l'attrice Francesca Muoio: "Voglio ancora credere con tutta me stessa che lo spazio ci sia, perché il nostro paese è pieno di giovani artisti a cui sempre più spesso, purtroppo, mancano “i padri”. luglio 13, 2021 \\

 Francesca ci racconti di Lei, chi è Francesca Muoio come persona?
La prima cosa che mi viene in mente e che, tra l’altro, mi dicono più spesso, è che ho la testa tra le nuvole. Forse è vero, forse dovrei essere un po’ più realista, ma in fondo penso che senza quelle “nuvole”, il mondo sarebbe senz’altro più arido, monotono e meno variopinto. Credo che sia solo il mondo dell’immaginario, quello dei sogni, delle idee folli, della passione e della poesia a dare davvero uno scopo e una vita concreta alla realtà. Se non ci fosse quello, se non esistessero quelle “nuvole”, cosa ci resterebbe?
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Prove, prove, prove…e poi mangiare insieme a tutti quelli della compagnia commentando la giornata!
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Come nasce la sua passione per la recitazione?
Frequentavo le medie, c’era la mia professoressa di francese che amava il teatro e organizzava ogni anno uno spettacolo teatrale. A dire la verità, dovettero spingermi molto, ero molto timida. E alle superiori fu lo stesso, una mia compagna mi spinse ad iscrivermi ad un laboratorio di teatro che stava seguendo insieme ad un’altra nostra amica. Fu un’esperienza bellissima, dove tra l’altro ebbi la fortuna d’incontrare una bravissima insegnante, Tiziana Tirrito che, neanche a farlo apposta, ho avuto il grande piacere di rivedere alla serata dei Corti della Formica. Da lì in poi il teatro non mi ha più lasciato e, a dir la verità, è stato sempre per me una grande salvezza… il mio rifugio, il mio sfogo… la mia libertà e la mia evasione dal quotidiano.


Quali sono gli artisti che maggiormente hanno influenzata il suo percorso o da cui trae  ispirazione?
Potrei citare tanti artisti famosi, la maggior parte dei quali ci hanno già lasciato, ma ad essere sincera…forse quelli che maggiormente mi hanno influenzato sono quelli che ho conosciuto e che ho avuto la fortuna di “vivere” almeno per un po’. Ho seguito molti laboratori in giro per l’Italia tenuti da registi, autori o attori importanti e quelli che più mi hanno segnato sono stati quelli che umanamente mi hanno lasciato qualcosa. Credo che un’artista o un maestro debbano essere soprattutto persone con un’infinita umanità. E per umanità intendo un profondo amore per la vita, per l’essere umano, con i suoi pregi, ma soprattutto con tutti i suoi difetti. Persone capaci di guardare, di ascoltare e, solo dopo, di dire. Che sappiano aprirti il loro mondo senza pretese e che grazie al loro modo di raccontartelo, ti facciano viaggiare con la mente per strade asfaltate e lineari o per sentieri ripidi e contorti che non avresti mai creduto potessero esistere. E a tal proposito mi vengono subito in mente Ruggero Cappuccio, Nadia Baldi, Claudio di Palma, Laura Curino e gli scrittori Giuseppe Culicchia ed Emiliano Poddi che ho avuto l’enorme piacere di conoscere.


Nel 2013 vince il concorso nazionale di prosa “Salicedoro”, cosa ricorda.
Ricordo la sorpresa e l’enorme emozione nel sentire pronunciare Francesca Muoio come vincitrice del concorso, ricordo la voce e le mani che mi tremavano nei ringraziamenti, ricordo gli applausi di Elisabetta Pozzi che stimo tantissimo e da cui ebbi l’onore di essere esaminata e ricordo perfettamente gli occhi e il sorriso di chi mi aveva accompagnato in quell’avventura e con cui dopo ho festeggiato la vittoria. Credo che, forse, la condivisione di quella gioia sia stato il momento più bello.
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Poi fonda la compagnia PrimeLune Teatro, da cosa nasce questa esigenza di avere una compagnia propria.
Ci sono mille modi intendere il teatro. Io amo assistere a spettacoli di ogni genere, da quello più classico a quello più sperimentale. Ma credo che fondare una compagnia nasca dall’esigenza di definire il proprio teatro, senza nulla togliere a quello degli altri. E’ un proprio punto di vista, una propria visione del mondo. E non c’è cosa più straordinaria del trovare qualcuno che lo legga esattamente alla tua stessa maniera o in un modo che, seppure diverso, s’ incastri perfettamente con il tuo. Questo per me è il significato del fondare una compagnia, guardare il mondo insieme a qualcuno ed assaporarlo con gli stessi occhi.

