrativo ed estetico. 
Per quanto riguarda invece i personaggi reali, ci sono figure come quella del regista Christopher Nolan, a cui non credo di ispirarmi, ma lo ammiro e riesce ad incuriosirmi sempre di più. Così come David Lynch: le loro grandi capacità mi hanno influenzato in modo indiretto, spingendomi ad elaborare un mio stile, basato su una ricerca continua e una cura quasi maniacale per i dettagli.
Infine, l’artista Chiara Ferrara (Alba Kia), che oltre ad essere la mia compagna e collaboratrice, ha influenzato il mio modo di vedere il video inteso come prodotto artistico, che prende ispirazione e coniuga in esso diverse discipline artistiche.

Se potessi svegliarsi domani con una nuova dote, quale sceglierebbe?
Mi piacerebbe saper disegnare ed essere più capace di scivolare sopra alle cose, essere un po’ menefreghista in certi casi sarebbe davvero utile.

Che cosa vuol dire per Lei girare un buon corto?
Raccontare una storia originale e riuscire a sintetizzarla dando ritmo e facendo una ricerca estetica che riesca a catturare lo spettatore, senza farlo mai annoiare, ma trasportandolo in un altro mondo parallelo. Un “luogo” in cui poter dimenticare il tempo che passa e immergersi totalmente in ciò che si osserva e ascolta. 

Cambierebbe qualcosa nel mondo del cinema in cui si è formato?
Non saprei, preferisco concentrarmi sulla realtà e facendo tesoro delle esperienze passate, cercare di andare avanti stando sempre in ascolto, pronto a cogliere le opportunità e a dare sempre il meglio, senza mai dimenticare i motivi che mi hanno maggiormente spinto a fare questo mestiere: raccontare storie uniche, speciali e vivere insieme ad un team di lavoro la magia della produzione, un’esperienza fondamentale in cui si crea una sinergia importantissima e anche legami d’amicizia molto stretti, è come una seconda famiglia.

Quali sono i film a cui si sente più legato?
Mi sento molto legato a “The prestige” di C. Nolan, per la magia e il grande senso di sacrificio, oltre che per lo stile immenso della regia. Grandi capolavori come “8 e ½” di Federico Fellini, 
“il Divo” di Paolo Sorrentino, “Arancia Meccanica” di Stanley Kubrick e “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino. Sul tema del pulp, partendo da Tarantino, ho elaborato la prima tesi di laurea in Letteratura Musica e Spettacolo, “Aldo Nove”, che aveva come obiettivo quello di raccontare il fenomeno pulp nella letteratura italiana, analizzando la figura dello scrittore Aldo Nove, dimostrando il rafforzamento del legame tra cinema, letteratura e mondo dei consumi con riferimento alla televisione.
Vorrei citare infine l’ultimo film che ho avuto la possibilità di vedere prima del lockdown, “Figli”, un interessante esperimento riuscito, scritto da Mattia Torre e completato dopo la sua morte, un’opera molto importante, come il resto dei lavori di questo che reputo uno degli autori italiani più importanti degli ultimi tempi.
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Che messaggio dà oggi il mondo del cinema?
Il linguaggio cinematografico da sempre propone infinite chiavi interpretative, mi ha sempre affascinato il suo essere una “macchina che fabbrica sogni”.
Spesso anticipa desideri e sensazioni dell’umanità, ancora prima che queste siano reali.
Quello che più mi ha colpito è come la settima arte avesse preannunciato con tutta una serie di film catastrofistici in particolare negli ultimi dieci anni l’avvento di una possibile pandemia o estinzione della specie umana, del tutto repentina, mentre nella realtà in pochissimi avevano considerato la possibilità che un evento di tale portata potesse accadere veramente.   

C’è spazio in Italia per giovani registi talentuosi come Lei?
Innanzitutto La ringrazio per il complimento. Credo di sì, ci stiamo avvicinando ad un dovuto ricambio generazionale. Sono ottimista.

 Il rapporto con la sua città natale.
Roma è la mia città, non basterebbe una biblioteca intera per descriverla. Per me che ci sono nato ha un valore speciale, ma anche per i visitatori di qualsiasi etnia è indescrivibile. Spesso mi fa innervosire vederla svalutare dai suoi stessi abitanti, perché potrebbe essere molto più bella e basterebbe davvero poco, mentre invece viene trattata male... rispetto, manutenzione assente..... 

