Intervista ad Antonio Mocciola: "Non credo esistano autori così democratici da affidarsi totalmente a un regista, anche se stimatissimo. Si soffre sempre un po' quando il testo prende un'altra direzione" agosto 20, 2020 \\


Antonio ci racconti di Lei, chi è Antonio Mocciola come persona?

Non sono mai del tutto sincero, perchè non mi fido di quello che penso, e tanto meno di quello che provo. Ma quel filtro che uso prima di esprimermi mi ha insegnato a non rovinare la vita a me stesso, e agli altri. Sono pochi secondi sospesi, ma necessari a stemperare quella che, probabilmente, sarebbe un'indole micidiale. Chi scrive, in linea di massima, non è una bellissima persona. Tendiamo a manipolare, a inventare, a deformare, a creare e a ricreare. Siamo falsari. E questo inevitabilmente ce lo portiamo nella vita reale. Si, sono un manipolatore. Ma anche – a mia discolpa – molto leale e affidabile.

Descriva il suo giorno lavorativo perfetto….
Il più lontano possibile dalla folla. Sono sempre stato contrario agli assembramenti! Amo le mie montagne, sono lucano di famiglia, e vagamente misantropo. Poi, però, riesco a scrivere ovunque, anche in treno o a teatro. Per un periodo, da ragazzo, ho lavorato in fabbrica, all'Algida. Ho scritto più lì che in tutta la mia vita. Nelle pause, ovviamente.
Il mio giorno lavorativo perfetto é davanti ai miei fogli bianchi, all'inizio di un nuovo testo, con tanti dolci affianco, preferibilmente confetti di Sulmona.

Intervista ad Antonio Mocciola in libreria con “Le belle ...
Come nasce la sua passione per la scrittura e per il teatro?
Per la scrittura dalla scuola. Ero molto timido, agli orali andavo male e quindi negli scritti avevo il tempo sufficiente per elaborare i pensieri senza troppi occhi addosso. Leggevo molto, e questo mi ha aiutato nel linguaggio, e di questo ringrazio mia madre che mi ha fatto scoprire, ad esempio, P.G. Wodehouse. Il teatro è stato un amore tardivo. Avevo già 30 anni passati, ero giornalista caporedattore de “Il Brigante”, e mi fu chiesto di scrivere un testo sulla vita di Giuni Russo, che poi interpretò - da par suo - Piera Degli Esposti. Da allora non ho più smesso.


E’ più difficile stare in scena come autore o regista?
Da regista indubbiamente, anche se ho fatto pochissimi allestimenti firmati da me. Molti miei testi, soprattutto per l'avviamento, li ho seguiti anche nei momenti iniziali. Non credo esistano autori così democratici da affidarsi totalmente a un regista, anche se stimatissimo. Si soffre sempre un po' quando il testo prende un'altra direzione. Ma sono i rischi del mestiere, è anche giusto così. Detto ciò, amo particolarmente, oltre alla fase di scrittura, la prima lettura, le prove, vivere l'umore del cast, il dietro le quinte. Sono la mia energia.
L'immagine può contenere: 1 persona, barba e primo piano

Quali sono i personaggi dai quali si sente maggiormente influenzato o da cui trae ispirazione?
Gli scrittori dannati e anche quelli poco frequentati (penso a Masoch o Musil, ad esempio) o i personaggi storici tra fine 800 e inizio 900, un periodo che amo approfondire da tutti i punti di vista. C'è una trilogia sugli anarchici che è già al secondo capitolo, e affronta i regicidi di Umberto I. Dopo aver parlato di Gaetano Bresci, ora affronterò la storia di Pietro Acciarito, scommettendo su un talento in erba come quello di Giuseppe Brandi. Poi toccherà a Giovanni Passannante.


Se potessi svegliarsi domani con una nuova dote, quale sceglierebbe?
La fede, senza dubbio. Ne sono totalmente privo. Noto che i credenti sono più felici. Spesso più cattivi, certamente. Ed è un'altra dote che gli invidio. E poi la pazienza, che non ho. So attendere, ma soffrendo moltissimo.



Che cosa vuol dire per Lei portare in scena un buon testo teatrale?
Il giusto equilibrio tra testo, regia e resa attoriale. Tutto dipende da tutto. Certo, per mio gusto personale, non potrei mai prendere un classico e rifarlo pari pari. Preferisco creare nuova drammaturgia, prendendomi i miei rischi, o trarre da romanzi poco noti – e mai rappresentati – testi teatrali. La mia ambizione è ferire, lacerare, destabilizzare. Altrimenti meglio occuparsi d'altro. Come diceva Oscar Wilde: “Se scrivi qualcosa che non offende nessuno, non hai scritto niente”.


Cambierebbe qualcosa nel mondo del teatro in cui si è formato?
Il nostro lavoro è riconosciuto poco. Il teatro è la sorella povera dello spettacolo. Ci esprimiamo spesso in contesti deprimenti, per approssimazione e sciatteria, o addirittura malafede. Chi gestisce le sale, spesso, fa altri lavori, non attinenti. E questo, inevitabilmente, si paga. In generale, c'è poca professionalità. Ma l'energia, quella che viene dal basso, è portentosa. Quando trovi un attore che ti segue, ma ti segue davvero, è la cosa più gratificante che esista: ci sono ragazzi brillantissimi, penso a Marilia Marciello, Giovanni Cipolletta, Vincenzo Coppola, Francesco Barra, Gabriel Passaro, Alessandra Mirra. Con loro è un piacere lavorare.