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Lei è regista, autrice ed attrice dello spettacolo “Il paese di chi se ne va” che va in scena nel 2018 al Napoli Teatro Festival, viene spontanea la domanda si preferisce autrice, regista o attrice.
Diciamo che in quel caso avevo un’esigenza personale fortissima di rivestire tutti e tre i ruoli. In generale non saprei. Sono sfumature di uno stesso quadro profondamente diverse, ma allo stesso tempo complementari. La scrittura per me è solitudine, ma è anche grande rifugio e compagnia. E’ riuscire a comunicare, è disegnare la vita solo e soltanto come la vorresti tu, secondo i tuoi colori, secondo le tue pennellate. E’ far accadere l’impossibile, è trasformare la vita con un’altra a te più familiare. E’ viaggiare nella tua mente e darti il permesso di poterla conoscere e, soprattutto, di poterla mostrare.
La regia  è un qualcosa di simile, ma invece di lettere e parole, hai con te attori, scene, luci…è disegnare, ma non da soli. Nella regia c’è sempre un’enorme incognita, l’attore. Puoi immaginare ciò che quel quadro sarà e cercare di fare il possibile perché sia esattamente come volevi, ma ciò che vedrai alla fine, l’insieme di tutti quei colori, non è detto che rispecchi completamente ciò che hai immaginato perché c’è la vita vera ad invaderlo. Ci sono gli attori. Ed ogni attore renderà il suo colore diverso, lo mescolerà inevitabilmente con ciò che è. Certo, in alcuni casi questo potrebbe anche portare a una delusione, ma la verità è che, la maggior parte delle volte, è proprio quest’incognita a regalarti la più grande sorpresa. Vedi il tuo quadro in modo diverso, meraviglioso perché inaspettato. Nella regia puoi “decidere” ma sempre fino a un certo punto. E’ la scoperta che c’è nell’incontro tra l’idea che avevi e l’incarnazione della stessa. E l’addizione di entrambe è stupefacente. La centuplica quell’idea, la ingrandisce, la riempie di sfumature ed emozioni che non avresti mai immaginato.
E poi c’è l’essere attori…ed è bellissimo per me anche quello. Essere uno dei colori del disegno di qualcun altro. Apparentemente hai meno responsabilità, non sei tu ad avere immaginato il quadro. Invece, a mio vedere, ne hai davvero tanta e proprio nei confronti di chi quel quadro ce l’ha in testa. E’ difficilissimo entrare nella mente di qualcuno, capire realmente ciò che ha visto ed esprimerlo al posto suo. Trovo che sia insieme un grande atto di fiducia e di rispetto. Di fiducia, perché sei quasi in balia delle decisioni di qualcuno e di rispetto, perché quel qualcuno ha scelto proprio te come strumento per la concretizzazione del suo pensiero, del suo sentire. Hai meno potere decisionale, ma forse, proprio per questo, c’è molta più messa in discussione. Essere attori vuol dire andare incontro ad un altro, vuol dire farsi piacere il suo modo di vedere le cose, comprenderlo dal profondo e, anche quando questo modo non ti piace, trovare una chiave per farlo comunque risuonare dentro di te. E anche in questo caso, vi è una grande sorpresa. Sorpresa nell’ essere altro rispetto a ciò che pensi di te stesso, perché c’è stato qualcuno, un regista o un autore che, buttando a terra l’immagine che ti sei costruito di te, te ne fa vedere tante altre che non pensavi esistessero. Ed è spaventoso e al contempo meraviglioso.