Che cosa è troppo serio per scherzarci su?
Il covid-19, perché oltre al problema sanitario è stata una doppia pandemia, anche economica..... Per fortuna ci sono stati anche degli aspetti positivi, come il grande senso di fratellanza che si è venuto a creare, in tanti casi, e che ha permesso di trovare dei modi alternativi di comunicare e vivere anche i rapporti sociali. Anche se la forza di uno scambio basato sul contatto umano rimarrà sempre insostituibile. Adesso non c’è da scherzare, è bene comprendere che siamo ancora in piena emergenza, nonostante l’allentamento delle misure restrittive e ci dobbiamo abituare a modificare alcuni comportamenti che facevano parte delle nostre convenzioni sociali fino a pochi mesi fa.

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Ci parli del suo ultimo lavoro “Australian Dreams”. Ci racconti come nasce questa opera.
Ringrazio innanzitutto i protagonisti, in primis Greg French, Ambasciatore australiano a Roma, Andrea Carnuccio del Marconi Club di Sydney, Vincenzo De Paolis per l’Associazione Uniti in Australia, J. Apostolovski e J. Callega dell’Apia Club. Jo Capobianco, la famiglia Rapattoni di Pasta Italia e ultimo ma non meno importante il compositore Giovanni Puocci che con le sue musiche ha arricchito il mio lavoro.
Il documentario affronta il tema dell’emigrazione italiana in Australia. Il messaggio generale è il grande valore della diversità, e l’importanza di tollerare tutte le culture e saperle valorizzare. 
Nasce per un bisogno personale di recuperare le mie radici, per meglio comprendere chi sono e successivamente ho capito che poteva riguardare un ben più ampio raggio di pubblico. Questo è accaduto quando, insieme al gruppo di lavoro, ci siamo resi conto del grande potenziale dei materiali di repertorio in mio possesso. E così abbiamo utilizzato come filo conduttore una sorta di mito, una favola basata sulle origini del popolo australiano che porta lo spettatore a compiere un viaggio simbolico dal passato al futuro, oltre che un viaggio fisico tra due continenti così lontani.
Lo stile del film è caratterizzato dall’alternanza di immagini analogiche e moderne. 
Durante la quarantena ha ottenuto numerosi riconoscimenti, come il Bronze Remi Award al Worldfest Houston, Best Documentary Feature al Changing Face International Film Festival di Sydney e infine il Critic's Choice Award al Druk International Film Festival in Buthan.
È ancora attualmente in distribuzione nei festival. Prossimamente sarà disponibile in visione on demand.

 Invece il suo corto più famoso è “Journey notes” che ha vinto molti premi importanti, di cosa parla?
“Journey notes” è disponibile in visione su “Corti a casa”, iniziativa promossa dai curatori del Festival Visioni Verticali e segnalata dal MIBACT che “porta il cinema in salotto” gratis sul web.
Il tema del cortometraggio non potrebbe essere più azzeccato al particolare momento storico in cui stiamo vivendo, nonostante si tratti di una produzione del 2016. 
Il protagonista del cortometraggio Giovanni Del Bello, infatti è affetto da rupofobia, (Nesting Syndrome) ovvero ha una forte ossessione: la paura dello sporco, ed in particolare crede che le persone siano la principale fonte di “sporcizia” in assoluto. Si lava le mani con molta accuratezza, per lavorare indossa dei guanti. 
Il protagonista è interpretato da Giulio Neglia, mentre il direttore dell’albergo è Edoardo Purgatori, che recentemente ha preso parte allo spettacolo di Ozpetek “Mine vaganti”, che ho avuto la possibilità di vedere come ultimo spettacolo teatrale prima della quarantena. 


Il lavoro al tempo del “coronavirus”, come stanno rispondendo gli artisti a questa emergenza virale ed umanitaria che ha colpito tutta l’Italia e il mondo e come pensate di rientrare in campo viste le problematiche che deve affrontare il mondo della cultura in generale.
Gli artisti da sempre nei momenti di crisi riescono a sfruttare i problemi come una grande opportunità di rinnovamento creativo.
Personalmente non ho mai smesso di lavorare, inizialmente mi sono concentrato sulla promozione e distribuzione di alcuni prodotti terminati poco prima del lockdown, mentre contemporaneamente sviluppavo nuove idee e progetti, scrivendo e confrontandomi sempre con alcuni colleghi. 


I suoi prossimi impegni?
Tra i miei prossimi impegni c’è la realizzazione di un documentario sul Giappone incentrato in particolare sul grande rapporto di reciproca ammirazione tra il loro paese ed il nostro. Ho visitato il Giappone l’anno scorso, quello che mi ha colpito maggiormente è il loro grande senso civico, inoltre il rispetto per le forze della natura, c’era un’atmosfera magica. 

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