Quali sono gli spettacoli a cui si sente più legato?
Non sempre i sentimenti sono legati agli esiti, per quanto riguarda gli spettacoli: “L'immoralista”, diretto dalla mia amatissima Luisa Guarro, ha circolato poco ma mi ha emozionato molto, così come “Io non sono granturco” diretto da Giorgia Filanti, mentre certamente “Cartoline da casa mia” diretto da Marco Prato ha un tocco intimo che lo ha reso magico e molto amato dal pubblico. Gli spettacoli più fortunati commercialmente sono stati quelli diretti da Gaetano Liguori, su tutti “Verso il mito Edith Piaf”, con due interpreti superbi come Francesca Marini e Massimo Masiello, per il quale abbiamo scritto, insieme al mio amico del cuore Gianmarco Cesario, uno spettacolo molto emozionante come “Gli amici se ne vanno”, sulla storia di Umberto Bindi. Non posso tralasciare “Donizetti Amore e Morte”, un cross-over tra lirica e prosa con Gabriella Colecchia e Giovanni Allocca, che ho amato molto scrivere e dirigere, e “La cella zero” sulla vita spericolata di Pietro Ioia. Mio padre ha molta stima di “Leopardi amava Ranieri”, per la regia di Mario Gelardi, uno spettacolo che forse meritava di più.
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Tra le mille storie che scrive per dar vita ai suoi lavori si parla spesso di diritti civili specie in campo glbt e con questa tematica che ha rappresentato il Napoli Teatro festival raccontando una storia sull’antifascismo dal titolo “L’isola degli invertiti”. Cosa vuole comunicarci con questo testo.
La persecuzione, in Italia, degli omosessuali durante il fascismo è una pagina nera del nostro paese, che mi sembrava interessante, per non dire urgente, affrontare in teatro. Tutto può tornare, la storia deve insegnarci che anche i diritti acquisiti possono perdersi. E l'aria non è buona. In scena ho avuto tre “belve da palcoscenico” a cui affiderò molti miei progetti futuri: Tommaso Arnaldi, Francesco Giannotti e Diego Sommaripa. Le tematiche Glbt sono le mie, e le affronto come posso e come so, ad esempio come il libro fotografico “Addosso – Le parole dell'omofobia”, in cui ho radunato 111 modelli e modelle che hanno sposato la causa posando per noi.
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C’è spazio in Italia per giovani artisti talentuosi e se dovesse dare un consiglio appassionato a un aspirante attore o regista , cosa gli direbbe?
Gli direi che questo tipo di vita ha bisogno di passione e spirito di sacrificio. Può ricompensarti, ma anche scuoterti dentro, fino a farti male. Una cosa è tassativamente vietata, a mio parere: proteggersi. Se ci si da' col contagocce, o se si usa prudenza, meglio occuparsi d'altro. Siamo acrobati: l'ebbrezza del pericolo é necessaria per creare.



Il rapporto con la sua città Natale .
Sono nato a Napoli, vivo a Roma, ma mi sento – invece – lucano al 100%. Ad Anzi, a 1000 metri d'altezza, c'è il mio nido, il mio luogo dell'anima. Il paese dei miei nonni, dove sono stato concepito e dove mi sento a casa. Napoli ha colori troppo forti per la mia personalità, che è già di suo piuttosto accesa. Non l'ho mai amata veramente, anche se al Vomero, dove ho sempre vissuto, posso dire di essere stato piuttosto bene. Napoli è sempre in scena, e per noi narcisisti può essere un ingombrante rivale. Napoli é una persona, ha anima, ha vita propria, ha pregi e difetti. Invade. Non è un mero fondale, per citare il teatro, è attrice protagonista. E ogni tanto bisogna chiudere il sipario: può fagocitarti.


Santostefano” di Antonio Mocciola, dall'1 al 2 febbraio al Theatre ...
Che cosa è troppo serio per scherzarci su?
Tutto e niente. Dipende dai nostri stati d'animo, la suscettibilità è quasi sempre estemporanea. Se hai appena vissuto un lutto, non scherzi con la morte, a meno che tu non voglia esorcizzarla. Ma è un atteggiamento finto, utile solo per quel momento. Quando siamo felici siamo più tolleranti.


I suoi prossimi impegni?
Ho scritto le sceneggiature diversi cortometraggi, affidandoli a registi bravissimi come Fabio Vasco, Adriano Murolo, Paolo Sideri e Diego Sommaripa. Con quest'ultimo, ragazzo d'oro e artista in perenne evoluzione, ho anche diversi spettacoli teatrali in uscita, tra cui un “Adolf prima di Hitler” che credo farà un certo rumore. E poi non vedo l'ora di mettere mano a un progetto teatrale assai acuminato cui tengo molto, con Pino Carbone – di cui da sempre ammiro l'estro geniale - e ad altri con artisti che stimo tra cui Antonio Piccolo, Vincenzo Merolla, Christian Mirone, Stefano Ferraro, Tiziana Beato, Marina Billwiller, Antonio De Rosa e Maria Verde, Mariarosaria Virgili, Giuseppe Bucci, Livia Berté, Giuseppe Fiscariello e Luciana De Falco. Amo contaminare il mio mondo con quello altrui, lo scambio è fondamentale. In arte come nella vita, da soli siamo molto, ma il molto non è mai abbastanza sufficiente.




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