Cambierebbe qualcosa nel mondo del teatro in cui si è formata?
A dire il vero cambierei l’epoca nella quale sono nata di cui il mondo del teatro e, in senso più ampio, del lavoro sono solo un’inevitabile conseguenza.


Che messaggio dà oggi il mondo dell’arte?
L’arte è una lente d’ingrandimento sulla vita. Per cui oggi, purtroppo, a mio parere non può che mettere in evidenza la confusione, il tremendo isolamento che stiamo vivendo, la volgarità di pensiero, l’ansia del tempo che passa, la paura e la sfiducia nei confronti dell’altro e la tremenda necessità di un ritorno a rapporti reali e ad un’etica da perseguire.


C’è spazio in Italia per giovani artisti talentuosi?
Voglio ancora credere con tutta me stessa che lo spazio ci sia, perché il nostro paese è pieno di giovani artisti a cui sempre più spesso, purtroppo, mancano “i padri”.
E come padri intendo persone che, non per amicizia, ma per stima, credano in loro. Che in qualche modo premino il loro impegno, che sottolineino davvero il loro lavoro e la loro costanza. Sarebbe bello se esistessero ancora, se un giovane artista avesse ancora la possibilità di poter essere figlio. Infondo si sa, un artista è in primo luogo un bambino. E oggi, fin da quando muove i primi passi, questo bambino, suo malgrado, è costretto a cavarsela completamente da solo. Gli si richiede, non solo di sapere tutto su di sé e sulla sua arte come se fosse già maturo, perché non c’è più il tempo né di cercare né di sbagliare, ma soprattutto gli si chiede tutto ciò che ruota attorno all’arte: la sua organizzazione, la sua promozione… la costruzione di tutta un’impalcatura che è molto lontana dall’ esigenza reale e intima che egli ha del dire. Oggi non esistono più i ruoli definiti e, da una parte, può essere stimolante perché devi metterti costantemente alla prova per imparare cose molto diverse da ciò che sei e che fai, ma dall’altra è davvero mortificante perché sei costretto a dare molto meno spazio a ciò a cui dovresti dare tutto te stesso favorendo cose che, magari, non ti sono nemmeno congeniali, che fai mal volentieri e che ti riescono anche male. Insomma, ci sono gli artisti e ci sono coloro che organizzano e promuovono l’arte. Sono entrambi importanti alla stessa maniera, ma secondo me dovremmo lasciare che ognuno di loro facesse il suo… farebbero di sicuro un gradissimo favore l’uno all’altro e, forse, allora il talento, in entrambi i settori, verrebbe davvero premiato.

 Il rapporto con la sua città Natale.
Amo tantissimo la mia città e credo di averla amata ancora di più da quando mi sono trasferita a Roma. Prima era un qualcosa che vivevo dal di dentro e che, forse proprio per questo, non riuscivo a guardare obiettivamente. Ci ero abituata, ero assuefatta al suo modo di essere perché era il solo che conoscevo. Ora che vivo a Roma posso dire di apprezzarla di più. Posso dire di amarla per quello che è e non perché ci sono nata. E trovo che non sia banale quando la si descrive come una realtà diversa dalle altre, una città che pullula di vita, che scardina completamente gli schemi, che fa dello sbaglio un’opportunità e dell’esagerazione la prassi. Che compone musica con le parole. Che ha il coraggio di essere tragica fino all’estremo e al contempo dissacrante ed ironica oltre ogni limite. Una città che guarda la morte in faccia e non ci piange, no, ma ci convive. Che con la poesia e la magia ci va a cena fuori. Una città dove tutto è possibile nel bene e, purtroppo, anche nel male e che proprio il male lo dà per scontato perché sa perfettamente che anche esso fa parte del gioco. Una città che “Carta vince, carta perde!” … E che sia tutto una bellissima illusione o un malaugurato imbroglio… in fondo, ma proprio in fondo, poi… che differenza c’è?

Che cosa è troppo serio per scherzarci su?
Nulla. Credo che riuscire a scherzare anche sugli eventi più tristi o sfortunati della vita sia sinonimo di grande forza e un esempio di estrema saggezza. E’ più facile a dirsi che a farsi, è vero, ma secondo me dovremmo riuscirci tutti, sempre.


Ci parli del suo ultimo lavoro con Luca Trezza e anche del suo ultimo riconoscimento al festival I Corti della formica curato da Gianmarco Cesario
Luca Trezza, oltre che un compagno di scena, è un mio grandissimo amico. Abbiamo fatto la Silvio D’Amico nella stessa classe. Si può dire che siamo cresciuti insieme e conosciamo tutti i passi artistici l’uno dell’altro… i traguardi e gli sbagli, le vittorie e i periodi no. E’ inutile fingere, in questo mestiere così fragile e così forte, si è fragili e forti di continuo. Perché, oltre agli eventi della vita, si aggiungono il peso e la bellezza di una vita altra, quella vissuta nell’arte. Una vita sicuramente più pregna, ma proprio per questo più delicata. E basta un attimo per perdere l’equilibrio… per arrendersi, per perdersi. E forse la sola cosa che ti può salvare, è avere attorno le persone per te importanti, quelle che restano…quelle che, nonostante tutto…anche con i loro difetti, con i loro errori, ci sono state e ci sono. E’ molto difficile trovarle, ma quando accade, bisogna tenersele strette strette e non lasciarle mai andar via. Per me l’amicizia è un po’ come l’amore, ma quello vero… quello che, se lo incontri, è per sempre… quello che, una volta trovato, non puoi più farne a meno perché è parte di te. E’ facile oggi nei rapporti dimenticare, lasciar andare o sostituire. La sfida vera credo, invece, sia quella di ricordare, di superare gli ostacoli, di coltivare e di fortificare. Ecco io, non so se purtroppo o per fortuna, ma sono una che, se si lega davvero, molto difficilmente dimentica. Credo che la facilità nel dimenticare o nel lasciare andare una persona o una cosa sia direttamente proporzionale al valore che hanno per te.
E tornando al lavoro con Luca Trezza, abbiamo lavorato tante volte insieme e il corto presentato ai Corti della Formica è solo un piccolo scorcio di un percorso molto più lungo che abbiamo fatto a braccetto con la nostra amicizia.
L’esperienza ai Corti della Formica l’ho trovata estremamente bella. Sarà stato perché, dopo il periodo buio che tutti abbiamo vissuto, salire di nuovo su un palco ha acquisito un sapore ancora più forte, sarà perché rivedere quelle sedie rosse occupate ha ridato ancora una volta senso a questo mestiere che, in questi mesi, è stato così bistrattato da sembrare ancora più inutile di quanto generalmente ci vogliano far credere. E poi vedere che intorno a te ci sono tanti altri, come Gianmarco Cesario e come tutti i ragazzi che hanno partecipato al concorso che, nonostante tutto, hanno la voglia e il coraggio di continuare a fare teatro…beh, ridà forza e coraggio anche a te.

 I suoi prossimi impegni?
Lo spettacolo “Leggendo Leggende Napoletane” che sto portando in giro quest’estate tra Napoli e Roma con Luca Trezza, i laboratori di teatro a Roma che da luglio, finalmente, sono ripartiti, lo spettacolo “Divin’a Mmente Dante” che debutterà a settembre nella Casina Vanvitelliana e due progetti a cui tengo molto e di cui, per il momento, non posso ancora parlare.

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Siamo una Associazione nata nel 2000, apartitica e interconfessionale, denominata “Napoli Cultural Classic” (Associazione Culturale volta alla diffusione dell’arte e della cultura, diretta alla promozione di artisti e di studiosi in fase di  affermazione nel campo del cinema, teatro, televisione, musica, danza, arte figurativa, moda, scrittura, scienze giuridiche e tecnologiche e di tutte le altre forme di scibile che i soci ordinari riterranno opportuno inserire.).

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